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Sogni non  interpretabili                          scarica doc. word

 di Adriano Alloisio


 

Quante volte noi, ascoltatori di sogni, con un orecchio alla voce e alla personalità individuale del narratore e con l’altro alla sfuocata memoria delle decine di migliaia già uditi e trascritti, siamo certi di aver già incontrato quella situazione o quella trama, un personaggio che muore per poi risollevarsi dalla bara, un gabinetto che non si trova, una macchina che viene rubata, una scarpa persa…sogni che si ripetono molto simili tra sognatori diversi, indipendentemente dalle loro vicende esistenziali, per cui io avverto incauto o temerario tentare interpretazioni “forti”, relative a eventi inconsci significativi per l’individuo. Davanti a questa messe di sogni che ripropongono le medesime figure, sento l’esigenza di vederci un po’ più chiaro, o almeno di cercare di riproporre il problema che già Freud aveva messo sul tavolo. Ho la sensazione che all’interno della ripetizione si celi qualche segreto importante, ma riconosco la difficoltà di asserzioni generalizzanti al riguardo, in generale non validabili neppure dalle comunicazioni dei pazienti, che in questi casi sono da ritenersi testimoni poco attendibili. (Freud, Op. 3,225)

Casi in cui può capitare che abbiamo pronta in tasca un’interpretazione di scuola, automatica come un dogma (un gabinetto può rimandare invariabilmente a un seno-gabinetto, una mano rimandare a una mano-masturbazione, la caduta al venir dominati dall’istintualità, la salita a una predilezione per la razionalità, l’ondata del mare all’invasione di contenuti inconsci, una piscina alla stanza dell’analisi); oppure che ci prenda un senso di sconforto, basta scansare quelle più rozze da dizionario dei simboli, qualunque interpretazione ci appare buona, e quindi arbitraria, basta scegliere a quale associazione aggrapparsi.

D’altra parte se non ci fossero ripetizioni non vi sarebbe neppure la motivazione e il materiale per delle teorie, dove ogni teoria interpretativa da un lato mette in luce che certe cose – oggetti, situazioni, trame, strutture della narrazione – hanno appunto la tendenza a ripetersi nei sogni di differenti individui, e dall’altro pone queste cose in corrispondenza con gli oggetti di un modello generale della psiche e del sogno, applicandole infine alle particolarità della psiche dei singoli sognatori.

Dire che esistono schemi o figure oniriche ripetitive è il risultato di un processo di astrazione da parte dell’interprete, il quale – secondo la propria sensibilità - distingue quali aspetti di un sogno appaiono generalizzabili e quali individuali: l’azione del salire le scale può essere comune a molti sogni, è può non colpire in quanto quotidiana nella veglia; il fatto che siano a chiocciola o che diventino impraticabili man mano si sale sarà comune a un insieme più ristretto, ma incomincia a sollevare un mia curiosità: come mai quei dettagli sono così frequenti? ma che io salendo trovi su di un gradino un fazzoletto probabilmente costituisce l’unico caso del genere di cui io sia mai venuto a conoscenza. Sul fazzoletto solleciterò delle associazioni; ma sulla salita delle scale, per via della pregressa frequentazione del tema, è inevitabile che disponga di qualche idea precostituita da coniugare con le comunicazioni in proposito da parte del sognatore. Anche quel particolare dell’essere ‘a chiocciola’ mi è famigliare, così come vi riconosco il simbolo della spirale.  Ma in che modo mi aiuta? Anzi, è proprio quello a mettermi in allarme, a segnalarmi che forse le mie idee precostituite sulle scale sono inadeguate, se non tengono conto di quella spirale.

Riguardo agli elementi ripetitivi nei sogni Freud mette a punto una serie di strumenti concettuali, tra i quali i ben noti ‘simboli’, i ‘sogni tipici’ (vedi il sogno di cadere, di essere nudi in mezzo alla gente, di dover dare un esame nella realtà già superato, di perdere i denti), e funzioni di carattere strutturale (condensazione, censura, etc).

In alcune classi di sogni tipici non verrebbe allucinato un desiderio infantile rimosso, caratteristico della storia individuale del sognatore, ma si tratterebbe della riattualizzazione:

a)                di esperienze infantili  comuni, specie se coinvolgenti il corpo; i sogni di caduta, ad esempio, rinvierebbero alle esperienze che il bambino ha fatto giocando con i genitori, quando lo facevano ‘volare’.

b)                di radici comuni e di mitologemi rintracciabili nella cultura e nel linguaggio.

