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Etnopsicologia
De Martino e Basaglia: la dialettica del sé e dell’altro di Annamaria Rivera In:
“Il de Martino”
http://www.iedm.it/ined_rivista.php : n. ro
speciale a cura di L. Pieraccini su
Ernesto de Martino e
Franco Basaglia: la riflessione su identità/alterità),
n.18 (2006), pp. 17-28.
1. Qualche traccia per una
comparazione
Per
cominciare, conviene premettere che questo contributo è introduttivo
solo nel senso che è volto a suggerire qualche ‘pista’, qualche spunto
di riflessione per una possibile comparazione fra il pensiero e l’opera
di Ernesto De Martino e quelli di Franco Basaglia. E’ opportuno,
inoltre, avvertire che chi scrive non è una specialista dell’opera
basagliana, né può definirsi una ‘demartinologa’, pur essendo stato de
Martino una pietra miliare della propria formazione e un riferimento,
intellettuale e teorico, decisivo.
Accostare De
Martino a Basaglia e viceversa, comparare il pensiero dell’uno con il
pensiero dell’altro potrebbe apparire una mossa incongrua, forzata e
arbitraria, giustificata solo da una coincidenza: l’anno 2005 è il
quarantesimo anniversario della morte di de Martino e il venticinquesimo
della scomparsa di Basaglia. Invero, a
legare i due vi sono altre coincidenze, non temporali. Per cominciare,
non credo sia forzato sostenere che il tema-chiave che De Martino
racchiude nella formula di ‘crisi della presenza’ sia apparentato con
quello che Basaglia sintetizza nell’espressione ‘perdita del sé’, non
fosse altro perché il pensiero di entrambi ha un certo debito nei
confronti dell’esistenzialismo.
Peraltro, il legame fra il
pensiero demartiniano e le scienze della psiche non ha bisogno d’essere
dimostrato: basta considerare la ricchezza della documentazione
psicopatologica presente nell’opera postuma, La fine del mondo
(1977), segnatamente nelle note raccolte nel primo capitolo, dedicato
alla descrizione delle forme del “delirio di fine del mondo”. Ma fin
dalle sue prime opere De Martino anticipa temi –inconsueti nel panorama
italiano dell’epoca- che molto più tardi
avrebbero sollecitato l’interesse di ambienti psichiatrici, così da
spingerli verso un progressivo interesse per l'etnologia, fino al
recente sviluppo dell’etnopsichiatria
o psichiatria transculturale.
Oltre a ciò,
nel corso di quasi tutte le sue opere egli adoperò, com’è ben noto, una
miriade di spunti, di definizioni, d’intuizioni concettuali, ripresi o
ispirati dal campo della teorizzazione fenomenologica ed
esistenzialista, seppure riplasmati alla luce della sua acuta
sensibilità e preoccupazione per la dialettica storica. Tuttavia, se “la
sua utilizzazione dell’esistenzialismo è molto più larga e incisiva di
quanto egli stesso non sia disposto a riconoscere” (Gallini 1977: L), il
suo pensiero è irriducibile all’analitica esistenziale (basta
considerare la sua formazione eminentemente crociana e l’influenza che
esercitarono poi sul suo pensiero lo storicismo gramsciano e, più in
generale, il marxismo).
Analogamente, il pensiero
basagliano è sì profondamente influenzato dalle
correnti psichiatriche d’ispirazione fenomenologica ed esistenzialista
(Karl Jaspers, Eugène Minkowski, Ludwig Binswanger), ma non è
confinabile entro questa sola matrice. L’influenza di Sartre (con il
quale anche de Martino dialoga fittamente nell’opera postuma),
soprattutto per quanto riguarda il concetto di libertà, di Foucault e
Goffman per la critica all'istituzione psichiatrica sono ugualmente
importanti; e comunque neppure queste matrici sono sufficienti a
definire interamente l’ispirazione del suo pensiero. Infine, i
due sono accomunati dal rifiuto degli scientismi di marca positivista e
dei naturalismi d’ogni specie, dalla convinzione dell’ineliminabilità
del soggetto osservante/del soggetto terapeuta e dunque delle sue
categorie e delle sue passioni, dalla valorizzazione della dialettica
soggetto/‘oggetto’ nella ricerca etnografica e nella relazione
terapeutica, dall’impegno civile e politico come parte intrinseca della
ricerca e dell’attività terapeutica.
