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	<description>Area di Libero Scambio  di ragioni e ragionamenti, dove possono incontrarsi tutti i lavoratori “psy” che abbiano qualcosa da dire, da ascoltare, da proporre, da condividere e da confrontare con  altri colleghi</description>
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		<title>Gruppi di educatrici centrati sul rapporto col bambino (1985)</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 15:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Relazione madre - bambino]]></category>
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		<category><![CDATA[gruppi eterocentrati]]></category>
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		<category><![CDATA[processi di identificazione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola per l'infanzia]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    <iframe class="scribd_iframe_embed" src="http://www.scribd.com/embeds/142771387/content" data-aspect-ratio="0.705559906029757" scrolling="no" id="142771387" width="500" height="600" frameborder="0"></iframe>  <script type="text/javascript">(function() { var scribd = document.createElement("script"); scribd.type = "text/javascript"; scribd.async = true; scribd.src = "http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js"; var s = document.getElementsByTagName("script")[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();</script></p>
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		<title>In difesa del nozionismo (o della complessità del valutare)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 18:07:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[invalsi]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Papa]]></category>
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		<category><![CDATA[test]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; di Margherita Papa In questi giorni nelle scuole italiane si stanno svolgendo le prove Invalsi e nei giornali o sul web è tutto un fiorire di articoli di protesta e critica nei confronti delle valutazioni oggettive dell&#8217;apprendimento scolastico. Ci sono anche insegnanti in sciopero in alcune scuole che si rifiutano di fare le prove. Prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>di Margherita Papa</strong></p>
<p align="JUSTIFY">In questi giorni nelle scuole italiane si stanno svolgendo le prove Invalsi e nei giornali o sul web è tutto un fiorire di articoli di protesta e critica nei confronti delle valutazioni oggettive dell&#8217;apprendimento scolastico. Ci sono anche insegnanti in sciopero in alcune scuole che si rifiutano di fare le prove.</p>
<p align="JUSTIFY">Prima di tutto vediamo di chiarire in cosa consistono le prove Invalsi: sono delle valutazioni degli apprendimenti degli alunni, somministrate collettivamente, in un tempo determinato. Sono divise per classe e uguali per tutto il territorio nazionale. Hanno prevalentemente la forma di domande a risposta multipla e quindi usano delle griglie di correzione (che quasi sistematicamente vengono mandate in ritardo e a volte sono risultate errate, con conseguente, comprensibile, scandalo).</p>
<p align="JUSTIFY">Devono essere create da persone esperte in tecniche di valutazione e dovrebbero essere somministrate da personale esterno alla classe per evitare fenomeni di facilitazione degli allievi da parte degli insegnanti. Ma una procedura simile implicherebbe una spesa ulteriore, che in un momento difficile per i servizi pubblici non è prevedibile.</p>
<p align="JUSTIFY">In questi articoli del sito <a href="http://it.paperblog.com/vivalascuola-invalsi-si-no-bum-313656/">Viva la scuola</a> si trova un esempio  abbastanza chiaro di discussione ed anche alcune fonti, ad esempio stralci del documento del 2008 di Ichino, Checchi, Vittadini, che ha avviato la sperimentazione del Ministero dell&#8217;istruzione sulla valutazione oggettiva delle scuole.<span id="more-2515"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Una premessa importante, che spesso non viene abbastanza evidenziata nei dibattiti, riguarda la complessità delle variabili che sono implicate nell&#8217;apprendimento scolastico.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;apprendimento scolastico è un fenomeno correlato con le capacità individuali dell&#8217;allievo, supponiamo prevalentemente con l&#8217;intelligenza, anche se sappiamo che non è questa l&#8217;unico fattore; con il metodo didattico utilizzato dagli insegnanti (ad esempio il metodo globale o il metodo fonetico nell&#8217;insegnamento della lettura) e purtroppo ancora molto correlata anche con fattori economici e sociali: è un dato risaputo che i figli di laureati si laureano più facilmente dei figli degli operai.</p>
<p align="JUSTIFY">Il tema è quindi complesso perché  si estende su  diversi livelli di analisi e, direi, di realtà percepita dagli osservatori:</p>
<ul>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">un livello tecnico scientifico di tipo psicologico, cioè la validità interna ed esterna delle valutazioni oggettive:quanto le prove siano costruite correttamente  e quanto riescano a descrivere il fenomeno che vogliono inquadrare;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">un livello pedagogico e didattico: in quale modo i risultati delle prove possono essere correlati con il metodo applicato nelle classi e se abbia senso valutare dei metodi di insegnamento attraverso questi strumenti;</p>
</li>
<li>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">un livello che riguarda l&#8217;organizzazione del lavoro nelle scuole e quindi anche i sindacati, cioè quanto i risultati delle prove possono essere utilizzate per riorganizzare il personale scolastico, modificare ruoli e posizione oppure premiare o penalizzare gli insegnanti delle classi che abbiano avuto risultati peggiori;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">un livello economico e sociale, cioè in quale modo le condizioni economiche, in termini di risorse economiche assegnate alle scuole, e le condizioni sociali, in termini di appartenenza degli allievi a ceti sociali più o meno svantaggiati, possano influire sui risultati e debbano entrare a far parte della valutazione dei risultati delle prove.</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Aggiungerei a questi livelli uno ulteriore, che a volte mi sembra prevalere su tutti e creare maggiore confusione: quello ideologico, che rifiuta aprioristicamente qualsiasi ipotesi di valutazione dei processi didattici, perché  troppo connotata come collusiva con culture politiche di destra.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella disamina degli articoli e dichiarazioni intorno a questo tema le obiezioni sono in genere le seguenti, più o meno sembrano appartenere ai diversi livelli individuati, ma spesso nella discussione le obiezioni si intrecciano una con l&#8217;altra: le prove Invalsi</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">sono quiz superficiali, che non approfondiscono davvero l&#8217;apprendimento dei ragazzi,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">sono valutazioni nozionistiche,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">sono prove troppo simili a test cognitivi,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">possono diventare l&#8217;alibi per indirizzare gli insegnanti a fare solo quello che viene richiesto dalle prove,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">favoriscono solo l&#8217;apprendimento in funzione di un lavoro pratico,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">possono diventare un modo per premiare le scuole che hanno buoni risultati e dare ancora meno risorse alle scuole che invece non ne hanno,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">non possono rilevare lo spirito critico e la creatività degli allievi,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">non valutano e rischiano di svalutare i metodi pedagogici che mettono al primo posto lo sviluppo della personalità degli allievi.</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Di questi livelli di analisi quelli sui quali più propriamente mi sento di intervenire sono ovviamente la polemica intorno alla validità delle prove di profitto e alla interpretazione dei risultati, perché nelle discussioni mi è sembrato spesso di percepire una confusione notevole.</p>
<p align="JUSTIFY">Cerchiamo di chiarire alcune questioni: l&#8217;ipotesi dei ricercatori che sostengono la necessità di una valutazione oggettiva dei risultati scolastici potrebbe essere che se si mette una popolazione, mettiamo  quella degli allievi delle classi quinte elementari italiane, a rispondere a delle domande sulle nozioni di base del loro programma scolastico, stesse domande e stesse condizioni di tempo e contesto, si dovrebbe avere  su tutto il territorio nazionale la stessa distribuzione di risposte esatte ed errate, supponendo che vi sia una distribuzione correlata con quella della intelligenza, cioè una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Distribuzione_normale">Distribuzione_normale</a>. Se questo non avviene, cioè se la distribuzione è più bassa, più alta, disomogenea in modo significativo (in senso statistico), allora indica che il sistema di istruzione non riesce a raggiungere i suoi obbiettivi per l&#8217;influenza di altre variabili.</p>
<p align="JUSTIFY">Una rappresentante dell&#8217;Invalsi <a href="http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2011/5/11/SCUOLA-1-Le-prove-Invalsi-Non-e-un-test-di-4-ore-a-rovinare-il-lavoro-di-ogni-giorno/175953/">Elena Ugolini</a> spiega infatti il senso delle prove con la necessità di comparare i risultati scolastici degli allievi in classi diverse della stessa scuola, in scuole diverse dello stesso territorio o in regioni diverse della nazione. Le prove sono nozionistiche, indirizzate a individuare le capacità di base degli allievi, non sono certo esaustive della complessità degli apprendimenti, ma non hanno altri obbiettivi se non individuare un livello base al quale riferirsi come standard.</p>
<p align="JUSTIFY">Se supponiamo che i bambini abbiano una intelligenza che è distribuita in modo normale anche gli apprendimenti, a parità supposta delle altre variabili, dovrebbero esserlo in modo correlato. Se questo non avviene è probabile che il programma non sia stato svolto nello stesso modo in tutte le scuole, oppure che gli insegnanti non siano stati messi in grado di avere tempo e strategie didattiche adeguate per svolgerlo, oppure che la popolazione di quella scuola sia svantaggiata in termini sociali o culturali, oppure altre variabili che sono da indagare e valutare caso per caso.</p>
<p align="JUSTIFY">Quindi i dati di per sé non indicano nulla a meno che non vengano inseriti in una ipotesi di ricerca, il punto è che la sperimentazione del Ministero non indica chiare ipotesi da verificare e si espone così alle più varie interpretazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Una di queste presuppone che le prove di profitto possano essere lette nelle stesso modo dei risultati ai test intellettivi. Ma il fatto che le prove di profitto siano correlate con i test cognitivi non significa che siano lo stesso tipo di misura, errore che invece alcuni opinionisti continuano a fare più o meno esplicitamente. Chi quotidianamente somministra test di intelligenza e prove di apprendimento conosce bene la differenza di struttura e di contenuto delle prove. Le prove di apprendimento sono maggiormente suscettibili ai cambiamenti dei programmi, dei contesti culturali e necessitano di una revisione più costante, sono per questo meno valide per valutare le reali potenzialità cognitive.</p>
<p align="JUSTIFY">I test intellettivi, oltre ad aver bisogno di una somministrazione individuale e non collettiva, cercano il più possibile di essere “culture free”, cioè di non essere influenzati in modo preminente da variabili dovute all&#8217;ambiente sociale e culturale di provenienza del soggetto. Hanno una standardizzazione verificata su ampie popolazioni e tenuta regolarmente aggiornata, ed hanno una maggiore validità interna ed esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">Quindi è errato supporre che le prove Invalsi diano un quadro del livello intellettivo della popolazione scolastica, né questo è l&#8217;obbiettivo di chi le ha proposte.</p>
<p align="JUSTIFY">In ogni caso proprio il confrontarsi quotidianamente con i test cognitivi produce un antidoto alla loro assolutizzazione, chi li usa sa bene che non si tratta di misure oggettive, ma probabilistiche, basate su concetti di distribuzione statistica che non possono certo essere oggettivizzati, nonostante tanti tentativi in tal senso.</p>
<p align="JUSTIFY">Il costrutto del Quoziente Intellettivo, cosi come quello del risultato del profitto è solo appunto un “costrutto” scientifico e metodologico, non una realtà oggettiva. Serve a paragonare un allievo alla popolazione di appartenenza e non a classificare la sua intera personalità, neanche a volte a fare un quadro intero delle sua capacità.</p>
<p align="JUSTIFY">I test sono strumenti, vanno saputi usare come tali, non sono in sé portatori di una ideologia, anche se sembra che per molti studiosi sia ancora così.</p>
<p align="JUSTIFY">La riflessione  che vorrei sottolineare con forza è la distinzione tra i risultati delle prove Invalsi, che rappresentano solo un quadro di come si distribuiscono le risposte degli allievi di una certa classe scolastica sul territorio italiano, e le varie interpretazioni che si possono dare di questo dato.</p>
<p align="JUSTIFY">Non sono le prove in sé ad essere razziste, superficiali, orientate ad un rafforzamento delle ideologie di destra, sono le ipotesi e le interpretazioni dei dati che possono diventarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci sono state interpretazioni che hanno assunto connotazioni razziste, spiegando ad esempio la differenza dei risultati tra il Nord ed il Sud d&#8217;Italia con caratteristiche genetiche, così come riportato nel resoconto dell&#8217;Osservatorio Psicologia nei Media sulla  <a href="http://www.osservatoriopsicologia.com/2010/02/21/il-qi-degli-italiani/">polemica Lynn</a>. Un professore irlandese ha convertito i risultati dei test PISA (test di profitto somministrati a ragazzi delle scuole superiori) in indicatori di intelligenza generale (l&#8217;errore metodologico di cui prima discutevo) e ne ha ricavato inferenze sulla diversa dotazione intellettiva della popolazione del Nord e del Sud Italia.</p>
<p align="JUSTIFY">Sulla base di inferenze come queste altri studiosi contestano che abbia un senso utilizzare delle prove, che possono essere così facilmente assimilate a delle prove cognitive, per capire meglio il sistema dell&#8217;istruzione. Anzi sospettano che il solo uso reale sia quello di servire fini omologanti: ad esempio il ricercatore Foschi, nell&#8217;articolo <a href="http://www.roars.it/online/costruire-un-cittadino-desiderabile-le-prove-invalsi-e-la-psicopedagogia/">Il cittadino desiderabile</a>, indica che l&#8217;obbiettivo vero sia quello di una “omogeneizzazione delle conoscenze”, in vista di costruire un “bambino astratto che includa tutte le conoscenze valide in ogni paese a capitalismo avanzato. Una vecchia storia.” Appunto: una vecchia critica che viene fatta spesso alle scienze psicologiche, accusate per la loro istanza valutativa di asservire fini omologanti.</p>
<p align="JUSTIFY">Un&#8217; insegnante-scrittrice, Paola Mastrocola, che spesso scrive di questi argomenti svolge allo stesso tempo, nel suo libro <strong>Togliamo il disturbo </strong><span style="font-weight: normal;">(Guanda 2011)</span>, due argomentazioni a mio modo di vedere contrastanti: la prima è che la nostra scuola non è più preoccupata di far imparare le nozioni di base agli allievi, la seconda assomiglia alla tesi dell&#8217;articolo di Foschi, cioè che le prove di profitto sono funzionali solo ad una scuola moderna capitalista e aziendalista.</p>