 

Scrive Freud: “Anche il riferimento alle esperienze infantili mi sembra risultare chiaramente dall’analisi di psiconevrotici. Non sono però nelle condizioni di indicare quali altri significati – forse diversi per ogni persona, nonostante l’apparenza tipica di questi sogni – possano essere legati nel corso della vita al ricordo di queste sensazioni e vorrei arrivare a colmare questa lacuna con un’accurata analisi di esempi validi. A chi si meravigliasse che lamento della mancanza di materiale, nonostante la frequenza per l’appunto dei sogni di volare, cadere, strappare i denti e così via, debbo spiegare che non ho fatto esperienza su me stesso di tali sogni, da quando ho rivolto la mia attenzione al tema dell’interpretazione dei sogni. I sogni dei nevrotici che sono di solito a mia disposizione non sono però tutti interpretabili  (la sottolineatura è mia), e spesso non sino al fondo della loro mira recondita.” (Op 3, 253)

 

Anche in Jung troviamo sogni tipici, anche se non li chiama così, dove ora la fonte del sogno è l’archetipo. E però non mi riesce di far derivare da archetipi tutti i temi ripetitivi da me incontrati, da quando una macchina si trasforma in bicicletta, a quando in bagno non riusciamo a sottrarci allo sguardo di occasionali passanti, o il sangue mestruale invade l’ambiente. C’è dunque un buco, una zona cieca, dalla quale emergono sacche di non interpretabilità, che non hanno a che vedere neppure con una junghiana indicibilità del simbolo, sembrano anzi stare in un universo pre-simbolico, non si prestano al lavoro associativo, e delle quali pertanto resta oscura la mira recondita.

Cercherò di proporre delle linee di ricerca al riguardo, fondate su congetture, destinate – per il modo con cui affrontano il loro stesso oggetto - a restare senza quelle limitate possibilità di verifica che a volte le analisi dei pazienti ci consentono.

 

La situazione mi apparve ingarbugliata fin dall’ingresso in campo come terapeuta, in quanto mi sentii presto assediato da ‘motivi tipici’, ben più numerosi di quelli proposti dalla letteratura, e che non rientravano neppure nell’ambito dei mitologemi. Presi a stilarne un elenco e ad annotarne la frequenza; quasi sempre brevi trame, come i cadaveri che resuscitano, gli ascensori incerti tra il precipitare o lo sfondare il tetto, le inspiegabili code d’attesa agli sportelli, gli eventi naturali come le ondate che si abbattono sul litorale nel generale fuggi fuggi, o il ricorso a gabinetti alla turca da parte delle sognatrici.

Mi è presto venuta da fare istintivamente una macrodistinzione. Da una parte quei passi onirici per i quali mi aspetterei comunque associazioni, e che – anche guidato dalla bussola della teoria - mi si prolungano in pensieri sulla vita psichica del sognatore, passi ripetitivi ma affettivamente densi che coinvolgono genitori, figli, amanti, tradimenti, separazioni, inseguimenti, situazioni sociali imbarazzanti, ricerca di case, licenziamenti, etc. etc.; dall’altra quei passi che pongono l’Io del sogno o altri personaggi in relazione a problematiche situazioni imposte dall’ambiente, eventi naturali più o meno catastrofici, mezzi tecnologici inadeguati, percorsi impossibili, scoperte di circostanze assurde: come se si potesse o dovesse fare una distinzione tra un mondo della psicologia – le relazioni con i personaggi - e un mondo della fisica – le relazioni con lo scenario e con gli oggetti.

 

Presi dunque a interessarmi delle trame ripetitive inerenti gli aspetti fisici e materiali della scena onirica. Incerto tra simboli, motivi tipici, mitologemi, le battezzai onirémi.

Poteva darsi che fossero situazioni oniriche ricorrenti per me, ma non per il mio collega? Constatai che non era così, se le segnalavo al mio collega anche lui finiva per accorgersene, solo che ciascuno è particolarmente incuriosito da certi temi e immagini piuttosto che da altri, che tende a ignorare o a dimenticare.

 

La definizione di un onirema dipende dal tipo e dal grado di astrazione con il quale vogliamo leggere i testi. Il bambino in bilico sulla ringhiera potrà venir inserito nell’onirema ‘caduta’, anche se una caduta vera e propria da un piano alto è spesso solo temuta, o neppure quello;  o in uno più ampio come ‘movimento verticale’, che include ascese e cadute, tenendo conto del fatto che a volte si ritrovano accoppiate nello stesso sogno.

Mantenendo alla definizione di un onirema una relativa generalità (ad es. : “accadimenti agli arti inferiori”,”movimenti verticali”, “inconvenienti alla macchina”, “perdita di sangue mestruale”, “gravidanza e parto”, “ondate ed esondazioni”...) arriviamo a un numero che va da qualche decina all’ordine del centinaio, in dipendenza dal livello di dettaglio al quale si spinge la definizione, e dalle basse frequenze di apparizione che includiamo.

