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clinica adulti Un
confronto lungo dieci anni: riflessioni epistemologiche di Luciano Rossi
Conoscere Sergio Erba per me è stato importante: e per l'affetto che ci unisce e per la visione scientifica che ci ha diviso; siamo stati lungamente su posizioni opposte, in un modo tuttavia così stemperato di cortesia da permetterci nel tempo un lungo, e fruttuoso, almeno per me, confronto epistemologico. Come vedete ne parlo al passato; questo perché l'apparire sulla scena della comunità scientifica de Il pensiero fondante, dal mio punto di vista, cambia i termini del confronto. Per render chiari i termini della questione riassumerò dapprima le nostre posizioni storiche e poi riferirò su quella che a me appare essere oggi la svolta di Erba.
1.
Non è stato facilissimo per me farmi un'idea chiara, nei dieci anni di confronto con Sergio, della sua filosofia e della sua epistemologia. È una visione, quella del Direttore de Il Ruolo Terapeutico, che mi ha dato molto, anche se la comprensione che ho avuto via via delle sue scelte non è sempre stata agevole. Dieci anni, dei ventisette in cui ho insegnato epistemologia, prima a Parma e poi Urbino, non sono pochi per capire l'episteme del proprio interlocutore e per decidersi a dire la propria in modo un po' più compiuto, dopo tante osservazioni frammentarie. Il Ruolo, che io, magari sbagliando, ho sempre fatto coincidere con Erba, è intriso di epistemologia, di buona epistemologia. Ho avuto certo l'impressione che esprimesse una episteme non sempre stabile nel tempo, ma andava bene così, perché anche questo serve a procedere. La contraddizione è una dialettica bicorne che può essere sempre composta, anche se Freud non era d'accordo su questo principio logico: il principio di non contraddizione e il principio del tertium non datur è stato uno dei limiti che hanno fermato il Maestro in un'antinomia irriducibile. Inoltre l'epistemologia appare nel Ruolo più spesso implicita che esplicita. E anche le scienze umane, la cui voce è stata più volte sollecitata apertis verbis dalla Rivista stessa a partecipare al dibattito, tanto quanto lo è stata l'epistemologia, vengono però ogni volta, quando all'atto pratico si presentano, guardate con fastidio come estranee alla clinica pura. Il solo Sisso Tincati, credo, è stato capace di aprire un varco con successo. Ho nostalgia della sua antica partecipazione alle pagine di Punto e a capo. Per esporre e discutere la filosofia e l'epistemologia del Ruolo non mi servirò delle mie impressioni, ma delle dichiarazioni "storiche" della stessa Scuola quadriennale. Anche se questa è operazione impropria in quanto cristallizza in modo sincronico una episteme che ha mostrato più volte una vitalità diacronica che ne ha consentito una sopravvivenza trentennale. Ecco dunque quelle che mi appaiono le posizioni classiche del Ruolo:
A) La teoria in generale, e la metapsicologica in particolare, non possono presumere di dare un senso preordinato a ciò che avviene nel processo analitico attraverso la formulazione di leggi e modelli B) La possibilità della modellistica nelle scienze, e a maggior ragione nelle scienze umane, oggi non è più sostenibile C) L'insegnamento di una teoria che pretenda di spiegare tutto ciò che avviene nel processo analitico è mistificante D) I soli dati insegnabili sono gli elementi costitutivi della struttura delle relazioni di aiuto (princìpi, ruoli, setting) E) Fondamentali nella nostra teorizzazione sono la distinzione concettuale tra ruolo e funzione, tra struttura e processo F) E fondamentale è anche il principio della libertà e della responsabilità del soggetto G) La processualità della vicenda analitica, sempre originale, unica, irripetibile, in quanto si sviluppa fra due soggetti, unici e irripetibili, è contenuta all'interno di una struttura relazionale predefinita e vincolante. H) La responsabilità etica e tecnica del terapeuta non è globale, ma si limita al suo modo di condursi, di rispondere, di coprire il proprio ruolo, coerentemente con la finalità di aiutare il paziente a riappropriarsi della responsabilità di sé. I) Il terapeuta deve rinunciare alla pretesa di sapere già, in base a saperi e teorie codificati, ciò che avviene nella mente altrui. J) La formazione del terapeuta, anziché sull'indottrinamento, deve fondarsi sull'esperienza K) È importante per il clinico non l'apprendimento di teorie oggettivanti, ma la conoscenza di se stesso e del suo modo di ricevere la domanda e di rispondervi, L) Di fronte alla sconfinata indeterminatezza del processo, il setting si pone come punto di riferimento stabile, elemento di ordine a fronte del disordine creativo del processo stesso. Perciò il setting dev'esser posto al centro dell'insegnamento.