<p align="JUSTIFY">Se la preoccupazione della Mastrocola, che condivido pienamente, è quella che i nostri ragazzi arrivano all&#8217;Università facendo ancora gravi errori ortografici, allora valutare in quinta elementare le loro capacità di comprensione della grammatica e della ortografia attraverso le prove Invalsi potrebbe dare degli indicatori precoci della necessità di intervenire.</p>
<p align="JUSTIFY">La Mastrocola difende in modo provocatorio l&#8217;idea del nozionismo nel suo significato puro di <em>conoscenze di base: </em><span style="font-style: normal;">“Conoscenza basata o derivata soltanto dall&#8217;apprendimento di nozioni, di notizie, di dati non approfonditi e non elaborati sinteticamente, organicamente e criticamente”.</span> La sua posizione è orientata ovviamente a stimolare negli allievi la sintesi, la critica e l&#8217;elaborazione personale dei dati, ma parte dalla assimilazione delle nozioni, che sono come le definisce il dizionario UTET “qualsiasi atto o operazione conoscitiva o immagine ideale che l&#8217;intelletto si forma di un qualsiasi oggetto della conoscenza.” Chi voleva una scuola più democratica ha usato l&#8217;argomento del nozionismo per accusare la scuola classista, ed ora la stessa accusa viene rivolta anche alla Mastrocola, quando difende la priorità della acquisizione delle conoscenze rispetto a quella del benessere dell&#8217;alunno all&#8217;interno della istituzione scolastica. A rigor di logica quindi delle prove oggettive, per quanto nozionistiche, tarate sul programma svolto nella classe, potrebbero essere un buon punto di partenza per tornare ad una scuola che metta al primo posto i contenuti.</p>
<p align="JUSTIFY">Non capisco invece il timore che anche questa autrice manifesta rispetto al fatto che le prove Invalsi diventino l&#8217;unico obiettivo didattico degli insegnanti o possano essere manipolate in senso “aziendalista” cioè costruite per i bisogni esclusivi delle aziende che cercano impiegati.</p>
<p align="JUSTIFY">Le prove di apprendimento sono costruite sugli obiettivi dei programma scolastici: se l&#8217;obbiettivo di una classe di liceo classico è imparare il latino, le prove attesteranno la conoscenza delle declinazioni e la capacità di tradurre correttamente un brano. Se l&#8217;obbiettivo della classe del professionale ad indirizzo informatico è la conoscenza dei principali codici di programmazione informatica le prove saranno finalizzate a valutare quel tipo di informazioni. Non sono i test o i “tecnocrati” a decidere gli obiettivi della programmazione scolastica, i test verificano la conoscenza delle nozioni che altre istituzioni hanno individuato come finalità di quel corso di studi.</p>
<p align="JUSTIFY">La battaglia per mantenere gli studi umanistici, per anzi ridare loro valore proprio in una società che rischia di segmentare le conoscenze in filoni sempre più specialistici e disconnessi tra loro, è una battaglia culturale che va al di là dello schierarsi pro o contro le prove Invalsi. E&#8217; una battaglia che si deve combattere politicamente quando vengono riformati gli indirizzi delle scuole superiori, quando vengono ridotte le ore delle materie umanistiche, quando viene ridisegnato il percorso degli studi universitari.</p>
<p align="JUSTIFY">Mi sembra che sul tema della valutazione con prove strutturate si siano create delle aspettative e degli antagonismi che non c&#8217;entrano con la costruzione delle prove in sé. Si attribuisce loro ogni malfunzionamento o possibile catastrofe della scuola italiana e se ne approfitta alla fine per rigettare qualsiasi tipo di valutazione nella scuola.</p>
<p align="JUSTIFY">Le prove Invalsi ad esempio non possono essere comparate ad un metodo didattico, né possono davvero valutare tutta la complessità della relazione insegnante-allievo. Sono solo uno degli aspetti di quella relazione pedagogica, quella del rendimento, del profitto, che è importante, ma non può certo essere l&#8217;unico paramentro di riferimento per comparare le metodologie didattiche.</p>
<p align="JUSTIFY">Nemmeno ci si può attendere che questo sistema ci dia un&#8217;idea della creatività dei ragazzi, ma appunto perché dovrebbe? Però volgendo l&#8217;argomento al contrario: perché valutare le nozioni che hanno gli allievi dovrebbe rovinare la loro creatività?</p>
<p align="JUSTIFY">Tanto meno sarebbe corretto utilizzare le prove per fini di premio o punizione, in termini economici, del singolo insegnante o neanche della singola scuola. In fondo il ragionamento delle risorse economiche attribuite alle scuole con rendimento più alto potrebbe addirittura essere rovesciato: dare più fondi alle scuole dove i test sono peggiori, proprio per permettere agli insegnanti di aumentare le ore di didattica ed i progetti speciali.</p>
<p align="JUSTIFY">Condivido la posizione che mi sembra già più flessibile ed aperta ad una soluzione di miglioramento del sistema valutativo di <a href="http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/2500000/2497757.xml?key=prove+invalsi&amp;first=1&amp;orderby=1">Benedetto Vertecchi</a>. Riporto le sue conclusioni:</p>
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<div id="ixeResults" dir="LTR">
<p align="JUSTIFY"><a name="ixeText"></a>“La questione deve essere affrontata in una prospettiva di promozione complessiva della ricerca educativa. Quanto agli oggetti della valutazione, non ci si può limitare a raccogliere, anno dopo anno, gli esiti della somministrazione di prove strutturate per stabilire quali siano stati i livelli di apprendimento conseguiti. Occorre usare la valutazione per ciò che realmente è, e cioè come una strategia conoscitiva volta ad analizzare i fenomeni per come appaiono al momento e per come si sono modificati e, presumibilmente, potranno modificarsi in tempi di qualche consistenza. C&#8217;è bisogno di riferire l&#8217;educazione scolastica (o esplicita, perché intenzionalmente rivolta al passaggio di conoscenze e valori fra le generazioni) alle condizioni di vita, e rilevare le interazioni che si stabiliscono fra educazione esplicita e implicita (acquisita cioè nelle condizioni quotidiane di esistenza).”</p>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">Non potrebbe essere che i dati delle prove una volta raccolti vengano restituiti al singolo Istituto Comprensivo, per essere incrociati ad esempio con dati relativi al livello di istruzione dei genitori degli allievi o ad altre variabili ritenute importanti dal Consiglio di Istituto, rilevate anche con altri strumenti di valutazione? Non potrebbe succedere che sulla base di queste analisi si potesse orientare e migliorare l&#8217;offerta formativa, riorganizzare la didattica, trovare anche nuove risorse? Se la discussione e l&#8217;analisi avvenissero in modo trasparente e condiviso dalla comunità alla quale l&#8217;Istituto appartiene non potrebbe essere un&#8217;occasione di rinnovamento?</p>
<p align="JUSTIFY">Non rinchiudiamoci nella idea della missione educativa dell&#8217;insegnante, che da solo pone i suoi standard e crea le relazioni con i suoi allievi, perché un insegnante deve avere passione per la materia che insegna e deve avere passione per i suoi studenti, ma deve anche accettare di confrontarsi con degli obiettivi che siano stabiliti dalla comunità nella quale vive.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora adottiamo sistemi valutativi basati su ricerche nazionali, adattiamoli al nostro contesto culturale, rendiamoli al limite anche più snelli facendoli a campione, rendiamo esplicite le ipotesi interpretative dei dati raccolti, permettiamo ad ogni singola scuola di avere un quadro complessivo dei suoi risultati, in rapporto a scuole dello stesso livello, per analizzarli e orientare la programmazione nell&#8217;ambito della autonomia, cioè miglioriamo il sistema delle prove Invalsi, ma valutiamo, valutiamo, valutiamo.</p>
<p align="JUSTIFY">Solo attraverso la valutazione può nascere una analisi seria e sensata di come lavora un sistema educativo. Valutiamo anche l&#8217;organizzazione delle scuole, valutiamo le didattiche, diamo la possibilità di valutare le scuole anche alle famiglie e agli studenti, ma facciamo più valutazioni non meno.</p>
<p align="JUSTIFY">Su questo tema gli psicologi potrebbero avere degli argomenti, no?</p>
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		<title>Il complesso di Telemaco, di Massimo Recalcati</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 07:25:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
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		<title>Piccoli sogni simili</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 14:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ricerche sul sogno]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<category><![CDATA[sangue nel sogno]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>

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		<description><![CDATA[  (“Oro e sangue” &#8211; Dipinto di Gianfranco Bianchi) 14 - Ero incinta e avevo le mestruazioni&#8230; di Adriano Alloisio 8 bis – Sintesi delle prime otto puntate; 9 - Venivo aggredita da due uomini; 10 - La testa di Orfeo;  11 – La vocazione segreta degli ascensori; 12 – Traiettorie elementari;   13 &#8211; Simmetrie e corpo nel sogno   A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: x-large;"> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">(“Oro e sangue” &#8211; Dipinto di Gianfranco Bianchi)</span></p>
<p><span style="font-size: large;">14</span><span style="font-size: x-large;"> - Ero incinta e avevo le mestruazioni&#8230;</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">di Adriano Alloisio</span></p>
<p><strong><em><strong><em><strong><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1984">8 bis – Sintesi delle prime otto puntate</a>; 9 - <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2021">Venivo aggredita da due uomini</a>; 10 - <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2058">La testa di Orfeo; </a></strong></em></strong></em></strong> <em><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2168">1<strong>1 – La vocazione segreta degli ascensori</strong></a>; 1<strong><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2234">2</a><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2234"> – Traiettorie elementari</a>;   <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2309">13 &#8211; Simmetrie e corpo nel sogno</a></strong></em></p>
<p><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2309"> </a></p>
<p>A dispetto del titolo, aprirò la puntata con due sogni che, pur parlando di sangue, sono stati fatti da maschi, circostanza molto rara, che spiegherò con dei numeri.  Nei miei quaderni ho raccolto diverse decine di migliaia di sogni, ma quelli che mi sono sembrati contenere oniremi sono molto meno, nel mio data base sono al momento poco  più di tremila: di questi, quelli fatti da donne sono 16 volte più numerosi di quelli dei maschi. Buona parte di questa differenza va ascritta alla maggior frequentazione degli studi di analisi da parte delle donne, ma non è la sola ragione.  Gli oniremi investono soprattutto immagini del corpo, e il rapporto che le donne intrattengono nel conscio e nell’inconscio con il proprio corpo è, come dire, molto più sostanziale: nell’inconscio il corpo gioca un ruolo più da soggetto, quanto nel conscio da oggetto, una presenza tendenzialmente molto invasiva e che pertanto si cerca di tenere a distanza,  una differenza che filtra anche nel sogno. Se nel mio data base contiamo solo i sogni in cui compare il sangue (poco più di 300, l’11% rispetto a tutti i sogni con oniremi da me raccolti) , quelli fatti da uomini sono un numero insignificante, bastano le dita di una mano, ed è per questo che i due sogni sul tema del sangue che vado a raccontare sono una rarità. A determinare una tale differenza nei sogni ‘di sangue’  tra donne e uomini entra di certo l’esperienza mestruale (il mestruo appare esplicitamente in metà dei sogni con sangue) e quella del parto.  L’uomo, non avendo dimestichezza come la donna con esperienze di sangue, ne è molto meno sollecitato, e se mai nei suoi sogni il sangue appartiene a qualcun altro, a una donna; come in questi due – appunto rari &#8211; esempi:</p>
<p><em>pef adr0009   E&#8217; notte. Mi alzo per la sete, e vado in cucina a bere; bevo continuamente ,servendomi di una bottiglia, ma la sete non passa. Sul pavimento in marmo scorgo una traccia di sangue; la seguo, rende scivoloso il pavimento tanto che barcollo un po&#8217;. Porta al bagno, alla vasca; penso che sia sangue di mia madre. Allora vado alla stanza dei miei genitori, dove la porta è aperta (come sempre), e vedo due madri: la mia, e &#8211; vicino &#8211; una madre finta, cioè extraterrestre, che sta per completare la sua trasformazione in terrestre: è un vegetale &#8211; una zucca, e penso nel sogno al film di fantascienza &#8211; e, come nel film, penso che quando avrà finito la trasformazione si sostituirà a mia madre, ossia la mia vera madre morirà. Non mi sembra giusto, potrebbero starci tutte e due. Nella stanza ci sono due letti, nell&#8217;altro dorme mio padre che non sembra accorgersi di nulla, e la finta madre è in mezzo. Io ingaggio una lotta con la madre vegetale.  </em><em></em></p>
<p><em>xxx adr0142 </em><em>Mi alzo dalla tazza del water sulla quale sono seduto. Vedo dentro la testa di una donna molto bella. Faccio per prenderla con le mani, ma compaiono due grossi insetti pelosi che l&#8217;afferrano ai lati e la tirano giù. Mi tuffo nell&#8217;acqua, e mi trovo all&#8217;interno di un corpo umano, dentro il flusso del sangue, probabilmente in una vena. Qui sto ancora inseguendo quegli insetti, che erano simili a dei millepiedi, e che ora mi appaiono sotto la forma di un globulo bianco e uno rosso. Continuo a inseguirli, fino a che il paesaggio diventa una foresta di grandi alberi attraversata dal sentiero che sto facendo. Una grossa radice lo attraversa perpendicolarmente. Ho raggiunto uno dei due globuli, lo sto per schiacciare con un piede, ma poi mi sento stanco e mi chiedo perchè io debba fare tanta fatica, per cui mi metto a sedere.</em><em></em></p>
<p>In ambedue i sogni il sangue indica e si fa largo in un percorso costellato dalla polarità, i due globuli come le due madri, e produce una ‘storia’,  che sempre di più si rivela contaminata da un mondo vegetale, in accordo con la presenza di infiltrazioni psicotiche, e dove alla fine un polo viene soppresso o si tende a farlo (vedi il Due della scorsa puntata). Invece la soppressione di una polarità non appare sempre così esplicitamente nei sogni femminili di sangue, a meno che non veicolino il tema mestruale, o quello del parto (in questo secondo caso già si sono viste delle doppie gravidanze, recanti con sé valori opposti). La ‘zucca’ del primo sogno  ci rimanda al mistero della nascita dei bambini, e l’inseguitore dei globuli si arresta nei pressi  di una ‘radice’, segno che siamo nei dintorni di qualcosa di originario, zucca o radice, alla sorgente di un potenziale processo di sviluppo, che fin d’ora chiamerò con il nome di ‘gravidanza’, generalizzando il suo comune significato.</p>