Gli interpreti, soprattutto se poco avvertiti, possono non accorgersi dell’esistenza di molti oniremi, spesso infatti questi passano inosservati come ovvie riprese di accadimenti della vita quotidiana, se l’amico abita all’ultimo piano appare ovvio, già a partire dal tono del racconto, che si prenda l’ascensore; oppure vengono raccolti come elementi alieni, sterili, disturbanti rispetto alla linearità di un’interpretazione, e in essa incastrati in qualche modo. Di solito vengono ricordati più facilmente le immagini rispetto ai processi che attorno ad esse si sviluppano e che, fatte le opportune astrazioni,  rivelano essi pure trame di base ripetitive. Ci si  arresterà ad esempio al bagno in piscina, ma in genere non si andrà a vedere se esistono ripetizioni su ciò che succede dopo che se ne è usciti o su quello che vi accade al suo interno.

Infatti un onirema non è un’immagine isolata, non è un punto ma una linea, a volte si connette con altri oniremi in una catena essa pure ripetitiva, anche se più rara, una sorta di frase, o di processo, e che ho chiamato onirema complesso.

Un esempio è il caso frequente dei sogni dove la fase di caduta è successiva a una di ascensione, con una sosta intermedia, di vertigine, suggerendo così l’esistenza di un intero processo che consta di tutti e tre i momenti; poiché sono numerose le volte in cui solo una delle fasi viene sognata (o ricordata), ecco che di solito salita e caduta vengono trattate in modo distinto, e non si tiene conto che lo stare in alto sul bordo di un precipizio contiene di per sé già una caduta. La cosa non è indifferente, poichè se ho in mente l’esistenza dell’intero processo, di fronte a un’ascensione pura e semplice mi chiedo: come mai non c’è la caduta? Quando si sta per cadere, o si è in posizione sopraelevata, e quindi pericolosa, sovente appare giù in fondo una distesa d’acqua. Ma se non appare, mi faccio una domanda simile alla precedente, dov’è l’acqua. Per questa via si è portati a prendere in considerazione, accanto a ciò che viene sognato, anche  ciò che ‘non viene sognato’.

Gli oniremi complessi rimandano dunque a un processo, più che a un simbolo o a un mitologema, o alle immagini prodotte dagli archetipi.

Se guardiamo agli oggetti più frequentati, essi sono relativamente pochi rispetto alla varietà diurna, e sembra che una loro definizione anagrafica sia incerta, e – se si precisa –sia comunque successiva, sovrastrutturale rispetto a un’idea originaria e sfuocata, di casa, di gabinetto, di macchina, di mare, di paesaggio, di grande magazzino…Si presentano dunque da subito alla coscienza con una valenza simbolica? Non lo credo.

In genere le cose inanimate che appaiono nel sogno sembrano rimanere confinate – come nella coscienza dell’adulto non psicotico, uscito pertanto dalla fase animistica – nell’ambito di ciò che è privo di uno psichismo autonomo, al più ricettacolo di ricordi, affetti, intenzioni, valori d’uso da parte dell’Io del sogno. Se nel sogno un gatto può mettersi a parlare, per contro non ho mai sentito di un’automobile o di un ascensore che facessero altrettanto. Impazzire o non rispondere ai comandi sì, ma parlare no. Eppure nel sogno il pensiero magico è ancora all’opera. Perché dunque gli oggetti inanimati non ne vengono toccati, e, alla peggio, si sottraggono alle aspettative dell’Io del sogno?

 

Un’ipotesi coerente con quanto precede è che nel sogno gli oggetti rappresentino nella forma più pura ciò che è Altro, ben più che l’animale, l’extraterrestre, l’uomo nero, il ladro, i quali infatti non di rado alla fine si mettono a interloquire con noi; talmente Altro, da essere incapace ai nostri occhi di soggettività, come è incapace nella veglia. E cosa vuol dire che rappresentano l’Altro? Che ad essi corrispondono zone della mente – ne sto adottando un’immagine topologica – assolutamente estranee alle funzioni coscienziali, dei quali colgono solo l’involucro; con esse  entriamo in relazione tramite le qualità che ci appaiono, attraverso forma, uso e storia,  ma non attraverso una loro eventuale attività psichica, dalla quale siamo tagliati fuori, forse nascosta, forse ibernata o mineralizzata.

Eppure queste zone della mente rappresentate da oggetti inanimati sono a volte capaci di ribellarsi, premere ai confini, cercare di penetrarci, costringerci a rafforzare le difese, mentre l’identità e la consistenza dell’Io del sogno traballano sotto la loro pressione.

