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Riflessioni sulla psicoterapia nel pubblico a partire da una ricerca sul disagio psicologico femminile

Riflessioni sulla psicoterapia nel pubblico a partire da una ricerca sul disagio psicologico femminile (*)

Leonardo Angelini e Deliana Bertani

 (*) a commento dei risultati della: RICERCA SUL DISAGIO PSICOLOGICO FEMMINILE A REGGIO EMILIA, a cura di Carla Tromellini, Marina Lupi e Paola Leonardi 

Vorremmo partire con questo primo intervento sulla psicoterapia nel pubblico con un commento ai dati di una ricerca sul disagio psichico femminile a Reggio E. che Marina Lupi e Paola Leonardi – una psicoterapeuta e una sociologa – hanno fatto negli anni scorsi così come esso traspare da una analisi delle cartelle delle donne seguite nel pubblico all’interno della nostra AUSL.

Poiché non si è trattato di una indagine campionaria, ma di una ricerca fatta a partire da tutte le cartelle che gli psicologi del pubblico avevano aperto per un lasso di tempo sufficientemente vasto pensiamo che i suoi risultati possano essere considerati come particolarmente significativi. Che cosa vien fuori dai risultati di questa indagine?

Colpisce  toccare con mano, tradotto in dati precisi, quanto già sapevamo in termini intuitivi, ma non sapeva la città e non sapevano gli amministratori: le pazienti da noi seguite (impiegate 42%, operaie 14%, studentesse 10%, disoccupate 10% = Totale 76%) provengono dalle classi medio-basse. Ciò vuol dire che il nostro bacino di utenza [1] è composto da quella parte della cittadinanza che ha avuto modo di accedere alla psicoterapia solo grazie all’esistenza di servizi pubblici come il nostro, nato e cresciuto in questi decenni in una situazione in cui gli amministratori hanno avuto la lungimiranza di continuare ad investire sulla psicoterapia nel pubblico, nonostante il crescente calo delle risorse per il welfare. E, aggiungeremmo, nonostante il fatto che a livello nazionale, regionale e locale, si siano levate ciclicamente voci sulla presunta “inutilità” della psicoterapia o su i suoi costi troppo elevati per il servizio pubblico. Ricordiamo ancora la polemica, avvenuta qui a Reggio Emilia alla metà degli anni ’80 con una parte degli stessi operatori, che pure avevano con noi e con molti altri costruito i servizi reggiani, che vivevano la psicoterapia come moda del momento [2].

Dicevamo allora che ogni società ha bisogno di definire dei metodi di cura del disagio psichico e che la psicoterapia nel pubblico rappresentava la risposta che la nostra società si dà oggi per rispondere al bisogno odierno di cure psicologiche delle classi medio-basse.

Una seconda dalla riflessione che ci viene da fare sulla connotazione di classe dei pazienti che accedono alla psicoterapia nel pubblico è che, nello stesso momento in cui il servizio pubblico risponde alla crescente domanda di psicoterapia proveniente dai ceti medio-bassi lo fa proponendo un modello di psicoterapia che non risulta concorrenziale al mercato privato di psicoterapia, ma complementare ad esso.

Ciò fa piazza pulita di un mito che circola ancora oggi fra molti colleghi psicoterapeuti che operano nel privato: che la psicoterapia nel pubblico rappresenterebbe un elemento di concorrenza sleale nei confronti del privato; sleale in quanto che i prezzi nel pubblico sono alquanto più bassi che nel privato. Invece i dati parlano chiaro e mettono in evidenza ciò che, in effetti, anche i più accorti fra i colleghi operanti nel privato già sanno: si sono definiti nel tempo due mercati paralleli. Uno, quello del privato, rivolto da lungo tempo alle fasce più alte di reddito; l’altro, di più recente istituzione, che – come abbiamo visto – è rivolto alle fasce medio-basse,  e si organizza nel pubblico laddove gli amministratori colgono la natura della nuova domanda di psicoterapia che viene dalle classi sociali medio-basse.