Come non essere d'accordo? Formulata così, trovo la posizione de Il Ruolo ineccepibile, fatta eccezione per poche sfumature, che fra poco preciserò. Ciò che a me appare applicazione eccessiva del metodo è l'idiosincrasia, manifestata in corso d'opera, di fronte a qualunque considerazione metapsicologica che venisse proposta.
Cercherò di precisare ora il mio punto di vista circa l'applicazione pratica di questi punti fondativi che pur condivido, alla luce della necessità (anche) di una metapsicologia.
1) Per l'istologo-Freud l'inconscio è una sfida che merita una teoria e un sapere; io credo al contrario, come Jung, che l'esistenza dell'inconscio sia un monito contro qualsiasi hibris. Qualsiasi sapere su di esso non può che essere parziale, limitato, relativo alla personalità del ricercatore. Da ciò nasce sia l'incertezza del dire e l'importanza dell'ascolto rispettoso, sia la messa in crisi della metapsicologica come sapere universale e nomotetico. 2) La teoria e la clinica, non più legate da uno junktim, si devono confrontare sul piano di ciò che d'ideografico, nel singolo processo, può emergere e differenziarsi dall'uniformità nomotetica delle attese teoriche generali ed aprioristiche del terapeuta. 3) Mi chiedo allora: le attese teoriche hanno una qualche funzione utile? O anche senza alcuna metapsicologica la clinica può funzionare altrettanto bene lo stesso o addirittura meglio? 4) La psicoterapia è una scienza pratica. Nell'esperienza c'è più che nella teoria. Questo non significa però che una teoria a monte sia sempre dannosa; lo è, dannosa, solo se le attese che consente sono assolutizzate da un particolare terapeuta. 5) Da cosa dipende l'efficacia terapeutica? Dipende dalla verità delle parole dette (interpretazione vera) o dalla presenza di un dialogo che offre una nuova opportunità? Dipende da una lettura scientifica dei fatti del passato o da una relazione che funzioni nel presente? 6) Non occorre guardarsi dall'uomo dei libri; occorre guardarsi dall'uomo di un libro solo, che non prende per buona anche l'idea opposta. I libri prima servono, poi vanno buttati; ma dopo averli letti. La morte della metapsicologica non deve significare una ventata di operatori naives. Una diminuzione del sapere proveniente dai maestri del passato può esser buona solo se porta ad un accresciuto desiderio di imparare dall'esperienza nel futuro. 7) Amare l'esperienza ideografica vissuta col singolo paziente non deve portare a desiderare una diminuzione del sapere, ma ad un'apertura crescente. 8) Il fatto che un'aspettativa teorica sia delusa e disattesa dalla singola esperienza non è necessariamente un danno, bensì può rappresentare una felix culpa per il ricercatore aperto. Ma la possibilità di esser delusi non può sussistere che sullo sfondo di un sapere, di un'ipotesi formulata anche inconsapevolmente. Deve esistere una griglia in cui un fatto non riesce a collocarsi, perché si dia una smentita. Per imparare qualcosa dal caso singolo è necessario che ci sia un'aspettativa delusa da un confronto. La peculiarità del singolare non può sussistere che a partire dal contrasto con un canovaccio universale tracciato prima. È la percezione del contrasto ad acuire la nostra attenzione.
Fin qui dunque le mie riflessioni nel punto (l'unico credo) di divergenza dal Ruolo e da Erba come lo conoscevo prima de Il Pensiero Fondante. La differenza principale è questa: io ritengo necessaria al mio lavoro l'esistenza di un teoria metapsicologica (oltre che di un'antropologia) a monte della presa in carico del caso singolo, affinché funzioni come mio asse di riferimento; Sergio Erba invece no.
2.