<p>Farò l’ipotesi dell’esistenza di una particolare forma della libido – in particolare di quella ‘bassa’, se mi attengo alla terminologia introdotta nella puntata scorsa &#8211; capace di oscillare tra uno stato diluito, che si propone nella rappresentazione del sangue, e uno stato coagulato (emblematico in tal senso è un sogno che menziona il miracolo del sangue di S. Gennaro), che produce immagini di gonfiore, localizzate spesso nelle gambe o nel ventre, per arrivare anche a sogni che sfociano esplicitamente in immagini di gravidanza, parti, aborti o bambini. Ciascuno dei due stati (diluito e coagulato), inoltre, è passibile di ulteriore polarizzazione, come nei due casi citati, i due globuli bianco e rosso, o le due madri, quella vera e quella vegetale; o spesso, nei casi del parto, i due figli di caratteristiche opposte, polarizzazione che spesso assume la forma sì/no (ad esempio un figlio morto e uno vivo). Sottolineo comunque che più della metà dei sogni di ‘sangue’ proviene da un’area di immagini riguardanti processi generativi, oscillanti tra il mestruo, l’aborto, la (concreta) gravidanza o comunque interessanti le funzioni uro – ano &#8211; genitali, in forme ora solide, ore fluide, ora entrambe; emblematico di questa classe di sogni è il caso della simultaneità di mestruo e gravidanza.</p>
<p><em>chh adr0001 Apro la tenda della doccia e mi vedo in piedi nella vasca da bagno: nuda, bagnata; la pelle chiara, i capelli scuri e il ventre gonfio. Ero incinta e avevo le mestruazioni.</em></p>
<p>Va tenuto conto della contiguità fisiologica di questi due stati (il mestruo è la conseguenza della preparazione a una gravidanza che successivamente non si è verificata), così come di una contiguità propriocettiva (qualcosa sta modificando il corpo, specie nella sua immagine di contenitore).  Ho provato a controllare l’ipotesi che i sogni con immagini mestruali vengano sollecitati dal periodo perimestruale, prendendo nota per due anni dell’eventuale corrispondenza temporale, in riferimento a mie pazienti, arrivando però alla conclusione che non vi è rigida corrispondenza tra temi mestruali e periodo perimestruale; questo poi è già di per sé caratterizzato da un intensificarsi di sogni, e in particolare di sogni con oniremi, tra i quali sono più frequenti i temi che toccano il corpo, e quindi anche il sangue. La prossimità e l’esperienza del sangue mestruale hanno un ruolo importante nello stimolare certi sogni, ma non sufficiente per determinarne univocamente il loro verificarsi. Ad esempio il sogno di Chh, appena citato, è stato fatto nel mezzo di un periodo di diversi mesi di amenorrea.</p>
<p>La manifestazione del sangue mestruale stando sotto la doccia fa parte dell’immaginario collettivo (ricordo ad esempio il film di Franco Brusati, ‘Dimenticare Venezia’, con la Melato), e credo abbia radici in un immaginario antico e profondo, a partire da quello onirico della ‘doccia’  come moderna versione dell’alchemica <em>aqua perennis,</em> il  flusso di un’energia al tempo stesso spirituale e fisica, raffigurata sia come discendente dall’alto, sia come contenuto di una vasca, o di una fontana, che ritroviamo sotto certe forme del rito battesimale. Se questa <em>aqua </em>è per l’inconscio una forma della libido, è coerente immaginarci anche le sue possibili trasformazioni in altre forme, fluide (lagrime, urina, e soprattutto sangue), o solide, dove il fluido si coagula, produce rigonfiamenti e ‘gravidanze’ (e – perché no? – anche ‘bambini’). La trasformazione dell’acqua in sangue, e la sua capacità di produrre rigonfiamenti compare evidente in un sogno dello scrittore Friedrich Huch (contemporaneo e amico di Rilke):</p>
<p><em>xxx adr0157 </em><em>Sono sotto una fortificazione di pietra. Dall&#8217;alto un mio vecchio compagno di scuola mi versa sopra dell&#8217;acqua con un innaffiatoio. Corro su da lui e gli dico che adesso dovrò fare stirare di nuovo il mio completo. Allo stesso tempo penso al mio orologio: è fermo. Provo a caricarlo, e quando giro la corona sento che c&#8217;è della sabbia all&#8217;interno. A un tratto l&#8217;orologio si mette a ronzare e le lancette girano a velocità vertiginosa, girano e girano. Le guardo pieno di paura. Allora vedo che si forma lentamente una goccia di sangue rosso al centro del quadrante. Il sangue si mischia all&#8217;acqua che penetra sul quadrante. La cupola di vetro si gonfia sempre di più, come una bolla di sapone. Terrorizzato chiamo il mio amico; prende l&#8217;orologio, velocemente ne estrae qualcosa e vedo il sangue che cola piano con l&#8217;acqua per terra. Poi me lo rende; adesso è di nuovo come prima, fermo.</em></p>
<p>Si tratta di una versione al maschile della simultaneità di mestruo e gravidanza, dove viene ribadito il moto discendente che caratterizza la rappresentazione di questa forma della libido.</p>
<p>Possiamo studiare più da vicino questa simultaneità nella sequenza di sogni  di una giovane donna, che qui chiamo Liz. Sono stati fatti tutti all’interno di periodi perimestruali, ad eccezione dell’ultimo, che è caduto a metà ciclo. Preceduto da una serie di sogni in cui il tema viene via via preparato con significative immagini di modificazioni del corpo, che qui tralascio, ecco il primo che esplicitamente abborda il tema:</p>
<p><em>liz adr0014 Ho appena fatto l&#8217;amore con un uomo e subito mi accorgo di essere incinta. Corro in bagno, e mi vengono le mestruazioni; ma penso che non possa essere, perché sono incinta, e che invece siano le calze rosse. Non so se abortire o no. Penso di chiedere consiglio all&#8217;analista.</em></p>
<p>Deve essere stato un sogno choccante, perché in tutti i successivi non accadrà più la concomitanza del mestruo, della gravidanza e del fare all’amore; in particolare quest’ultimo verrà ostentatamente evitato:</p>
<p><em>liz adr0045 Sono con un amico; lui mi bacia il seno e io mi eccito, tanto che vorrei fare  all&#8217;amore. Ma mi accorgo di avere le mestruazioni, di essere sporca. Vado in uno stanzino stretto a lavarmi in un catino.</em></p>
<p><em>liz adr0070  Sono a letto con un uomo. Mi abbraccia, ed io sono contenta, anche perchè ho le mestruazioni e non posso fare all&#8217;amore.</em></p>
<p>Anche se è innegabile che il fare all’amore e la gravidanza abbiano una stretta parentela, non dobbiamo pensare che il sogno rispetti simili consequenzialità. Tra le due immagini c’è invece un elemento primario immediato in comune: l’accoglimento nel proprio ventre di qualcosa di compatto, ossia di ‘coagulato’, percepito come incompatibile con lo stato ‘fluido’ del sangue. Del resto in diverse regioni del mondo l’avvento del mestruo è, nelle circonlocuzioni del linguaggio popolare, associato alla ‘visita’ di qualcuno, ciò che richiede una pulizia dell’ambiente, fondendo così in un’unica espressione l’atto del visitare e del prepararsi a essere visitati. E’ in questo quadro che può prendere forma l’immagine di un pene visitatore, come di una gravidanza originata da un bambino che entra dalla vagina:</p>
<p><em>ror adr0003a C&#8217;è qualcosa che mi preme sullo stomaco, dal basso, e lo visualizzo come un bambino di cui sono incinta, e che mi sembra essere entrato dalla vagina. Contemporaneamente mi accorgo di una grande perdita di sangue mestruale, che sento come una perdita di energia. Inoltre ho paura che porti via con sè il bambino. Scendeva sulle gambe, e io mi chiedevo come potevo avere le mestruazioni ed essere incinta. Poi vedo come in un&#8217;inquadratura il sangue che scende, e a un lato, uno dopo l&#8217;altro, due volti di uomini.</em></p>
<p>Un’altra sognatrice evita del tutto, in circostanze erotiche, di inserire nel sogno il mestruo, uno stimolo della realtà del quale si accorge solo al risveglio:</p>
<p><em>edc orn0009  Ricordo la presenza di un uomo che concede la sua attenzione a diverse donne, tra le quali ci sono anch&#8217;io, e con esse vive avventure passeggere. Un viveur. A un certo punto mi vedo attrice di un atto sessuale; è una posizione un po&#8217; acrobatica, lui è in piedi e io lo abbraccio al collo e gli cingo la vita con le gambe. Alla fine dell&#8217;amplesso io ho la pancia grossa, quasi come quella di una donna gravida, e la sento piena di uova di pietra, come quegli ovetti di alabastro che si muovono scorrendo e rotolando gli uni sugli altri. Mi risveglio e mi accorgo che mi sono venute le mestruazioni.</em></p>
<p>Quanto alle calze rosse di Liz, esse non sono solo un escamotage per mettere da parte il sospetto del mestruo: ho incontrato diversi sogni dove la pelle delle gambe viene toccata da fenomeni quali rigonfiamenti, arrossamenti, bendaggi per via di perdite di sangue, come se essa potesse venir percorsa dall’affiorare di un fluido rosso; del resto, secondo una medicina neppure molto antica, l’amenorrea veniva curata praticando un salasso alla caviglia, in modo da far defluire un supposto sangue ristagnante, che per la sua natura mestruale pesante, tenderebbe a depositarsi, a ‘precipitare’ (anche in senso fisico-chimico) in basso. La discesa verso il basso lungo le due gambe, proprio per il  loro essere due, veicola anche la polarità che il sangue porta con sé. Qui di seguito, il significato che l’Io del sogno di un’altra sognatrice dà alle calze rosse, sogno in cui in forma traslata appaiono sia il mestruo che la gravidanza:</p>
<p><em>elh adrb012 2 (…) Mia madre mi mostra una bambina che sarà mia figlia: è un&#8217;anticipazione del futuro. E&#8217; una bambina di 4 &#8211; 5 anni, capelli scuri, sguardo serio e splendente, pelle scura, raccolta e seria come un soldatino. Mi chiedo chi ne sia il padre, poi vedo che ha gli occhi come quelli di Xo. Sono vestita di verde, poi nuda, poi mi devo mettere le calze rosse. Sono un po&#8217; disperata e tremante mentre guardo X: questo vestirsi di rosso comporterà che la donna non sarà più riconosciuta come colei che sa, perderà la propria consapevolezza. La moto di X, che era guasta, riprende a funzionare.</em></p>
<p>Riprenderemo in seguito il tema del rifiuto (onirico) della vista del sangue mestruale da parte di estranei, ma qui già se ne anticipa una ragione: il sangue femminile come antitetico del senso di identità, quando questa si autorappresenta attraverso  una dinamica di potenza dell’Io, di solito tramite un’immagine maschile (dove quindi il sangue viene vissuto come una castrazione), e qui incarnata dalla motocicletta: è stato il guasto alla motocicletta ad aprire – sia pure per un attimo &#8211; la strada alle calze rosse. C’è chi, per dirimere la contraddizione, sceglie un’altra soluzione, che conferma il mestruo e mette in dubbio la gravidanza:</p>
<p><em>smh adr0010 Avevo la pancia come se fossi incinta di quattro mesi, quando non si può più nascondere la gravidanza. Mi domandavo come fosse possibile visto che avevo anche le mestruazioni. Mi veniva il dubbio che non fossi incinta, ma che quella pancia fosse solo grasso.</em></p>
<p>La serie dei sogni ‘mestruali’ di Liz termina, dopo alcuni mesi, con un sogno che sembra contenere una rivelazione, alla quale siamo però già preparati:</p>
<p><em>liz adr0097 Metto sotto un bicchiere un oggetto a forma di uovo; si gonfia, si spacca, è come un fungo. Qui ho le mestruazioni, e l&#8217;esperimento è volto a verificare che la spaccatura è la mestruazione. Faccio più volte l&#8217;esperimento, più volte vedo il letto sporco di sangue. Poi sono dall&#8217;analista e racconto il sogno.</em></p>
<p>E&#8217; un sogno che, per via dell’oggetto rotondeggiante, oltre che per la divisione in ‘due’ ad opera della ‘spaccatura’, rimanda a un altro precedente nel tempo:</p>
<p><em>liz adr 0028 Con un amico e una coppia. I due uomini vanno a comprare una patata da mangiare. Io mi accorgo di essere sporca di mestruazioni. La donna prende due assorbenti uniti, li passa sott&#8217;acqua e me li dà.</em></p>
<p>I ‘due uomini’ che se ne vanno per conto proprio altrove, lasciando le donne, per comprarsi la patata – uovo mi rimandano a loro volta alla conclusione del sogno di ros: <em>Poi vedo come in un&#8217;inquadratura il sangue che scende, e a un lato, uno dopo l&#8217;altro, due volti di uomini.</em>  Perchè stanno ‘a un lato’ dell’inquadratura e non simmetricamente ai due lati?  E perchè uno dopo l’altro e non assieme? In un sogno spesso i dettagli sembrano fatti per evocare dall’ombra il loro opposto, un ‘…e perchè così e non in un altro modo?’ Nella puntata “Venivo aggredita da due uomini”, in esempi là riportati, i &#8216;due uomini&#8217; prendevano minacciosamente in mezzo tra di loro l’Io del sogno: segno che qui i ‘due uomini’, nel loro venir messi di lato, sono depotenziati e scarsamente attivi. La spaccatura in due dell’uovo è equivalente alla separazione dei due assorbenti; così come la funzione di questi si esaurisce in un ‘assorbimento’ del sangue, sia pure ‘separato’ in due, il bicchiere ha la funzione di ‘isolare’ l’elemento originario e una sua duplicazione. Ma ‘spaccatura’ indica una situazione più drammatica. Forse un altro sogno di Liz, che non ha a che vedere con il sangue, può metterci sulla strada:</p>
<p><em>liz adr0002 In classe sto spiegando cos&#8217;è una piramide, e cerco di farla disegnare ad un ragazzo alla lavagna. Voglio fargli disegnare 4 rette che partono da un punto dal quale si origina tutto, per poi farle tagliare da un piano. Il ragazzo invece disegna rette che si prolungano in tutte le direzioni, così che non è possibile farle tagliare da un unico piano. Mi inquieto, cerco di usare la lavagna luminosa, c&#8217;è confusione.</em></p>
<p>Il disegno del ragazzo è corretto: da quel punto si origina davvero tutto, in una direzione ma anche in quella opposta, cosicchè la piramide verrebbe a estendersi in ambedue le direzioni, un po’ come una clessidra, e due dovrebbero essere i piani che la intersecano, generando così due piramidi con lati e vertice in comune. Se il soggetto non è in grado di sostenere questa evoluzione che lo porterebbe a far propria una duplicità di piani speculari, all’interno dei quali instaurare un nuovo livello di autoriflessione, e che preme per farsi accogliere, precipita nella confusione. Questo processo, nel sogno del mestruo, diventa l’abbandono di una forma già data, come il bambino, o l’uovo. o il fallo, cioè l’abbandono di un Uno, per passare in uno stato indifferenziato, inguardabile, il Due, ossia l’assenza di forma, come il sangue. E poi? Forse poter impastare assieme forma e non-forma, mescolare fallo e sangue, e cioè – con il linguaggio del sogno – ingravidandosi o facendo all’amore in concomitanza del mestruo, dando così luogo a un’eventuale nuova dinamica generativa…  trovare per il soggetto un nuovo punto di osservazione che veda assieme identità e opposizione, come nel sogno della piramide? La posizione del soggetto è qui radicale, sembra drammaticamente non ammettere evoluzione, e non poter adottare neppure una soluzione interlocutoria, peraltro comune, una prosaica sorta di depistaggio, quale l’attribuzione dei due stati, il mestruo e la gravidanza, a due distinti personaggi, uno dei quali di solito è lo stesso Io del sogno:</p>
<p><em>chh adr0066 A un&#8217;amica, che ha appena avuto un bambino, chiedo se è un maschio o una femmina. L&#8217;amica risponde: mah, si vedrà! Sono irritata da questa evasività. Intanto mi trovo su di un divano, con abbondanti mestruazioni che macchiano la stoffa (…).</em></p>
<p><em>xxx mar0007 Sono per la strada e incontro la ex moglie di un mio amico. Aspetta il quinto figlio e ha una bella pancia; mi dice però che non è vicina al parto. Io le metto le mani incrociate sulla pancia per sentire il bambino e a quel punto arrivano le doglie e il bambino nasce lì in mezzo alla strada. Io la aiuto come posso, esce un fagottino rosa come dentro a un sacchetto color carne, il bambino è lì dentro e io devo aprire l&#8217;involucro; ci riesco e vedo una bella bambina. Sono imbranata col cordone ombelicale, ma la donna dice che a quello pensa lei. Nello stesso momento in cui nasce la bambina, io sento il flusso del sangue mestruale che arriva, un forte fiotto di sangue.</em></p>