2. La critica della razionalità
dominante, fra relativismo ed ‘etnocentrismo critico’
Se queste
affinità possono sembrare troppo vaghe per accostare Basaglia a De
Martino, mi sembra che la pista indicata nel sottotitolo del seminario
–la riflessione su identità/alterità- pur formulata in termini che
appartengono al linguaggio e al dibattito dei nostri giorni, può
permetterci di cogliere meglio una delle costellazioni di temi che
attraversano il pensiero di entrambi. Per
cominciare, la follia è una delle figure più emblematiche dell’alterità,
se è vero che essa è l’esito di un duplice processo: di costruzione
ideologica e simbolica e, nel contempo, di messa a distanza, di
estraneazione, di esclusione, d’incorporazione. L’istituzione
manicomiale –scandagliata, sezionata, infine messa radicalmente in crisi
da Basaglia- realizza esemplarmente entrambi i processi: sia di
estraneazione e di esclusione dalla società, sia di segregazione e
d’incorporazione, sotto la forma del disciplinamento, di quegli altri
speciali che sono coloro che sono stati definiti folli. Vorrei
richiamare l’attenzione sul concetto di incorporazione, che in
Basaglia mi sembra cruciale e che, d’altra parte, è un concetto-chiave
di ogni riflessione attuale sulla dialettica identità/alterità. A
proposito dell’internato in manicomio, Basaglia sottolinea che egli è
vittima di una doppia incorporazione. ‘Posseduto’ dalla malattia
e da un altro sé, il malato finisce per essere posseduto anche
dall’istituzione manicomiale:
Il malato,
che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata
la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è
quello dell'istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni
aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se
stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell'istituzione, per
l'istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle
sue stesse strutture fisiche (Basaglia 1981: 434). Quanto a De
Martino, la dialettica del sé e dell’altro dal sé, del proprio e
dell’estraneo è il perno stesso non solo della sua etnologia ma anche
dell’intera sua riflessione filosofica e teoretica. E in entrambi la
riflessione e la ricerca intorno a identità/alterità si connettono con
la critica della razionalità occidentale. Nel pensiero di
Basaglia essa è davvero centrale: la follia è per lui parola resa muta
dal linguaggio della razionalità dominante, parola mai ascoltata per ciò
che dice o che vorrebbe dire.
La
psichiatria –egli scrive- non è stata che il segno del sovrapporsi della
razionalità dominante su questa parola che le sfuggiva, e la conferma -
necessaria a questa razionalità- di una comunicazione impossibile. Dal
razionalismo illuminista al positivismo si tratta sempre di una
razionalità che definisce, suddivide e controlla ciò che non comprende e
non può comprendere, perché lo ha oggettivato nel linguaggio della
malattia, che è il linguaggio di una razionalità che “constata”
(Basaglia 1982: 430). In De Martino, questa critica si configura in forme più complesse e ambivalenti. Fin dalla sua prima opera, Naturalismo e storicismo nell’etnologia, (1941), egli intende la ricerca etnologica e l’apertura all’alterità come occasione per l’allargamento dell’autocoscienza occidentale, e per la verifica e il superamento dei suoi limiti, ma “nell’intento di guadagnare una migliore fedeltà al carattere e al destino della civiltà occidentale” (De Martino 1980: 136), come ribadirà nei primi anni Sessanta, nella nuova edizione di un saggio già pubblicato un decennio prima e poi raccolto in Furore Simbolo Valore. Dalla coscienza critica dei limiti –reali, ideali, storici- della ‘civiltà occidentale’ può scaturire –egli scrive- la possibilità di conferire un “nuovo possibile senso” al “processo di occidentalizzazione in un’epoca in cui la occidentalizzazione borghese, coloniale, missionaria” è drammaticamente rifiutata (ivi: 140). Il compito storico è guadagnare un “nuovo umanesimo” (un motivo che egli evoca nell’intera sua opera), ma tale umanesimo rinnovato può essere raggiunto solo restando nell’ambito della tradizione occidentale.
