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clinica adulti
Strumenti e insufficienze del metodo supportivo-espressivo. Sul concetto di elaborazione autogena nei disturbi di Asse II. Osservazione ed elaborazione secondaria
di
Luciano Rossi
1 - Il processo psicoanalitico
Il nostro interesse, in questa ricerca, è rivolto alla completezza ed
efficacia della fase finale del processo psicoterapeutico, e alla
capacità autogena del soggetto di costituire un ponte sufficientemente
sicuro per il passaggio al dopo-terapia nel caso di disturbi di
personalità. In particolare si pone l'attenzione sulla necessità di una
tecnica, ancora non disponibile, capace di interrompere la ripetizione
del cliché di transfert. Si rimanda a studi successivi la risposta al
quesito se la sua applicazione possa essere estesa anche a casi di Asse
I. Per ora è già sufficientemente gravosa la sua definizione relativa
all'Asse II.
Per far capire la necessità e l'urgenza di tale compito prendiamo
dapprima brevemente in considerazione il processo psicoanalitico nelle
sue varie fasi, con i suoi protagonisti e i suoi strumenti, e vediamo di
considerare i suoi fini e l'efficacia dei suoi mezzi. I momenti
fondamentali del processo (ovviamente tutti sappiamo che ce ne sono di
più) possono essere così descritti:
1)
La coscienza del soggetto racconta (associa?) liberamente di sé; parla
del passato, del presente, della relazione analitica.
2)
Il terapeuta offre le sue interpretazioni, comunica al soggetto ciò che
accade nel suo inconscio, gli mostra qualcosa che gli appartiene, ma che
gli è ancora nascosto: in particolare gli mostra il modello ripetitivo
di transfert. Diciamo "in particolare" perché
non tutte le interpretazioni
offerte sono potenzialmente mutative in egual grado. Solo quella di
transfert possiede le potenzialità per diventarla veramente. Dire
che un'interpretazione transferale è, in potenza, mutativa, vuol dire
che è incapace, per il momento, di produrre da sola un cambiamento
fattuale. Per questo occorre ancora un lungo processo. Il transfert è,
oltretutto, il comportamento meno suscettibile di cambiamento. Esso,
infatti, è il rivivere le esperienze passate, ripetendole oggi con altri
Oggetti, cui attribuiamo le stesse risposte degli Oggetti passati.
3)
La semplice comunicazione al soggetto del suo meccanismo di transfert
non è dunque ancora sufficiente. La coscienza del soggetto riceve questa
conoscenza, ma può "capirla" oppure no. Capire significa attribuire
nuovo significato ai propri vecchi (ma ancora persistenti)
comportamenti, vuol dire distruggere idee precedenti. Sappiamo che non
avverrà facilmente.
4)
Quando finalmente capisce l'interpretazione, il soggetto ha un insight
intellettuale e/o emotivo. Ma ci sono purtroppo molte interpretazioni
non seguite da insight (e anche, per fortuna, qualche insight senza
interpretazione, dovuti, come sappiamo, al solo sostegno).
5)
Questo non è ancora sufficiente per cambiare. Avere un insight non è
ancora accettare questa nuova conoscenza e cambiare comportamento. Ci
sono insight senza trasformazioni e anche, per fortuna, trasformazioni
senza insight; saranno proprio queste ultime a darci un'idea importante
per migliorare la rielaborazione e la stabilizzazione.
6)
Fra conoscere e accettare corre il lungo tempo dell'elaborazione (il
lento lavoro sulla resistenza dell'Io)
7)
Quando il soggetto finalmente accetta, viene a contatto diretto con la
pulsione e il desiderio (W di Luborsky) e con il suo ostacolo (RO di
Luborsky), ossia la risposta del mondo. (Sappiamo che il transfert
freudiano, e la sua fondamentale interpretazione, dopo gli studi di
Luborsky vengono ormai di solito rappresentati con il modello CCRT, i
cui elementi sono: il desiderio del soggetto W, la risposta dell'oggetto
RO, la successiva risposta del soggetto RS)
8)
Questo non è ancora sufficiente per cambiare. La "mente" ha pensieri
nuovi mentre il "corpo" ha ancora comportamenti vecchi. Continua a
ripetere il vecchio modello. La conoscenza, anche se emotiva, non riesce
a bloccare la ripetizione.
