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Donne e Psiche

 

Psicologhe e impegno politico: l'influenza dell'identità di genere sulla partecipazione
 

 

di Carlotta Longhi

 

 

 

L'uguaglianza si nutre dello stesso, non del diverso. Rinnegando questa logica elementare, volendo forzare il senso delle parole, si arriva all'opposto di ciò che si desiderava. La parità che fa appello all'uguaglianza nella diversità è una bomba a scoppio ritardato. Ben presto si sopravvaluta la diversità e si relativizza l'uguaglianza. La diversità dei sessi è un dato di fatto, ma essa non predestina ai ruoli e alle funzioni. Non esistono una psicologia femminile e una maschile impermeabili l'una all'altra, né due identità sessuali incise nel marmo. Una volta acquisito il senso della propria identità, ogni adulto ne fa ciò che vuole o che può. Mettendo fine all'onnipotenza degli stereotipi sessuali, si è aperta la strada al gioco dei possibili. Ciò non significa, come ha detto qualcuno, l'instaurazione del triste regno dell'unisesso. L'indifferenziazione dei ruoli non significa indifferenziazione dell'identità. Al contrario, è la condizione della loro molteplicità e della nostra libertà."

E. Badinter, La strada degli errori, Feltrinelli, 2004, pag. 137

 

 

Sul tema “donne e politica” più ancora delle letture e delle conoscenze teoriche è stata per me illuminante l’esperienza pratica personale all’interno di AltraPsicologia. Per quanto la politica professionale abbia delle caratteristiche che la differenziano dalla politica nazionale, ne condivide i principali meccanismi, tanto da sembrarne una copia in scala molto ridotta.

Relativamente alla presenza femminile, è facile notare come, pur essendo la professione di psicologo a schiacciante maggioranza numerica femminile (che tra i giovani supera l’80%), nella politica professionale si trovino uomini in percentuale molto maggiore rispetto alla composizione della categoria in generale, percentuale che sale ancora, man mano che aumenta il livello di potere e di responsabilità.

L’esperienza di Altra Psicologia è stata esemplare in tal senso. Ho seguito dalla nascita il gruppo che si è formato in Lombardia. Il gruppo è nato in modo del tutto spontaneo, per libera aggregazione, senza che fossero richiesti particolari requisiti se non l'interesse, la motivazione e la voglia di darsi da fare. Ebbene, si sono presentati più maschi che femmine. Noi stessi ne siamo rimasti stupiti. Nonostante il quotidiano lavoro di contatto, svolto in prevalenza con colleghe, e le numerose dichiarazioni di interesse, al momento di passare all’operatività sono stati in maggioranza i maschi a portare avanti il loro impegno.

Riflettendo sulle motivazioni che portano le colleghe lontane dalla politica, ho sviluppato alcune ipotesi. La prima riguarda una tendenza che, in crescita nella popolazione generale, mi sembra ancora più sviluppata nella categoria degli psicologi e massimamente tra le psicologhe donne. Si tratta della distanza rispetto all’impegno politico in senso lato e alla difficoltà ad ampliare il proprio orizzonte oltre l’individualismo o l’appartenenza a gruppi circoscritti. Sembra sempre più difficile identificarsi con una comunità più ampia che superi la sfera di persone con cui possiamo avere dei rapporti diretti (reali o “virtuali”), identificazione che richiede di astrarre dal personale, dal particolare, dal concreto per spaziare in una dimensione spazio-temporale, ma anche concettuale più ampia. Per le psicologhe la mia impressione è che due fattori portino ad accentuare questa tendenza. Da un lato la natura della professione di psicologo, caratterizzata da forte individualismo e allo stesso tempo da marcata appartenenza a sottogruppi chiusi verso l’esterno e svalutanti gli uni nei confronti degli altri, che provoca una grande difficoltà a percepirsi parte di un’unica categoria. Dall’altro lato la tendenza femminile ad uno sguardo rivolto al piccolo gruppo piuttosto che alla comunità nel suo complesso, alla vicinanza con persone con cui si è in relazione diretta, più che all’unione “ideale” con persone con cui si condividono valori e principi.

Nelle donne psicologhe inoltre, si amplifica il ruolo “classico” femminile caratterizzato dal prendersi cura, rafforzato dall’esercizio di una professione di aiuto. In questo senso numerose donne psicologhe tendono a mettere in luce l’impegno sociale nelle forme legate al sostegno agli altri bisognosi, come il volontariato, la solidarietà, l’attività all’interno di enti religiosi. Si tratta di forme di impegno che ben si accordano alla percezione tradizionale del ruolo femminile, in quanto valorizzano gli aspetti della cura, della disponibilità, della generosità, dell’abnegazione. Le donne psicologhe tendono a riconoscersi molto meno, invece, in attività rivolte alla comunità ma caratterizzate da aspetti di assertività, aggressività, competitività quali l’azione politica.