Ancora in una
delle note raccolte nel volume postumo (1977), egli avvalorerà l’idea
del primato culturale dell’Occidente, sia pure in termini resi più
dubitativi dalla consapevolezza della crisi che investe la ragione e l’ethos
occidentali:
(…) la
civiltà occidentale si pone come l’unica che abbia portato alla
coscienza il principio conoscitivo e operativo di una origine e di una
destinazione integralmente umana dei beni culturali, di una
determinazione storica di questi beni, di un ethos specificamente e
universalmente umano (…). Per questo, e solo per questo, e nella misura
in cui saprà scegliere effettivamente questo, l’occidente ha un
possibile primato, pone cioè la sua candidatura alla sua leadership
culturale (De Martino 1977: 397).
Se
l’occidente non saprà risolvere le proprie contraddizioni –egli
soggiunge nella stessa nota- “la sua candidatura al primato morale e
civile può essere irrimediabilmente respinta”, col rischio che ciò segni
“praticamente la fine della civiltà tout court” (ivi: 397-398).
Il sofferto
processo di presa di coscienza critica dei limiti della propria storia
culturale, sociale, politica, che deve indurre a porre in questione "le
stesse categorie di osservazione di cui lo studioso dispone all'inizio
della ricerca", si ferma al confine della ‘civiltà’ europea. Il dovere
etico, speculativo, euristico
di comprendere forme di vita differenti dalle nostre non cancella
il fatto che l’unica prospettiva di sviluppo immaginata per loro è
l’adeguamento al modello euro-americano, sia pure nelle sue espressioni
sociali e politiche più avanzate:
(…) ciò che di impegnativo e di decisivo è oggi nel mondo si chiama
Europa. Europa è la cultura americana, europeo è il marxismo che ha
alimentato la rivoluzione russa e quella cinese, europeo è il
Cristianesimo, europea è la scienza che ha condotto all’era atomica. Noi
siamo chiamati a decidere entro questo mondo culturale e a giudicare
secondo il metro che esso ci offre. E’ in questa fortezza che dobbiamo
scegliere il nostro posto di combattimento (ivi: 282).
Un tale esplicito
eurocentrismo, che suona imbarazzante per la sensibilità attuale, è,
tuttavia, solo uno dei versanti del suo atteggiamento filosofico.
L’altro versante è costituito dall’intensità con la quale egli vive
la
“pungente esperienza dello scandalo sollevato dall’incontro con umanità
cifrate” (ivi: 393), che si riflette e condiziona la ricerca sul campo,
i resoconti etnografici, la scrittura, conferendo loro un peculiare
stile ‘autobiografico’, in quegli anni del tutto atipico (sarà la più
recente etnografia ‘postmoderna’ a farne chiave metodologica
programmatica). De Martino, infatti, non nasconde dietro le “equivoche
castità del sedicente discorso oggettivo” (1980: 140) il dilemma
costituito dalla dialettica soggetto/oggetto e dall’ineliminabilità
delle categorie e delle passioni del soggetto osservante. Al contrario,
egli dichiara esplicitamente il proprio disagio, il senso di colpa e il
rimorso “davanti al ‘fratello separato’ e alla dispersione irrelata
delle culture sul nostro pianeta” (De Martino 1977: 393),
di fronte alla “miseria culturale e psicologica” delle plebi
meridionali;
e li assume
come condizione stessa della ricerca.