Un’automobile è lì per essere rubata, per prendere la multa, per passare con il rosso, per subire un incidente o aver sfregiata la carrozzeria, per non obbedire ai comandi e magari per andare inaspettatamente all’indietro, per venire interamente smontata dal meccanico: insomma, per non funzionare. Un ascensore raramente ci sbarca serenamente dove volevamo: precipita, o si blocca, o sale oltre il tetto, o si trasforma in tram; le scale dopo poche rampe diventano inagibili; il mare da limpido diventa corrusco, ondate spaventose si abbattono sulla spiaggia provocando il fuggi fuggi; se un bambino sta su di un balcone, presto si arrampicherà pericolosamente sulla ringhiera. Quando il sogno si fissa sulle scarpe, le perdiamo o le roviniamo, e ne dovremo cercare di nuove, o di più adatte. Il sangue mestruale invade l’ambiente e si manifesta malgrado tutte le precauzioni.

L’oggetto in questo senso più insidioso è l’acqua, che penetra, rende inservibili le cose, sporca, invade, ed è pertanto quello più animato, più dotato di autonomia e più incontrollabile. Non a caso è così frequente che di fronte a una caduta potenziale appaia l’acqua in fondo all’abisso: in corrispondenza al rischio mortale di disfarsi corso dal soggetto onirico, l’oggetto per parte sua può sciogliersi e invadere, ma anche assimilarsi a noi, come i sali che l’acqua può rendere assorbibili da parte delle radici.

Zone della mente, dunque, suscettibili di storie e di processi ricorrenti; processi dalle funzioni misteriose che si svolgono dietro le quinte di qualunque consapevolezza. Certi oggetti, vista la loro frequenza, è probabile che si trovino al centro di particolari funzioni. Quante docce, quanti gabinetti alla turca! Farsi la doccia è nella veglia abbastanza comune, ma dai sogni lo sembrerebbe molto di più, mentre è rarissimo che nel sogno ci si lavi al lavandino, dove invece si fanno altre operazioni.

La congettura, dunque, è che gli oniremi vengano innescati in momenti di contatto con zone della mente altre, con le quali – a differenza del rimosso o dell’archetipo - non è prefigurabile un codice di comunicazione, non è prevista l’esistenza di una soggettività. Per questo in genere gli oggetti non sono né buoni né cattivi, sono suppellettili neutre, normali strumenti, o sfondi di uno scenario. Questo significa che gli oniremi sarebbero degli “scarti” di comunicazione, come l’aggrapparsi a immagini stereotipate e banali, perché ancora non esistono forme di rappresentazioni plausibili per questi rapporti tra parti oscure. Un aggrapparsi che tuttavia segue dei copioni tramite i quali provare a scavalcare, a mostrare il trucco di queste banalizzazioni. In tal caso l’Io del sogno si sente materialmente minacciato, deve mettere in atto azioni difensive, prova a interpretare la scena in modo rassicurante, poiché rischia la sua stessa consistenza e permanenza (ossia la continuazione del sogno). Essi sono relativamente indipendenti da contenuti in quanto l’assoluta alterità è priva di contenuti, così come il senso di identità dell’Io del sogno ha per contenuto solo se stessa.

Il fatto che gli oniremi non si presentino solo con immagini, ma anche con trame ripetitive, suggerisce dunque l’esistenza di una varietà di processi, di inconsce funzioni mentali di tipo diverso che presiedono a questi momenti di scontro, o di contatto, o di osmosi con l’assolutamente Altro, con l’inanimato.

 

Il corpo è uno dei luoghi più frequentati dagli oniremi: dove si colloca, in questa ripartizione senza soluzione di continuità tra l’animato e l’inanimato?

Il corpo, già nella veglia, è il punto di massima contiguità tra i due mondi, quello del soggetto e quello dell’oggetto materiale e inanimato: luogo di massima intimità del soggetto, e di massima estraneità al tempo stesso. Nel sogno diventa il teatro della battaglia e delle alterne vicende tra i due fronti, in trame spesso dall’esito inestricabile per via del cumulo di affettività che – trattandosi della sorgente delle emozioni - vi si riversa. E qui l’osmosi vede come principale veicolo la fluidificazione, il sangue, l’orina, le lagrime. Secondo la congettura qui presentata non si tratta di simboli (da ampliare e rielaborare nello stato di veglia), ma di concreti processi metabolici della mente, che si svolgono per immagini in tempo reale durante il sogno.

In termini di frequenza, le parti del nostro stesso corpo non sono equamente rappresentate:  gli arti inferiori al primo posto, a diverse lunghezze gli occhi e gli organi genitali, circa alla pari con capelli, bocca e seno; in fondo alla graduatoria braccia e mani. Non è singolare che gli arti inferiori siano così più frequentati di quelli superiori?

