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Il grande decostruttore dell’arroganza occidentale (sulla scomparsa di Claude Levi-Strauss) di Annamaria Rivera (da Liberazione, 5 Nov. 2009) Se dovessi esprimere nel modo più spontaneo l’emozione per la scomparsa di Claude Lévi-Strauss, la direi con una poesia. Metterei in scena il Grande Centenario e uno dei miei gatti, il più anziano e saggio, morto un mese fa alla sua stessa età veneranda. E li farei dialogare, in un’operetta morale in versi, intorno alle splendide pagine che Egli ha dedicato alla riflessione sull’antropocentrismo. Forse Lévi-Strauss ne sarebbe contento, il mio gatto ne sarebbe anche orgoglioso, e io mi sarei sottratta al compito impossibile di ripercorrere l’opera immensa, complessa e variegata del grande antropologo. Le pagine cui ho fatto cenno compongono un nucleo di pensiero che, a mio parere, non è stato valorizzato a sufficienza, se non da qualche suo allievo, soprattutto da Philippe Descola, che è stato anche l’ultimo suo tesista. Esse discendono dall’ispirazione rousseauiana, ma dietro si intravede anche, ovviamente, la lezione di Montaigne. L’attualizzazione critica di Montaigne e di Rousseau, che è uno dei grandi meriti di Lévi-Strauss, gli ha ispirato una riflessione fra le più importanti e feconde, curiosamente poco o per niente conosciuta o accolta dal pensiero ecologista e animalista. Questa riflessione è presente già nella prefazione alla seconda edizione (1967) delle Strutture elementari della parentela. Qui Lévi-Strauss riflette sulla linea di demarcazione istituita fra natura e cultura e si domanda se, ben lontana dall’essere un dato oggettivo dell’ordine del mondo, essa non sia piuttosto una creazione artificiale della cultura umana, un’opera difensiva, creata da una frazione dell’umanità allo scopo di fondare la propria identità di specie e di rivendicare la propria originalità. Più tardi, egli avrebbe evocato il « circolo vizioso » inaugurato dal pensiero occidentale con la separazione radicale fra umanità e animalità. Una separazione originaria che sarebbe poi servita ad escludere porzioni di umanità sempre più vicine alla propria e ad elaborare un umanesimo riservato a minoranze sempre più ristrette. In tal modo Lévi-Strauss non solo rintraccia e analizza il filo che lega lo specismo –come si direbbe oggi- all’etnocentrismo e al razzismo, ma getta anche le basi per un’antropologia non dualistica, che non collochi in due campi ontologici distinti gli umani e i non umani, e che si interessi alle relazioni che intercorrono fra gli uni e gli altri. Una bella sfida per una scienza nata da sguardo antropocentrico oltre che coloniale. Per la scienza che finisce per darsi come concetto-chiave una “nuova” idea di cultura, la cui prima formulazione esplicita e sistematica, come è noto, si deve a E. Burnett Tylor (1871): la capacità di produrre culture (al plurale), intese come grandi macchine simboliche che inglobano tutte le dimensioni della vita sociale, è finalmente attribuita all’intera umanità (ma era già scontato per Montaigne). Questa macchina simbolica è concepita come prerogativa peculiare ed esclusiva del genere umano. Anche per questo, come dicevamo, le pagine levistraussiane contro l’antropocentrismo sono una sfida non da poco; che sarà raccolta soprattutto da Descola, in una riflessione che parte da un lungo lavoro di campo, principalmente in Amazzonia, e culmina in un’opera decisiva qual è Par de-là nature et culture (Gallimard 2005). Il tema dell’immensa variabilità delle culture ci dà la possibilità di far cenno a quale sia stata l’innovazione fondamentale dello strutturalismo levistraussiano. Per dirla in modo assai sintetico e per forza di cose approssimativo, essa risiede essenzialmente nell’aver praticato e offerto un sistema di dispositivi raffinati per esplorare lo spettro amplissimo delle analogie e differenze fra le società umane, senza perdersi o rimanere invischiati nella trappola dell’apparenza, dell’empirico, del particolare. Rintracciare « le