di Luciano Rossi

 “Se qualcuno crede di parlare con il “Sé dipendente libidico infantile”, dovrebbe perdere ipso facto il diritto di andare in giro a dare del matto alla gente”. Così afferma in modo efficace e malandrino Richard Bandler, col suo solito disamore per la teoria psicologica o psicoanalitica.

Chi dice cose come “Sé dipendente libidico infantile” non ha le allucinazioni o le traveggole. Però questi specialisti immersi tutti i santi giorni in riflessioni di questo tipo, in riunioni settimanali con colleghi della stessa scuola, che usano gli stessi termini, in congressi mensili o quasi … non si rendono più conto che hanno perso la ruota del gruppo, che il largo pubblico, i loro pazienti, gli specialisti di altre scuole non parlano la loro stessa lingua.

Forse, messi di fronte a questa obiezione, ci diranno che nessun altro termine preso dal linguaggio comune sarebbe ugualmente preciso e rigoroso nell’esprimere quell’idea. Ma non abbiamo solo il compito di essere precisi, abbiamo anche quello di comunicare. Se le due cose, precisione e comunicazione, non sono compatibili, cosa privilegiare? Forse non è difficile dare una prima risposta terra terra. Ci sono contesti teorici e contesti terapeutici: a ciascuno il suo linguaggio. Ma resta un altro punto; per il linguaggio terapeutico si ha una sufficiente preparazione? È solo di quest’ultimo che mi voglio preoccupare, della comunicazione in terapia.

Il terapeuta avveduto, e che vuol essere efficace, si preoccuperà non solo del contenuto da comunicare ma anche e, oso dire, soprattutto della forma della comunicazione. La comunicazione deve arrivare piena ed efficace al paziente, altrimenti è fallito lo scopo del terapeuta. Ed è qui che lo scienziato si deve sdoppiare, rinunciando ad alcuni elementi che preciserebbero meglio il contenuto, ma che distrarrebbero il paziente. Faccio un esempio: se io devo comunicare al paziente che lui sta proiettando su di me la figura paterna allora posso essere tentato di dire in modo stringato ed efficace: “… come un figlio col padre”; ma poi posso sentire che non sarebbe esatto o che sarebbe troppo povero dire così ed allora posso cominciare a desiderare di precisare la mia affermazione aggiungendo un aggettivo e un avverbio “come un figlio ostile talvolta fa col padre”. L’aggettivo ostile attrae attenzione su di sé togliendola al sostantivo figlio; l’avverbio talvolta aggiunge poi precisione ma toglie incisività. In realtà la vera essenziale comunicazione da inviare al paziente è quella di essere rimasto figlio. E questa informazione nei coctails di parole può perdersi. Tuttavia a volte riesco a fare anche di peggio. Non ancora soddisfatto di aver depistato il paziente con un aggettivo, posso pensare che potrebbe non trattarsi necessariamente del genitore e precisare “come un figlio ostile talvolta fa con le figure parentali o altre significative”. È innegabile che di questo passo vengono coinvolte fette sempre più grandi del processo secondario e alti livelli di astrazione. Queste frasi vanno scritte sui libri, non dette in seduta. I termini talvolta, parentale, significativo non passano la dogana della coscienza attuale e allora l’interpretazione fallisce. Fallisce perché non è vero che l’interpretazione si rivolge solo alla coscienza attuale. Deve anche contenere parti subliminali che vanno a colpire altri bersagli.

Dove piazzare dunque l’interpretazione? Non nella coscienza attuale, ordinaria, on line, perché non serve; non nell’inconscio perché (forse) non si può, ma in uno strato, (o stato?), di coscienza sottostante e attualizzabile con un intervento di messa a giorno che preceda l’interpretazione. Mi spiego meglio.

Un giorno, poco prima che io cominciassi a riflettere sulla comunicazione agli stati non attuali di coscienza, venne da me una nuova paziente che aveva sofferto per tutta la sua vita (35 anni) di nevrosi varie e di pesanti e, fino ad allora, invincibili somatizzazioni. Per un po’ mi limitai ad ascoltarla facendo qua e là qualche “benevola” osservazione. Mi parlava principalmente del suo lavoro che lei non trovava interessante. Io invece per fortuna lo trovavo affascinante e forse il mio viso si illuminava quando me ne parlava.

Già dopo alcune sedute la signora mi disse che stava molto meglio e mi parlava addirittura di qualche momento di felicità. Il suo benessere crebbe continuamente sin che un giorno mi domandò che metodo io avessi usato per “guarirla” (pensate un po’!); era “tutta la vita” (a suo dire) che era in terapia, aveva ormai esperienza di tanti metodi terapeutici ed aveva acquisito anche una certa capacità di riconoscerli e confrontarli, sia pure a modo suo. Ma a lei sembrava che io non facessi niente di speciale che giustificasse tale cambiamento. Ero anzi meno “speciale” degli altri terapeuti. Ero del suo stesso parere ed ero quasi, ma non del tutto, sorpreso anch’io. Incominciai a chiedermi cosa era accaduto nel suo caso, e per la verità, ora che la sua domanda mi ci aveva fatto pensare, mi chiesi anche cosa era accaduto in passato in altri casi simili, in casi su cui fino ad ora non avevo soffermato la mia attenzione.