La mente conosce W, RO, RS ma non riesce a bloccare RS, la risposta del
corpo, la cosiddetta reazione automatica. Siamo marionette intelligenti,
ma ancora rette dai fili del condizionamento.
9)
Occorre assolutamente trovare e imparare un
modo per prevenire la risposta
RS, per bloccare la ripetizione.
10)
Solo allora s'incarna davvero la conoscenza, si trasforma il
comportamento.
11)
Qual è questo modo? Come prevenire la risposta? Come impedire che il
corpo, quando sente l'offesa di RO, inneschi la sua reazione abituale?
12)
Dice Greenson (1967, p. 342): "Anche con la miglior tecnica possibile è
pur sempre necessario moltissimo tempo per superare la spaventosa
tirannia del passato e dalla coazione a ripetere". Questo è quello che
offre la psicoanalisi alla soluzione del problema: un lungo tempo per
elaborare la nuova conoscenza davanti all'analista che ti costringe ogni
giorno al modo nuovo di riflettere e agire. Si può abbreviare questo
tempo? Si può trovare un modo più efficace?
13)
Solo da poco tempo una limitata frangia di terapeuti sta mettendo a
punto una nuova modalità di prevenzione della risposta automatica. Essi
tentano di prevenire la risposta con
una nuova forte abitudine a fare
un'altra cosa nel momento preciso in cui sorge l'impulso alla
reazione. Questa "altra cosa"
è guardare l'impulso anziché
agirlo; dobbiamo, in altri termini,
acquisire un forte allenamento a
guardare gli impulsi senza fare nient'altro.
14)
Quest'allenamento autogeno, che può durare per anni, va preparato per
tempo, a volte sin dall'inizio della terapia, a volte no, per far sì
che, quando verrà accettata l'interpretazione di transfert, il soggetto
sia capace di osservare i suoi elementi senza agirli.
2 - Il concetto di elaborazione terapeutica
e di elaborazione autogena.
Soffermiamoci ora sul concetto di elaborazione terapeutica eterogena
(parte del processo che riguarda i punti 6 e 7) e di elaborazione
autogena (parte del processo che riguarda i punti 8-13).
Per Laplanche e Pontalis "l'elaborazione è il processo con cui il
soggetto assimila
un'interpretazione superando le
resistenze da essa
suscitate". Si tratta di un
lavoro psichico che consente al soggetto di
accettare alcuni elementi
rimossi sottraendosi
all'influenza dei meccanismi ripetitivi. Ci proponiamo di segnalare
l'insufficienza parziale di questo lavoro che porta, se classicamente
inteso (punti 6 e 7), solo al superamento delle resistenze dell'Io e non
anche alle resistenze dell'Es.
È chiaro che, come dicono Laplanche e Pontalis,
a) l'elaborazione terapeutica riguarda le resistenze; b) essa è in
generale susseguente all'interpretazione di una resistenza che sembra
rimanere senza effetto; in questo senso, un periodo di relativo ristagno
può nascondere questo lavoro eminentemente positivo, in cui Freud vede
il principale fattore di efficacia terapeutica; c) essa consente di
passare dal rifiuto o dall'accettazione puramente intellettuale a una
convinzione fondata sull'esperienza vissuta delle pulsioni rimosse che
"alimentano" la resistenza. In questo senso, il soggetto compie
l'elaborazione terapeutica solo con "l'immergersi nella resistenza".
... l'elaborazione terapeutica è
una ripetizione, ma modificata dall'interpretazione e quindi capace di
favorire lo sganciamento del soggetto dai suoi meccanismi ripetitivi.
Come il transfert era ripetizione del vecchio, la rielaborazione è
ripetizione del nuovo. Ma dobbiamo predisporre due fasi distinte di
ripetizione del nuovo o di lotta contro la resistenza, perché, come
abbiamo detto, ci sono due classi principali di resistenza, e mentre per
lottare contro le resistenze dell'Io possono bastare le tecniche note,
per la resistenza dell'Es occorrono nuovi strumenti. Questi nuovi
strumenti devono avere efficacia contro la coazione (dell'Es) a
ripetere. Occorre trovare vie nuove per completare la lotta alla
ripetizione. Freud stesso era insoddisfatto della sua classificazione
delle resistenze e della sua definizione della coazione a ripetere. Era
certo però che questo lavoro doveva essere fatto dall'analizzato. Su ciò
siamo fondamentalmente d'accordo. Per molto tempo l'analizzato deve
farlo davanti al terapeuta e anche da solo nella vita ordinaria.