Rileggendo i resoconti dei miei primi anni di analista, quando non potevo ancora essere troppo condizionato da atteggiamenti precostituiti, e chiedendomi oggi perché mai nuclei tematici come gli accadimenti agli arti inferiori si fossero imposti per primi alla mia attenzione, rilevo – a titolo esemplificativo - i seguenti dati:

 

Sui 1524 sogni delle mie prime sette pazienti (ossia tutti i sogni riferiti in seduta; così distribuiti per paziente: 205, 141, 205, 86, 332, 367, 188) i temi degli arti inferiori, degli arti superiori, degli occhi e della gravidanza/parto appaiono con la seguente frequenza (calcolata sul totale dei 1524 sogni) :

 

arti inferiori          4,3 %   così distribuiti rispetto al totale di ciascuna sognatrice:

                                                            2%,  5%,  2%,  3%,  2%,  6%,  9%

gravidanza/parto   2,8 %

occhi                     1,3 %

arti superiori         1,0 %

 

Secondo il Nobel Michel Jouvet l’attività del sognare, riscontrabile nelle specie animali a sangue caldo, nel suo dipendere dalla presenza di severe condizioni fisiologiche durante il sonno, richiede tra l’altro la deafferentazione dei nervi preposti alla motricità degli arti inferiori. Un animale che si mettesse a correre fuori della tana per cacciare una preda che sta vedendo  in sogno, rischierebbe non poco. Se un’analoga deafferentazione accadesse anche nell’uomo, magari in certe fasi particolari del sonno, l’evento in sé potrebbe venir registrato come una menomazione agli arti inferiori, e diventare esso stesso – almeno a volte - uno spunto onirico: l’Io del sogno si sente attaccato nel suo senso di stabilità e di radicamento sul terreno. Naturalmente l’interesse per noi sta nell’utilizzo che di questo stimolo viene fatto nella costruzione del sogno. Ce ne occuperemo tra breve.

Al secondo posto si trova l’onirema gravidanza/parto, per lo più oggetto di interpretazioni ‘simboliche’. In realtà si tratta di un onirema complesso, dove in circa metà dei casi assistiamo a uno sviluppo: i bambini sono due; anche se non sempre è facile scovarli. Uno è un figlio naturale e l’altro è adottato o trovato sul ciglio della strada, o appartengono a due madri diverse, oppure una donna ha il figlio e l’altra abortisce o mestrua, quando mestruo e gravidanza non appartengono simultaneamente alla stessa donna. E quando i figli sono due, è frequente incontrare una tra le seguenti circostanze: uno cade giù da un terrazzo e l’altro no,  uno è nero e l’altro è bianco, uno è femmina e l’altro è maschio, uno è handicappato e l’altro no, uno è animalesco l’altro è umano….

Si può azzardare che laddove una nuova soggettività incomincia a emergere dall’oggetto inanimato, rappresentandosi con una materialità vivente all’interno dell’oggetto-corpo, ecco che essa (in questo caso: il bambino)  si duplica, un versante in primo piano e uno sullo sfondo, uno conscio e uno inconscio: è il modo di funzionare di un metabolismo della mente, come già Jung aveva osservato per gli oggetti doppi, che si ripeterà ogni volta che sarà necessario. Per certi pazienti questo metabolismo non funziona bene, o non sempre, e forse il sogno ce lo può rivelare; o forse, ancora, lo stesso sogno sta cercando di metterlo a punto.

 

Per andare più addosso alla questione e mostrarne alcuni risvolti mi servirò di un esempio, scegliendo l’onirema che per primo mi ha sollecitato l’attenzione, gli accadimenti agli arti inferiori: zoppie, ferite e amputazioni alle gambe, perdita e acquisto di scarpe…Ne diventai un collezionista, sollevando lo sconcerto dei colleghi, che un po’ sorridendo benevoli e qualche volta interessati aggiunsero alle mie esperienze i loro resoconti. Poi arrivò la “Storia Notturna”, dello storico Carlo Ginzburg, dove tra l’altro – partendo da un’osservazione di Levi-Strauss – l’autore si interroga sul significato di un tema così diffuso, nel tempo e nello spazio, nei miti e nel folclore, come quello del monosandalismo (Achille, Edipo, Efesto, Dioniso, le danze claudicanti, Cenerentola…)  – incontro che mi diede un po’ dell’ossigeno di cui avevo bisogno, la rassicurazione che non mi stavo muovendo da visionario.

L’interpretazione generalmente accolta è che nel mito il monosandalismo e in generale gli accadimenti agli arti inferiori siano il segno del transito attraverso l’al di là, lo stesso mondo dei morti che Propp suggerisce nella sua analisi strutturale delle fiabe, lungo un percorso iniziatico. Anche perché si tratta di sogni così ricorrenti, non ho mai avuto la percezione che essi concidessero con momenti psichici così importanti, restando tuttavia l’ipotesi di un transito di parti della mente in un mondo altro.

