|
clinica dell'infanzia
Bambini e ragazzi con problemi di apprendimento: dalla diagnosi alla
riabilitazione
di Leonardo Angelini
1. La selezione
Selezionare significa scegliere, discriminare. L’attività di selezione,
ovunque essa venga esercitata - e specialmente in culture competitive
come la nostra - viene vista come una attività sgradevole e, a tratti,
odiosa. Ciò nondimeno, essa è un aspetto importante della nostra
quotidianità che merita tutta la nostra attenzione. I bambini, fino ai
sei anni - età del loro ingresso in scuola elementare - almeno in
apparenza non sono sottoposti ad alcun filtro selettivo. In effetti
sappiamo che un confronto, e quindi un’implicita selezione, viene fatta
sia a casa, da parte dei genitori, sia in asilo nido e scuola per
l’infanzia, da parte delle educatrici. E la trasformazione di queste due
istituzioni da asili, e cioè
da luoghi di assistenza, in
scuola, è cioè luoghi in cui programmaticamente vengono svolte
funzioni educative e formative, così come spinge nella direzione della
singolarità delle performance del bambino, allo stesso modo induce la
nascita di uno sguardo adulto individualizzante e selettivo.
Certo è, che con l’arrivo in scuola elementare, ciò che era implicito
diventa esplicito, ciò che era racchiuso ansiosamente nella mente dei
genitori e degli educatori della prima e della seconda infanzia, ciò che
magari traspariva solo dalla preoccupazione dello sguardo, diventa
esplicitamente un compito della scuola e della famiglia.
La scuola elementare diventa così il primo luogo ufficiale in cui il
soggetto in età evolutiva si viene a trovare in una situazione di
selezione e confronto con gli altri pari. Per cui è importante che noi
che lavoriamo con i ragazzi a rischio e che c’interessiamo oggi dei
criteri di selezione in base ai quali predisporre questa o quella
attività riabilitativa, riparativa, partiamo cercando di comprendere in
che quadro generale si iscrivono le funzioni di selezione della scuola.
Secondo Mottana, sono quattro le funzioni che permettono al formatore di
definire il setting formativo e di mantenerlo come tale nel tempo e
nello spazio sia per sé, sia per la propria udienza, cioè per la propria
classe: 1) la funzione istituente; 2) la funzione in-ludente; 3) quella
individualizzante; 4) infine, quella di separazione.
A partire da questa scansione del setting formativo, in altra sede
(Angelini, 1998) ho tentato di fare alcune considerazioni che possono
tornarci utili oggi, nel momento in cui cominciamo ad affrontare gli
effetti che la terza funzione, quella individualizzante – e perciò
selettiva – esercita in generale sui soggetti in età evolutiva ed, in
particolare, sui ragazzi a rischio.
1) La prima funzione, quella
istituente, va vista essenzialmente come istituzione di luoghi,
tempi e campi del fare operativo scolastico. Cosicché, prima ancora che
il docente sia entrato materialmente nella classe, il docente stesso, e
con lui l'amministrazione scolastica, devono compiere una serie di
silenti, ma importanti operazioni: a) quella dell'istituzione di un
determinato luogo (la classe)
in cui la scena formativa abbia diritto di svolgersi con tutte le
garanzie d’intimità e di non ingerenza da parte di estranei sulla scena
stessa; b) quella della istituzione di un
tempo, più o meno rigidamente
determinato (l'orario delle lezioni), in cui docenti e discenti possano,
anzi debbano, lasciarsi prendere dai contenuti delle materie, possano,
anzi debbano, mettere in atto delle modalità di scambio sublimate e
desessualizzate; c) quella infine dell'istituzione di un determinato
campo fatto di contenuti e di
metodi, di pedagogia e di didattica, di materie e di procedure sublimate
e desessualizzate, appunto, che permettano nel loro insieme di
circoscrivere quel luogo,
quel tempo,
quel campo come luogo, tempo
e campo in cui non solo per il docente e per ciascuno dei discenti, ma
anche per l'amministrazione scolastica, per le famiglie, per la società
intera possa aver luogo il rapporto educativo e trasformativo.