Molte donne con cui ho parlato del mio impegno nella politica professionale e che ho cercato di coinvolgere sono apparse spaventate all’idea di confrontarsi con questi aspetti. In particolare, mi sembra che le caratteristiche che rendono temibile l’ambiente politico siano: la visibilità, che porta a doversi esporre in prima persona, spesso con finalità persuasive, la conflittualità, che prevede una certa capacità di gestire i conflitti e di viverli senza un’eccessiva ansia, la natura stessa della scena politica, che richiede di saper mediare, ma anche di accettare compromessi e di sporcarsi le mani.

Aspetti considerati tradizionalmente lontani dal femminile, in quanto le donne sono educate a minimizzare e celare gli aspetti di assertività, aggressività e competitività, che al contrario sono tipici dello stereotipo maschile e sono spesso valorizzati come espressione di forza e virilità.

Rispetto all’assertività, in particolare, bisogna considerare che le donne hanno generalmente un livello di autostima e di autoefficacia inferiore rispetto agli uomini, che le porta a sottovalutare le proprie capacità e a sottostimare le proprie probabilità di successo, fattori centrali in un’attività come la politica che esplicita e personalizza la competizione.

L’altro significativo freno all’impegno femminile in politica mi sembra riconducibile ad un fattore che, come il primo citato, caratterizza l’intera società odierna, ed è accentuato nelle donne. Si tratta del massiccio ritorno al privato che ha portato tante giovani donne lontane dalla vita pubblica. Lontane dall'impegno, dalla politica, da alcune professioni e da certi livelli lavorativi. In un momento di recessione economica, in cui il mondo esterno è duro ed è necessario combattere per riuscire a trovare lavoro ed essere tenaci, perseveranti e resistenti alla frustrazione per crescere professionalmente, molte donne si sono ritirate dalla quotidiana sfida, per spendersi avendo come principale campo di azione quello della famiglia. Anche in questo caso, ritengo che un notevole peso sia giocato dalle rappresentazioni dell’identità femminile e maschile.

L’identità lavorativa è una componente fondamentale dell’identità maschile. Davanti alle difficoltà sopra esposte, gli uomini mettono in atto strategie per riuscire a preservare la propria identità lavorativa nonostante la condizione avversa: alcuni potenziando la competitività, altri puntando sulla flessibilità, altri ancora ricercando faticosamente un minimo di stabilità. Gli uomini non considerano una reale alternativa uscire dalla sfida che il mondo del lavoro pone: chi non riesce a reggere soffre del fallimento, ma non è contemplata un’uscita per scelta dal tentativo di consolidare la propria identità lavorativa, perché sarebbe troppo minaccioso per l’identità personale globale.

Diverso è il caso delle donne. Lo stereotipo femminile offre dalla nascita ad ogni donna un’alternativa all’identità lavorativa, esclusiva o meno  a seconda delle possibilità economiche, del contesto socioculturale, delle scelte valoriali. Si tratta dell’identità materna e familiare. Per alcune donne può trattarsi di una reale priorità, di una percezione di maggiore realizzazione nella sfera privata della famiglia, di rappresentazione di se stesse come principalmente identificate con questo ruolo. Ma non per tutte è così. Nel momento della difficoltà lavorativa, le donne non si trovano nella stessa condizione degli uomini. Hanno un’altra possibilità: rifugiarsi all’interno della famiglia, restringendo l’impegno lavorativo, sia in termini di tempo dedicato, sia in termini di rilevanza attribuita nel quadro complessivo della propria esistenza.
Inoltre, l’organizzazione sociale non aiuta a mantenere le identità in parallelo. Finché infatti la cura dei figli non sarà equamente distribuita e finché l'apporto economico non sarà pari per i due sessi, le donne non avranno la stessa possibilità di investire nella sfera lavorativa (e tantomeno nell’azione politica) che hanno gli uomini. La parità inizia dalle due risorse fondamentali: tempo e denaro.

Di fatto ad oggi l'aspettativa prevalente di uomini e donne è che siano le donne ad occuparsi in massima parte dell'accudimento dei figli (e dei genitori, dei parenti, delle persone con disabilità...) dedicando così una notevole quantità del loro tempo, e, di conseguenza, rinunciando ad una rilevante parte del loro denaro, perché queste attività non sono retribuite e portano come conseguenza una diminuzione (o una totale cessazione) del lavoro. Ne consegue che le donne hanno anche meno tempo per dedicarsi oltre che al lavoro, allo studio, all'approfondimento, ai loro interessi, all'impegno politico. Inoltre, dedicarsi alla politica, anche se solo professionale, richiede generalmente un’attività che è svolta al di fuori dell’orario lavorativo, spesso con riunioni serali, iniziative che prevedono la presenza nei fine settimana, e comunque una notevole flessibilità e disponibilità ad impegni improvvisi e spostamenti. Tutto ciò è più difficile per chi si identifica come il principale care giver di tutti i familiari bisognosi (e spesso anche di quelli meno bisognosi!). Al di là, infatti, della reale disponibilità di tempo, gioca a mio parere con forza la rappresentazione della propria identità, che porta a ritenere prioritario l’ambito familiare e ad escludere pertanto altri aspetti della propria vita che possano entrare in “conflitto di interesse”, nel presente o nel futuro, con questo.