Credo oggi di sapere di che si tratta e proverò ad esporre quello che ho capito. Come avevo operato con lei? Mi resi conto che la avevo ascoltata e avevo comunicato con lei dapprima in setting analitico per poi scivolare come al solito gradualmente, con un metodo mio che si era formato lentamente nel tempo, in una diversa comunicazione. Diversa per grado di specificità degli interventi, per tono di voce, per atmosfera. Provocavo in tal modo, senza averlo progettato, l’emergere di un diverso stato di coscienza. Distraevo i doganieri. Era il mio modo di comunicare semi al paziente, di seminare all’interno. Lo facevo sempre in modo personalizzato perché lo praticavo a persone che erano in terapia da me e che quindi conoscevo. Solo che mentre alcune volte questo mio modo d’essere dava ottimi risultati, altre volte cadeva apparentemente nella indifferenza, specialmente se osservato a breve. Miglioramenti più tardivi non mi era mai capitato di attribuirli a questi momenti di seminagione così lontani. Ancora oggi sono tentato di pensarla così. Ma da quella domanda di Adriana, alla quale in seduta mi sforzai di dare una risposta che non avevo, cominciai a pensare come mai quel metodo qualche volta desse risultati migliori.

Cercherò di dirvi a che conclusioni parziali sono arrivato.

Partito da alcuni studi e molta sperimentazione suggerita dalla lettura di Erickson e PNL, con l’intento di svilupparne ciò che poteva essere importante per il mio lavoro, avevo eliminato via via gli aspetti che non mi interessavano o che apparivano poco fruttuosi ai miei pazienti. Alcuni forse non mi interessavano perché si allontanavano troppo dalla psicoterapia analitica, altri perché non mi riuscivano bene, in quanto non erano congeniali alla mia personalità.

Pensavo che ne sarebbe uscito un buon mix terapeutico dal ricalco, dalla distensione guidata, dalle induzioni aperte, dalle utilizzazioni specifiche del caso. Avevo in mente di mettere a punto una buona somma sincretistica adatta alla mia personalità di operatore. E in alcuni casi sembrava che la disseminazione casuale di alcuni parametri provocasse un evento favorevole imprevisto, non in seduta ma a casa, durante la settimana o il mese seguenti. In alcuni casi le parole erano andate a segno, era cadute su terreno fertile. Sembrava che la parola giusta fosse caduta nel terreno giusto. C’era stato l’attecchimento senza che io sapessi perché.

Se durante la settimana era sbocciato un fiore che io avevo seminato la seduta precedente, dovevo capire di più le tecniche di semina, la natura dei terreni e il percorso del seme, dal mio cuore fino al suo.

Nel frattempo feci anche un corso di ipnosi e qui imparai con sorpresa che possedevo un tono di voce “adatto”, che fino ad allora non sapevo essere importante. Diciamo che qui ne venne evidenziata la funzione. Notai che il tono era adatto perché aveva a che fare con il respiro del paziente, con le mie pause, con il colore della mia voce, con l’assenza di negazioni, con il setting predisposto, con il rapport, e altre cose che non mi sono del tutto chiare. Mi domandai anche se ci fosse una sorta di metrica e se questa metrica scandisse gli intervalli di ricettività del terreno fertile o gli intervalli di pervietà dei canali. Questi intervalli si presentano dunque in modo ritmico?

Nacque così lentamente un metodo solo parzialmente trasmissibile per iscritto, ma quasi del tutto comunicabile per trasmissione orale. Dico quasi del tutto perché non so quanto giochino nel suo uso i fattori di personalità.

Non so se a tutt’oggi io abbia capito la maggior parte dei fattori in gioco. Il fatto è che l’interpretazione o altri interventi devono non solo essere corretti ma anche essere collocati nel posto più fertile. Il gesto della semina non deve essere quello ampio del seminatore, che getta in modo uniforme ma casuale. Ho chiamato inseminazione questo modo, e non seminagione come in agricoltura o non disseminazione come Erickson, perché penso proprio si tratti della collocazione della parola in un punto mirato. Altrimenti sarebbe come mettere una parola in un posto dove non verrà mai trovata. L’interpretazione è una frase che va messa sotto gli occhi, una pomata che va messa sulla ferita, una parola che va mormorata alla funzione giusta della psiche.

Le parole, come altri suoni, sono strumenti per insinuare, ma nel nostro caso non sono vibrazioni pure come in certe tecniche meditative; il fatto che le parole abbiano valore semantico rende più probabile che il loro messaggio si indirizzi agli organi deputati ad utilizzarlo. In musicoterapia si ritiene che diversi suoni si indirizzino a diverse aree già per la loro sola forma. Nella “terapia dei sei suoni” per esempio si ritiene che un suono massaggi la milza, un altro il fegato, ecc. Parole così verranno come un ladro nella notte, e ad esse bisogna lasciare una porta aperta. Occorre poi lasciare alle parole il tempo di agire. Verrà il giorno della consapevolezza, quando i guardiani del paziente lasceranno entrare la parola psicoanalitica. Ma fino ad allora la sorveglianza delle guardie dovrà essere elusa per poter immettere il contingente che aprirà le porte da dentro. Altrimenti mai i greci, temuti et dona ferentes, verranno fatto entrare entro le mura di Ilo. Però fino ad allora nella città troiana si potrà cercare di entrare con cavalli di legno. Vorrei terminare citando una frase di Bruno Caldironi, una frase a cui mi vien facile dare un certo credito: “La presa di coscienza a livello logico verbale “segue” il cambiamento, non lo precede e tanto meno lo provoca”.