Per cui, in base a quanto abbiamo appena detto, quella che abbiamo
appena riassunto non è solo un'operazione burocratica e pedagogica, ma
anche un’importante operazione mentale che avviene nel mondo interno del
docente e gli permette di svolgere le proprie mansioni al riparo sia
dalle tentazioni che altrimenti potrebbero nascere dentro di lui sia dai
fraintendimenti che potrebbero nascere in coloro che sono fuori dal
diretto contatto con i discenti.
2) La seconda funzione-quadro è costituita dalla
definizione di una membrana gruppale in-ludente. Una volta istituiti
i luoghi e i tempi della formazione, e allorché sia stata definita la
natura sublimata e desessualizzata dei contenuti che è possibile
scambiare sul mercato formativo, il docente si trova di fronte ad un
secondo ostacolo: quello derivante dal fatto che la classe non sempre è
disposta a lasciarsi affabulare, a lasciarsi prendere dall'argomento
sublimato e desessualizzato che è all'ordine del giorno della lezione.
Docente e discenti, cioè, non solo devono convenire, all'inizio di ogni
singola lezione, sul fatto che
quel luogo e quel tempo
siano effettivamente per la
formazione; essi devono anche condividere la stessa passione sublimata e
desessualizzata per la materia, cioè per quell'insieme di argomenti cui
i programmi ministeriali solo vagamente alludono. E ancora una volta è
il docente che deve supportare tutto lo sforzo che la situazione
richiede.
Infatti non è detto che la classe, senza una pre-occupazione da parte
del docente di avvincerla al tema, alla materia, si lasci in ogni caso
affabulare. Anzi, probabilmente,
sua sponte la classe sarebbe più disposta a dis-trarsi per
rivolgersi ad altri setting, ad altri
giochi, meno sublimati e più
spontanei. Per conquistare la classe, per in-luderla in quel
gioco sublimato e
desessualizzato che noi chiamiamo
lezione, il docente dovrà esplicare una funzione in-ludente e
affabulante che ottenga, possibilmente da tutti i discenti presenti,
l'equivalente sul piano scolastico di
quell'ascolto a bocca aperta
che è il primo obiettivo che si propone di raggiungere il buon
raccontatore di fiabe (Angelini, 1989).
3) Ed ecco che a questo punto scatta una terza funzione,
la funzione individualizzante, e
cioè di selezione, che è quella che in questo momento più ci
interessa. Afferma Mottana:
al docente non basta riuscire ad avvincere il proprio uditorio, e cioè
la propria classe per trasportarla nell'atmosfera
fatata della lezione. Egli,
una volta che abbia espletato questa funzione, se non vuole limitarsi ad
un confusivo embrassons nous,
non può non cominciare a nutrire ora nei confronti della sua classe un
secondo tipo di preoccupazione, che Mottana definisce di tipo materno,
quella che gli psicoanalisti francesi chiamano funzione di
rêverie (Laplanche e
Pontalis).
In un primo tempo il docente, come una madre sufficientemente buona, ha
cercato di dare senso e spessore in maniera indistinta alla propria
classe immettendola sul piano dell'operatività, grazie al proprio
desiderio materno in-ludente, e invogliandola ad accogliere il sapere
che da lui proviene, quasi fosse un cibo buono da introiettare. Ora però
il docente, in base alla maniera specifica con cui ciascun discente ha
introiettato il sapere che da lui proveniva, lo ha fatto proprio, lo ha
coniugato con tutto ciò che nel proprio mondo interno preesisteva a quel
sapere, non può non cominciare ad
attribuire a ciascun discente un senso, un profilo, uno spessore che
è specifico, appunto, individuale, personale. Questa attività, secondo
Mottana, è l’erede della funzione materna di
rêverie, in base alla quale
la madre, attraverso la propria attività interpretante dei segnali che
derivano dal bambino, comincia ad individuarlo, a delinearlo in maniera
univoca e specifica.
Sulla scena scolastica ogni gesto, ogni parola, ogni segno che va nella
direzione dell'individuazione riprende e
aggiorna le funzioni materne
secondarie di individuazione, le propone
coram populo, cioè di fronte
a tutta la classe attraverso
l'esercizio della selezione, del voto, della pagella ecc.
E, così come nelle vecchie famiglie in cui c'erano molti figli i
genitori non potevano distribuire in maniera uguale il proprio amore fra
essi e non potevano esimersi dall'individuarli nelle loro particolarità
esaltando i loro pregi e cercando di correggere i loro difetti, allo
stesso modo in classe, dopo che un certo percorso in una situazione di
illusione sia stato effettuato, in un secondo tempo il docente non può
esimersi dal valutare, dall'individuare i singoli discenti scoprendo le
loro vocazioni e cercando di spingerli a interessarsi anche di quei
terreni ai quali i singoli non dovessero sentirsi
vocati.