<p>Se l’Io del sogno viene esentato dall’occuparsi del cordone ombelicale, vuol dire che il suo legame con la neonata viene rescisso, e cioè rimosso: di sua pertinenza resta il sangue mestruale, e nessun mescolamento è possibile tra i due. Il divieto di mescolamento ci fa riandare a un sogno discusso nella Puntata 7  (‘Il bambino è servito in tavola’):</p>
<p><em>xxx adr0132 (&#8230;) Muoiono molti bambini; c&#8217;è un bimbo di 2-3 anni nella cassa; sgambetta e si alza. Penso che questo possa succedere a molti. Mi passano davanti i vari tipi di sepoltura dei bambini nei secoli. Nella prima immagine c&#8217;è un tavolo per fare la pasta. Nella seconda compare il tavolo, la farina, la sfoglia fatta, i bambini morti. Nella terza c&#8217;è tutto questo più la sfoglia che ricopre i bambini morti. Nella quarta, infine, compaiono i bambini morti nella cassa, avvolti dalla pasta. Parlo con qualcuno e gli dico che la pasta verrà messa nel forno. Quello ribatte: &#8220;Che schifo! la pasta si mischierà con gli umori dei morti!&#8221;</em></p>
<p>Neonato vivo e sangue stanno dunque nella stessa relazione esistente tra pasta e umori dei bambini morti?  Non sappiamo ancora cosa dovrebbe avvenire in quel ‘forno’. Spontaneo è riandare al forno alchemico, e ai relativi processi dominati da quell’andamento oscillatorio, fluttuante, riassunto nella raccomandazione degli alchimisti  ‘solve et coagula’.  Un’oscillazione che potrebbe venire intravista anche nei sogni che avevo chiamato ‘di trasfusione’: il sangue veniva prelevato da una gamba  (ossia c’era della carne che <em>diventava</em> un fluido) per venire iniettato in un’altra gamba (processo opposto).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Puntate precedenti: <strong><em>1 - <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=935">Introduzione a una ricerca</a>;  <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1415">2 – Essere zoppi: esempio di un motivo tipico</a>; <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1495">3- <em>Un personaggio tutto particolare: l’Io del sogno</em></a>;  <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1598"><strong>4-L’Io del sogno (quasi) sempre in affanno;</strong></a>  <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1697">5-Biancaneve era morta o dormiva?</a> ); <strong><em><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1729">6 – Non si fuma in gravidanza: lo dicono anche i sogni;</a> </em></strong><strong><em>  <strong><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1771">7-  Il bambino è servito in tavola</a>; <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1834">8. Dalla parte dell’occhio</a>; <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=1984">8 bis – Sintesi delle prime otto puntate</a>; 9 - <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2021">Venivo aggredita da due uomini</a>; 10 - <a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2058">La testa di Orfeo; </a></strong></em></strong></em></strong> <em><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2168">1<strong>1 – La vocazione segreta degli ascensori</strong></a>; <em>1<strong><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2234">2</a><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2234"> – Traiettorie elementari</a>; </strong></em></em><em><strong><a href="http://www.lacosapsy.com/?p=2309">13 &#8211; Simmetrie e corpo nel sogno</a></strong></em></p>
<div><em><br />
</em></div>
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		<title>Il raddoppio</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 15:28:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ida Dominijanni L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ida Dominijanni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e nell’incarico, come Giorgio Napolitano, non prima però del duplice parricidio consumato dal gruppo parlamentare del Pd, anch’esso giovane e femminilizzato, impallinando due padri fondatori in ventiquattr’ore. Il disordine simbolico  comincia a essere troppo grande per darsene conto in qualche modo. Salvo che quel raddoppio, che ha tutte le caratteristiche di un rappezzo, non stia lì a confermare che il posto del padre è davvero vuoto, e per questo va riempito, appunto, con la supplica a un padre raddoppiato, come se un eccesso potesse davvero saturare una mancanza.<span id="more-2461"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ordine costituzionale, invece, le cose sono più semplici e più chiare. Una ridicola schiera di colonnelli pdini dell’ordine ricostituito si è speso davanti alle telecamere, nelle ore successive al voto che aveva reincoronato Re Giorgio, per avocare al loro partito suicidatosi il giorno prima il merito di essere risorto il giorno dopo e di aver pure ”ricomposto una difficile e pericolosa crisi istituzionale”.  Un’altra schiera di costituzionalisti si affanna adesso a dire che tutto è regolare, assolutamente regolare, e che l’irregolarità sta casomai nelle parlamentarie e nelle candidature alla presidenza della Repubblica fatte via web. Ma tutti noi sappiamo, e tutti loro non possono non sapere, che ciò che chiamiamo la nostra democrazia vive da diciotto mesi in qualcosa di molto simile a uno stato d’eccezione permanente, cominciato con la nomina di Mario Monti a presidente del consiglio nel novembre 2011, confermato col mancato rinvio alle camere di Mario Monti dimissionario dalla presidenza del consiglio nel dicembre 2012 e riconfermato con la sospensione della formazione del governo e con la nomina suppletiva dei dieci saggi poche settimane fa. Sappiamo anche, e loro non possono non sapere, che due governi del presidente consecutivi e l’inedito assoluto del raddoppio del settennato di Napolitano configurano di fatto un presidenzialismo privo dei contrappesi del sistema americano e di quello francese, che assomiglia parecchio, se non fosse ridicolo dirlo, a una monarchia. Lo sanno tanto bene, loro, che già si affannano a stilare la madre di tutte le riforme che il prossimo governo dovrà fare: non la riforma elettorale, che tanto può aspettare, ma la riforma presidenzialista, in modo che almeno il nome corrisponda alla cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ordine politico però sta a metà e pencola fra (dis)ordine simbolico e (dis)ordine costituzionale, e si vede dallo stato in cui versa. Una terza schiera si scalda già ai bordi del campo, per puntualizzare che la consegna a re Giorgio II non implica nessuna pacificazione: Bindi contro Letta, Marini contro Renzi e contro tutti, altri pdini illusi (in mala fede) che l’incoronamento non porti di per sé al governissimo, il corteo dei berlusconiani, diventati improvvisamente uomini di stato armati contro il populismo eversivo di Grillo e dimentichi del populismo eversivo del Cavaliere, che scommettono sulla restituzione dell’Imu, le misere guarnigioni del Professor Monti, improvvisamente ringalluzzite, che ritirano fuori dall’armamentario della campagna elettorale l’unione dei riformisti perbene contro l’intrusione permale di Vendola. Come se niente fosse successo: potenza della coazione a ripetere.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa coazione che muove i passi sicuri del re. Che tramite i suoi quirinalisti di fiducia fa sapere che ora non si scherza: niente elezioni all’orizzonte, e ”un governo non precario, pienamente politico, forte e vero, di salvezza nazionale, per il quale vuole carta bianca”. Quando era ancora Giorgio I, pochi giorni fa, commemorando il suo amico Gerardo Chiaromonte il re aveva già detto chiaro e tondo che per risolvere la crisi di oggi altra strada non c’era che questa: salvezza nazionale, unità nazionale, larghe intese. La sua coazione a ripetere sta in questa giaculatoria. Noi che abbiamo la fortuna di ricordare come andò nel biennio ’76-’78 sappiamo che significa una cosa sola, questa. Quando di fronte a una crisi sociale che non vuole vedere e all’irruzione di linguaggi alieni che non vuole capire un sistema politico si irrigidisce e si arrocca su se stesso, fino ad espungere perfino un uomo come Stefano Rodotà reo di dialogo con quei linguaggi alieni, quel sistema politico è destinato a spezzarsi. C’è da sperare,  stavolta, senza le tragedie e le vittime sacrificali che chiusero quella stagione allora.</p>
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		<title>Il rapporto adulto &#8211; bambino. Necessità  di  definire  una &#8220;alleanza per”</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 08:10:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[alleanza terapeutica]]></category>
		<category><![CDATA[Deliana Bertani]]></category>
		<category><![CDATA[rapporto adulto -- bambino]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; di  Deliana Bertani     Come prima cosa vorrei mettere a fuoco il nucleo centrale del discorso che dobbiamo affrontare: cos&#8217;è l&#8217;oggetto del vostro lavoro. Possiamo iniziare col dire che non è &#8220;qualcosa&#8221;, una cosa che si prende, si sposta, che rimane lì ferma, ma è qualcuno, qualcuno molto simile a noi. Questo fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">di<span style="mso-spacerun: yes;">  </span><strong>Deliana Bertani</strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Come prima cosa vorrei mettere a fuoco il nucleo centrale del discorso che dobbiamo affrontare: cos&#8217;è l&#8217;oggetto del vostro lavoro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Possiamo iniziare col dire che non è &#8220;qualcosa&#8221;, una cosa che si prende, si sposta, che rimane lì ferma, ma è qualcuno, qualcuno molto simile a noi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Questo fa sì che i problemi, le difficoltà, le sensazioni, l&#8217;atmosfera nella quale si lavora siano oltremodo complicati, articolati, sfumati e mutevoli.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Ci sono, infatti, due persone in relazione fra di loro che stanno facendo &#8220;qualche cosa&#8221;. Questo è un dato al quale non si può sfuggire: c&#8217;è una relazione, uno scambio dinamico di comunicazioni verbali e non, c&#8217;è un rapporto sul quale ci fermeremo per discutere e cercare di individuare la peculiarità, le connotazioni, i problemi che emergono man mano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Questo rapporto si determina, si svolge e si costruisce.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Abbiamo dato un titolo e un sottotitolo all&#8217;incontro di oggi: &#8220;Il rapporto adulto – bambino -<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>ragazzo: la necessità di definire un&#8217;alleanza&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">In questo titolo, a mio parere, è contenuta una cosa fondamentale per il vostro lavoro: voi siete in una situazione, in rapporto con qualcun altro (un bambino, un ragazzo) per fare &#8220;qualcosa&#8221; insieme: siete lì per un motivo. Perché questa cosa si possa realizzare è necessario definire un&#8217;alleanza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Come si fa a definire questa alleanza? Come<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>si riesce a creare un feeling tale che ci permetta di condurre, insieme a questa altra persona che abbiamo davanti, un cammino, un itinerario che ci porti alla definizione, al raggiungimento dello scopo per il quale siamo lì?<span id="more-2456"></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Abbiamo parlato di rapporto adulto/bambino, vediamo un po&#8217; di definire un po&#8217; meglio i poli di questo rapporto.<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Da una parte l&#8217;adulto, cioè voi, dall&#8217;altra il bambino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">E, ancora, chiediamoci: in quali luoghi, in quali aree, su che temi si svolge?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Mi pare che siano due i luoghi, le aree che possono racchiudere tutta la casistica che voi avete conosciuto, con le quali state lavorando: l&#8217;area della normalità disturbata e/o sofferente, i ragazzini bisognosi, i ragazzini che, per qualche motivo, vanno male a scuola, i ragazzini disadattati, i ragazzini che passano per essere insufficienti mentali, i ragazzini che hanno avuto degli impedimenti o che, comunque, hanno incontrato degli ostacoli nel loro cammino per diventare grandi. Quindi, l&#8217;area della normalità disturbata e/o sofferente e l&#8217;area dell&#8217;handicap. Queste sono, credo, le due aree nelle quali il vostro ruolo, il vostro lavoro si sta svolgendo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Dove si svolge? In quali luoghi fisici?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Nella famiglia del ragazzino col quale avete a che fare, in ambulatorio (cioè uno spazio della struttura pubblica) e in spazi del tempo libero, in piscina, in palestra, in giro, in qualsiasi luogo di attività e di incontro giovanile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Mi preme, quindi, definire e connotare in maniera precisa questi luoghi, sia come area di interesse, sia come luoghi fisici. Questo perché credo che, in questo modo, cominciamo a dire una cosa fondamentale: il rapporto che voi state costruendo o avete costruito è qualche cosa che non è occasionale, che non è affidato al caso, che non è indifferenziato. E&#8217;, invece, qualche cosa che avviene in un luogo definito, preciso, una cosa alla quale voi dedicate un pezzo della vostra vita, uno spazio del vostro tempo altrettanto definito ed altrettanto delimitato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Dicendo questo entriamo in un problema estremamente importante e delicato che riprenderete sicuramente domani sera e che, comunque, cominciamo a mettere sul tavolo: uno spazio di vita vostro, un momento preciso e definito. Quando cominciate date una disponibilità di un&#8217;ora, due ore, tre ore, un pomeriggio a seconda delle vostre possibilità. Questo perché avete tutta una serie di altri impegni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Cosa può succedervi? Vi potrebbe capitare, per esempio, che questo spazio, a un certo punto del vostro intervento, questo tempo, ha perso la dimensione iniziale ed è diventato più vasto, più grosso, invece di un&#8217;ora è un&#8217;ora e mezzo, invece di due ore sono due e mezzo, ecc. ecc.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Vi potete accorgere che magari il tempo fisico, il tempo materiale è rimasto lo stesso ma, spesso e volentieri, la vostra testa è con il ragazzino che avete riportato a casa sua; sempre più spesso lo portate anche a casa vostra. E ve lo portate dietro in momenti diversi da quelli che avevate stabilito di dedicare a questo lavoro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">E&#8217; un bene, è un male? Poniamoci la domanda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Ritorniamo al discorso di partenza: quando si ha a che fare con un altro essere umano è difficile staccare e salutare e non pensarci più, anche perché abbiamo a che fare con qualcuno che parla, che discute, che prova dei sentimenti, che interagisce con noi, che ci fa arrabbiare, che ci da soddisfazione, ecc. e, quindi, è difficile, è praticamente impossibile, riuscire a &#8220;chiudere il rubinetto&#8221;. E&#8217; un bene nel senso che, in questo modo, il rapporto che si mette in piedi è qualcosa d&#8217;interessante, di importante, è qualche cosa che avete in testa. Da questo punto di vista è un &#8220;bene&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Dobbiamo comunque stare attenti perché, nella misura in cui questo spazio che dedicate all&#8217;altro diventa troppo esteso, diventa anche troppo invasivo degli altri spazi vostri. A questo punto dovrebbe suonarvi un campanello d&#8217;allarme che vi dovrebbe portare </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">1) a dire: cosa mi sta succedendo?