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recensioni libri, articoli, saggi
A cura di Fiorella Pezzoli
GRUPPI DI GENITORI A CONDUZIONE PSICODINAMICA - Dall’esperienza clinica
alla sistematizzazione teorica
Chi lavora con i gruppi nelle istituzioni, ma non solo, non può non leggere questo prezioso libro. Fiora Pezzoli, che tra l’altro è iscritta anche alla nostra mailing list, dimostra, con questa opera di cui è curatrice, un certo coraggio, il coraggio di affrontare un campo di applicazione dei saperi psicologici e psicodinamici che non ha grandi sistematizzazioni e che rischia dunque per questo di diventare una delle tante “terre di nessuno” nelle quali avventurarsi. Ma come capita alle persone coraggiose, l’impresa riesce brillantemente. Il libro è un leggibilissimo affresco a più mani di esperienze pluriennali di numerose colleghe e colleghi, ben 15 in tutto, tutte accomunate dal lavoro con gruppi “omogenei” di genitori nelle istituzioni. Il coraggio però non consiste solo nell’aver coordinato una raccolta di esperienze differenti, ma anche di aver costruito, attraverso di esse, un fil rouge di pensiero, di metodologia e di teoria della tecnica. Dunque, un contributo imperdibile, questo libro, in un campo sempre più emergente quale quello dei gruppi di genitori. La difficoltà che è sottesa a questa operazione risiede nel fatto di essere riusciti a governare una certa complessità insita nel tema stesso, di cui il titolo ne è testimonianza. Tale complessità consiste nel tenere insieme su uno stesso “tavolo” i saperi sui gruppi psicodinamici, i saperi sulle famiglie, i saperi sulle istituzioni ed i saperi sulle diversissime problematiche affrontate. Senza farsi prendere da alcuna vertigine, e senza alcuna acrobazia, Fiora affronta tutto ciò con la serenità di chi le cose le può raccontare proprio perché le ha vissute ed anche con la semplicità di chi le stesse cose le ha lucidamente pensate e ripensate. Nei primi due paragrafi del volume infatti, scritti dalla stessa curatrice, emerge un compendio, metodologicamente orientato, che corrisponde ad una vera e propria lettura magistrale, un manuale applicativo per chi lavora nelle istituzioni e coi genitori. Uno psicologo con formazione clinico-sociale oggi non può ignorare il contributo di esperienze del genere, così come quelle dei gruppi di auto-aiuto, le innumerevoli forme di lavoro gruppale nelle istituzione, le esperienze di case management interistituzionale, multiprofessionale, etc. Tutte esperienze queste che vedono gli psicologi potenzialmente (e sottolineo “potenzialmente”) in una posizione privilegiata, se essi possono giocarsi una formazione sufficientemente articolata e un’altrettanta articolata esperienza. Ma, come detto, il rischio d’improvvisazione è altissimo, tenuto conto che vanno interpolati continuamente i differenti livelli di analisi e di epistemologie connesse: la clinica gruppale con il suo complicato training; la clinica familiare; la conoscenza delle dinamiche istituzionali (che mai potrà essere solo teorica); la psicologia sociale e politica. L'interpolazione dei livelli qui esposti nonché l'accettazione della sfida di tale complessità corrisponde con la qualità stessa dello psicologo (e psichiatra) clinico-sociale moderno, che non si trincera dietro alcun monoprofessionalismo o dietro alcuna autoreplicante monocultura dell'intervento.
Nei paragrafi che seguono una girandola di testimonianze - che coinvolgono differenti istituzioni e differeni metodologie e setting – che vanno da:
Ogni paragrafo pone cruciali questioni teoriche e tecnico-teoriche proprio perché affronta, con uno spirito di sistematizzazione e riflessione, nuovi complicati quesiti che la clinica ambulatoriale spesso non può porre, legati ai set-setting, agli spazi-tempo, ai committenti, agli esiti, alle valutazioni, etc. Alto è il livello e la qualità della riflessione di ogni collega, spesso di orientamenti differenti, fatto questo che fa pensare ad una diffusa cultura "underground" tra gli operatori di prima linea che si cominciano a porre domande differenti sul proprio lavoro e la propria formazione, e che non coincide più con quella "ufficiale". In nessuna di queste esperienze qui riportate l'intento dei colleghi è stato "psicoterapeutico" seppure ognuno di essi sia psicoterapeuta di lungo corso. Ci si chiede legittimamente, dopo la lettura di un libro del genere, quale sia ormai lo "statuto epistemico" della formazione psicoterapeutica e se esso possa continuare ad eludere la domanda sociale che sembrerebbe chiedere a gran voce la presenza di professionisti preparati in campi trasversali, appunto clinico-sociali o psicosociali, ad intervenire su aree di confine e con saperi estesi ed eclettici, ma non per questo meno rigorosi, psicologi senza divano, per parafrasare un noto testo, piuttosto che unicamente psicoterapeuti con il lettino nella testa. Inoltre, andando a esaminare i le attività della maggior parte delle ultime generazioni di colleghi, sono esattamente questi i loro concretissimi luoghi di lavoro, e queste le competenze che vengono loro richieste. Ed allora? Ed allora riprendo a tal proposito, e concludo, la postfazione di Corrado Pontalti, proprio su questo punto: <<Fin dalle prime pagine del libro, e via via in ogni contributo, viene continuamente posta la distinzione tra psicoterapia e intervento psicologico clinico di supporto e di prevenzione. E' ben espresso, e lo condivido, il vertice epistemico che permetterebbe questa distinzione. Segnalo solo due conseguenze etiche per me nefaste: a) ripetono i giovani, su mandato dei più vecchi: "non sto facendo una psicoterapia vera e propria, ma un supporto psicologico", b) le nostre Scuole di Psicoterapia devono formare "come dice la parola" alla psicoterapia che è altra cosa dagli interventi psicosociali che quindi non vengono insegnati e, entro quei contesti, vengono anche "snobbati". Dopo aver rivisitato i tanti percorsi del libro desidero esprimere la mia gratitudine agli autori proprio riproponendo questi snodi alla nostra comunità professionale>>.
Luigi D'Elia
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