Ciò
nonostante, e malgrado la sua ricerca sia inscindibile dall’impegno
politico e da una partecipazione intensa ed autentica alla condizione e
al vissuto ‘subalterni’,
la consapevolezza e l’autoriflessività non arrivano fino a
“concepire il rapporto tra due culture come un fatto politico, che
concerne in egual misura gli uni e gli altri” (Gallini 1977: XXXII).
Tuttavia, conviene almeno segnalare che alcune aperture in tal senso
percorrono la sua opera e in particolare il volume postumo, ove egli,
fra l’altro, riconosce
il valore di liberazione dal giogo coloniale che studi coevi avevano
attribuito ai movimenti profetici e millenaristici fioriti fra le
popolazioni di numerosi paesi del cosiddetto Terzo mondo.
Mi sembra
che una delle numerose ragioni che spiegano il suo coerente
eurocentrismo -che resta tale anche quando, assunto quale principio
gnoseologico ed epistemologico, diventa “etnocentrismo critico”- risieda
nella temperie dell’epoca, fortemente influenzata dallo choc conseguente
alla scoperta degli orrori nazisti e dall’idea, che de Martino sembra
condividere, che la ‘barbarie’ del nazismo e dei fascismi europei fosse
stata resa possibile principalmente dall’emergere di ‘pulsioni
arcaiche’, di sentimenti ‘primitivi’, di ideologie ‘irrazionaliste’:
Hitler è per lui un “atroce sciamano europeo” (De Martino 1980: 134).
Sembra sfuggirgli, insomma, che il totalitarismo, la persecuzione e lo
sterminio, come ci ha ricordato Bauman (1992), sono figli legittimi
della ‘civiltà’ europea e della razionalità strumentale, delle norme e
degli efficienti strumenti messi a disposizione dallo sviluppo della
modernità.
In particolare in
Promesse e minacce dell’etnologia[1],
sembrano residuare un’idea metafisica di
‘civiltà’ –di stampo crociano- e un’eco d’ideologia evoluzionista, tali
per cui egli, accogliendo implicitamente le antinomie
primitivo/civilizzato, barbarie/civiltà, possa attribuire il rischio
della catastrofe della “civiltà moderna” alla “rigerminazione”, in un
contesto incongruo, di “esperienze e risposte culturali” proprie delle
“civiltà primitive”. Come, ancora più esplicitamente, egli scrive in
Furore in Svezia (un altro dei saggi
raccolti in Furore Simbolo Valore), “qualcosa comincia nel
mondo moderno a somigliare al furore cannibalico degli iniziati kwakiutl”
(de Martino 1980: 135 e 231).
Il suo
rifiuto non solo delle teorie irrazionaliste e positiviste, ma dello
stesso relativismo culturale, che egli considera, in definitiva, come
espressione del pensiero dominante al pari delle prime due, potrebbe
essere letto anche in questa chiave.
In realtà, segnatamente con il relativismo De Martino intrattiene
un rapporto assai complesso e ambivalente, addirittura tormentato, si
potrebbe dire. Ricostruire la storia di questo rapporto con la
problematicità e la profondità che essa merita, ripercorrendo il filo
dello sviluppo della riflessione e delle ricerche demartiniane -come
sarebbe corretto fare- esula dai limiti di questo mio intervento.
Tuttavia, non si può fare a meno di rimarcare che fin dalle prime opere
de Martino
rigetta ogni forma di etnocentrismo dogmatico, e i corollari del
pregiudizio e del razzismo.
E doveroso è segnalare, almeno en passant, che nel libro del
1948, Il mondo magico, alcuni commentatori (vedi, per es., Dei
1987) hanno visto un documento esplicitamente relativista, mentre
altri hanno denegato perfino le tracce di un relativismo di tipo
gnoseologico e metodologico[2].