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">2) a pensare e, perciò, a tirare i remi in barca.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Non è un bene che lo spazio che voi avete dedicato, avete programmato di dedicare al lavoro che state facendo, diventi troppo invasivo degli altri spazi e delle altre attività, degli altri momenti vostri. Perché questo implica una serie di altre questioni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Per esempio, la prima che mi viene in mente è questa: se lo spazio, non soltanto fisico ma anche mentale, che questa attività vi porta via diventa troppo ampio, può essere che vi sia capitata una cosa del tipo: ho a che fare con persone che stanno male o, comunque, che hanno dei problemi. Come sarebbe bello riuscire a risolvere questi problemi! Come sarebbe bello che, alla fine del mio lavoro, questo ragazzino non avesse più il problema per il quale sono intervenuto!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Orbene, questa cosa sarebbe molto bella, ma avviene molto raramente che il problema sparisca, soprattutto se ci mettiamo a riflettere sull&#8217;area dell&#8217;handicap, soprattutto se ci mettiamo a riflettere in generale sull&#8217;area del disturbo pesante, sull&#8217;area della grossa sofferenza, sull&#8217;area del disadattamento e sull&#8217;area della deprivazione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Siccome è molto difficile che il problema sparisca o venga risolto, qual&#8217;è l&#8217;immediata conseguenza? E&#8217; che dall&#8217;entusiasmo e dalla situazione nella quale lo spazio che voi avevate previsto si era dilatato, ora rischia di restringersi, di diventare molto, troppo, stretto, di essere annullato in conseguenza alla frustrazione che inevitabilmente si prova se si parte o se ci si lascia travolgere<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>dall&#8217;idea: adesso arrivo io e risolvo il problema.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Non è una cosa semplice ne una cosa facile riuscire ad evitare di passare attraverso questo tipo di fase, questo tipo di esperienza, perché è qualcosa che non capita soltanto ai volontari o agli obiettori. Capita a chi fa un mestiere che ha come oggetto del proprio lavoro l&#8217;altro. Perché succede? Semplicisticamente perché a tutti piacerebbe essere bravi, buoni, necessari, risolutivi e, perché no, magici.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Il fatto di essere magici, essere bravi, essere buoni, essere soprattutto risolutivi, è un&#8217;idea che penso abbiamo accarezzato tutti, che accarezziamo spesso. E&#8217; un&#8217;idea che ci induce in tentazione, che ci piace molto ma è, comunque, un&#8217;idea pericolosa e perciò mi sento di dirvi: state attenti, andateci piano e vedete bene il tipo di investimento che mettete nel lavoro che state facendo, perché il tipo di investimento che mettete è determinante.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Il rischio qual&#8217;è? Di mettercene troppo o troppo poco. Mettercene troppo poco nel senso di stare molto sulle difensive. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Se uno lo fa di mestiere, ha più modalità per poter stare sulle difensive. Per chi lo fa volontariamente, per chi lo fa come un atto di solidarietà, stare molto sulle difensive è in contraddizione con il fatto stesso di fare del volontariato. Ma può capitare. Il pericolo più grosso è quello di calarsi troppo nella situazione che si ha davanti, identificarsi troppo con il bambino e con la situazione, farsi troppo carico delle problematiche, delle difficoltà e dei guai con i quali si ha a che fare: i guai con i quali avete a che fare sono guai grossi, pesanti e dolorosi. Allora, il problema qual&#8217;è? E&#8217; di sapere che il vostro spazio di intervento va a coprire non tutti i bisogni, non tutte le problematiche, ma va a coprirne solo una minima parte, va ad intervenire su una parte del bisogno, su una parte del problema.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Riprendiamo il discorso del rapporto adulto/bambino: necessità di definire un&#8217;alleanza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">C&#8217;è un rapporto da costruire, abbiamo individuato dove lo costruiamo e il tempo che vogliamo dedicare a questo tipo di lavoro. Cosa dobbiamo e cosa possiamo fare, ancora?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Abbiamo detto che è importante, è necessario, è significativo sapere che non interveniamo su tutto il bisogno ma solo su una piccola parte. Sarà proprio del vostro ruolo di adulti individuare questa piccola parte, individuare l&#8217;ambito del vostro intervento, cioè, sapere dall&#8217;inizio qual&#8217;è la piccola parte del bisogno che voi andrete ad affrontare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Individuare l&#8217;ambito del proprio intervento, del proprio operare, significa costruirsi una difesa, se non altro, interna, propria. Ma anche esterna, nel senso che, appunto, i bisogni sono tanti, voi però sapete che è su quello che dovete intervenire e, se per caso vi viene in mente di fare altro, sapete che andate fuori dall&#8217;ambito del vostro intervento. Sapete che state facendo un&#8217;altra cosa. Non solo è una difesa interna, ma è anche una difesa esterna nel senso che vi può capitare (vi sarà già capitato) che vi vengano fatte delle richieste extra, che esulano dall&#8217;ambito del vostro intervento. Sapere, quindi, perché siete lì, sapere che cosa state facendo, quale problema state affrontando, direi che è essenziale. E questo va sempre nella direzione di continuare a definire che il vostro rapporto, il vostro incontro di adulto con quel bambino non è occasionale ma collocato in una situazione precisa, finalizzato ad uno scopo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Quindi, un&#8217;altra questione importante, un altro nodo nella costruzione del vostro rapporto per lo svolgimento del vostro ruolo, è questo: sapere che scopo avete.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Allora, per ricapitolare e non perdere quello che abbiamo detto fino ad ora: il rapporto è un incontro che avviene in un luogo preposto a questo ed è finalizzato ad uno scopo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Un&#8217;altra cosa importante e determinante che si aggiunge a queste ed è, comunque, una loro conseguenza: quando si ha a che fare con un bambino, un bambino in difficoltà, un bambino bisognoso, si può pensare che il nostro rapporto con quel bambino sia esclusivo, assoluto. E questo dipende dal fatto che è facile scivolare nell&#8217;idea: questo bambino ha bisogno, ha dei problemi, evidentemente se questo bambino ha dei problemi le persone che hanno avuto a che fare con lui (gli insegnanti, i genitori, gli amici, tutti gli operatori, tutti quelli che hanno circolato intorno al bambino) non sono state capaci di risolvere il problema. Il loro rapporto con questo bambino è stato fondamentalmente un rapporto fallimentare. Quindi, il mio rapporto è quello che va bene, quello che conta; il mio rapporto è, non dico assoluto, non dico esclusivo ma, comunque, quasi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Allora l&#8217;altro fatto fondamentale è: collocare il nostro rapporto con quel bambino all&#8217;interno di una costellazione molto vasta di tantissimi altri rapporti che lo stesso bambino ha. E&#8217; importante non dimenticare che il vostro rapporto si colloca insieme a: il rapporto che ha con la vicina di casa, il rapporto che ha con gli amici, il rapporto che ha con l&#8217;insegnante di dottrina, il rapporto che ha con l&#8217;istruttore della palestra, il rapporto con la fisioterapista o con l&#8217;ortofonista se è un bambino handicappato, il rapporto con i genitori, con i parenti, con i fratelli, con gli insegnanti, ecc. ecc.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Il vostro è uno dei tanti rapporti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Voi non siete le uniche persone che hanno a che fare con questo bambino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Se questa cosa può, in un certo senso, rischiare di svilire la visione, l&#8217;ottica, la modalità con la quale guardate e vedete il vostro rapporto, certamente, se ci pensate un attimo, è anche estremamente tranquillizzante nel senso che, se si ha la sensazione o l&#8217;impressione di essere soli la cosa diventa immensa, pesantissima e, quindi, tragica. Se, invece, si parte con la consapevolezza che insieme al mio ci sono tanti altri rapporti che questo bambino ha, la cosa diventa più tranquillizzante.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Abbiamo detto: individuare la peculiarità del vostro rapporto con il bambino e questa peculiarità si può dedurre da quello che si diceva prima, cioè, dallo scopo che vi siete dati, che avete trovato, che vi hanno suggerito; dallo scopo, dall&#8217;obiettivo del vostro lavoro e, precedentemente, dall&#8217;individuazione dell&#8217;ambito del vostro intervento.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Quindi, la peculiarità del vostro rapporto deriva, evidentemente, dai discorsi che abbiamo fatto prima, cioè dall&#8217;individuazione dell&#8217;ambito del vostro operare e dall&#8217;individuazione dell&#8217;obiettivo che vi siete dati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Allora, abbiamo più o meno definito che questo rapporto, come dice il titolo del nostro incontro di stasera, è un rapporto che prevede un incontro non occasionale, finalizzato ad uno scopo, che avviene in un luogo preposto e che è professionale. Vediamo questo ultimo termine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">E&#8217; vero che voi fate un altro mestiere però, nella misura in cui avete chiaro lo scopo, l&#8217;obiettivo che dovete raggiungere, questo fa sì che il vostro rapporto abbia una connotazione di professionalità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Cos&#8217;è che dà al vostro rapporto una connotazione di professionalità? Un fatto preciso: il ruolo dell&#8217;operatore si sviluppa su due linee: l&#8217;operatività e l&#8217;affettività.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">I rapporti che il bambino trova all&#8217;interno della propria famiglia, per esempio, sono rapporti che si sviluppano essenzialmente su una linea che è quella dell&#8217;affettività; i rapporti familiari si sviluppano, nascono, si svolgono all&#8217;insegna dell&#8217;affettività.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">L&#8217;affettività non è qualcosa che non c&#8217;entri nel vostro rapporto perché, come dicevo all&#8217;inizio, abbiamo a che fare con un&#8217;altra persona, quindi non si può fare a meno dell&#8217;affettività. Salta fuori anche se non vogliamo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Però, cosa c&#8217;è di fondamentalmente diverso nel nostro rapporto rispetto a quello che il bambino ha all&#8217;interno della famiglia?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Ci sono alcune cose estremamente significative che sono:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">1) la nostra possibilità di vedere le cose con una maggiore distanza, nel senso che siamo meno implicati rispetto alle persone della famiglia;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">2) il nostro rapporto è caratterizzato, è delineato nella maniera in cui dicevamo prima, cioè è finalizzato ad uno scopo preciso ed è un rapporto che ha individuato un ambito altrettanto preciso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">I rapporti che avvengono all&#8217;interno della famiglia sono rapporti vasti, globali, che investono sostanzialmente tutte le aree, tutte le problematiche, che non è possibile delimitare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Il nostro è qualche cosa che è delimitabile, che deve essere delimitato e che, quindi, assume proprio perché è delimitabile, deve essere delimitato e deve avere uno scopo, una finalità precisa, assume la caratteristica della professionalità. Cioè, insieme all&#8217;affettività, il rapporto che voi state costruendo si sviluppa anche sulla linea dell&#8217;operatività.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Detto questo, riprendiamo il discorso che si faceva prima rispetto alla delimitazione del tempo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Dicevamo che, quando ci si accorge che il tempo che dedichiamo si è ampliato troppo, anche se solo nella nostra testa, quando ci accorgiamo che ci portiamo troppo dietro, per troppo tempo, i sentimenti, le emozioni, che abbiamo provato nel rapporto con il bambino (la rabbia, l&#8217;amore, la soddisfazione o la frustrazione, ecc.), quando ci accorgiamo che queste cose ci coinvolgono troppo, quando perdiamo la capacità di capire fino a dove c&#8217;è il bambino con il suo mondo, la sua affettività, i suoi sentimenti, ecc. e fino a dove ci siamo noi, cioè quando c&#8217;è una sovrapposizione fra noi e il bambino, proprio perché è un bambino bisognoso, proprio perché è un bambino che ci chiede tanto, allora siamo in una situazione di pericolo presente e reale. E&#8217; come se ci sovrapponessimo, ci identificassimo con questo bambino e ci mettessimo completamente nei suoi panni, perdendo i nostri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Ecco, in questo momento, evidentemente, abbiamo perso la nostra funzione di adulto, abbiamo perso la nostra funzione di aiuto, abbiamo perso la nostra funzione di ausilio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Potremmo usare una frase per capirci meglio. Potremmo dire questo, visto che parliamo di bambini: c&#8217;è una grossa differenza fra prendere per mano e lasciarsi prendere per mano.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Prendere per mano cosa significa? Significa che io prendo il mio bambino, me lo tiro dietro e, in questo modo, fondamentalmente mi sovrappongo a lui.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Lasciarsi prendere per mano significa, invece, che continuiamo ad esserci in due, c&#8217;è lui e ci sono io.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial; mso-bidi-font-family: Arial;">Il bambino sa, perché gliel&#8217;ho fatto capire, gli ho dimostrato, che sono disponibile e, quindi, sa che quando ne ha bisogno può &#8220;chiamarmi&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Questa capacità di essere disponibili io operatore la conservo nella misura in cui non perdo la mia identità, non perdo la mia presenza, non mi perdo nell&#8217;altro, non mi lascio coinvolgere dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Allora, siamo arrivati a dire che deve essere un incontro professionale, e questo sarà, se riusciamo a tener presente che il nostro rapporto con questo bambino è dato da un incontro, non occasionale, professionale, finalizzato ad uno scopo, che avviene in un luogo preciso. Se noi riusciamo ad avere presenti questi punti di riferimento, a dare una risposta a questi aggettivi che abbiamo usato per la definizione di questo rapporto, allora siamo, credo, nella situazione nella quale abbiamo definito un&#8217;alleanza. Siamo riusciti a creare e a mantenere viva un&#8217;alleanza; siamo riusciti a mantenere questa alleanza fattiva e produttiva di risultati, risultati che riguarderanno un determinato ambito, un determinato problema, una piccola parte del bisogno, come abbiamo detto prima.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: -8.1pt; text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Allora, un rapporto non occasionale, professionale, finalizzato ad uno scopo, in un luogo preposto. Questo significa aver presente dentro di sè l&#8217;area che si è disponibili ad usare, il pezzetto di sè, della propria vita, del proprio tempo, della propria testa, del proprio &#8220;cuore&#8221; che si è disponibili a mettere in gioco e ad usare. Un&#8217;area governata &#8220;dal vostro buon cuore, dal vostro buon senso e dalla vostra intelligenza&#8221;.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="mso-bidi-font-family: Arial;">Il vostro buon cuore e il vostro buon senso, senza che ci sia la delimitazione dell&#8217;area di vita che siete disposti a mettere in gioco, rischiano di mettervi nei guai, come dicevo prima, rischiano di farvi sommergere dalle problematiche che voi vi siete, così generosamente, prestati ad affrontare o, comunque, a dare un contributo perché vengano affrontate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">(1987)</p>
