|
Psiche e società
Sviluppo, una parola da cancellare
di Serge Latouche
(Da: Le Monde Diplomatique, maggio 2001)
Lo «sviluppo» è simile ad una stella morta di cui ancora percepiamo la
luce, anche se si è spenta da tempo, e per sempre.
Gilbert Rist (1)
I giovani stati hanno tentato l'avventura. Goffamente, forse, ma l'hanno
tentata, e spesso con un impeto e un'energia disperati. Il progetto «per
lo sviluppo» appariva addirittura come l'unica fonte di legittimità
riconosciuta delle élite al potere. Possiamo senza dubbio dissertare
all'infinito sull'esistenza o meno delle condizioni oggettive necessarie
al successo di questa avventura modernista.
Ma, senza addentrarci in questa lunga discussione, è facile per tutti
riconoscere che le condizioni non erano favorevoli né ad uno sviluppo
pianificato né ad uno sviluppo liberale.
I «freni», gli «ostacoli» e i «blocchi» di ogni sorta, tanto cari agli
esperti economisti, rendevano poco credibile il successo di un progetto
che presupponeva, nell'epoca dell'«iper-globalizzazione», l'accesso alla
competitività internazionale. Lo sviluppo, seppur teoricamente
riproducibile, non è universalizzabile. Soprattutto per ragioni di
carattere ecologico: la finitezza del pianeta renderebbe la diffusione
generalizzata dello stile di vita americano impossibile ed esplosiva. Il
concetto di sviluppo è imprigionato in un dilemma: o designa tutto e il
contrario di tutto, in particolare tutte le esperienze con una propria
dinamica culturale nella storia dell'umanità, dalla Cina degli Han
all'impero Inca: ma non ha allora alcun significato utile per promuovere
una politica e tanto vale sbarazzarsene. Oppure, ha un proprio contenuto
specifico e si caratterizza necessariamente a partire da ciò che ha in
comune con l'esperienza occidentale del «decollo» dell'economia,
iniziata con la rivoluzione industriale inglese nella seconda metà del
XVIII secolo. In questo caso, a prescindere dall'aggettivo che decidiamo
di associargli, il suo contenuto implicito o esplicito sta nella
crescita economica e nell'accumulazione del capitale, con gli effetti
positivi e negativi che ben conosciamo.
Questi valori, e in particolare il progresso, non corrispondono
assolutamente ad aspirazioni universali profonde. Sono invece legati
alla storia dell'Occidente e hanno spesso una scarsissima eco nelle
altre società (2). Le società animiste, per esempio, non condividono il
credo nel dominio sulla natura. L'idea di sviluppo è allora totalmente
priva di senso e la realizzazione delle pratiche che l'accompagnano non
è neanche lontanamente pensabile, perché inconcepibile e vietata (3).
Sono proprio questi valori occidentali che bisognerebbe rimettere in
causa per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo ed
evitare le catastrofi che ci prospetta l'economia mondiale.
Lo sviluppo è stato una grande avventura paternalista («i paesi ricchi
garantiscono lo sviluppo dei paesi più arretrati»), che ha occupato
approssimativamente il periodo dei «trent'anni gloriosi» (1945-1975).
Coniugato al transitivo, il concetto è diventato parte integrante
dell'ingegneria sociale degli esperti internazionali. Erano sempre gli
altri che avevano bisogno dello sviluppo. Ma quest'idea si è risolta in
un totale fallimento. Prova ne è il fatto che l'aiuto fissato durante il
primo decennio dello sviluppo delle Nazioni unite, nel 1960, dai paesi
dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse),
pari all'1% del proprio Prodotto interno lordo (Pil), è stato rivisto e
abbassato allo 0.7% nel 1992 a Rio e nel 1995 a Copenaghen, e nel 2000
non superava lo 0.25%! (4) Prova ne è anche il fatto che la maggior
parte degli istituti scientifici o dei centri di ricerca specializzati
su questo tema sono morti o moribondi.
