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Spigolando in rete in tema di psicoterapia nel pubblico

Spigolando in rete in tema di psicoterapia nel pubblico (1):

Introduzione a sei articoli di Paolo Migone apparsi negli anni scorsi su Psychomedia italiana e provenienti da “Il ruolo terapeutico”

a cura di Gianna Nicaso

Spigolando in rete abbiamo trovato sei articoli di Paolo Migone – apparsi negli anni scorsi su Psychomedia italiana  – (http://www.psychomedia.it/) – e provenienti da “Il ruolo terapeutico”.Siccome ci sono sembrati interessanti ve li presentiamo brevemente qui sotto. Chi vuole può leggerli cliccando sulle relative stringhe che riportano a psychomedia.

vedi sotto:

6.

….. ed infine ecco il commento al sesto articolo di Paolo Migone:

La differenza fra psicoanalisi e psicoterapia è solo una questione politica ( Migone, 2001)

http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt86pp01.htm

 

 In questo ultimo contributo sull’argomento, in modo se possibile ancora più chiaro ed assertivo che nei precedenti, l’autore riprecisa la sua posizione sulla questione; che essa sia solamente una questione di politica professionale, di necessità di differenziazione per ragioni strategiche legate al reperimento di clienti, ma che contemporaneamente essa indichi la debole identità della disciplina, la paura che di essa non rimanga più niente.

 Citando anche Kernberg, a cui Migone pose durante un congresso internazionale alcune questioni, non ottenendone risposte chiare, egli precisa che le presunte differenze fra le varie terapie o sono tautologiche, o si basano su differenze nella tecnica, che l’autore ha già compiutamente confrontato nei contributi precedenti;

e ribadisce che a suo avviso vi è una sola teoria declinabile in diverse tecniche a seconda delle situazioni, dei contesti, della diagnosi  del paziente etc.

 Conclude sostenendo che portare ancora avanti questa questione significa rivelare solo una imbarazzante confusione su cosa sia la psicoanalisi, e che neppure gli psicoanalisti più ortodossi ( in Italia SPI ed IPA )  oggi seguono qualcuno con la tecnica “classica” ( 4 sedute a settimana ) se non loro stessi durante l’analisi didattica. E’ veramente curioso che dei professionisti vengano formati a praticare qualcosa che non praticheranno mai.

 


 

5.

Commento al quinto articolo  ..

Terapia o ricerca della verità? Ancora sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia

http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt69-95.htm

 

 

In questo terzo contributo sull’argomento, partito dallo spunto di un dibattito fra diversi autori, ( Baldini sostiene che lo scopo della psicoanalisi è la ricerca della verità, indipendentemente dai risultati terapeutici ) Migone ritorna sul tema a lui caro, chiedendosi come mai ci si pone ancora questi problemi e cosa c’è dietro questi dibattiti.

 

In questo contributo la focalizzazione iniziale è sul concetto di verità, molto generico quindi facilmente travisabile: e su quelli di ripercussioni, negative o positive, sul paziente: Migone ritiene che la questione va posta sotto il profilo di “ scelta” di cosa, in quel dato momento, il terapeuta ritiene utile per la prosecuzione della relazione con il paziente.

 

Continua evidenziando il fatto che queste discussioni sarebbero oramai datate, in quanto le presunte differenze tecniche non sarebbero sufficienti a motivare   differenze teoriche ( setting, frequenza sedute etc. );

mentre il rilievo che la vera differenza sarebbe fra gli approcci che considerano  centrale l’inconscio  o meno sarebbe a suo avviso caduta in quanto nel tempo le varie teorie psicologiche si sono avvicinate ed oggi nessuno mette più in dubbio l’esistenza di un livello inconscio ( a partire, dico io, dai neuroscienziati , vedi Damasio in Emozione e Coscienza, Adelphi ).

 

Una ulteriore questione possibile allora sarebbe quanti modi esistono di ipotizzare l’inconscio: ma anche qui la cosiddetta teoria della motivazione è quella che in psicoanalisi ha subito le maggiori revisioni, per cui oggi le concezioni di inconscio nelle varie teorie sono pressoché simili.