Successivamente, dopo la fine dell'analisi, dovrà farlo completamente da
solo.
3 - Rielaborazione autogena
Il fine principale della terapia è l'annullamento della ripetizione
delle vecchie modalità. Sostegno, interpretazione, chiarificazione,
elaborazione, sono solo dei mezzi; necessari ma non sufficienti ad
ottenere tale trasformazione. Fanno solo passare dalle parole vecchie
alle parole nuove. Ma anche quando le parole sono nuove, i fatti troppo
spesso restano vecchi. Per passare dai fatti vecchi (reazione) ai fatti
nuovi (osservazione) occorre aggiungere ai metodi tradizionali una
tecnica fattuale, un'azione. Un'azione che ne sostituisca un'altra. Un
osservare consapevole che sostituisca un cieco reagire.
L'insight e la trasformazione invece sono eventi, non tecniche; il primo
è un evento intermedio, il secondo quasi conclusivo. Dopo di lui occorre
solo ottenere una stabilizzazione. E se la psicoanalisi spesso si
accontenta dell'insight, la psicoterapia no; non può farlo, deve volere
il cambiamento.
Ma come ottenerlo? Vediamo un po'.
L'interpretazione transferale aveva cercato di mettere in contatto il
soggetto con aspetti relazionali che il soggetto non riusciva a vedere.
Gli era stato detto pressappoco così:
"Lei reagisce così (RS) perché io non ho gratificato (RO) il suo
desiderio (W). Le faccio anche notare che lei si comporta sempre in
questo modo; ripete questo schema sin dall'infanzia, quando reagiva così
ai suoi genitori. Quindi il suo desiderio (W) di oggi è ancora quello
infantile."
Quest'interpretazione vorrà
ripetuta molte volte finché verrà vista con chiarezza e infine anche
accettata. Ma questo non muterà ancora il suo comportamento.
Verrà poi il giorno di una
confrontazione importante, quella della viscosità del transfert (per
altro già nota dalla prima interpretazione) e dell'insufficienza
dell'interpretazione. Gli si potrà dire:
"Lei ha ottenuto un insight molto forte e centrale, ma ciò, come vede,
non le ha impedito di ripetere ancora le sue solite reazioni RS, perché
queste, come può constatare, partono da sole. Occorre usare nuovi
strumenti, entrare in nuova fase, una fase più attiva ed esperienziale,
che potrà iniziare apprendendo
l'osservazione d'insight".
Queste ultime fasi del processo (passaggio da reazione ad osservazione e
stabilizzazione) non sono nuove sul piano intuitivo, solo che, fino
all'ultimo decennio, non erano state ancora ottenute con tecniche
osservative.
Vediamo come R. H. Etchegoyen (I
fondamenti della tecnica psicoanalitica, 1986) prende atto della
loro necessità:
" ... quando io mi rendo conto della mia pulsione, del mio desiderio [il
W di Luborsky] ... rivivo
l'emozione e allo stesso tempo mi faccio carico dei sentimenti che
questa presa di coscienza inevitabilmente risveglia, sentimenti che ...
sorgono dall'insight come promotore di uno stato di coscienza ... [ma
questo movimento] è soltanto la prima parte di un ciclo. L'elaborazione
ha una seconda fase ... [nella prima fase] attraverso il lento lavoro
sulle resistenze cerchiamo di far corrispondere alle parole
[interpretazione intellettuale] i fatti [l'esperienza emotiva]. A
partire da questo momento ... prendiamo la
strada contraria: cerchiamo
di dare significato ai nostri affetti verbalizzando le nostre emozioni.
È un aspetto dell'elaborazione in cui i fatti [emotivi] sono trasformati
in parole, in cui io penso le
mie emozioni ... le migliori emozioni sono i grandi pensieri ... il
momento dell'insight
ostensivo è indubbiamente fondamentale; ma, affinché perduri, dev'essere
tradotto meticolosamente in
parole. Oserei dire che se questo processo non avviene, l'insight
ostensivo, per quanto emotivo e autentico sia, è come un processo
abreattivo che non porta all'integrazione ...
l'insight ha a che fare con
l'esperienza, è processo primario. A partire di lì tale esperienza
comincia a rivestirsi di parole
... l'esperienza da sola non basta, è necessario integrarla all'Io e al
processo secondario".