4) Infine, la quarta funzione, quella di
separazione: che ci ricorda
che, come accade in ogni storia che si rispetti, anche quelle che si
raccontano sulla scena scolastica finiscono; anche gli amori e gli odi,
l'insieme di tutte le passioni sublimate che sul palcoscenico della
classe sono giocate dai protagonisti in essa recitanti passano, e, una
volta che sono passate, si stemperano nel ricordo. Così avviene per il
discente, così per il docente, così per ciò che accadde tanto tempo fa
all'inizio del ciclo, all'inizio dell'anno scolastico o del
quadrimestre, così per le cose che sono accadute oggi nella lezione che
è appena terminata.
Ogni volta il docente e i discenti devono
rimettere in cartella i
propri ferri del mestiere, e, nel fare ciò, devono cercare di non
soffrire troppo a causa dei necessari ridimensionamenti che hanno
senz'altro accompagnato le operazioni appena concluse sul piano dei
processi d’individuazione e di selezione; devono sapere sortire dalla
membrana gruppale che fino ad un momento prima, se le cose erano andate
sufficientemente bene, avvolgeva tutti e recuperare, senza molti danni,
la propria membrana personale; devono ritornare a casa e non sentire più
sulle proprie spalle il peso dell'istituzione che obbliga tutti i suoi
attori alla formazione, alla in-formazione, alla trans-formazione e, in
certi casi neanche tanto peregrini, alla con - formazione e alla
de-formazione. E, soprattutto, ripetere queste operazioni di abbandono e
di separazione in continuazione: per i docenti, sempre di fronte a nuovi
discenti con i quali costruire nuove storie, nuove avventure di scoperta
e di ricerca; per i discenti, lungo il proprio processo di crescita
personale, sempre di fronte a nuovi argomenti, a nuovi docenti, a nuove
entità che li arricchiscano e li facciano crescere umanamente e
professionalmente.
Riassumendo: queste funzioni si rinnovano a livello di ogni ciclo, di
ogni anno scolastico, di ogni quadrimestre, di ogni
tranche programmatoria, di
ogni “lezione”. Nell’espletamento di queste funzioni, la scuola si pone
come contenitore nei confronti dei discenti (di ogni ordine e grado). In
questo contenitore le funzioni genitoriali però non sono esercitate in
una atmosfera in cui come a casa prevale l’affettività, ma sono
mediate dal fare pedagogico
(Angelini, 1998).
Uno degli impedimenti che spesso rendono difficoltoso il fluire di
queste azioni formative sta nel fatto che la scuola non è in grado da
sola di individuare in modo adeguato, di selezionare - cioè - con
sufficiente approssimazione
coloro che sono affetti da problemi rilevanti da un punto di vista degli
apprendimenti. In questi casi, spesso è necessaria una convergenza
di più professionalità e di più istituzioni, tanto nel lavoro di
selezione iniziale, quanto nei momenti delle verifiche
in itinere e
dell’orientamento finale.
Nel nostro ordinamento scolastico, sono tre le istanze istituzionali
preposte alla selezione, nonché alle verifiche
in itinere e finali dei
problemi dell’apprendimento: 1. la scuola, 2. la sanità pubblica e 3. la
famiglia. Istituzioni che, per svolgere questo lavoro, si avvalgono di
una pluralità di professioni e competenze.
Per cui, nei casi di problemi di apprendimento, bisogna tenere presente
la rilevanza di due versanti: 1. quello interprofessionale
e 2. quello
interistituzionale.
Selezionare, infine, significa
discriminare, e cioè fare delle diagnosi il più possibile mirate,
al fine di riparare, cioè
stendere dei piani riabilitativi
ad hoc e dinamici, cioè individualizzati e scanditi nel tempo. Per
cui occorre distinguere sempre due momenti, uno selettivo ed uno
riparativo: a. la selezione, al
fine di un inserimento in un
luogo dinamicamente adatto
al tal bambino, con il
tal problema; b. l’intervento
riabilitativo mirato, cioè adatto alle particolari carenze, esigenze
riparatorie che quel caso, e
solo quel caso, richiede.