Poi nell'estate del 2003 è circolato fra i neighbours "Il pensiero fondante". Rispetto a ciò che di sé Sergio aveva fino ad allora lasciato trapelare, o rispetto a ciò che avevo potuto percepire, "Il pensiero fondante" ha spesso, anche se non sempre, i caratteri di una svolta nel suo iter intellettuale. Perché? Perché Erba sostiene, in questa nuova stagione, mi pare, quanto segue:
a) È possibile un pensiero fondante, a priori, cui riferire, nell'incertezza, gli elementi del processo terapeutico per definirne "la velocità e la posizione" (degli elementi) per dirla con Heisenberg; per definire in altre parole il vettore direzione e senso del processo. b) Qual è questo pensiero fondante? Mi sembra che possa essere espresso così: è possibile strutturare un modello, ovvero una teoria, applicabile alle più svariate situazioni cliniche. c) Come ogni modello o teoria, anche "Il Pensiero Fondante" è costituito da proposizioni e concetti. d) Le proposizioni, che Erba chiama princìpi, in generale possono essere assiomi, postulati, leggi, ipotesi di lavoro, teoremi, corollari, asserti, giudizi, ecc.; tutti caratterizzati dalla possibilità d'essere veri o falsi. e) I concetti sono termini, parole. In quanto tali non sono né veri né falsi, ma soltanto chiari (particolari, misurabili), oppure estesi (applicabili ad ampie classi), ed ancora fecondi e sistematicamente rilevanti (ossia capaci di suggerire ipotesi di lavoro in varie teorie), astratti o concreti, primitivi o definiti. f) Princìpi e concetti, nel modello di Erba, sono dichiarati essere "dati generali" che, nella mente del terapeuta, esistono a priori, prima di ogni singolo "processo particolare" ed hanno le funzione di guida e di controllo, di bussola e di mappa. Coordinate polari o cartesiane dunque cui riferire gli elementi del processo singolo, per fissarne la posizione e il vettore velocità nei suoi valori d'intensità, direzione e senso. g) Principi e concetti sono non sufficienti, ma necessari al processo. "Un processo senza struttura, ammesso che sia possibile, non sarebbe governabile" - dice Erba. Mi fermo qui per commentare in che termini io ritengo che ci sia una svolta nel pensiero di Sergio Erba e per chiedermi, e chiedergli, quali sono le leggi che fanno parte di questo modello. Non entro per ora nel merito dei concetti, sebbene io abbia qualcosa da precisare sulla funzione omeostatica delle strutture.
Quanto invece alle leggi chiedo questo: di questi "dati iniziali" (pre-giudizi), di questa dotazione che ogni analista deve possedere a priori, fanno parte solo princìpi tecnici o è ammesso anche avere qualche attesa (pregiudiziale) metapsicologica? Per governare (o comprendere, seguire) un processo basta la tecnica analitica?
In certi momenti dello scritto di Erba qualche apertura alla "strega metapsicologica", anche se non dichiarata, mi sembra di intravederla. Nel suo bel volume, molto ben articolato, pensato ed esposto, del 1995, Domanda e risposta, uno spazio per la metapsicologica non ero riuscito a trovarlo. Ora invece appaiono ne Il pensiero fondante alcuni barlumi nuovi (almeno per me) e inclinazioni metafisiche che vorrei commentare brevemente. Volontà, anànke, desiderio, vita, natura, destino, morte, filosofia, teologia, aldilà, trascendenza, mistero e assurdo vi fanno capolino in un modo nemmeno troppo discreto. Vediamo dove.