strutture elementari », che reggono la variabilità infinita delle forme culturali e che si producono al di là della volontà e della coscienza degli attori sociali, permette di cogliere e mettere in luce ciò che di universale accomuna e sottende le culture. Se volessimo andare al fondo del paradigma levistraussiano (ma non ne abbiamo lo spazio), troveremmo che esso contiene molti paradossi, alcuni intenzionali. Del resto, l’antropologo più celebre e prestigioso del Novecento, fra i grandi intellettuali uno dei più influenti e discussi, di paradossi è stato maestro. Paradossale fin da Tristi Tropici (1955). Il diario di viaggio, al tempo stesso biografia intellettuale -uno dei libri più belli del Novecento, che ha riscosso un successo eccezionale- si apre con una frase fulminante e provocatoria: “Odio i viaggi e gli esploratori”. Paradossale è stata anche la ricezione della sua opera immensa e straordinaria, che ha segnato una svolta decisiva dell’antropologia, ma non solo di essa. Nessuno ha potuto farne a meno, nel campo antropologico e in cento altri. Eppure nessun’altra opera importante è stata criticata quanto la sua. A Lévi-Strauss sono stati imputati, di volta in volta, l’antistoricismo e l’irrazionalismo (era l’accusa rivoltagli da un altro grande antropologo, Ernesto De Martino), il mentalismo e l’intellettualismo (la riduzione dell’esistenza sociale al gioco delle combinazioni linguistiche e simboliche), la cancellazione del soggetto (la sua celebre frase “I miti si pensano fra loro” è il principio che guida i quattro volumi delle Mythologiques), il relativismo spinto e l’antioccidentalismo. Ma negli anni più recenti anche l’opposto: l’eurocentrismo e perfino una certa vicinanza col razzismo differenzialista. Fin dal 1971, infatti, aveva sostenuto posizioni che poi sarebbero state dette differenzialiste: popolazioni diverse che entrano in contatto su territori contigui, aveva affermato, sviluppano aggressività; per scongiurare il razzismo, occorre dunque che le culture mantengano una certa distanza fra loro. Paradossale è dunque anche il fatto che a una tale critica si sia esposto proprio il grande decostruttore dell’arroganza occidentale, colui che ha saputo conferire dignità intellettuale all’intera umanità, pure la più lontana ed esotica, che ha mostrato quanto il “pensiero selvaggio”, proprio anche agli occidentali, sia pensiero intelligente e complesso per la sua capacità di costruire sistemi sofisticati di descrizione e classificazione del mondo sociale e del cosmo. Altrettanto paradossalmente, lo strutturalismo alla Lévi-Strauss è stato spesso “col trattino”. Se, in Italia in particolare -dove pure c’era stata la critica allo hegelismo, anticipatrice, condotta da Galvano Della Volpe- molti marxisti, più che altro storicisti, lo hanno criticato e rigettato, altrove il marxismo ha assunto il trattino e si è sposato, appunto, con lo strutturalismo. Si pensi solo ad Althusser, la cui polemica contro l’umanesimo marxista trova linfa nell’incontro con Lévi-Strauss, oltre che con Lacan e Foucault. Tutto ciò non ha impedito, tuttavia, che perfino nel nostro paese molta cultura degli anni Sessanta e Settanta, soprattutto di sinistra, fosse attraversata e influenzata dal riferimento al grande antropologo. Chiudiamo riprendendo il tema dal quale siamo partiti. Nel 2005, in una delle rare apparizioni televisive, Lévi-Strauss dichiarava d’essere inquieto per “la spaventosa scomparsa” di tante specie viventi e per “il regime di avvelenamento interno” in cui vive la specie umana. E confessava che il mondo che stava per abbandonare “non è un mondo che amo”. Non l’amiamo neppure noi, che non abbiamo la sua età veneranda né l’avremo mai, e che siamo solo dei piccoli antropologi. L’amiamo di meno ora che non vi abita più il Grande Vecchio, adorato e detestato. Ma abbiamo il dovere di provare a interpretarlo, il mondo, per agire come se fosse possibile renderlo migliore. Ed è perciò che Lévi-Strauss “ci serve”.
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