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Psicologia
clinica nel pubblico
Le Unità
Operative di Psicologia Clinica (UOPC) e l’accreditamento – alcune note
critiche
di Leonardo Angelini e Deliana Bertani
(Inviato al convegno di Riva del Garda, 3.5.02)
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Le necessarie operazioni che vanno
conducendo anche le UOPC verso accreditamento – e che anche a Reggio
ci vedono molto attenti a rispondere in maniera accurata alle
domande che in sede aziendale e regionale ci stanno ponendo - non ci
possono impedire di riflettere sul significato dell’accreditamento.
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L’accreditamento a noi appare come un
aspetto dell’aziendalizzazione delle UUSSLL. Ebbene il processo di
aziendalizzazione, nella sanità (così come in tutti i mestieri della
cura legati la welfare), rappresenta un elemento di rottura con una
impostazione storica che definiva il welfare sul versante della
spesa e non dell’entrata, e cioè come un insieme di prestazioni
lavorative che apparivano agli occhi della comunità come un insieme
di lavori necessari, ma improduttivi. Il loro spostamento sul
versante della spesa, li ridefinisce come lavoro produttivo, che
persegue fini di bilancio (non osiamo dire di profitto), e perciò si
discosta dall’ambito originario di definizione del welfare.
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Non siamo così onnipotenti da pensare
di potere fare a meno di sottoporci alle procedure di
accreditamento, ma pensiamo che accingerci ad accreditare le nostre
prestazioni non ci obblighi ad essere passivi nei confronti
dell’accreditamento. Anzi pensiamo che assumere un atteggiamento
critico nei confronti dell’accreditamento permetta di mantenere
aperto un campo di tensione utile nel presente, ma soprattutto per
il futuro: nel presente per non fare dell’accreditamento l’ennesimo
feticcio, per il futuro per consegnare ai colleghi delle generazioni
che verranno un’immagine dei servizi psicologici e psichiatrici più
legati alla tradizione del welfare, o meglio che coniughi in maniera
più dialettica il nuovo con il vecchio.
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Infatti una delle prime critiche che
verrebbe da fare all’accreditamento è proprio nel definire una
situazione di rischio nel legame fra tradizione ed innovazione:
rischio consistente nel non vedere i nessi, le linee di continuità
che ci sono (e che non potrebbero non esserci) fra vecchio e nuovo.
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Il secondo elemento di rischio è nel
non prendere in sufficiente considerazione il fatto che il nostro
lavoro diventa molto diverso, fino a rischiare di cambiare di segno
allorché passa dall’ambito del “lavoro improduttivo, ma necessario”,
a quello del “lavoro produttivo”. Allorché si passa dall’ambito del
servizio a quello della produzione, dal terziario al secondario,
dall’ottica centrata sul paziente a quella centrata sul pareggio del
bilancio.
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Questa virata aziendalistica, in
effetti, ci sta già conducendo ad uno spostamento di 180 gradi che
traspare già dall’affanno con cui lo psicologo viene usato
dall’amministrazione in ogni ambito di novità che si profili
all’orizzonte, senza tenere presenti né un ambito di priorità
cliniche basate su una evidenza epidemiologica, né un ambito di
priorità strategiche basate su scelte di tipo ‘politico’. In questo
modo, tagliando i tempi magari su settori importantissimi (pensiamo
a ciò che sta succedendo nei rapporti con la scuola per gli
psicologi dell’età evolutiva), e a parità di organico gli psicologi
sono spostati di qua e di là a seconda delle priorità del budget.
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Allo stesso modo, in base ad un
rovesciamento del principio di sussidiarietà (vedi legge 285), si
sta operando nel riallocare una parte delle risorse nel privato,
indebolendo in maniera pesantissima le ragioni universalistiche che
erano alla base del welfare, per cui oggi ormai anche in ambito
psicologico e psichiatrico può accadere che ad uno stesso bisogno ed
in uno stesso territorio si risponda in maniera diversa ai pazienti,
con costi diversi per la comunità e per le famiglie, e soprattutto
con una connotazione clinica che è condannata ad essere a rimorchio
dei problemi, a non governarli, ma a subirli: altro pericolosissimo
momento di discontinuità, almeno qui in Emilia, e cioè in un luogo
in cui il dato della programmazione, della previsione dei problemi,
che solo ‘il pubblico non aziendalistico ‘ può dare, fino a poco
tempo fa era all’ordine del giorno dei servizi. Non per niente di
questo sforzo, di queste pratiche, dei modi di evidenziarle e
pesarle, nei profili di accreditamento non vi è traccia.
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Infine una cosa che ha detto
recentemente Pier Francesco Galli ci preme riprendere e riproporre
ai colleghi. Affermava Galli in una recente intervista dei pericoli
insiti in un settore come la psichiatria nell’emergere di una 'doppia
leadership ': la prima “che si muove per piani
esclusivamente burocratico-amministrativi, completamente sganciata
dalla linea operativa, che è assegnata alla seconda, .. dei
dirigenti di primo livello, che rimangono ancora sul campo ad
operare e che assieme al proprio personale devono prendere
delle decisioni nella quotidianità e che su questa base non hanno
più nessuna identificazione con quegli stessi colleghi che si
muovono nei livelli burocratico-amministrativi del sistema”.. “il
punto critico” – continua Galli – “ è rappresentato dal
fenomeno della penetrazione dei linguaggi 'non psichiatrici'
nell'ambito della psichiatria stessa: vent'anni fa era quello
politico, oggi è quello burocratico-aziendale. È sempre lo stesso
fenomeno”. Ebbene noi pensiamo che una intersecazione fra
questi due saperi e queste due competenze, una più manageriale,
l’altra più clinica, vada salvaguardata allorché ci si accinge ad
accreditarsi, altrimenti il rischio è lo scollamento diventi una
frattura sempre più profonda, con conseguenze non secondarie,
pensiamo, non solo sui linguaggi della psichiatria e della
psicologia, ma anche sulle pratiche che di quei linguaggi e di quei
saperi sono figlie.
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In pratica noi – nel definire i nostri
protocolli di accreditamento - stiamo facendo di tutto: a. affinché
risulti l’importanza del lavoro di rete, cioè di tutti quei lavori,
difficilmente pesabili, ma pure importantissimi che rischiano di
essere abbandonati in un’ottica aziendalistica; b. affinché
rimangano tracce (luoghi – spazi – tempi istituzionali) sotto questo
nuovo vestito aziendalistico, del lavoro di riflessione sulla
individuazione delle priorità epidemiologiche e delle strategie
adeguate in un’ottica di prevenzione, di intervento precoce; etc. –
insomma ce la stiamo mettendo tutta per legare vecchio al nuovo,
senza eccessivi timori verso il nuovo e senza eccessive nostalgie
verso il vecchio, convinti però che questo nuovo, come dice Galli,
se non si lega al vecchio rischia di spostare l’asse del nostro
lavoro verso lidi che con la cura ed il paziente hanno sempre meno
da spartire. Questa accentuazione critica nei confronti
dell’accreditamento e dell’aziendalizzazione sia consentita a due
anziani rappresentanti della psicologia dell’età evolutiva.
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