 

Conclude l’articolo con una riflessione sulle varie forme  di Helping Profession, comprese quelle suggestive e non professionali come la pranoterapia ( che definisce moderno mesmerismo ): e rileva come la negazione che questi professionisti fanno delle dinamiche psicologiche profonde, affidando ad una presunta energia “ fisica” la loro capacità di cura crea di fatto una collusione inconscia con il paziente sul negare i veri mortivi del  malessere.

 


 

4.

Commento al quarto articolo di Migone

Ancora sulla differenza fra psicoanalisi e psicoterapia (Migone, 1992)

cfr: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt60-92.htm

A partire da un dibattito fra diversi autori su pratica terapeutica e formazione, Migone propone ancora la sua visione sul tema.

Riprende l’argomento a partire dalla posizione di Gill, che non considera esaustiva né conclusiva, così come accade nei processi formativi ed analitici, che si possono  interrompere “ formalmente “ ma che continuano ad agire “ all’interno “.

L’autore ritorna sui criteri “intrinseci” ed “estrinseci” che definiscono la psicoanalisi e sul tema centrale dell’”analisi della relazione”, che ha come finalità di rendere “autonomo” il paziente, che dovrebbe riappropriarsi del suo mondo interno attraverso l’interiorizzazione della funzione analitica: e su questo concetto non crede possibile distinguere fra diversi tipi di psicoterapia.

In senso generale ogni terapeuta che lavora essendo consapevole delle dinamiche latenti compie “operazioni analitiche”, anche in attività apparentemente distanti come la prescrizione di un farmaco; se inserisce ogni possibile tecnica all’interno di una concezione dinamica della relazione terapeutica.

L’ipotesi di Migone, su questo tema della necessità per alcuni di continuare a differenziare le terapie analitiche, con motivazioni epistemologicamente infondate, si fonda su motivazioni economiche e di mercato.

Su questo fa un accenno anche alla situazione italiana successiva alla promulgazione della legge 56/89 che limitando l’esercizio della psicoterapia a medici e psicologi ha di fatto creato un duopolio; che può essere assimilata alla posizione di coloro che tentano di dividere concettualmente psicoanalisi da psicoterapie psicoanalitiche allo scopo di conquistare fette do mercato più appetibili.


3.

Commento al terzo articolo di Migone

Esiste ancora una differenza fra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica? Migone (1992)

Cfr: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt59pip.htm

 

In questo articolato, documentato e complesso contributo Migone tenta di affrontare il tema delle “ presunte” differenze fra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica, partendo dal luogo comune che individuerebbe tali differenze in termini di “ più difficile, più profonda, per certi pazienti” la prima, e “ per tutto il resto del mondo e dei contesti” la seconda.

 

Inizia da una prospettiva storica, individuando un punto di debolezza nella stessa definizione di “ psicoterapia psicoanalitica”: che essendo ovviamente seguente alla nascita della psicoanalisi, da essa deriva teoria e tecniche.

 

Per Freud la psicoanalisi era al contempo:

a)    un metodo di ricerca

b)    b) una tecnica terapeutica

c)     C) una teoria psicologica

ed i tre livelli erano interrelati costantemente fra di loro.

 

Se invece per psicoanalisi si intende solo una tecnica, reificandola nella sua forma cosiddetta “ classica”, si è poi costretti a chiamare “ psicoterapie psicoanalitiche” tutte le altre tecniche possibili.

 

Si arriva quindi al punto di considerare, nella prima, il setting “ classico” quale unico modo per far emergere il transfert, mentre nelle seconde il transfert, fenomeno non esclusivo del processo analitico, può essere, nei contesti terapeutici, solo manipolato.

 

Migone poi annota come lo stesso termine psicoanalisi è stato usato per definizioni tautologiche  ( psicoanalisi è ciò che praticano gli psicoanalisti e viceversa ), fornendo ragioni forti a coloro che , negli anni, hanno criticato la poca o nulla identità scientifica della disciplina.