Greenson (1965, pag. 342) dice che "ci sono resistenze che impediscono
l'insight e resistenze che impediscono all'insight di promuovere
cambiamenti. Il lavoro sul primo tipo di resistenze è il lavoro
analitico propriamente detto". E il secondo? Come vinceremo la seconda
resistenza? Etchegoyen ci suggerisce di invertire la rotta e di
passare dai fatti ripetitivi
RS (ad esempio la rabbia) nuovamente
alle parole e ai pensieri.
Ossia: verbalizziamo i vecchi fatti (impulso a reagire, RS),
trasformiamo i vecchi fatti RS in "parole consapevoli".
Anziché reagire pensiamo,
riflettiamo, osserviamo, annotiamo, verbalizziamo, anche mentalmente, le
nostre emozioni, i desideri, gli impulsi ad agire che l'interpretazione
ci ha fatto conoscere e l'elaborazione di prima fase ci ha fatto
accettare.
D'accordo. Ma ne siamo capaci?
4 - Anapanasati e
rielaborazione
È qui che di solito la psicoanalisi termina il suo compito; una terapia
invece non può fermarsi qui. Deve continuare implementando al suo
interno l'apprendimento di tecniche che consentano il cambiamento
stabile del comportamento. Noi, in queste pagine, ne proponiamo una
osservativa, che perfeziona e approfondisce quelle riflessive e
verbalizzanti che la psicoanalisi contemporanea conosce. La differenza
fra la nostra e quelle verbalizzanti ci appare la seguente: quella da
noi proposta è spinta sino al minimo dettaglio, non è lasciata nel vago
com'è costume, forse necessario, della psicoanalisi. Per diventare
capaci di quest'osservazione occorre allenarsi ad osservare
consapevolmente cose dapprima più semplici e poi via via più complesse.
Si può cominciare dal respiro, per passare al corpo, alle sensazioni, ai
pensieri. Così potremo saper osservare gli impulsi ad agire, le
intenzioni, le spinte interne.
È questa una tecnica che prende spunto da
Anapanasati, una meditazione
di consapevolezza fatta di sedici passi divisi in quattro tetradi. Di
queste noi applicheremo, quasi senza modificarle, solo le prime tre. La
quarta tetrade sarà invece sostituita dall'osservazione degli elementi,
resi noti dall'interpretazione, dello schema di transfert: W, RO,
conflitto W/RO, RS. A guidarci nella nostra meditazione c'è già una
serie di conoscenze:
a)
Sappiamo che abbiamo desideri, bisogni, intenzioni (W)
b)
Sappiamo che non tolleriamo che essi (W) siano frustrati
c)
Sappiamo che, quando questo accade, sorgerà RS, come sempre
d)
Decidiamo però che, d'ora in poi, noi osserveremo l'impulso a mettere in
atto RS, anziché agirlo. Già abbiamo imparato ad osservare con molti
mesi di pratica Anapanasati; ci siamo allenati col respiro e il corpo
(prima tetrade), le sensazioni (seconda tetrade), i pensieri (terza
tetrade), (in lingua pali Kaja,
vedana e citta).
e)
Per osservare un proprio contenuto, l'osservatore si scinde in due; fa
un passo indietro in quanto osservatore e lascia davanti a sé solo
l'oggetto da osservare: noi proponiamo un allenamento a farlo, prima
osservando il respiro, poi le sensazioni, poi i pensieri e infine la
voglia di reagire (quarta tetrade).
f)
Noi vediamo, lì di fronte a noi, la voglia di reagire scorrere davanti
ai nostri occhi e annotiamo, "verbalizziamo", il nostro impulso a farlo;
come, meditando, abbiamo annotato il nostro desiderio di grattare la
puntura di una zanzara anziché farlo.
g)
Il vecchio RS è insidioso perché automatico. Occorre quindi coglierlo
nella fase incipiente. Occorre dunque essere sempre presenti, possedere
una consapevolezza e una presenza allenate.
Perché il completamento dell'elaborazione necessita di tale faticoso "lavoro"?