La
complessità e l’ambivalenza si rivelano, a mio parere, soprattutto nelle
note raccolte nell’opera postuma, in una delle quali, per esempio, egli
riconosce
l’istanza positiva
rappresentata dal relativismo e dalla etnopsichiatria proprio come
raccomandazione di giudicare integrazione e disintegrazione all’interno
di una cultura, e non in base ad un modello astratto della “natura
umana” ricavato dalla civiltà occidentale contemporanea e fatto valere
dogmaticamente per tutte le altre possibili culture (1977: 16).
Al tempo
stesso, come si è detto, è in questa stessa opera che egli riprende la
polemica tanto verso
l’oggettivismo e il naturalismo della tradizione positivista, quanto
verso il relativismo culturale di matrice statunitense. Ed
è qui che
ripropone, nella sua espressione più matura, l’idea di un ‘etnocentrismo
critico’.
Secondo De Martino,
“una prospettiva assolutamente non etnocentrica” –in definitiva, il
relativismo culturale- “è un assurdo teorico e una impossibilità
pratica, poiché equivarrebbe ad uscire dalla storia per contemplare
tutte le culture, compresa l’occidentale” (ivi: 395). Ma egli non si
accontenta di questo rifiuto, anzi si domanda criticamente come sia
possibile sciogliere l’alternativa paradossale che ogni incontro
etnografico impone al ricercatore: prescindere totalmente dalla propria
storia culturale, rinunciando alle proprie categorie conoscitive e
tradendo così la propria vocazione specialistica, oppure esporsi al
rischio di valutazioni etnocentriche. L’unico modo di
risolvere questo paradosso –egli risponde- è racchiuso nello stesso
concetto dell’incontro etnografico come duplice tematizzazione, del
“proprio” e dell’”alieno”. L’etnografo è chiamato cioè ad esercitare una
epoché etnografica che consiste nell’inaugurare, sotto lo stimolo
dell’incontro con determinati comportamenti culturali alieni, un
confronto sistematico ed esplicito fra la storia di cui questi
comportamenti sono documento e la storia culturale occidentale che è
sedimentata nelle categorie dell’etnografo (ivi: 391). Si potrebbe commentare questo
passo demartiniano soggiungendo che uscire dalla “prigione” della
storia particolare cui l’etnografo appartiene -la storia di una
piccola frazione dell’umanità, incorporata e sedimentata nelle proprie
categorie e negli impensati che vi si addensano- dovrebbe
condurre a ri-pensare quella storia sforzandosi d’immaginarla dal punto
di vista dell’’altra’ umanità, che la ha subita non come una prigione ma
come un’arma letale; e un’arma letale non è certo possa legittimamente
aspirare a conservare il primato intellettuale e morale. Ma tale
considerazione appartiene al dibattito dei giorni nostri. Una
riflessione, se non analoga, comunque ispirata da preoccupazioni
gnoseologiche e metodologiche simili è presente in Basaglia. Certo, la
sua critica della razionalità occidentale appare ed è più radicale, per
l’emblematicità della follia come alterità, a sua volta costrutto della
razionalità dominante, e per la necessità politica di mettere
radicalmente in questione l’ordine del discorso che ha fondato e che
rende possibili i ‘crimini di pace’: la nozione è adoperata da Basaglia
per designare le pratiche,
che si consumano soprattutto nelle istituzioni totali,
di
disciplinamento del corpo e
della mente, di reificazione e de-umanizzazione ai danni di particolari
categorie di persone.