 

Mentre all’origine quindi teoria e tecnica erano interdipendenti, e qualsiasi modificazione nella prima necessariamente comportava modificazioni nella seconda, nel seguito il connotare la psicoanalisi come pratica professionale ha reso la tecnica classica sempre più un’attività ritualizzata, tramandata in modo quasi sacrale.

Del resto, vacillando il polo teorico è stato più semplice rinforzare il polo tecnico.

 

L’ingresso nel mondo analitico dell’urgenza di trattare pazienti precedentemente esclusi promosse in seguito una riflessione ( e revisione ) di quest’impalcatura “ difensiva”; e la psicologia dell’Io ( e del sé) è stata il più compiuto tentativo di ridare vigore alla teoria coniugata alle tecniche.

 

Migone fa una disamina storica del tema ripartendolo in tre fasi:

a)    “ preistoria della psicoterapia dinamica”

b)    periodo del “consenso psicoanalitico”

c)     periodo del “consenso frammentato”

nel secondo punto cita il contributo importantissimo di Eissler sulle modificazioni tecniche, da lui concepite come “transitorie” per raggiungere il fine dell’analizzabilità di pazienti altrimenti non raggiungibili.

Descrive poi “l’analisi del transfert”  proposta da Gill, che teorizza per la psicoanalisi criteri “intrinseci” ed “estrinseci”: i primi che descrivono una teoria della tecnica ed i secondi che descrivono la tecnica.

 

Criteri “intrinseci” nella posizione di Gill ( 1954):

 

a)    centralità dell’analisi del transfert

b)    neutralità tecnica dell’analista

c)     induzione di una nevrosi da transfert regressiva

d)    risoluzione della nevrosi attraverso l’interpretazione

 

Criteri “estrinseci”:

 

a)    frequenza della sedute

b)    uso del lettino

c)     selezione dei pazienti

 

Lo stesso autore però, dopo oltre 25 anni rivede il suo pensiero modificando i criteri “intrinseci” al fine di poter modificare anche quelli “estrinseci”, sulla spinta della necessità di applicare ad una più vasta gamma di pazienti ed in contesti differenti le cure analitiche.

 

Gill quindi si sposta verso una visione relativistica e prospettica della realtà interpersonale e verso una visione del transfert di tipo costruttivistico, che l’autore dell’articolo condivide pienamente.

 

I cambiamenti più rilevanti nella posizione di Gill, così come riportata e condivisa da Migone,  riguardano l’impossibilità della neutralità analitica, che va consapevolizzata ed analizzata; l’interattività del rapporto, la precedenza dell’analisi della relazione nell’hic et nunc rispetto alla ricostruzione genetica; l’analisi della regressione che si manifesta spontaneamente senza bisogno di “infantilizzare” il setting; il fatto che l’analisi è una conversazione e non un soliloquio ( uso del silenzio);e che ogni cosa che avviene è principalmente relativa alla relazione con lo specifico analista.

 

Migone conclude che non ci sono evidenze su queste presunte differenze, essendo più corretta teoricamente una posizione di “ trasverasalità” della psicoanalisi: e che i tentativi di differenziare ancora i due concetti rispondono ad esigenze tendenzialmente monopolistiche o lobbystiche.

 


 

2.

Passiamo al secondo:

La psicoterapia nei servizi pubblici: in che modo è diversa dalla psicoterapia nel privato?

 Cfr: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt65-94.htm

 

Questo articolo scaturisce da una riflessione maturata dall’autore in seguito ad una serie di seminari condotti in Liguria con operatori di Centri di Salute Mentale, stimolati dall’idea di istituire un Servizio di Psicoterapia breve.

 

L’autore non nasconde una posizione “ critica” sulla psicoterapia breve, motivandola con la necessità comunque di discutere a fondo i problemi connessi alla pratica psicoterapeutica in generale, alla teoria della tecnica

Ne conseguono una serie di riflessioni che più che chiudere interrogano e lasciano aperte le domande:

 

a. Psicoterapia breve:

 Se si può aiutare nello stesso modo un paziente con la P.B. perché farle lunghe?

Si interrompe una terapia solo perché il paziente è migliorato? ( nei sintomi o nel funzionamento generale? )

Si può prefissare un percorso terapeutico standard?