Lavoro comunque necessario che noi stiamo tentando, in via di
sperimentazione, di condurre con l'uso della pratica
Anapanasati, e che altri in futuro realizzeranno con altre tecniche,
speriamo sempre migliori. Forse ci può spiegare tale necessità il
secondo punto di vista freudiano, successivo al 1925.
Il lavoro è lungo e la
resistenza è forte perché l'elaborazione si situa al di là del principio
del piacere ed equivale ad un lutto. Come per la perdita di una
persona cara occorre il "lavoro del lutto", così anche nel caso
dell'abbandono della ripetizione comportamentale occorre rinunciare a
qualcosa, e accettare una perdita che l'Es non vuole accettare. Si
tratta allora di vincere le resistenze dell'Es, ossia del "corpo". La
coazione a ripetere, nella seconda visuale freudiana, è dovuta all'Es, è
intrinseca alla biologia. Si tratta di abbandonare un vecchio inveterato
RS; ed è come se si dovesse decretare la morte di un'abitudine
biologica. Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte a una resistenza
caotica; e, come c'insegna la teoria del caos deterministico della
fisica, sappiamo che essa avrà certo una sua organizzazione, ma che non
potremo conoscerla. Riteniamo di sapere a quale regno libidico
appartiene questo "oscuro persistere della ripetizione" e crediamo che
la lotta contro di esso debba condursi con forze appartenenti allo
stesso regno, provenienti dallo stesso serbatoio libidico. Si tratta di
un regno, di un Es, ancora poco differenziato dalla biologia ed è con
strumenti analoghi che si deve operare per creare contro-abitudini che
possiedano la stessa potenza ripetitiva, la stessa viscosità, la stessa
coazione. Sappiamo che occorrerà uno strenuo sforzo.
Dice Freud (1925d, p. 305):
L'Io ha delle difficoltà nel rendere reversibili le rimozioni anche dopo
aver fatto il progetto di abbandonare le sue resistenze, e la fase di
strenui sforzi che segue a
tale lodevole intento l'abbiamo chiamata fase di 'ri-elaborazione'.
Prepariamoci a questo "strenuo sforzo" e, riprendendo la descrizione che
Etchegoyen fa del processo di rielaborazione (che abbiamo citato nella
pagina precedente), proviamo a riscriverla a modo nostro, del tutto
liberamente, per illustrare la nostra proposta provvisoria di lavoro.
L'insight nasce dalla prima parte dell'elaborazione. Poiché l'insight
non produce ancora una trasformazione, l'elaborazione deve avere una
seconda fase in cui cerchiamo di operare il vero cambiamento: quello di
osservare le nostre risposte
ripetitive anziché agirle. È un aspetto dell'elaborazione in cui i
fatti (RS) sono trasformati in parole, in cui io
penso le mie emozioni, in cui
io resto nella tensione,
osservo, persevero nell'osservazione
senza fare
nient'altro. Il momento dell'insight è indubbiamente fondamentale;
ma, affinché la conoscenza si trasformi in mutato comportamento e
perduri, l'insight dev'essere tradotto meticolosamente in
un'osservazione equanime, continua e perseverante che non indulga
all'azione automatica. Solo se non avrò reagito, scaricando così la
tensione, successivamente potrò
agire in un modo più autodeterminato e libero da condizionamenti.
Perché riteniamo più efficace e trasformativo l'osservare anziché il
verbalizzare (Etchegoyen) o il riflettere (Montefoschi) o il pensare
(Etchegoyen) l'impulso ad agire? Per due motivi. Primo perché, come
abbiamo detto, sappiamo esattamente, e nel dettaglio, come fare ad
osservare, mentre non abbiamo altrettanta conoscenza ed esperienza
relativa al verbalizzare. Secondo perché, anche se potessimo usare la
stessa tecnica per ottenere un esito di verbalizzazione o di pensiero o
di riflessione, crediamo che ci sia, in queste attività, minore presenza
d'equanimità e distacco che nell'osservazione. Nei modelli
psicoanalitici tutto è affidato al lavoro col terapeuta che guida e
affianca nella verbalizzazione; si presuppone che questo lavoro
proseguirà da solo per inerzia. Non si dice con chiarezza: "Quando
verbalizzare da soli? Che cosa? In che condizioni? Con che animo? Come
il verbalizzare m'impedisce di agire? In pratica cosa fare? Restare di
sentinella alle incursioni dell'agire? Facendo cosa? Coma fare ad
accorgersi dell'impulso? Ci si ricorda davvero di verbalizzare? Questa
consapevolezza è un farmaco da assumere all'occorrenza o ad intervalli
regolari?" Sebbene non possiamo riportarla qui, possiamo assicurare che,
nel caso dell'osservazione, la tecnica applicativa è descritta nel
minimo dettaglio.
