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Donne e Psiche

 

 

L'Enfant - Diventare padri, essere madri (Cannes, 2005, Palma d’oro)

 

di Giuseppe Tessera

 

 

Bruno e Sonia, sono due ragazzi poco più che maggiorenni sperduti spensieratamente nella periferia di una Parigi degradata, nella quale sopravvivono arrangiandosi con i furti di Bruno ed il lavoro di Sonia.

Questo film dei fratelli Dardenne inizia quando tra i due giovani, quasi come fosse per entrambi un gioco, prende vita l’ “enfant”, ovvero il piccolo figlio Jimmy.

E’ a partire da questo momento che con una lenta ma costante ed inarrestabile progressione, compare il primo germe di una distanza tra Bruno e Sonia, che da un lievissimo fremito si allarga poi a dismisura fino ad invadere totalmente il campo, con la telecamera che insegue da una parte la naturale e graduale crescita della responsabilità di Sonia,  e dall’altra l’incalzante e sempre più accelerato sprofondare di Bruno, che lo conduce prima a tentare di vendere suo figlio e poi a trovarsi solo e abbandonato in una spirale che lo conduce a giri sempre più stretti ed inevitabili dietro le sbarre. Il film terminerà in un nuovo incontro carico di passione e dolore tra Bruno – solo e smarrito all’interno del carcere -  e Sonia, che torna da lui superando l’odio e la rabbia suscitate dal tentativo da lui effettuato di vendere il loro figlio.

 

Perché partire da questo film?

Vi inviterei a lasciare da parte le considerazioni sociali che il film può indurre e a seguirmi per qualche minuto nell’analisi della particolarissima rappresentazione del maschile e del femminile che io vi vedo narrata.

 

Bruno e Sonia sono due ragazzini cresciuti come potevano in un contesto disagiato, accomunati da una storia simile, anzi simili in tutto e per tutto nella leggerezza e nel modo in cui avevano imparato a vivere senza porsi troppi problemi, cercando di cavarsela giorno dopo giorno e riuscendo tutto sommato ad andare avanti spensieratamente all’interno del loro contesto di vita.

Il maschile e il femminile che li caratterizza non sembra incidere in modo sostanziale sui loro comportamenti, sembra riproporre un’immagine di assoluta parità: entrambi vivono con leggerezza, scherzano e giocano tra loro come adolescenti, non si pongono pressanti interrogativi sul futuro, vivono l’oggi guadagnando come possono ciò che serve nel momento in cui serve.

 

Finché nella loro vita irrompe l’ ”enfant”, accolto inizialmente da entrambi come un semplice fatto naturale privo di un qualsiasi potere trasformativo.

 

Pregherei chi legge di congelare per un istante questa immagine, perché prima di ogni altra analisi, mi voglio soffermare a riflettere con voi su questo semplice dato. Credo che qualsiasi discorso sul maschile e sul femminile che si sforzi di prescindere dal potere biologico della gravidanza e dalle profondissime differenze esperienziali che esistono tra uomini e donne rispetto a tale evento, sia nella migliore delle ipotesi miope e nella peggiore del tutto inutile.

 

Mi spiego meglio.

La specie umana può continuare ad esistere solo in virtù di questo fattore, così come i nostri “geni egoisti” hanno possibilità di replicarsi naturalmente solo attraverso quella piacevole procedura che permette l’unione sessuale di un uomo e di una donna, fatti che sono sufficienti per impedirci di considerare tale evento come un fatto marginale nell’economia complessiva dello psichismo umano, e che, al contrario, ci costringono a considerare tale evento come cruciale.

Ma credo sia difficile ridurre tutto alla sola biologia, poiché come ben sappiamo, quel processo tutto umano e da cui non possiamo prescindere di mentalizzazione e simbolizzazione della nostra realtà corporea è connaturato allo strutturarsi della nostra psiche.

 

Quello che succede dopo la fecondazione a seguito dell’unione del maschile e del femminile, provoca una trasformazione che in buona sostanza resta tutta dentro la donna, lasciando l’uomo significativamente escluso dal processo che ha contribuito ad innescare.