 

b. La Psicoterapia breve come una delle possibili soluzioni per il servizio pubblico:

 Questo problema è di un’attualità assoluta, nel momento della riduzione e contrazione del Welfare, nel quale ad una aumento esponenziale del disagio corrisponde una drammatica riduzione delle risorse in campo: nel 1994 , ben 16 anni fa, Migone individua in questa “ necessità” dei motivi esterni alla teoria, di tipo amministrativo, di ricerca, anche etici (cercare di dare risposte al maggior numero di persone ), ma il problema deve essere attentamente discusso, vagliato, anche organizzato in percorsi assistenziali espliciti, di modo che sia il Servizio a scegliere le possibili risposte e la scelta non debba ricadere sul singolo operatore.

 

c. Psicoterapia nei servizi pubblici:

 Si ritorna al dibattuto problema di setting, privacy, pagamento come marcatori delle differenze: ma sono davvero questi aspetti a rendere diverse una psicoterapia oppure i problemi che si possono presentare nella relazione sono gli stessi ma affrontati in contesti differenti?

 

d. Il servizio pubblico è di serie B?:

 Migone evidenzia in questo concetto un uso “ difensivo” sia da parte dei pazienti che ancor di più da quello dei curanti, se sentono l’appartenenza al contesto Istituzionale come “svalutante”.

 

d. Cos’è la psicoterapia?

 A questa bella ed intrigante domanda, sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro, e citando pochi ma ottimi autori , in sintesi la risposta è “ analisi della relazione”, risposta che ci sentiamo di condividere in pieno.

 

e. Psicoterapia o interventi Psicosociali?:

Usando un linguaggio analitico, interventi espressivi o supportivi? E quali privilegiare per cosa? Sembra che l’ottimale può essere considerarli come un continuum sulla scala relazionale, domandandosi sempre quali sono le finalità: di cura, di cambiamento o di riduzione di qualche parametro “ oggettivo” ( ricadute, ricoveri ecc.) ?

 

f. Aspetti ideologici:

 Terapia breve immaginata come nuovo farmaco o intervento “ miracolistico “ ( aspetti suggestivi ma anche di marketing ), con criteri travestiti da efficienza, efficacia. Temi più che mai attuali, ma sui quali fortunatamente la riflessione sta progredendo anche in senso positivo ( cercare di fare bene cose che servono )

 

 


 

1.

Cominciamo col primo:

Psicoterapia nel privato e psicoterapia nel pubblico: cosa implica, a livello teorico e pratico, considerarle “diverse”?

Cfr: http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt78-98.htm

 

Si tratta di un Interessante articolo sul setting analitico ” classico”, sul “transfert”, e sulla posizione “neutrale” dell’analista nei setting pubblici e privati. Temi molto complessi, dibattuti, e soprattutto, ” analizzati” lungamente negli ultimi decenni.

Migone sorprende con la sua capacità sintetica e con argomentazioni stringenti che in buona sostanza possono essere così sintetizzati:

a) considerare differenti i ” setting” nel pubblico e nel privato ha dirette implicazioni sulla conduzione della psicoterapia;

b) il ” setting” non ha un significato aprioristico o univoco ma acquista significato solo alla luce della strutture del mondo interno del paziente;

c) il ” tranfert” non è un fenomeno esclusivo dei setting analitici, tale da dover essere evocato in modo manipolatorio, ma un fenomeno che ” accade” in svariate situazioni umane, e che nell’analisi può essere ” massimizzato ” ed “interpretato”;

d) l’ambiente terapeutico non è mai ” neutrale”, ma è sempre ” interpretato” dal paziente ( e dall’analista) alla luce dei loro vissuti inconsci;

Nel concludere Migone dice che non c’è un setting più appropriato di un altro, che l’unica cosa utile è esserne consapevoli accettando che entriamo in esso come terapeuti influenzandolo; e sulla neutralità riprende le parole di Gill che afferma che un analista é veramente neutrale quando crede di non poterlo mai essere, con una  perfetta posizione socratica sui limiti della conoscenza.

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