1) Volontà. "La consapevolezza non basta ci vuole anche la volontà ... ho l'impressione che il ruolo della volontà sia stato piuttosto trascurato nella letteratura psicanalitica". Assagioli nella sua tomba, e io sulla mia poltrona, abbiamo sussultato di gioia e di sorpresa a sentire un freudiano dire questo. Assagioli dichiarò che la volontà purtroppo era la Cenerentola della psicanalisi, mentre l'Io doveva essere, al contrario, considerato un centro di consapevolezza e volontà. 2) Anànke o necessità. "[Struttura è l'insieme di] ... quegli aspetti che sono appunto dati, che l'uomo si trova di fronte, sui quali non ha potere, massimo esempio dei quali sono la nascita e la morte. Tutta l'esistenza dell'uomo si trova, per amore o per forza, all'interno di questi limiti". La qualità della vita "molto dipende dal rapporto che s'intrattiene" con anànke. 3) Desiderio. "La sofferenza può esser ricondotta tutta ad un'unica origine: l'incapacità del soggetto ad accettare e convivere bere con le condizioni date della sua esistenza". È precisamente ciò che io chiamo desiderio (che l'ineludibile non sia così com'è) o ancor meglio attaccamento (dato che il termine "desiderio" mi ha procurato fraintendimenti in passato) ai nostri sogni impossibili. La frase di Erba è bellissima. Ma che differenza c'è da quella del Buddha che dice: il dolore deriva sempre dal desiderio [ossia deriva dal fatto che le condizioni date non siano quelle desiderate]? E appunto felicemente così si esprime Erba: "Se tutte le manifestazioni psicologiche si possono far risalire ad unica origine ... perché impazzire nel cercare ... la casella giusta nelle tabelle dei vari DSM?". 4) Vita, natura, destino. Dovrebbero appartenere, pensa Erba, all'attrezzatura concettuale dell'analista. Certo che sì. Allora dovrebbero appartenere alla clinica. E perciò ne possiamo parlare nella nostra formazione permanente. E scriverne sul Ruolo e su Punto e a capo e dovunque ci pare. Noi analisti abbiamo a che fare col dolore. Molto e principalmente. Anche la religione, l'antropologia, la filosofia ne sono interessate e ne hanno acquisito una competenza millenaria, così ricca da far impallidire la neonata psicanalisi. Possiamo dunque ospitare concretamente le loro opinioni d'ora in poi nel nostro discorrere? 5) "Filosofia, le cose ultime, questo enorme mistero dell'universo. Nell'esercitare la loro funzione i terapeuti [dovrebbero] disporre ... anche di un pensiero capace di far da cornice, da sfondo al loro operato". Lo sfondo d'ogni processo è fatto di struttura tecnica ma anche di metafisica e di metapsicologia. Dobbiamo parlare anche di queste, occuparci di quello "spettro intero" che forse fino ad oggi abbiamo ritenuto estraneo ai nostri interessi. L'opera di Ken Wilber è ricca di suggerimenti su questo punto. Non ospitato dal Ruolo Terapeutico perché non sufficientemente "nazional-popolare", il mio "Spettro intero" è ora reperibile sul sito (www.psicodialettica.com) 6) Spirito. "L'assenza di una dimensione metafisico-spirituale nell'attrezzatura intellettuale dei terapeuti ... quando mai simili temi compaiono nei testi di studio, nelle Scuole [quadriennali]?". In quelle junghiane questi temi non solo compaiono, ma vi fanno la parte del padrone, talvolta fino all'esagerazione. Ripeto: accogliamo con piacere che anche la psicanalisi oggi, come la psicologia analitica (questo è il nome della teoria junghiana) ha fatto sin dal lontano 1912, riconosca la funzione potente che l'amplificazione della storia personale, con le grandi questioni metafisiche e teologiche, può esercitare, quale metafora numinosa, sul processo dell'analizzante e dell'analista. Chi volesse può rivedere il mio vecchio contributo (Ruolo n° 92) sul tema Modernità di Jung: un mancato riconoscimento dei freudiani riformati 7) Mistero e assurdo. "Ma perché mai l'uomo dovrebbe essere dotato di desiderio, se questo è fatalmente, strutturalmente destinato a rimanere senza sbocchi?". Appunto perché la creazione è assurda - risponderebbe Camus (vedi Il mito di Sisifo). Poiché l'uomo è indubbiamente dotato di desideri e poiché alcuni di questi, forse i più vitali, relativi all'immortalità e al dolore, sono senza soddisfazione possibile, la tesi dell'assurdo è una delle possibili riflessioni. E se fossimo certi che l'opera trascendente è assurda, diventerebbe molto meno importante capire perché è anche misteriosa. E dal momento che è assurda diverrebbe anche rilevante darle il senso che ci è più utile e operare per difendersi al meglio dalla sua influenza.
Ecco le buone (almeno per me) novità che ho trovato nel recente testo di Erba. Sono felice di questa svolta, sia pur parziale, perché sento di averlo incontrato nel terreno a cui lo ho chiamato e a cui mi sono dedicato da sempre, vedi Una metodologia per le scienze umane (1979), Negazioni (1992), Psicodialettica (1999). Concludo con l'augurio che sotto la sua autorevole sollecitazione alla metafisica (e questa volta si tratta un'epifania pubblica) e alle scienze umane nel senso più lato, non solo di queste se ne possa, in sede clinica, ampiamente parlare, ma che siano addirittura le benvenute. (2004)
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