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		<title>Speciale Michel Foucault &#8211; Mario Galzigna, uscire dall&#8217;oleografia psichiatrica</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 14:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica adulti]]></category>
		<category><![CDATA[M. Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della psichiatria]]></category>

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		<description><![CDATA[Mario Galzigna,epistemologo dell&#8217;Universita&#8217; di Venezia e curatore della nuova edizione dell&#8217;opera, conduce il Seminario dedicato al volume &#8220;La Storia della follia nell&#8217;Eta&#8217; Classica&#8221; di Michel Focault, a Genova il 4 aprile 2013 presso Il Dipartimento di Neuroscienze dell&#8217;Universita&#8217; da: Psychiatry on line Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/r__cD_xvC1M?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Mario Galzigna,epistemologo dell&#8217;Universita&#8217; di Venezia e curatore della nuova edizione dell&#8217;opera, conduce il Seminario dedicato al volume &#8220;La Storia della follia nell&#8217;Eta&#8217; Classica&#8221; di Michel Focault, a Genova il 4 aprile 2013 presso Il Dipartimento di Neuroscienze dell&#8217;Universita&#8217;</p>
<p>da:<a href="http://www.youtube.com/user/PsychiatryonlineITA1"> Psychiatry on line Italia </a></p>
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		<title>Noam Chomsky &#8211; Come chiudere un&#8217;epoca in 140 caratteri</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2013 15:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Noam Chomsky]]></category>
		<category><![CDATA[propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[(Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/sistemi-di-potere-come-chiudere-la-mente-in-140-caratteri-53254.htm ) Pubblichiamo un estratto di &#8220;Sistemi di potere&#8221; (Ponte alle Grazie editore, da oggi in libreria) raccolta di interviste rilasciate da  al giornalista americano David Barsamian - Bob Marley, il famoso cantante reggae giamaicano, cantava un celebre verso: &#8220;Emancipati dalla schiavitù mentale&#8221;. È un tema, questo, che ritorna spesso nelle sue opere. &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">(Fonte: <a href="http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/sistemi-di-potere-come-chiudere-la-mente-in-140-caratteri-53254.htm">http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/sistemi-di-potere-come-chiudere-la-mente-in-140-caratteri-53254.htm</a> )</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Pubblichiamo un estratto di &#8220;Sistemi di potere&#8221; (Ponte alle Grazie editore, da oggi in libreria) raccolta di interviste rilasciate da  al giornalista americano David Barsamian</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>- Bob Marley, il famoso cantante reggae giamaicano, cantava un celebre verso: &#8220;Emancipati dalla schiavitù mentale&#8221;. È un tema, questo, che ritorna spesso nelle sue opere.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> &#8211; Sì, è vero. Quando gli individui hanno cominciato a reclamare maggiore libertà per non essere asserviti o uccisi o repressi, si sono sviluppate spontaneamente nuove modalità di controllo per imporre una forma di schiavitù mentale che le inducesse ad accettare un sistema di indottrinamento senza fare domande. Se si possono ingabbiare gli individui in modo che non si accorgano delle dottrine fondamentali né tantomeno le mettano in discussione, allora essi sono asserviti. Non fanno che eseguire gli ordini, come se avessero una pistola puntata alla tempia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>- In alcuni dei suoi seminari, a chi le chiede come reagire ai problemi che tratta, lei ribatte che si deve cominciare con lo spegnere il televisore.</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> &#8211; La televisione inculca schemi di pensiero rigidi, che senz&#8217;altro ottundono le menti. Le dottrine non vengono formulate in maniera esplicita. Non è come la Chiesa cattolica: &#8220;Devi credere in questo. Devi leggere questo ogni giorno, devi ripetere questo ogni giorno&#8221;. È solo insinuato. Si insinua un sistema, e alla fine le persone lo fanno proprio. Un valido sistema di propaganda non esplicita i propri principi o le proprie intenzioni. È una delle cause dell&#8217;inefficacia del vecchio regime sovietico, per quanto ne sappiamo. Se si dice alle persone: &#8220;Dovete pensare così&#8221;, allora capiscono che è quello che il potere vuole che pensino, quindi escogitano un modo per sottrarsi a tale costrizione. È più difficile liberarsi da un sistema di presupposti non dichiarati che non da una dottrina esplicitamente enunciata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">È così che funziona una buona propaganda. Il nostro apparato propagandistico è molto sofisticato. I fautori di questo sistema danno l&#8217;impressione di sapere perfettamente cosa fanno. Prendiamo le presidenziali americane del 2008 che, al pari di tutte le elezioni, non sono state altro che un grande evento di pubbliche relazioni. L&#8217;industria pubblicitaria aveva ben chiaro il proprio ruolo. Tanto è vero che, poco dopo le elezioni, la rivista Advertising Age ha assegnato l&#8217;annuale riconoscimento per la migliore campagna marketing alla campagna elettorale di Obama, organizzata appunto dall&#8217;industria delle pubbliche relazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Anzi, si è aperto un dibattito sulla stampa economica per questo riconoscimento. C&#8217;era euforia negli ambienti economici. Questo evento cambierà lo stile della comunicazione dei board aziendali. Sappiamo ingannare le persone meglio che in passato. Evidentemente nessuno credeva davvero che il vincitore fosse stato scelto per le sue politiche o i suoi propositi: era semplicemente una buona campagna marketing, meglio di McCain.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>- Mi chiedo quale sarà il futuro dei libri in una cultura dominata dall&#8217;immagine. E lo chiedo a lei, che è un lettore vorace. Le sue abitudini in questo senso sono leggendarie. Siamo seduti nel suo ufficio, circondati da pile di libri. Come riesce a finirli tutti?</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> &#8211; Non ci riesco, purtroppo. Questa è la pila dei libri urgenti. Ce ne sono molti altri accatastati altrove. Una delle esperienze più dolorose che cerco di evitare, nei limiti del possibile, è calcolare quanto tempo ci vorrebbe per finirli tutti, se leggessi con costanza. Leggere un libro non significa solo sfogliare le pagine. Significa riflettere, individuare le parti su cui tornare, interrogarsi su come inserirle in un contesto più ampio, sviluppare le idee. Non serve a niente leggere un libro se ci si limita a far scorrere le parole davanti agli occhi dimenticandosene dopo dieci minuti. Leggere un libro è un esercizio intellettuale, che stimola il pensiero, le domande, l&#8217;immaginazione. Temo che tutto ciò scomparirà. Se ne vedono già le avvisaglie. Negli ultimi dieci-vent&#8217;anni qualcosa è cambiato nei miei corsi: un tempo, quando facevo dei riferimenti letterari, gli studenti sapevano più o meno di cosa stavo parlando, ma ora questo accade sempre più raramente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Me ne accorgo dalle lettere in cui mi pongono di continuo domande su quello che vedono su YouTube e mai su un libro o un articolo. Spessissimo capita che giustamente mi chiedano: &#8220;Lei sostiene questo, ma su quali prove si fonda?&#8221;. E magari in un articolo scritto nella stessa settimana in cui ho tenuto quella conferenza c&#8217;erano note e analisi, ma a loro non è neanche venuto in mente di cercarle.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><em>- Cosa pensa di Twitter, in cui si hanno 140 caratteri a disposizione per dire qualcosa?</em></span><br />
<span style="font-size: medium;"> &#8211; Ricevo una tonnellata di email, e sempre più spesso i messaggi sono domande o commenti di una frase, a volte così brevi che stanno nell&#8217;oggetto della mail. Bev mi ha fatto notare che è appunto la lunghezza dei messaggi di Twitter. Se si analizzano questi messaggi si nota una certa coerenza: danno l&#8217;impressione di qualcosa che è stato appena pensato. Magari cammini per la strada, ti viene in mente un pensiero e lo twitti. Ma se ti fermassi a pensarci per due minuti, o facessi un minimo sforzo per riflettere sull&#8217;argomento, non lo invieresti. A dire il vero, sono arrivato al punto che a volte mando una lettera solo per dire che non sono in grado di rispondere a una domanda di una sola riga.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La poesia come modo di superare i problemi con il pensiero laterale</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 19:28:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica psy]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero laterale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia e psicoterapia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Porta &#160; Nel cervello umano esistono due emisferi: quello sinistro e quello destro. L’emisfero sinistro è preposto alle attività logiche, matematiche, lineari, mentre quello destro presiede le attività intuitive: non verbali, immaginative, artistiche. I due emisferi cerebrali sono collegati tramite un’area detta corpo calloso. L’emisfero sinistro presiede il pensiero logico- analitico o “verticale”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Giovanni Porta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cervello umano esistono due emisferi: quello sinistro e quello destro. L’emisfero sinistro è preposto alle attività logiche, matematiche, lineari, mentre quello destro presiede le attività intuitive: non verbali, immaginative, artistiche. I due emisferi cerebrali sono collegati tramite un’area detta corpo calloso.</p>
<p style="text-align: justify;">L’emisfero sinistro presiede il pensiero logico- analitico o “verticale”, che viene insegnato a scuola e che tutti conosciamo; l’emisfero destro presiede invece il pensiero laterale, o generativo, una maniera analogica di relazionarsi con la realtà  che viene usata, per esempio, in tecniche creative come il brainstorming, nel gioco e nelle attività artistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine “pensiero laterale” è stato coniato dallo psicologo <a title="Malta" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Malta">maltese</a> <a title="Edward de Bono" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_de_Bono">Edward De Bono</a>, e consiste in una modalità di risoluzione dei problemi che prevede un approccio indiretto, ovvero l&#8217;osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede concentrazione su una soluzione diretta al problema. Il concetto di base del pensiero laterale è che per ogni problema sono possibili molte soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa c’entra tutto questo con la psicoterapia?</p>
<p style="text-align: justify;">Molte persone si sentono infelici perché non riescono a ottenere ciò che vogliono. Quando arrivano dallo psicoterapeuta, sperano di trovare un modo magico per ottenere risultati diversi non cambiando assolutamente nulla del loro modo di fare, e anzi cercano nello psicoterapeuta una “spalla su cui piangere”, qualcuno con cui condividere il proprio profondo senso di frustrazione. Diceva Einstein:</p>
<p style="text-align: justify;">“la follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”</p>
<p style="text-align: justify;">Condivido in toto questa affermazione e nel mio lavoro di psicoterapeuta il fatto di aiutare le persone ad accettare questa innegabile evidenza è un presupposto indispensabile al miglioramento della loro qualità di vita. Da qui si parte per trovare altre possibili vie per risolvere le difficoltà che la persona sta vivendo.</p>
<p style="text-align: justify;">E le poesie cosa c’entrano?</p>
<p style="text-align: justify;">Da più di vent’anni scrivo poesie, e ciò che mi ha sempre stupito in questa attività è di come spesso tramite le poesie io arrivi a dire con chiarezza cose di cui non ho ancora piena consapevolezza. In altre parole, se lascio la mia mente libera di produrre associazioni di parole senza metterle troppi vincoli di giudizio o senso comune, arrivo a esprimere con sorprendente precisione ciò che vivo, e che sento. La creazione poetica è una forma di pensiero laterale, e tramite di lei anche i problemi di cui soffro quotidianamente mi sembreranno diversi, perché è diverso lo strumento con cui li rappresento: non li descrivo ma esprimo emozioni e idee ad essi associati. Nelle parole che uso per esprimere la mia vita sono nascoste moltissime risorse da utilizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa vuol dire mi rappresento i miei problemi in una maniera diversa?</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia è un contenitore di senso nel quale è possibile associare parole di significato diverso, anche opposto (si veda la figura retorica dell’ossimoro, tipo “calorosa freddezza”). Se ad esempio, scrivendo in una poesia in cui parlo di come mi sento a relazionarmi con gli altri, uso l’espressione “calorosa freddezza”, significa che dentro di me ci sono almeno due parti che la pensano in maniera diversa: una ritiene l’interazione “calorosa” mentre l’altra la considera “fredda”. La parte che considera l’interazione calorosa probabilmente avrà piacere a trovarsi lì, mentre quella che la considera fredda vorrebbe interromperla e andarsene. In pratica, mi sento diviso, voglio due cose opposte, voglio sia stare che andarmene.</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia permette di far emergere gli opposti, ovvero le mie parti interne che sono in conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">E una volta individuate le parti in conflitto, che me ne faccio?</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso tecniche di psicoterapia, le metto in comunicazione, le faccio parlare e lascio ad ognuna tempo e modo di esprimere i propri vissuti e ragioni, fino ad arrivare a un accordo, o almeno a un compromesso. Per farlo, identifico un episodio specifico in cui ho vissuto una “calorosa freddezza”, e lavoro a partire da un episodio concreto.</p>