Questi due interventi sono fra loro collegati e richiedono molta
professionalità e acume. Solo valutando la ricchezza e l’innervazione
nel tessuto
istituzionale di una
pluralità di luoghi che siano
non tanto in concorrenza fra di loro quanto piuttosto in una posizione
di complementarità, possiamo
comprendere se un dato territorio è in grado, o meno, di prendersi cura
dei bambini e dei ragazzi con difficoltà di apprendimento.
Al contrario, un territorio che non sia riccamente innervato di proposte
discriminate in base ai bisogni particolari dei soggetti in età
evolutiva non sarà in grado, anche in presenza di un buon apparato
diagnostico, di svolgere alcuna cura efficace. Così come un territorio,
pur ricco di proposte discriminate, che però rinunci alla
complementarità non sarà in grado di sfruttare per il meglio le risorse
disponibili.
2. Selezione dei bambini e dei
ragazzi con problemi di apprendimento fra formazione, riabilitazione e
assistenza
Per ogni caso di bambino e di ragazzo con problemi di apprendimento
l’insieme
dei
servizi territoriali deve
contemperare tre dimensioni :
1. la formazione, 2. la (ri)abilitazione, 3. l’assistenza.
Di modo che si può affermare che - come i lati di un triangolo possono
essere più o meno lunghi senza mai perdere, nella loro composizione, la
caratteristica di definire
insieme un triangolo - allo stesso modo le tre dimensioni cui
abbiamo appena accennato corrispondono ad
un’unica esigenza restaurativa
che va coniugata secondo un mix
che varia, in base alle necessità particolari di questo o di quel
ragazzo, alla sua età, ai suoi problemi specifici, alla famiglia o alla
istituzione in cui vive, alle possibilità offerte, o meno, dal contesto
di studio ecc.
Qualora il momento della selezione risulti slegato dai momenti di
restaurazione - e cioè di formazione, di (ri)abilitazione e di
assistenza - l’invio in queste sedi, che poi è il fine dell’attività
selettiva, può risultare più o meno danneggiato.
Da una parte, bisogna infatti tenere ben presente che il momento
selettivo e quello diagnostico
nel territorio non hanno senso in se stessi, anzi risultano fonte di
ulteriori angosce per le famiglie e per i pazienti qualora siano
disgiunti dalle sedi preposte alla
restaurazione del Sé dei
bambini e dei ragazzi, cosicché ad esempio una ricerca sull’x
fragile svolta solo a fini
accademici e slegata da ogni indicazione di cura specifica è destinata
solo a far lievitare il tasso di ansia e angoscia nella famiglie.
D’altra parte, deve essere chiaro che un servizio di restaurazione che
rinunci alla propria specificità, alla propria vocazione, e si proponga
onnipotentemente di accogliere tutti i casi senza alcuna coscienza dei
propri limiti, è votato al fallimento: ad esempio quegli istituti che
prendono di tutto perché non si azzardano a fare selezione spesso -
proprio in base a questa mancata opera selettiva - finiscono con il
vedere non realizzati i loro obiettivi. E allo stesso modo risulterà
comunque votato al fallimento anche quel centro che delega ad altri la
selezione votandosi, così, a venire riempito di contenuti e di carichi
di lavoro in maniera eterodiretta.
Al contrario, ed in positivo, guardiamo cosa chiedono le strutture
residenziali e semiresidenziali psichiatriche reggiane agli invianti: la
premessa, affinché una presa in carico possa avvenire in queste
situazioni, è nella consapevolezza, da parte dell’équipe territoriale
inviante e della famiglia, della limitatezza del compito che le
strutture semiresidenziali possono svolgere e nel fatto che una parte
delle necessità sanitarie ed assistenziali dei pazienti ricada (ancora)
su chi ha fatto l’invio.
Per tutti questi motivi, ribadiamo la necessità di connettere il momento
diagnostico a quello restaurativo; il che equivale, in altre parole, a
valorizzare il concetto di rete.