Tra gli oltre quattrocento sogni con ‘accadimenti agli arti inferiori‘ da me complessivamente raccolti (da pazienti miei e da resoconti di colleghi), porterò qui di seguito come esempio i primi che incontro sfogliando il mio archivio, scegliendo quelli che hanno a che fare con le calzature (ritagliando solo il passo che interessa; il numero in coda esprime la percentuale dell’intero testo riportata, il testo escluso riguardando altro).

 

cammino con dei sandali bianchi, e ho la sensazione che siano pesantissimi. Allora li limo con le unghie lungo i contorni per accorciarli: senza riuscirci, ed era un po' come limarsi le unghie (100)

 

sto perdendo una scarpa, rallento, alla fine mi esce. Mi fermo, cerco di forzarla, alla fine non riesco. Resto lì con la scarpa fuori (40)

 

le scarpe (che volevo comprare) erano per il matrimonio, ma volevo scarpe marroni. Alla fine non ne trovo, di marrone avevano solo dei sandali, ma erano troppo aperti. (50)

 

una signora piccola entra e vede delle scarpe nere. In realtà si vede una scarpa, di ogni cosa c'è un campione solo. Le scarpe avevano il pelo dentro e la suola a carro armato. Capisce che sono fatte su misura per lei. (50)

 

l’analista al piede destro aveva una scarpa da ginnastica bianca, al sinistro una mattonella di legno. (20)

 

sono seduto, mi sto allacciando le scarpe, entra mia madre, alzo gli occhi, la vedo, mi paralizzo, forse speravo che fosse precipitata giù. Mi accorgo di avere allacciato le scarpe le une con le altre. (30)

 

mi accorgo che mia sorella ha messo una mia scarpa in un sacchetto di cioccolatini (30)

 

mio padre indossa scarpe che sono contemporaneamente anche ciabatte. Dice che deve farle vedere perchè hanno qualcosa che non va. (30)

 

trovo nelle mie scarpe da ginnastica scorpioni secchi. Riguardo e trovo orecchini di un'amica di mia madre, con grossi pendenti. (90)

 

mi trovo in una carrozzella con il foro centrale come le comode e mi accorgo che sto facendo i miei bisogni, ma mi vergogno un po' perchè sono giunta vicino ai negozi. Scendo ancora dalla carrozzina e mi manca una scarpa: guardo nella borsa e ne ho addirittura due paia. (30)

 

mi tolgo le scarpe e sento la voglia di correre a piedi nudi; dopo la corsa torno verso le scarpe e scopro che me ne hanno rubata una. Mi rivolgo ai passanti ma nessuno sa niente. Trovo un venditore ambulante di scarpe il quale con tono quasi complice mi dice che della mia scarpa non sa niente, ma mi regala un paio di sandali dicendo che sono più comodi perchè sono aperti. (60)

 

trovo un corso d'acqua che devo risalire standoci dentro. Ma devo nascondere le scarpe, come gli altri, e frugo per cercare dei posti. Le nascondo sotto una radice, o un cespuglio. (25)

 

un’amica mi dà delle scarpe basse di cuoio da montagna. Ha il piede più piccolo, ma mi vanno bene, e tengo quelle anzichè comprarne. (100)

 

c'è una bacinella nella vasca piena di mie scarpe, a mollo, e così pure il water: lo stupro è stato questo, mettere a mollo le scarpe. Ne prendo una in particolare, ha un tacco un po’ consumato. (30)

 

mi trovo con i piedi bagnati, e mi devo cambiare le scarpe, e guardo le scarpe degli altri, e vedo molti tipi.  (9)

 

Si possono osservare alcune circostanze:

-                     la frazione di testo coinvolta dall’onirema è molto variabile, da sogni in cui di esso vi è solo una rapida traccia, a sogni che ne sono quasi interamente investiti

-                     il motivo predominante è quello dell’opportunità di sostituire le scarpe con altre più adatte, e si svolge secondo le due fasi: “perdita / deterioramento” e “ ricerca / acquisto / ritrovamento”. Delle due fasi può essere presente una sola. Negli esempi riportati manca il caso in cui l’esito del processo è la perdita definitiva di una scarpa (monosandalismo).

-                     una delle cause di deterioramento è l’acqua

-                     il motivo più diffuso per acquisire nuove scarpe è la ricerca di comodità, come se la pianta del piede si fosse allargata, o allungata, o la scarpa si fosse ristretta. Un tipo di scarpa che viene proposto in sostituzione è di solito quella aperta, un sandalo, o una ciabatta, o uno zoccolo, o una babbuccia, o da ginnastica, come se fosse più flessibile rispetto a variazioni della dimensione della pianta del piede.

-                     per contro stanno, per una possibile scelta alternativa, scarpe col tacco, o stivali, stivaletti, scarponi, più adatti alla ‘difesa’ (da parte dell’Io del sogno) e a resistere all’acqua.