E, comunque, quello di cui si parla qui, quello di cui c'è bisogno, non
è tanto quale fare delle quattro attività (osservazione,
verbalizzazione, riflessione, pensiero), che possono anche essere
ritenute equivalenti; quello che si deve apprendere è come
non fare più l'azione ripetitiva.
Si tratta soprattutto di non
agire (per il momento); in luogo della reazione possiamo adottare
una qualsiasi delle quattro attività, anche se preferiamo usare
l'osservazione. Il difficile è passare dal fare al non fare (ripeto, per
il momento). È difficile rinunciare a fare qualcosa che pensiamo ci
salverebbe dall'ansia. La psicoanalisi non parla mai di un allenamento
specifico e solitario a "non fare"; si limita a chiedere al soggetto di
non controllarsi da solo, perché ancora non lo sa fare, ma di affidare
per lungo tempo la verifica del passaggio, dal fare al verbalizzare,
alla responsabilità dell'analista. Questa fase di trasformazione, per
l'analisi la si deve fare in due. Ma in tal modo questa nuova modalità
viene attuata un'ora soltanto alla settimana, anziché tutti i giorni.
Noi vorremmo accorciare i tempi d'apprendimento della nuova modalità,
insegnando al soggetto una tecnica per farla da solo al di fuori della
seduta, per altri sei giorni alla settimana. Noi sappiamo che questa
tecnica è capace di farci passare
da soli dall'agire al non
agire.
L'idea viene da esperienze in altri campi. Avevamo detto più su: "Ci
sono anche, per fortuna, trasformazioni senza insight; saranno proprio
queste a darci un'idea importante per la rielaborazione e la
stabilizzazione". Ci riferivamo alle trasformazioni ottenute con
Anapanasati. Anche in chi
pratica Anapanasati senza
avere dietro di sé una terapia possono accadere delle trasformazioni di
comportamento in cui la risposta ripetitiva viene spontaneamente
prevenuta. Così, nella meditazione, ci può essere qualche modificazione
comportamentale che non è passata attraverso l'insight e per la quale la
meditazione non ha costituito una rielaborazione, ma l'intera esperienza
trasformativa. Con la sola meditazione di consapevolezza, in assenza
d'interpretazione analitica, qualsiasi cambiamento accadrebbe però, per
paradosso, al di fuori della nostra consapevolezza. Oltretutto
quest'esperienza è improbabile; di solito non c'è una trasformazione del
transfert nella sola anapansati
senza insight; così com'è aleatoria la trasformazione fattuale col solo
insight. L'unione di entrambe le tecniche ci fa apparire invece il
risultato cercato (l'annullamento della ripetizione) altamente più
probabile e certamente più rapido. E anche più gratificante perché dà al
soggetto la sensazione di aver fatto un buon lavoro da solo e di essersi
preparato a continuare il cammino senza l'analista.
Riprendiamo dunque il nostro progetto, che si propone d'integrare
psicoterapia e osservazione, e cerchiamo di isolare quanto, della
meditazione, costituisce quella disciplina corporea ri-condizionante che
alla psicoanalisi, così lontana dal corpo per vocazione costitutiva,
ancora manca.
Ciò che può insegnare Anapanasati,
ai fini della non-reazione-automatica, è il non-movimento,
l'immobilità, la schiena diritta, il silenzio, qualunque cosa succeda.
In Anapanasati non si
reagisce al dolore posturale, al prurito, al dubbio, alla fretta, al
desiderio di essere altrove, alla puntura di zanzare; non si segue
l'inclinazione al desiderio, al torpore, all'indolenza, all'impedimento.