<p style="text-align: justify;">In che modo fare questo può aiutare il mio benessere?</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivare a un compromesso tra parti interne che vogliono cose diverse è fondamentale, se vogliamo vivere in pace. L’alternativa è di rimanere in balia di parti di noi che litigano come condomini irascibili costretti a una forzata convivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, dunque, la poesia è una forma creativa riconducibile a un processo di pensiero laterale che fa emergere, grazie alla libertà insita nella sua forma espressiva, conflitti interni. Una volta esplicitati, questi conflitti possono essere elaborati e risolti grazie a tecniche tipiche di psicoterapia della gestalt quali la “sedia vuota”, in cui mi sposto da una sedia all’altra identificandomi di volta in volta con una specifica parte di me. La risoluzione di un conflitto si associa di solito a una piacevole sensazione di liberazione, come essersi tolti un peso.</p>
<p style="text-align: justify;">È da qualche anno che ho iniziato ad associare poesia e psicoterapia, e sono spesso rimasto stupito della potenza di questa tecnica, capace di trasformare un generico malessere in espressione di un conflitto, e in possibilità di soluzione.</p>
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		<title>Adolescenza e psicoanalisi &#8211; rivista online</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 15:35:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Adolescenza e psicoanalisi]]></category>

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		<description><![CDATA[da Psychomedia Periodico on-line: Adolescenza e psicoanalisi &#8211;&#62; tutti in numeri da Gennaio 2001 al Settembre 2004 e quelli dal 2006 al 2012]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">da <a href="http://www.psychomedia.it/index1.htm">Psychomedia</a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Periodico on-line</strong>: <span style="font-size: large;"><strong>Adolescenza e psicoanalisi &#8211;&gt; </strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;"><a href="http://www.psychomedia.it/aep/ed-tel.htm"><strong></strong>tutti in numeri da Gennaio 2001 al Settembre 2004</a></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: large;"><a href="http://www.psychomedia.it/aep/ed-cart.htm">e quelli dal 2006 al 2012</a></span></p>
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		<title>Come gli Spin Doctor manipolano i giornalisti usando il &#8220;Frame&#8221; &#8211; Marcello Foa</title>
		<link>http://www.lacosapsy.com/?p=2409&#038;utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=come-gli-spin-doctor-manipolano-i-giornalisti-usando-il-frame-marcello-foa</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 09:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione istituzionale del consenso]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Foa]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/marcellofoa.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2410" title="marcellofoa" src="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/marcellofoa-300x168.jpeg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/px0FaA0K35w?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 17:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etnopsicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alexander Langer]]></category>
		<category><![CDATA[convivenza interetnica]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alexander Langer dal sito della Fondazione Alexander Langer &#160; 1.La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l&#8217;eccezione; l&#8217;alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d&#8217;altronde, non è una novità. Anche nelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/langer1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2416" title="langer1" src="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/langer1-255x300.jpg" alt="" width="255" height="300" /></a>di <strong>Alexander Langer</strong></p>
<p><a href="http://www.alexanderlanger.org/it/32/104">dal sito della Fondazione Alexander Langer</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>1.La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l&#8217;eccezione; l&#8217;alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza</em></p>
<p>Situazioni di compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa, d&#8217;altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli&#8230;</p>
<p>La convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale&#8230; appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità, non all&#8217;eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l&#8217;ignoto, l&#8217;estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all&#8217;estremo del &#8220;mors tua, vita mea&#8221;. La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un&#8217;altra valle della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e la mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più alto il tasso di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le parti del mondo. Per la prima volta nella storia si può &#8211; forse &#8211; scegliere consapevolmente di affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone, comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria, sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni&#8230;). Ma non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. D&#8217;altra parte diventa sempre più chiaro che gli approcci basati sull&#8217;affermazione dei diritti etnici o affini &#8211; p.es. nazionali, confessionali, tribali, &#8220;razziali&#8221; &#8211; attraverso obiettivi come lo stato etnico, la secessione etnica, l&#8217;epurazione etnica, l&#8217;omogeneizzazione nazionale, ecc. portano a conflitti e guerre di imprevedibile portata. L&#8217;alternativa tra esclusivismo etnico (comunque motivato, anche per auto-difesa) e convivenza pluri-etnica costituisce la vera questione-chiave nella problematica etnica oggi. Che si tratti di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica immigrazione, di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale.</p>
<p>La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della convivenza.</p>
<p>2.</p>
<p><em>Identità e convivenza: mai l&#8217;una senza l&#8217;altra; nè inclusione nè esclusione forzata<span id="more-2405"></span></em></p>
<p>&#8220;Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo&#8221;: c&#8217;è oggi una forte tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i &#8220;melting pots&#8221;, i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo (ad esempio negli USA), e non si contano le sollevazioni contro assimilazioni più o meno forzate. Al tempo stesso si incontrano movimenti per l&#8217;uguaglianza, contro l&#8217;emarginazione e la discriminazione etnica, per la pari dignità.</p>
<p>Non hanno dato buona prova di sè nè le politiche di inclusione forzata (assimilazione, divieti di lingue e religioni, ecc.), nè di esclusione forzata (emarginazione, ghettizzazione, espulsione, sterminio&#8230;). Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di &#8220;intimità&#8221; etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento dell&#8217;identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall&#8217;altro, devono integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che non solo le regole pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le comunità interessate so orientino verso questa opzione di convivenza.</p>
<p>3<br />
<em>Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: &#8220;più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo&#8221;</em></p>
<p>La convivenza offre e richiede molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello di conoscenza reciproca. &#8220;Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo&#8221;, potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico. Una grande funzione la possono svolgere fonti di informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc. inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali, possibilità di condividere &#8211; magari eccezionalmente &#8211; eventi &#8220;interni&#8221; ad una comunità diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei semplici inviti a pranzo o cena. Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate.</p>
<p>4.</p>
<p><em> Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni</em></p>
<p>Ha la sua legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l&#8217;organizzazione etnica della comunità, delle differenti comunità: purchè sia scelta liberamente, e non diventi a sua volta integralista e totalitaria. Quindi dovremo accettare partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede etniche. Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l&#8217;(auto-) isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico. Prima di tutto il comune territorio e la sua cura, ma anche obiettivi ed interessi professionali, sociali, di età&#8230; ed in particolare di genere; le donne possono scoprire e vivere meglio obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata all&#8217;interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre opportunità che di norma saranno a base inter-etnica. E&#8217; essenziale che le persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la &#8220;rappresentanza diplomatica&#8221; della propria etnia, ma direttamente: quindi è assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche (p.es. diritti sociali &#8211; casa, occupazione, assistenza, salute&#8230; &#8211; o ambientali).</p>
<p>5.</p>
<p><em>Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l&#8217;appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime</em></p>
<p>Normalmente l&#8217;appartenenza etnica non esige una particolare definizione o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione, abitudini, prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell&#8217;appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto. L&#8217;enfasi della disciplina o addirittura dell&#8217;imposizione etnica nell&#8217;uso della lingua, nella pratica religiosa, nel vestirsi (sino all&#8217;uniforme imposta), nei comportamenti quotidiani, e la definizione addirittura legale dell&#8217;appartenenza (registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.) portano in sè una insana spinta a contarsi, alla prova di forza, al tiro alla fune, all&#8217;erezione di barricate e frontiere fisiche, alla richiesta di un territorio tutto e solo proprio.</p>
<p>Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno esclusiva dell&#8217;appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra comunità diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti &#8220;di confine&#8221; favorisce l&#8217;esistenza di &#8220;zone grigie&#8221;, a bassa definizione e disciplina etnica e quindi di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione.</p>
<p>Evitare ogni forma legale per &#8220;targare&#8221; le persone da un punto di vista etnico (o confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure preventive del conflitto, della xenofobia, del razzismo.</p>
<p>L&#8217;autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri valori ed obiettivi, e non deve arrivare all&#8217;esclusivismo ed alla separatezza. Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di &#8220;famiglie miste&#8221;, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita.</p>
<p>6.</p>
<p><em>Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa</em></p>
<p>La compresenza di etnie, lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi devono sentire che sono &#8220;di casa&#8221;, che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati (o che possono mettere radici). Il bi- (o pluri-)linguismo, l&#8217;agibilità per istituzioni religiose, culturali, linguistiche differenti, l&#8217;esistenza di strutture ed occasioni specifiche di richiamo e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue, culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia: bisogna che ogni forma di esclusivismo o integralismo etnico venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi. (Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, cità pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi assai disputata tra serbi e croati, lo dice in modo semplice: &#8220;un prato con molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di fiori&#8221;.)</p>
<p>Faticosamente l&#8217;Europa ha imparato ad accettare la presenza di più confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare a dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che lo stesso processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà pluri-etnica; convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l&#8217;eccezione.</p>
<p>7 .</p>
<p><em>Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici</em></p>
<p>Non si creda che identità etnica e convivenza inter-etnica possano essere assicurate innanzitutto da leggi, istituzioni, strutture e tribunali, se non sono radicate tra la gente e non trovano fondamento in un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti neanche l&#8217;importanza di una cornice normativa chiara e rassicurante, che garantisca a tutti il diritto alla propria identità (attraverso diritti linguistici, culturali, scolastici, mezzi d&#8217;informazione, ecc.), alla pari dignità (attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni annessionistiche in favore di qualcuna delle comunità etniche conviventi. In particolare appare assai importante che situazioni di convivenza inter-etnica godano di un quadro di autonomia che spinga la comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica) a prendere il suo destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione inter-etnica, tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di &#8220;Heimat&#8221;) comune: ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e conflitti con forzature sullo &#8220;status&#8221; territoriale (annessioni, cambiamenti di frontiera, ecc.).</p>
<p>E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell&#8217;appartenenza etnica, sulla netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti etnocentrici, mentre &#8211; al contrario &#8211; leggi e strutture favorevoli alla cooperazione inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di buona convivenza.</p>
<p>8.</p>
<p><em>Dell&#8217;importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono &#8220;traditori della compattezza etnica&#8221;, ma non &#8220;transfughi&#8221;</em></p>
<p>In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità. Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto all&#8217;identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all&#8217;esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l&#8217;inter-azione.</p>
<p>Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l&#8217;economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri &#8220;traditori della compattezza etnica&#8221;, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili. Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame al territorio.</p>
<p>9.</p>
<p><em>Una condizione vitale: bandire ogni violenza.</em></p>
<p>Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano.</p>
<p>Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che &#8211; se tollerato &#8211; rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza.</p>
<p>10.</p>
<p><em>Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici</em></p>
<p>Un valore inestimabile possono avere in situazioni di tensione, conflittualità o anche semplice coesistenza inter-etnica gruppi misti (per piccoli che possano essere). Essi possono sperimentare sulla propria pelle e come in un coraggioso laboratorio pionieristico i problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza inter-etnica. Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e svolgere la loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica, dallo sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all&#8217;impegno culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l&#8217;arte e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di una generalizzata barbarie etnocentrica.</p>