Tuttavia un’istanza metodologica simile a quella demartiniana percorre
il suo pensiero: per evitare etichettamento e oggettivazione, ha scritto
più volte, il terapeuta deve preliminarmente mettere in crisi i propri
pre-giudizi (intesi in senso duplice). E deve contestualizzare il
vissuto e la cosiddetta patologia del paziente all’interno della
biografia e della cultura che gli sono proprie. Solo così è possibile
compiere il tentativo di contrastare l’oggettivazione del soggetto in
malato e del suo disagio o crisi esistenziale in malattia. Non voglio con questo
dire che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una
sintomatologia - il modo di esprimersi della malattia - a seconda del
modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e
si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per
affrontarla. Il medico diventa gestore dei sintomi e crea un'ideologia
su cui poi il manicomio si edifica e si sostiene. Solo così egli può
dominare e reprimere le contraddizioni che la malattia esprime (Basaglia
1982: 357-358). Infine si può
osservare che, al di là dell’alternativa relativismo
culturale/etnocentrismo critico, tanto De Martino quanto Basaglia in
ultima istanza affidano al momento dell’incontro e
dell’inter-soggettività il compito di sciogliere le aporie
irresolubili presenti nell’una e nell’altra opzione metodologica.
L’incontro
con l’altro –scrive De Martino
(1977: 391)-
non può che essere “duplice
tematizzazione della storia propria e della storia aliena”. Una
tematizzazione “condotta nel proposito di raggiungere quel fondo
universalmente umano in cui il ‘proprio e l’’alieno’ sono sorpresi come
due possibilità storiche di essere uomo (…). In questo senso l’incontro
etnografico costituisce l’occasione per il più radicale esame di
coscienza che sia possibile all’uomo occidentale (…).
Non molto diversamente, Basaglia
pone continuamente l’accento sul fatto che la follia è una delle tante
possibilità storiche di essere umani, che può essere colta come tale
solo in un incontro terapeuta-paziente che sia scambio di soggettività e
di significati. Solo così, forse, la parola “resa muta dal linguaggio
razionale della malattia” -“messaggio stroncato e reso indecifrabile
dall'internamento”- potrebbe tornare ad essere ascoltata per ciò che
dice o che vorrebbe dire. Ma, come egli non ha mai smesso di ribadire,
nessuna liberazione di parola e nessuna liberazione dalla prigione
dell’istituzione totale sono possibili nell’ambito ristretto della
relazione terapeuta-paziente:
la conquista della libertà del
‘malato’ non può che coincidere con la conquista della libertà
dell'intera comunità. L’atto terapeutico, dunque, non può che integrare
il conflitto sociale. Ed è questo
l’ultimo tema che conviene almeno enunciare per una possibile
comparazione fra i due maestri: il tema del conflitto e dunque della
con-liberazione. 3.
De Martino, Basaglia e la racaille
Mentre meditavo
su tali questioni, in Francia scoppiava e si estendeva a macchia d’olio
la rivolta dei banlieuesards. Avevo sotto gli occhi il saggio di
De Martino, Furore in Svezia (in 1980), e non ho saputo
fare a meno di chiedermi -sia pure per gioco- come egli e come Basaglia
avrebbero commentato questa esplosione di violenza giovanile,
apparentemente priva di
oggetto e progetto, perfino di parola.
Mi sono domandata se De Martino
l’avrebbe interpretata come pura esplosione di furore distruttivo,
provocata dall’impossibilità “di partecipare attivamente alla esperienza
morale che alimenta la democrazia laica” (1980: 232), come scrisse nel
saggio citato, a proposito dei cinquemila adolescenti che la sera del
capodanno del Mi sono domandata, d’altra parte, se Basaglia vi avrebbe visto il segno di una comunicazione interdetta, di una parola negata che perciò esplode solo in apparenza come ‘delirio’ e come mera ipertrofia del segno. Un segno che la razionalità dominante –“che definisce, suddivide e controlla ciò che non comprende e non può comprendere”- è incapace di decifrare per ciò cui allude: auto-attestazione di esistenza e di umanità, domanda di riconoscimento e di rispetto, come reazione contro il misconoscimento e la condanna al silenzio e all’invisibilità sociale e politica. Una domanda che le retoriche universaliste e ‘repubblicane’, pronte a stigmatizzare come racaille i ‘ribelli senza causa’ -per meglio dire, senza una causa che si esprima in forme riconosciute- e come ‘degenerazione comunitarista’ ogni istanza di riconoscimento che si sottragga al linguaggio dominante, non sono in grado di cogliere e d’integrare[4]. Ciò che intendo affermare, in definitiva, è che, se accolte non alla lettera, ma per il valore di sfida etica e teoretica, politica ed epistemologica che contengono, le lezioni di Ernesto De Martino e di Franco Basaglia sono ancora capaci d’indicarci alcuni orientamenti per una lettura del presente che sia adeguata alla sua complessità. La Rabata[5] di De Martino e il manicomio di Basaglia non esistono più, ma è possibile intravedere la loro ombra nella crescente tendenza odierna ad incrementare i ‘crimini di pace’ insieme ai crimini di guerra, a moltiplicare le istituzioni totali (si pensi solo alla diffusione dei centri d’internamento coattivo di migranti e profughi), ad escludere dall’umanità frazioni sempre più ampie di esseri umani.