La crisi della teoria economica dello sviluppo, annunciata negli anni
'80, è ormai ad una fase terminale: stiamo assistendo ad una vera e
propria liquidazione. Lo sviluppo non è più di moda negli ambienti
internazionali «seri», come il Fondo monetario internazionale (Fmi), la
Banca mondiale, l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), e così
via. All'ultimo forum di Davos, la «cosa» non è stata neanche
menzionata. E anche al Sud viene rivendicato solo da alcune delle sue
vittime e dai loro buoni samaritani: le organizzazioni non governative (Ong)
che di esso vivono (5). E c'è di più. La nuova generazione di «Ong senza
frontiere» ha incentrato il charity business più sull'emergenza
umanitaria e l'intervento d'urgenza che sullo sviluppo economico.
Eppure, lo sviluppo è stato vittima più del suo successo nei paesi del
Nord che del suo fallimento, sia pur innegabile, nei paesi del Sud.
Questa «ritirata» concettuale corrisponde al mutamento di prospettiva
provocato dalla «globalizzazione» e da ciò che si muove dietro
quest'altro slogan mistificatore. Lo sviluppo delle economie nazionali
doveva sfociare quasi automaticamente nella transnazionalizzazione delle
economie e nella globalizzazione dei mercati.
In un'economia mondializzata non c'è posto per una teoria specifica
destinata al Sud. Tutte le regioni del mondo sono ormai «in via di
sviluppo» (6). Ad un mondo unico corrisponde un pensiero unico. E la
conseguenza di questo cambiamento non è altro che la scomparsa di ciò
che forniva un minimo fondamento al mito dello sviluppo, ossia il
trickle down effect, il fenomeno delle ricadute favorevoli per tutti.
La ripartizione della crescita economica al Nord (con il compromesso
keynesiano-fordista), e anche quella delle sue briciole al Sud,
garantiva una certa coesione nazionale. I tre fenomeni interconnessi
della deregulation e della liberalizzazione commerciale e finanziaria
hanno frantumato il quadro statale di regolamentazione, permettendo
un'estensione senza limiti del gioco delle disuguaglianze. La
polarizzazione delle ricchezze tra regioni del mondo e tra individui ha
raggiunto livelli inusitati. Secondo l'ultimo rapporto del programma
delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), se la ricchezza complessiva
del pianeta è aumentata di sei volte dal 1950, il reddito medio degli
abitanti di 100 dei 174 paesi recensiti è in piena regressione, così
come la loro speranza di vita (si veda il box in questa pagina). Le tre
persone più ricche del mondo hanno un reddito superiore al Pil dei 48
paesi più poveri del mondo messi insieme. Il patrimonio dei 15 uomini
più ricchi del mondo supera il Pil di tutta l'Africa subsahariana.
Infine, quello delle 84 persone più ricche oltrepassa il Pil della Cina,
che conta 1.2 miliardi di abitanti. In tali condizioni, non è più il
caso di parlare di sviluppo, ma solo di aggiustamento strutturale. Per
l'aspetto sociale, si fa sempre più appello a ciò che Bernard Hours
definisce elegantemente un «pronto soccorso mondiale», di cui le Ong
umanitarie e il loro personale emergenziale sarebbero lo strumento
fondamentale (7). Tuttavia, se le «forme» (e non solo loro) cambiano
considerevolmente, c'è tutto un immaginario che rimane immutato. Se lo
sviluppo non è stato altro che la continuazione della colonizzazione con
altri mezzi, la nuova globalizzazione è, a sua volta, la continuazione
dello sviluppo con altri mezzi. Lo stato si eclissa dietro il mercato.
Gli stati-nazione del Nord, che si erano già fatti più discreti con il
passaggio del testimone dalla colonizzazione all'indipendenza, lasciano
completamente la ribalta alla dittatura dei mercati (da loro
organizzata) e al suo strumento di gestione, il Fmi, che impone i piani
di aggiustamento strutturale. Ritroviamo ancora l'occidentalizzazione
del mondo con la colonizzazione dell'immaginario attraverso il
progresso, la scienza e la tecnica. L'economicizzazione e la
tecnicizzazione sono spinte ai loro estremi. La critica teorica e
filosofica radicale, portata coraggiosamente avanti da un manipolo di
intellettuali marginali (in particolare Cornelius Castoriadis, Ivan
Illich, François Partant, Gilbert Rist), ha permesso un certo
slittamento semantico, ma non ha portato ad alcuna ridiscussione dei
valori e delle pratiche proprie della modernità. Se la retorica pura
dello sviluppo e la pratica ad essa legata della «tecnocrazia»
volontaristica non vanno più per la maggiore, l'insieme di credenze
escatologiche in una prosperità materiale generalizzata, che potremmo
definire «sviluppismo», mantiene tutto il suo vigore.