<p>(testo riveduto nel novembre 1994)</p>
<div>1.11.1994, Arcobaleno TN</div>
<p style="text-align: justify;">___________________________________________</p>
<p>1) Il termine &#8220;etnico&#8221;, &#8220;etnia&#8221; viene usato qui come il più comprensivo delle caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose, culturali che definiscono un&#8217;identità collettiva e possono esasperarla sino all&#8217;etnocentrismo: l&#8217;ego-mania collettiva più diffusa oggi.</p>
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		<title>Omosessualità: affetti e culture, identità e paure</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 09:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica adulti]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[psicologi e omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[V. Lingiardi]]></category>

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		<description><![CDATA[ Omosessualità: affetti e culture, identità e paure di Vittorio Lingiardi Psicologi e omosessualità Entrambi gli articoli sono apparsi sul sito dell&#8216;Ordine degli Psicologi della Lombardia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/omosessualita-antico-egitto1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2399" title="omosessualita-antico-egitto1" src="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/omosessualita-antico-egitto1-256x300.jpg" alt="" width="256" height="300" /></a><a href="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/Lingiardi-Mantova-2013.pdf"> Omosessualità: affetti e culture, identità e paure</a> di Vittorio Lingiardi</p>
<p><a href="http://lnx.lacosapsy.com/wp-content/uploads/2013/03/Ricerca_psicologi_omosessualita_.pdf">Psicologi e omosessualità</a></p>
<p>Entrambi gli articoli sono apparsi sul sito dell<a href="http://www.opl.it/showPage.php?template=istituzionale&amp;id=1">&#8216;Ordine degli Psicologi della Lombardia</a></p>
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		<title>Il gioco fra mito e storia: alcune note a partire dal rapporto psicoterapeutico, con alcune inferenze sul setting fisioterapico</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2013 17:27:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Clinica infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[area transizionale]]></category>
		<category><![CDATA[gioco]]></category>
		<category><![CDATA[L. Angelini]]></category>
		<category><![CDATA[mito]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia infantile]]></category>

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		<description><![CDATA[Si tenga presente che l&#8217;occasione che ha originato il testo era un aggiornamento, tenuto dal sottoscritto, sul rapporto fra gioco e riabilitazione. E che i miei interlocutori erano (il testo è del &#8217;96) un gruppo di psicologi, neuropsichiatri infantili, logopedisti, tiflologi e fisioterapisti dell&#8217;allora Usl di Reggio Emilia (L.A.)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>    <iframe class="scribd_iframe_embed" src="http://www.scribd.com/embeds/131267603/content" data-aspect-ratio="0.706896551724138" scrolling="no" id="131267603" width="500" height="600" frameborder="0"></iframe>  <script type="text/javascript">(function() { var scribd = document.createElement("script"); scribd.type = "text/javascript"; scribd.async = true; scribd.src = "http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js"; var s = document.getElementsByTagName("script")[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();</script></p>
<p>Si tenga presente che l&#8217;occasione che ha originato il testo era un aggiornamento, tenuto dal sottoscritto, sul rapporto fra gioco e riabilitazione. E che i miei interlocutori erano (il testo è del &#8217;96) un gruppo di psicologi, neuropsichiatri infantili, logopedisti, tiflologi e fisioterapisti dell&#8217;allora Usl di Reggio Emilia (L.A.)</p>
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		<title>Se non lo vedo non lo vivo. I disturbi del comportamento alimentare nella società dell&#8217;immagine.</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Mar 2013 11:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>compil</dc:creator>
				<category><![CDATA[Clinica adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Papa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Margherita Papa Nella società in cui viviamo l&#8217;immagine fotografica o in video rappresenta un modo di affermazione di se stessi. Nel novecento la quantità di immagini e adesso la loro qualità tecnologica hanno cambiato profondamente il nostro modo di guardare il paesaggio e di vivere gli accadimenti, modificando la modalità di rapportarsi con gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di <strong><span style="font-size: medium;">Margherita Papa</span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nella società in cui viviamo l&#8217;immagine fotografica o in video rappresenta un modo di affermazione di se stessi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nel novecento la quantità di immagini e adesso la loro qualità tecnologica hanno cambiato profondamente il nostro modo di guardare il paesaggio e di vivere gli accadimenti, modificando la modalità di rapportarsi con gli eventi, sempre più visti e meno raccontati, ed ha quindi influito profondamente sulla stessa definizione di noi stessi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Sia quando è immersa nella natura che quando partecipa ad un evento sociale la maggioranza delle persone non può fare a meno di pensare a riprendere in una qualche forma di foto o di video la propria esperienza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il successo dei social network che si basano sulla possibilità di condividere le immagini ne è la punta più evidente. Nelle pagine di Facebook l&#8217;attività principale consiste nella pubblicazione e nella condivisione di immagini e fotografie. Le parole sono limitate ad un commento, spesso sono ridotte al minimo.<span id="more-2378"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Se un evento al quale si partecipa non viene allo stesso tempo documentato con foto e video, sembra quasi non esserci stato. La preoccupazione di non lasciare traccia è tale che ormai non ci si separa più dal cellulare o dalla macchina digitale. Abbiamo sviluppato un perenne bisogno di lasciare una traccia immediata, come pare immediata la fotografia, della nostra esistenza. Siamo attorniati da immagini riprodotte che non è possibile pensare a se stessi in un altro modo che attraverso le immagini.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Se lo specchio è uno dei punti di riferimento della crescita degli adolescenti, nella ricerca continua di una immagine che corrisponda alla propria identità, oggi l&#8217;accessibilità alla fotografia digitale ha reso il confronto ed il controllo della immagine ancora più ossessivi. La possibilità di avere a disposizione centinaia di foto dello stesso momento, con espressioni diverse, ma a distanza di attimi, quasi un montaggio di una ripresa di un film, rende il controllo del modo in cui si appare una delle attività più frequenti degli adolescenti, almeno a giudicare dalla quantità di foto pubblicate sui social network.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Eppure ogni immagine è solo un&#8217;approssimazione di verità, anche quella riflessa dallo specchio, che può essere distorta dalla posizione e dalla luce, anche quella delle fotografie, che non è che uno dei modi di catturare la luce e di esprimersi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">I bambini contemporanei crescono con milioni di foto e video che riprendono ogni loro momento di vita. Le guardano e riguardano insieme ai genitori, sentono i giudizi su di loro, ne acquisiscono una identità mediata. Vedono l&#8217;uso che i genitori fanno delle immagini e ne sentono i commenti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Quanto la predominanza della società dell&#8217;immagine può essere in relazione con i disturbi dell&#8217;immagine corporea che si manifestano con maggiore frequenza di un tempo?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Da parte di molti studi, ma anche dalla esperienza clinica nel campo della salute mentale dell&#8217;infanzia e dell&#8217;adolescenza, si evidenzia che i disturbi che hanno una relazione con la una preoccupazione o una distorsione della immagine corporea non solo sono più frequenti, ma hanno anche un esordio sempre più precoce.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il corpo è la più ambigua delle percezioni, per noi stessi, ma anche nelle immagini riflesse.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Un neonato impara prima a riconoscere i volti dei propri genitori che il proprio volto. Quando però si riconosce, si giudica e accetta in base al giudizio ed alla accettazione delle persone significative.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Che ruolo hanno in questo gioco di riflessi le immagini scattate a centinaia, a migliaia durante la sua crescita?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Impressiona il dato riportato dalla dottoressa Dalla Ragione, nel libro <em>L&#8217;inganno dello specchio </em>(Franco Angeli 2012), che bambine di dieci anni vivano già con preoccupazione il peso e la forma del proprio corpo. In uno studio che la equipe formativa del Centro Palazzo Francisci di Todi ha effettuato su un campione di 167 bambini di alcune scuole Elementari e Medie inferiori della provincia di Perugia, tra i 10 e i 12 anni, è emerso che almeno la metà delle preadolescenti, ma anche un 10% dei maschi, ha paura di essere grassa e sente la necessità di mettersi a dieta.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Ovviamente questo dato non indica una psicopatologia, quanto piuttosto una elevata sensibilità al tema del giudizio sulla propria immagine corporea, che può rappresentare un rischio allo sviluppo di un disturbo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Viene inoltre confermata la netta prevalenza di questa sensibilità nella popolazione femminile, rispetto a quella maschile, evidenziando così che gli stereotipi di genere, che educano le femmine ad una maggiore attenzione al loro aspetto fisico, sono dominanti ed incidono fortemente su questo tipo di patologie.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il libro delle dottoresse Dalla Ragione e Mencarelli situa i Disturbi del comportamento alimentare all&#8217;interno di una analisi approfondita del contesto culturale, filosofico e direi esistenziale del fenomeno &#8220;corpo&#8221;.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Inserendosi nella tradizione della psichiatria fenomenologica i disturbi vengono indagati prima di tutto come <em>modi di essere nel mondo. </em>Infatti si sottolinea proprio come mai &#8220;in questa epoca storica il corpo è diventato, luogo intimo ed estraneo allo stesso tempo, il teatro dove si gioca la partita dell&#8217;identità&#8221;.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Rispetto alla domanda, che ci ponevamo, sulla relazione tra le forme attuali e l&#8217;anoressia e la bulimia il lavoro della Dalla Ragione sottolinea come non si tratti di un legame causale e sostiene invece che la cultura della immagine <em>dà la forma</em> al disturbo, fornendo ad una vulnerabilità ed a un malessere, che nascono in modo indipendente, un modello per esprimersi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">I sintomi che riguardano il cibo e l&#8217;ossessione per la forma corporea vengono inquadrati essenzialmente come una modalità per sostanziare &#8220;la struttura identitaria, precaria, traballante di personalità in corso di evoluzione&#8221;.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Degna di attenzione si presenta l&#8217;idea di inquadrare il disturbo come una &#8220;ideologia potente&#8221; nella deriva di tutte le ideologie del postmoderno ed appaiono interessanti le varie analisi del &#8220;corpo virtuale&#8221;, del &#8220;corpo dissacrato&#8221;, del &#8220;corpo a pezzi&#8221; dei trapianti o della chirurgia estetica, dell&#8217;esilio dal corpo, del &#8220;corpo nemico&#8221;. Le autrici presentano una complessa fenomenologia del disturbo che aiuta a comprendere meglio chi lo manifesta. Una parte importante dello studio riguarda inoltre la discussione sui molteplici legami tra il disturbo dell&#8217;immagine corporea, il fenomeno della dispercezione e i disturbi dell&#8217;identità di genere, nella loro relazione con i disturbi del comportamento alimentare.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Inoltre, forti della decennale esperienza di lavoro sul campo, presentano l&#8217;approccio integrato che caratterizza il lavoro del Centro DCA Palazzo Francisci ed in particolare una tecnica utile a modificare la dispercezione tipica dei DCA, la terapia dello specchio. Forse a quest&#8217;ultima parte sarebbe stato utile dare un maggiore spazio, con un&#8217;approfondimento psicologico e clinico più ampio. E&#8217; anche vero che trattandosi di una terapia che utilizza il canale visivo va appresa direttamente, assistendo alle sedute. Infatti l&#8217;equipe formativa di Palazzo Francisci organizza seminari formativi deputati alla presentazione e l&#8217;approfondimento della tecnica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Lavorare nell&#8217;ambito dei DCA è complesso e pone varie sfide. La molteplicità dei fattori implicati, dal livello culturale a quello psicologico, biologico e medico, implica necessariamente un intervento integrato di varie figure professionali e di terapie differenziate.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nell&#8217;esperienza del Centro DCA della ASL 9 di Grosseto, dove lavoro e che usufruisce della supervisione della dottoressa Dalla Ragione, la ricerca del significato personale dei sintomi, la loro genesi nella storia personale e familiare, rimane il fulcro del lavoro interdisciplinare. Se non viene svolta adeguatamente la ricerca di un significato psicologico si lascia la possibilità di una trasmigrazione dei sintomi, o in altre forme della stessa area del disturbo, infatti le diagnosi di DCA &#8220;non altrimenti specificato&#8221; stanno aumentando rispetto alle diagnosi &#8220;pure&#8221;, o in forme psicopatologiche limitrofe. Oppure si ottiene una cronicizzazione del disturbo con sintomi che prendono una forma accettabile, nel senso che non mettono a rischio immediatamente la salute, ma che rimangono al limite, sia nel tipo di alimentazione che nella oscillazione del peso. O ancora si assiste ad una ciclizzazione di periodi con assenza di sintomi e di ricadute.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La ricostruzione del significato dato alla propria immagine corporea e del senso della alterazione del rapporto con il cibo si deve confrontare necessariamente anche con un clima culturale nel quale l&#8217;immagine ha una forte predominanza nel definire la propria identità.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">L&#8217;obiettivo dell&#8217;intervento psicologico sta nel relativizzare l&#8217;importanza del peso e dell&#8217;immagine magra, nel ridare un senso alla definizione della propria identità che non passi esclusivamente attraverso ciò che si vede e invece nel cercare di mentalizzare il vissuto emotivo che sostanzia il rapporto con se stessi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Essere ciò che si sente e non solo ciò che si vede.</span></p>
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