Un altro elemento che emerge dalla ricerca, e che a noi pare importante, è quello relativo alle modalità di accesso: il 48% dei nostri utenti arriva a noi tramite CUP ed il 39% si rivolge direttamente agli psicologi. Bassissimo l’invio dagli altri servizi (7%). Questi tre dati ci sembrano importanti poiché, da una parte, l’alto invio tramite CUP attesta il credito che il servizio di Psicologia Clinica ha presso i medici di base e gli altri invianti, mentre dall’altra il più che consistente contatto ad personam  conferma il credito che ciascun professionista ha in città.

Sicuramente su questo doppio credito incidono a nostro avviso due dati: l’anzianità di servizio degli psicologi e il fatto che  Reggio E. la maggior parte di loro lavora in città da molto tempo. A partire da questo dato particolare è possibile – forse – fare un’ipotesi più generale che sottoporremmo volentieri alla discussione con le colleghe ed i colleghi: la cura del disagio psichico richiede una stabilità nel tempo e nello spazio degli psicoterapeuti poiché è nel rapporto fiduciario con gli invianti e con i possibili utenti che si definiscono le premesse di quella alleanza terapeutica che poi è alla base del rapporto fra paziente e psicoterapeuta.

Importante poi ci sembra, ai fini della definizione del nostro lavoro e della distinzione del nostro ambito da quelli affini, quel complesso di dati che la ricerca mette in luce e che, da una parte, evidenziano l’alta richiesta di counselling e di psicoterapia individuale rivolta agli psicologi e non accompagnata da altro tipo di interventi; dall’altra il prevalere fra i nostri pazienti di sindromi nevrotiche (36,8%), affettive (19,9%), somatiformi (15,2%), di personalità (14,3%), e di disagio “non sfociante in vere e proprie patologie” Si tratta  di affezioni che per il 94% non richiedono un concomitante intervento farmacologico, che si definiscono su basi non organiche in modo che per esse risulta possibile mettere in piedi spesso setting monoprofessionali.

Se a questo dato si aggiunge quello – a dir la verità più vicino a noi nel tempo rispetto alla ricerca – in base al quale il Servizio di Psicologia clinica è, fra i servizi territoriali, quello che ha il maggior numero di casi in presa in carico integrata, si può evincere come il servizio di psicologia clinica si caratterizzi nella sua parte più nucleare – la psicoterapia – come un servizio monoprofessionale; dall’altra, nella sua parte più orbitale, come un insieme di prestazioni erogate in rete sia con gli altri servizi AUSL che con le altre istituzioni presenti sul territorio (ma di questo secondo aspetto del nostro lavoro nel pubblico parleremo dopo avere terminato in questo blog la discussione sulla psicoterapia)..

Infine ci preme sottolineare l’importanza che – a fronte di questa richiesta di prestazioni psicoterapeutiche  – assume il dato della tendenza alla specializzazione, derivante non solo dalla ormai tradizionale suddivisione degli psicologi del Servizio di Psicologia clinica in tre fasce di età (bambini, adolescenti, adulti), cui corrispondono tre diversi stili di intervento, ma anche dai moltissimi ambiti di specializzazione presenti qui a Reggio Emilia nel lavoro della psicologia clinica (lavoro sui pazienti oncologici, sugli anziani, sui disordini alimentari, sul maltrattamento, sul disagio minorile, sui vari ambiti della prevenzione, etc). Anche questa tendenza alla specializzazione che privilegia le donne, ma anche le altre fasce deboli della popolazione (malati, anziani, bambini), a nostro avviso, è stata possibile grazie alla nostra stabilità nell’AUSL, ma anche alla nostra propensione a non accomodarci nei vecchi steccati e ad adattarci alle mutevoli esigenze dell’utenza e del territorio.

Su ognuno di questi elementi però occorre confrontarci, riflettere, passare da una conoscenza intuitiva ad una più razionale e trasformativa.

 


[1] e non solo quello femminile: riteniamo che lo stesso tipo di stratificazione ci sarebbe stata nell’indagine fossero stati compresi gli uomini

[2] La nostra risposta, che tendeva ad inquadrare il tema della psicoterapia nel pubblico dal punto di vista storico, è nell’articolo: L. Angelini e D. Bertani, L’alleanza terapeutica in un servizio pubblico per l’infanzia”, Pollicino, N.2, Primavera – Estate 1985.

 

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