La sopravvivenza dello sviluppo alla propria morte si manifesta
soprattutto attraverso le critiche che gli sono state mosse. Per tentare
di scongiurare magicamente i suoi effetti negativi, siamo in effetti
entrati nell'era degli sviluppi «particolari» (8).
Abbiamo quindi visto sviluppi «autocentrati», «endogeni»,
«partecipativi», «comunitari», «integrati», «autentici», «autonomi e
popolari», «equi», per non parlare dello sviluppo locale, del
micro-sviluppo, dell'endo-sviluppo e persino dell'etno-sviluppo! Gli
umanisti canalizzano così le aspirazioni delle vittime. In quest'arte di
rinnovamento di idee obsolescenti, lo sviluppo sostenibile costituisce
il successo più concreto. Esso rappresenta una sorta di bricolage
concettuale che, non potendo cambiare le cose, mira a cambiare le
parole, una mostruosità verbale che si espleta attraverso un'antinomia
mistificatrice. L'aggettivo «sostenibile» è in effetti ciò che consente
al concetto di sopravvivere.
In tutti questi tentativi di definire un «altro» sviluppo o uno sviluppo
«alternativo», l'obiettivo è guarire un «male» che colpirebbe lo
sviluppo in modo accidentale e non congenito. Chiunque osi attaccare lo
sviluppismo si sente ribattere che ha sbagliato bersaglio. Ciò che lui
attacca sono solo alcune forme traviate di «cattivo» sviluppo.
Ma quest'orribile spaventapasseri creato per l'occasione non è altro che
un'aberrante chimera. Nell'immaginario della modernità, in effetti, il
male non può colpire lo sviluppo, per la semplice ragione che esso è
l'incarnazione stessa del Bene. Il «buon» sviluppo, che pure non ha mai
avuto concreta realizzazione, è un pleonasmo, perché sviluppo vuol dire
per definizione «buona» crescita, e perché la crescita è anch'essa un
bene e nessuna forza del male può sconfiggerla. Quest'eccesso di
giustificazioni del suo carattere benefico è in realtà rivelatore della
truffa che sottende il concetto, sia esso affiancato o meno da una
particella.
È chiaro che è lo «sviluppo realmente esistente» - definizione che
rievoca quella di «socialismo reale» - quello che domina il pianeta da
due secoli, a generare gli attuali problemi sociali ed ambientali:
emarginazione, sovrappopolazione, miseria, inquinamenti di vario tipo,
ecc. Lo sviluppismo è un'espressione profonda della logica economica.
Non c'è posto, in questo paradigma, per il rispetto della natura preteso
dagli ecologisti, né per il rispetto dell'essere umano reclamato dagli
umanisti.
Lo sviluppo realmente esistente si mostra allora in tutta la sua realtà,
illustrando il carattere mistificatorio dello sviluppo «alternativo».
Aggiungendo un aggettivo, non si pensa affatto di rimettere in
discussione il processo di accumulazione capitalistica, ma al massimo si
può pensare di aggiungere una preoccupazione di carattere sociale o una
componente ecologica alla crescita economica, allo stesso modo in cui le
si è aggiunta in passato una dimensione culturale. Concentrandoci sulle
conseguenze sociali, come la povertà, il livello di vita, i bisogni
essenziali, o sui danni all'ambiente, evitiamo gli approcci olistici o
globali nell'analisi del meccanismo planetario della megamacchina
tecno-economica, che si basa su un'impietosa concorrenza generalizzata
ormai priva di volto.