Però, perché si possa dire di lavorare effettivamente in rete, è
necessario che ciascun operatore contemperi il senso della propria
appartenenza professionale ed istituzionale con il senso di una
cointeressenza più vasta. Bisogna avere cioè la
sensazione più o meno precisa
di far parte di una rete di reti,
il che implica:
- la predisposizione del singolo professionista e dell’istituzione (cioè
del gruppo di lavoro di cui lui fa parte) ad un ridimensionamento in
base ai propri limiti ed alle proprie possibilità, nonché ai limiti e
alle possibilità del gruppo di lavoro di cui si fa parte (insomma la
presenza, nel singolo professionista e nel gruppo di lavoro di una
sorta, di Ideale dell’Io realistico e cosciente della propria
fallibilità);
- la predisposizione dinamica al ridimensionamento: il che implica
l’importanza della formazione
(quello che non si è in grado di dare oggi sarà possibile dare domani,
se ci si forma, se si progredisce nel proprio iter formativo individuale
e di gruppo);
- il non lasciarsi descrivere dagli altri, il fatto cioè di non
rinunciare a fare da sé una propria selezione (se il gruppo di lavoro
non definisce i propri confini restaurativi si ritrova presto pieno
delle urgenze e delle grane
le più incongruenti, e questo equivale, come dicevamo prima, alla
pianificazione del proprio fallimento);
- in ultima istanza, e conseguentemente, è necessario definire un
preciso luogo di selezione che sia interno al luogo restaurativo, o in
rapporto dialettico con esso.
Tale luogo restaurativo va
ridefinito in continuazione, in base agli aggiustamenti che l’esperienza
suggerisce. Il che significa che, nella riflessione sull’e-sperienza
fatta, non bisogna mai trascurare una ri- osservazione critica di come è
pensato e organizzato questo momento.
3. Selezione dei problemi dell’apprendimento e fasce d’età
Vi sono tre momenti delicati in cui è particolarmente importante
soffermare la nostra attenzione: a. la seconda infanzia; b. la latenza;
c. la preadolescenza.
a. La seconda infanzia è
il momento in cui emergono i problemi dei pre-apprendimenti,
ed, in particolar modo, i problemi di linguaggio.
La prima cosa che dobbiamo chiederci, di fronte a questo, come agli
altri due momenti critici, è: chi osserva che cosa? Normalmente in
questa età le istanze osservanti sono: le assistenti sociali, i pediatri
di base, le educatrici di scuola per l’infanzia, e, in seconda battuta:
gli psicologi, i neuropsichiatri infantili. Tutti questi professionisti
osservano vari aspetti:
1. il ritardo nell’acquisizione del linguaggio verbale;
2. la differenza fra competenza verbale attiva (lessico) e quella
passiva (vocabolario);
3. la discriminazione fra competenze specifiche nel lessico familiare
e quelle nel linguaggio burocratico-curiale;
4. le condizioni familiari con particolare riguardo: 4.1. da una parte,
alle competenze verbali dei genitori e soprattutto
della madre (livello dell’istruzione); 4.2. dall’altra alle loro
capacità residue sul piano della genitorialità distinguendo: 4.2.1.
svantaggio socio-culturale, cioè le scarsa possibilità
della famiglia sul piano culturale, in permanenza di funzioni
genitoriali svolte in maniera sufficientemente buone (es.: molte
famiglie immigrate, specialmente subito dopo il loro arrivo); 4.2.2.
deprivazione più o meno accentuata, cioè l’inca-pacità di esercitare
le funzioni genitoriali in maniera sufficientemente buona;
5. le condizioni contestuali di vita in cui il bambino vive e che vanno
al di là della famiglia: ad esempio, ci si deve sempre chiedere quali
obiettivi reali persegue non tanto, in generale, la scuola materna che
il bambino frequenta, quanto quelli che in concreto sono gli obiettivi
perseguiti dal gruppo di
educatrici cui il bambino è affidato nella quotidianità;
6. la necessità di una diagnosi differenziale (da parte dei
neuropsichiatri infantili) poi si impone chiaramente ogni volta che ci
sia il sia pur minimo dubbio (es.: strabismo, sciatorrea ecc,
eventualmente associati al ritardo nell’acquisizione del linguaggio
verbale).