Opere citate[6]
Basaglia Franco,
1981, Corpo e istituzione. Considerazioni antropologiche e
psicopatologiche in tema di psichiatria istituzionale, in:
Scritti, vol I, Einaudi, Torino, pp. 428-441. Basaglia Franco,
1982, Follia/Delirio, in: Scritti, vol. II, Einaudi,
Torino, pp. 411-444. Basaglia Franco,
Ideologia e pratica in tema di salute mentale, in: Scritti,
vol. II, op. cit., pp. 357-358. Bauman Zigmunt, 1992 (1989), Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna. Cherchi Placido, 1996, Il peso dell’ombra.
L’etnocentrismo critico di Ernesto De Martino e il problema
dell’autocoscienza culturale, Liguori, Napoli.
Dei Fabio, 1987, Le zucche del missionario Grubb. Ernesto De Martino fra razionalità e relativismo, in “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena”, vol. VIII, pp. De Martino E., 1996 (1941), Naturalismo e storicismo nell’etnologia, introduzione e cura di S. De Matteis, Argo, Lecce. De Martino E., 1997 (1948),
Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Bollati
Boringhieri, Torino. De Martino E., 1980 (1962/2002), Furore Simbolo Valore, Feltrinelli, Milano. De Martino E., 1977 (2002), La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di C. Gallini, Einaudi, Torino. Gallini Clara, 1977 (2002),
Introduzione, in: E. De Martino, La fine del mondo, op. cit.,
pp. IX-XCIII. Rivera Annamaria, 2006, La racaille e l’umano, in: “InOltre”, anno VIII, n. 9 (“Democrazia), pp. 50-58.
[1] Il saggio è raccolto in Furore Simbolo Valore , pubblicato per la prima volta da Il Saggiatore, Milano 1962 e ripubblicato da Feltrinelli, Milano 1980 (pp. 133-169). [2] E’ la posizione di Placido Cherchi (1997), il quale rifiuta anche “la distinzione tra un De Martino relativista sul piano gnoseologico e un De Martino relativista sul piano etico-deontologico” (p. 24, nota 9). [3] E’ la frase pronunciata da un diciottenne che ha partecipato alla rivolta, intervistato da un giornalista di Le Monde, Mustapha Kessous (2005). [4] A proposito si può vedere: Rivera 2006. [5] Era un degradato quartiere di Tricarico, abitato da braccianti e contadini poveri, che de Martino descrive nelle Note lucane, raccolte in Furore Simbolo Valore (1980: 171-185) [6] Fra parentesi sono indicati rispettivamente l’anno della prima edizione e della più recente. L’anno fuori parentesi è quello dell’edizione che ho consultato. Le opere di de Martino sono indicate nell’ordine in cui furono per la prima volta pubblicate. Per la bibliografia completa delle opere demartiniane si può visitare il sito dell’Associazione Internazionale Ernesto de Martino: http://www.ernestodemartino.it/
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