Il dibattito sulla parola sviluppo si esprime quindi in tutta la sua
ampiezza. In nome dello sviluppo «alternativo», vengono spesso proposti
veri e propri progetti anti-produttivistici - e per diversi aspetti
anti-capitalistici - , che mirano ad eliminare le piaghe del
«sotto-sviluppo» e gli eccessi del «cattivo sviluppo» o, più
semplicemente, gli effetti disastrosi della globalizzazione. Questi
progetti di società conviviale hanno tanto in comune con lo sviluppo
quanto con esso potevano avere «l'età dell'abbondanza delle società
primitive» o i notevoli successi umani ed estetici raggiunti da alcune
società pre-industriali che ignoravano tutto dello sviluppo (9). Anche
in Francia, abbiamo vissuto questa esperienza grandiosa di uno sviluppo
«alternativo». È stato al momento della modernizzazione
dell'agricoltura, tra il 1945 e il 1980, programmata dai tecnocrati
umanisti e realizzata dalle Ong cristiane, sorelle gemelle di quelle che
imperversano nel terzo mondo (10). Abbiamo assistito alla
meccanizzazione, alla concentrazione, all'industrializzazione delle
campagne, al massiccio indebitamento dei contadini, all'uso sistematico
di pesticidi e diserbanti chimici, alla diffusione del cibo scadente.
Che lo si voglia o no, lo sviluppo non può essere diverso da ciò che è
già stato: l'occidentalizzazione del mondo. Le parole si radicano in una
storia particolare; sono legate a rappresentazioni che, il più delle
volte, sfuggono alla coscienza di chi le usa, ma hanno una certa presa
sulle nostre emozioni. Ci sono parole dolci, parole che danno sollievo e
parole che feriscono. Ci sono parole che mettono un popolo in subbuglio
e sconvolgono il mondo. E poi, ci sono parole avvelenate, parole che si
infiltrano nel sangue come una droga, corrompono il desiderio e oscurano
la capacità di giudizio. Lo sviluppo è una di questa parole tossiche.
Possiamo, certo, affermare che ormai un «buon sviluppo è soprattutto
valorizzare ciò che facevano i nostri genitori, sottolinerare le nostre
radici» (11), ma vorrebbe dire definire una parola attraverso il suo
contrario. Lo sviluppo è stato, è, e sarà soprattutto uno sradicamento.
Ha generato ovunque un aumento dell'eteronomia a scapito dell'autonomia
delle società.
Bisognerà forse aspettare altri quarant'anni per capire che l'unica
forma di sviluppo è lo sviluppo realmente esistente? Non ci sono altre
possibilità. E lo sviluppo realmente esistente è la guerra economica
(con i suoi vincitori, ovviamente, ma ancora di più con i suoi vinti),
il saccheggio senza freni della natura, l'occidentalizzazione del mondo
e il conformismo planetario. E, per finire, la distruzione di tutte le
culture differenti.
Potevamo così continuare a riflettere e lavorare ad un dopo-sviluppo,
mettere insieme una post-modernità accettabile. E, in particolare,
reintrodurre il sociale, il politico nel rapporto economico di scambio,
ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona esistenza nel
commercio sociale. Lo sviluppo sostenibile, invece, ci preclude ogni via
di uscita, promettendoci lo sviluppo eterno! L'alternativa non può
esprimersi attraverso un modello unico. Il dopo-sviluppo deve
necessariamente essere plurale. Si tratta di cercare modi di crescita
collettiva che non privilegino un benessere materiale devastante per
l'ambiente e per i legami sociali. L'obiettivo della buona esistenza si
declina in modi molteplici a seconda dei contesti.
Questo obiettivo può essere chiamato umran
(fioritura) come ha fatto Ibn Kaldûn, swadeshi-sarvodaya (miglioramento
delle condizioni sociali per tutti), come ha fatto Gandhi, o bamtaare
(stare bene insieme) come fanno i Toucouleurs. L'importante è rendere
esplicita la rottura con quell'impresa di distruzione che si perpetua in
nome dello sviluppo e della globalizzazione. Per gli esclusi, per i
naufraghi dello sviluppo, non può essere altro che una sorta di sintesi
tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Sono queste
creazioni originali, di cui possiamo scorgere qua e là qualche fremito
iniziale, ad aprire le porte alla speranza di un dopo-sviluppo.
|