Attenzione! Stiamo parlando di una trasformazione fisica, non di un diverso modo di intendere, simbolizzare, mentalizzare l’esperienza della gravidanza.

In altri termini sto dicendo che una donna si ritrova iscritta dentro la sua carne, nel suo corpo,  la conseguenza di un’esperienza relazionale amorosa, l’uomo no.

La donna è in qualche modo costretta a creare processi di mentalizzazione e simbolizzazione per dare un senso a quell’esserino che cresce dentro di lei, l’uomo no.

 

Essere nella condizione di doversi prendere carico delle conseguenze delle proprie azioni è la radice di quella che possiamo considerare la “nascita della responsabilità”. Orbene, nella donna, a differenza di quanto accade nell’uomo, il fatto più importante nell’economia umana (quello di dare la vita) incide nel suo corpo questo processo di responsabilizzazione. La donna, quindi, per questioni squisitamente biologiche, è costretta a confrontarsi con i processi che sostengono il passaggio dalla condizione infantile a quella adulta molto prima dell’uomo, che vi arriva solo per interposta persona o attraverso esperienze di minore impatto biologico, o che in ogni caso si concentrano nell’area della gestione del rischio (cioè, semplificando, della morte).

E, come avviene nel film, l’uomo riesce ad accedere ad una dimensione di responsabilità verso l’Altro solo attraverso la sua donna, che è biologicamente predisposta a vivere per prima tale esperienza sulla propria pelle.

 

Se vogliamo estremizzare e rendere un po’ più leggera la faccenda, si potrebbe dire che l’uomo è naturalmente più irresponsabile della donna, e che la donna ha dunque ragione nel lamentarsi di ciò. Ma nel contempo che tale immaturità del maschile nei confronti del femminile è iscritta nelle radici biologiche profonde che caratterizzano i due generi, e non si può dunque auspicare che le cose stiano diversamente.

 

Dove voglio arrivare?

Leggo una grande frustrazione che attraversa oggi sia il maschile che il femminile, alla ricerca di un’uguaglianza che rischia di creare profonde disuguaglianze, perché si costruisce sulla base del falso assunto che il maschile ed il femminile siano identici, o perlomeno che le differenze che li caratterizzano siano minime e non coinvolgano, per esempio, il mondo lavorativo e quello affettivo.

La vicenda raccontata nel film che ho preso ad esempio, vuole invece far emergere una realtà diversa in cui la base biologica profondamente differente su cui si struttura lo psichismo maschile e femminile, incide pesantemente sui processi di maturazione e sulla capacità di diventare adulti, di diventare responsabili, e di gestire di conseguenza le proprie esperienze tanto lavorative quanto affettive.

 

Da questa analisi, in un certo senso, emerge una superiorità del femminile rispetto al maschile, come testimonierebbero anche gli arcaici culti della dea madre, di molto più antichi rispetto al culto di un dio maschile.

Questo non può che essere percepito come una minaccia per il mondo maschile che, per compensare il suo ruolo minoritario nella generazione della vita, ha puntato su altre forme di potere, quali il controllo della morte, attraverso la superiore forza del suo braccio, e la gestione del potere politico economico, essendo in parte libero dalle responsabilità connesse al potere “tutto femminile” di generare l’uomo.

 

Nulla di quanto ho scritto ha l’obbiettivo di negare le oggettive difficoltà con cui oggi ci scontriamo nell’incontro tra il maschile ed il femminile, né le giuste lotte per l’emancipazione femminile che si sono sostenute, ma ha solo lo scopo di orientare la riflessioni su meccanismi di uguaglianza basati su criteri meno grossolani, che tengano quindi conto delle diversità di potere oggettive che già a partire dal livello biologico differenziano i due generi su ambiti specifici, e da cui mi sembra fuorviante prescindere nel cercare una suddivisione di ruoli e di competenze in un contesto sociale più allargato.