 

E fin qui, se interpretiamo ‘calzatura’ come modo e mezzo di procedere, più o meno capace di adattarsi al terreno e alle situazioni, mediazione tra soggetto e oggetto, l’onirema si presta a facili letture psicologiche, di stampo simbolico.

Ma la prospettiva cambia se prendiamo in esame qualche sogno più articolato, dove l’onirema diventa complesso, casi che ritengo illuminare i sogni in cui l’onirema è semplice o presente soltanto a livello di traccia. Ecco un esempio, che suddivido per comodità di esposizione in due parti:

 

Prima parte: Una donna giovane e bella concorda con il suo innamorato una salita per le scale. Le scale a rampe a spirale. Lui dovrà inseguirla partendo in un secondo tempo. Lei partirà con scarpe a tacco alto, dovrà cambiare le scarpe ogni certo numero di rampe. Lui che la segue dovrà fermarsi e mettere le scarpe lasciate da lei. Ma lei parte scartando le scarpe a tacco alto e calzando scarpe di tela alte rosa da pallacanestro. Man mano che sale calza scarpe di un numero sempre maggiore. Più comode. Lei sale di corsa e lui più o meno le tiene dietro con lo stesso ritmo. Arrivano molto in alto. Forse altezza interplanetaria, o da alta montagna, il passaggio all'aperto è breve e difficoltoso per il freddo. Lui aiuta lei a coprirsi. Si trovano in un ambiente chiuso (astronave, rifugio di montagna). Inizia la discesa. Lei scende talmente in fretta, in un moto continuo quasi scivolato a spirale che lui la perde. I due si perdono.

 

Scale salite di gran corsa, piedi che nel frattempo si allungano, un lui che calza le scarpe via via più lunghe che lei gli lascia…e infine l’arrivo “ad altezza interplanetaria”, poi una sorta di stasi, lui che ‘copre’ lei, e quindi una sorta di caduta…come non pensare, dopo l’insegnamento freudiano, alla messa in scena di un coito? Comunque un coito onirico venga interpretato, a questo sembra ricondurci il problema del piede che deve calzare una scarpa comoda e adatta, e che deve adattarsi a una scarpa che cresce, il tutto in un’ascesa vertiginosa seguita dalla discesa precipitosa. Ma procediamo con la seconda parte:

 

Anni dopo i due si ritrovano in un locale pubblico. Sono tutti e due molto invecchiati e divenuti più massicci e sgraziati e in particolare con nasi a palla prominenti. Lui è entrato con un amico dall’aria molto pratica, lei con un’amica robusta, come due lesbiche dal piglio mascolino. Si fronteggiano. Poi improvvisamente lei si trova sdraiata per terra con la testa al posto dei piedi e le gambe al posto della testa. La testa diventata molto piccola e le gambe molto gonfie. Dovrebbe essere un canto o una danza. Quello che sembra di intravedere è un passaggio - di liquido? di flebo ? non si capisce -, da gamba a gamba.

Io racconto questa trama agli amici convinta che sia quella di un film. Poi mi dico che forse è un sogno ma gli amici mi convincono che è proprio un film. Nello stesso tempo, durante il sogno o film continuo a memorizzare la ricetta che mi ha dato mia cognata per la mia gamba destra dolente. Come se si trattasse di un golf fatto a maglia mi dice dove devo aumentare o calare i punti all'attaccatura della manica (operazione che viene anche detta dello ‘scalare’;  la salita delle scale è dunque simultanea al dover tenere attaccato un arto dolorante, di cui evidentemente si fantastica il distacco).

 

Questo giro di boa non era prevedibile: cosa c’entra con un coito una trasfusione da gamba a gamba? E il capovolgimento testa-gambe? E perché ora le gambe diventano così importanti? A guardarci bene anche il precedente scambio di scarpe può essere assimilato a una sorta di trasfusione.

E perché tutto ciò non sarebbe ascrivibile alla particolare personalità della sognatrice?

La risposta mi venne frugando nel mio archivio, e riesumando – assieme a qualche altro – un sogno di dieci anni prima di un’altra sognatrice: no, si tratta di un onirema complesso:.