b. La latenza ed i problemi degli
apprendimenti di base:
Il “chi osserva che cosa” in questo caso, e cioè con questi bambini più
grandi, diventa l’insieme di: le docenti di scuola elementare, gli
psicologi, i neuropsichiatri infantili (le assistenti sociali, i
pediatri di base), che osservano e valutano:
1. il ritardo nell’acquisizione degli apprendimenti di base;
2. la differenza fra competenza verbale attiva (lessico) e quella
passiva (vocabolario);
3. la discriminazione fra competenze specifiche nel lessico familiare e
quelle nel linguaggio burocratico-curiale;
4. le condizioni familiari con particolare riguardo: 4.1. da una parte,
alle competenze verbali dei genitori e soprattutto della madre (livello
dell’istruzione); 4.2. dall’altra, alle loro capacità residue sul piano
della genitorialità distinguendo, come sopra: 4.2.1.
svantaggio socio-culturale, cioè le scarse possibilità della
famiglia sul piano culturale, in permanenza di funzioni genitoriali
svolte in maniera sufficientemente buona (es.: molte famiglie immigrate,
specialmente subito dopo il loro arrivo); 4.2.2.
deprivazione, più o meno accentuata, cioè l’incapacità di esercitare
le funzioni genitoriali in maniera sufficientemente buona;
5. le condizioni contestuali di vita in cui il bambino vive e che vanno
al di là della famiglia: ad esempio, ci si deve sempre chiedere quali
obiettivi reali persegue non tanto, in generale, la scuola elementare
che il bambino frequenta, quanto quelli che in concreto sono gli
obiettivi perseguiti dal gruppo
di docenti cui il bambino è affidato nella quotidianità;
6. la necessità di una diagnosi differenziale (da parte dei
neuropsichiatri infantili) poi si impone chiaramente ogni volta che ci
sia il sia pur minimo dubbio (strabismo,
sciatorrea ecc, eventualmente associati al ritardo
nell’acquisizione del linguaggio verbale)
c. La preadolescenza, i problemi
della ridefinizione del Sé durante la crisi puberale ed i residui
ritardi sul piano degli apprendimenti di base.
Il “chi osserva che cosa” subisce un altro piccolo, ma significativo
cambiamento, ed è composto dall’insieme composto da: i docenti di scuola
media, gli educatori degli istituti, gli psicologi, i neuropsichiatri
infantili, (le assistenti sociali, i pediatri di base).
Questi professionisti, nel caso del preadolescente osservano:
1. la forza o la fragilità del Sé del preadolescente nella fase di
passaggio;
2. il suo grado d’integrazione nel gruppo di pari;
3. le caratteristiche del gruppo di pari;
4. come il ragazzo vive gli altri tre luoghi dell’adolescenza (oltre il
gruppo, la famiglia, la coppia, lo stare da soli);
5. la persistenza o meno del ritardo nell’acquisizione degli
apprendimenti di base;
6. la differenza fra competenza verbale attiva (lessico) e quella
passiva (vocabolario);
7. la discriminazione fra competenze specifiche nel lessico familiare e
quelle nel linguaggio burocratico-curiale;
8. le condizioni familiari con particolare riguardo:
8.1. da una parte, alle
competenze verbali dei genitori e soprattutto
della madre (livello dell’istruzione);
8.2. dall’altra, alle loro
capacità residue sul piano della genitorialità distinguendo sempre fra:
8.2.1.
svantaggio socio-culturale,
cioè le scarsa possibilità
della famiglia sul piano culturale, in permanenza di funzioni
genitoriali svolte in maniera sufficientemente buona (es.: molte
famiglie immigrate, specialmente subito dopo il loro arrivo);
8.2.2. deprivazione, più o
meno accentuata, cioè l’incapacità di esercitare le funzioni genitoriali
in maniera sufficientemente buona;
9. le condizioni contestuali di vita in cui il ragazzo vive e che vanno
al di là della famiglia: ad esempio, ci si deve sempre chiedere quali
obiettivi reali persegue non tanto, in generale, la scuola media che il
ragazzo frequenta, quanto quelli che in concreto sono gli obiettivi
perseguiti dal gruppo di docenti
cui il ragazzo è affidato nella quotidianità.
Bibliografia:
Angelini L.,
Le fiabe e la varietà delle culture,
CLEUP, Padova, 1989
Angelini L.,
Affabulazione e formazione. Docenti e discenti come produttori e
fruitori di testi, UNICOPLI,
Milano, 1998
Laplanche J., Pontalis J.B.,
Fantasma originario, Fantasmi delle origini. Origini del fantasma,
Il Mulino, Bologna, 1988
Mottana P.,
Formazione ed affetti, Armando,
Roma 1993
|