 

Devo andare al funerale di X, prima però passo a prenderlo vivo al pronto soccorso di un ospedale. Riesco a sapere che si trova all'ultimo piano di quell'immenso grattacielo che è l'ospedale, e che l'unico modo per arrivare lassù è quello di salire su un montacarichi su cui si trovano due lettini. X è considerato morto e quindi non gli sarà concesso di venire via con me, devo aiutarlo a fuggire. Fingo di avere un malore e vengo subito sdraiata su di  un lettino di un montacarichi e mandata su in alto al pronto soccorso. Lì lo incontro e in pochi secondi stabiliamo il piano di fuga: io mi faccio visitare, e una volta che i miei parametri fisiologici risulteranno normali verrò rimessa sul montacarichi e rimandata giù, e in quel momento X salterà sul montacarichi e scenderà con me. Il piano funziona, tuttavia accanto al montacarichi c'è una specie di botola, percorsa da un lunghissimo pilastro che arriva a terra. X scende velocissimo ruotando intorno al pilastro e scompare. Viene dato l'allarme e il montacarichi viene fermato nell'ambulatorio di un ortopedico che mi si avvicina tenendo in mano un vassoio di ossa. Accanto a me c'è una ragazza che non vedo in faccia. L'ortopedico mi vuol fare del male, vendicarsi della fuga cui ho collaborato. Mi lega un laccio emostatico alla caviglia, il dolore è sempre più forte, ma resisto e consolo la ragazza, cui fanno la stessa cosa. Passa molto tempo, si avvicina l'ora del funerale e non sono ancora riuscita a uscire. Decidono di lasciarmi andare, prima però un'infermiera mi infila più volte con forza la siringa nella gamba e mi aspira sangue. Poi sono libera, respiro all'aria aperta e corro verso l'auto, pensando che X sarà là che mi aspetta.

 

A distanza di dieci anni due persone che non si conoscono, in analisi da due miei colleghi che non si conoscono, fanno un sogno con un dettaglio identico: dopo una salita, uno di due personaggi scende velocissimo a spirale. Un altro onirema? In un certo senso sì, movimenti verticali a spirale (vedi le scale a chiocciola) sono abbastanza comuni nei sogni. Ma qui c’è di più, gli oniremi  [salita, momento di sospensione in alto, discesa] e [impedimenti agli arti inferiori, trasfusione tra arti] - si concatenano in trame similari.  Ho incontrato altri casi in cui si assiste a un fatto di questo tipo, rappresentato in forma più o meno compiuta o allusa. Inoltre ci sono altre analogie, sulle quali ora non mi soffermo.

 

La congettura fatta porta a immaginare che lo scambio testa piedi riguardi l’integrazione nella soggettività di aree estranee (salvando quindi anche l’ipotesi del riferimento al coito),  dove il rigonfiamento mostra la ricerca di più ampio contenitore, analogamente a una gravidanza. La stessa salita a grandi altezze perfezionerebbe l’azione difensiva, il distanziamento dal luogo naturale dei piedi (più si sta in alto più la base di appoggio deve essere sicura, e il piede più grande), fungendo tuttavia anche da ricarica per una  caduta, capace di destabilizzare e ammorbidire la corazza e la stabilità dell’Io del sogno, rappresentante del complesso dell’Io in questo tipo di metabolismi. Ulteriori oniremi sono il passaggio in una sorta di aldilà, le distorsioni del tempo (come la rincorsa, l’essere in ritardo), lo stato di trance (il malore, il freddo nello spazio siderale), che ritroviamo nei due sogni.

Ma perché la scelta delle gambe come campo (immaginale; o concreto nella loro mappatura nel cervello?) di queste operazioni? A differenza delle braccia, l’uso di una gamba non può prescindere da quello dell’altra, stabilendo così una polarità caratteristica  che deve venir a fare parte del soggetto, dove la figura deve staccarsi dallo sfondo, il conscio dall’inconscio, cosa che si realizzerebbe appieno in presenza di un esito monosandalico, una zoppia; mentre una gamba che si staccasse dall’attaccatura suggerirebbe un ritorno alla precedente posizione unilaterale del soggetto.

Il passaggio di fluido tra le due gambe stabilirebbe un collegamento tra i due arti più intimo e più continuo della fisiologica alternanza, e ancora un’osmosi tra alterità.

Sto tentando un’interpretazione? Forse, ma non nel senso di qualcosa che si possa offrire alla meditazione del paziente, o al quale il paziente potrebbe in qualche modo arrivare con associazioni. Stiamo parlando di funzioni – le penso di routine -  in grado di rendere più elastico il soggetto all’accoglimento dell’assolutamente estraneo e ‘inanimato’, attraverso il laboratorio delle immagini del corpo,  prospettiva di fronte alla quale l’Io del sogno o cerca di difendersi con un continuo processo di adattamento (sostituzione delle scarpe), o semplicemente si assenta. Processi che non sarebbero diretti alla consapevolezza, ma a mobilizzare dei metabolismi della mente alle spalle della coscienza.

Potrebbero trovarsi lungo tale direzione - l’ammorbidimento della mente rispetto alle pressioni esercitate dall’alterità di altre sue parti, e le successive osmosi - le mire recondite di questi sogni tipici? Il discorso potrebbe continuare immaginando, con esami più di dettaglio del materiale onirico, quali possano essere  contenuti e funzioni dell’assorbimento di tale alterità.