È principalmente lo stoicismo della pratica quello che educa alla
non-reazione. Restare immobili e silenziosi segna una grande differenza
rispetto alla facile via della risposta di scarico, pronta, maladattiva,
chiassosa, immediata, che vuol seguire subito l'impulso del principio
del piacere. La bellezza della rinuncia e del sacrificio ... così
difficile per il borderline, per il simbiotico, l'infantile, ... vengono
appresi, sempre all'interno della meditazione stessa, passando
dall'osservazione immobile del respiro, del corpo, delle sensazioni,
all'osservazione immobile della rabbia e della paura, dell'impulso a
reagire e del desiderio.
5 - Contesto della misurazione e contesto della scoperta
Come il CCRT, anche Anapanasati
è, da un lato, misurabile e, dall'altro, strumento di misurazione del
processo psicoterapeutico. Inoltre come il CCRT, anche
Anapanasati è utile, oltre
che nel contesto della validazione, anche in quello della scoperta.
Mentre Anapanasati viene
applicata per risolvere il CCRT centrale, permette anche di scoprire,
durante la sua applicazione, altri CRT (non centrali) o nuovi aspetti
del CCRT centrale. Anapanasati
viene applicata nel momento in cui è più attiva la resistenza di
transfert. Ma quella che è attiva ora, non è più la resistenza dell'Io a
capire il transfert, ma la resistenza dell'Es ad interromperne
l'esecuzione.
Forse un caso clinico ci può aiutare a descrivere ciò che vogliamo dire.
Un soggetto, dopo tanti tentativi d'interruzione dell'analisi e una
dimostrata incapacità di mantenere il setting, ha preso atto di questo
ed accettato il seguente CCRT (clichè n° 1):
W desidero assolutamente essere riconosciuto come leader ovunque mi
trovi, pretendo trattamenti speciali
RO non puoi esimerti da certi adempimenti, sei come tutti gli altri,
anche tu devi sottostare alle regole
RS divento insofferente, me ne vado sbattendo la porta, abbandono il
gruppo, mi vengono fretta, rabbia, desiderio di libertà.
Durante l'immobilità della posizione meditativa il suo CCRT fa capolino
e si impone: dopo pochi minuti, il soggetto viene preso dal desiderio di
interrompere la meditazione, sente che deve fare cose più importanti,
tanto il meccanismo ormai l'ha capito, ... lui; altri magari, meno
intelligenti e privilegiati, restino nella posizione, ... non lui.
L'aspetto del CCRT che il soggetto scopre in meditazione è (clichè n°
2):
W desidero non far fatica, non ubbidire, non esser pari agli altri,
avere privilegi,
RO anche tu devi tenere la postura, non sei il più bello, tieni la
schiena dritta!
RS mi tolgo di lì, interrompo, insofferente, agitato, vado a fare
dell'altro di mia scelta, la meditazione la farò in altro momento e come
piace a me
L'allenamento a non agire RS nella meditazione (RS che nella fattispecie
è il togliersi di lì), ossia l'allenamento a restare lì, nella tensione,
mentre aiuta il soggetto a cambiare il clichè della meditazione (clichè
n° 2), lo aiuta nello stesso tempo a cambiare anche l'analogo clichè
nella vita (clichè n° 1).
Come può svolgersi la meditazione di rielaborazione in questo caso? Cosa
deve osservare o riflettere o verbalizzare mentalmente il soggetto? Egli
può chiedersi per esempio: "Qual è il mio desiderio?". E rispondersi:
"Fare di testa mia!". Questo è il W che abbiamo appurato in analisi e
confermato in meditazione. E ancora chiedersi: "Qual è allora il mio
impulso?". Al che può rispondere: "Andarmene da qui, alzarmi!". Questo è
la RS scoperta in analisi e confermata in meditazione. A questo punto il
meditante è allenato a decidere, verbalizzare mentalmente ed attuare
(questa forse è la vera novità tecnica) il seguente proposito:
"Nonostante il mio desiderio e il mio impulso resto immobile!". Il
meditante sa come non reagire d'impulso. È allenato a farlo. Il
desiderio di disubbidire e l'impulso a farlo non vengono, questa volta,
messi in atto. Restare immobile è la nuova modalità.
6 - Agire anziché reagire.
Cosa accadrà dopo aver osservato l'impulso restando immobili? Accadrà
che, impedendo al soggetto di cadere ancora una volta in una reazione
cieca e impulsiva, avremo aperto, per lui, la strada alla possibilità di
un'azione differita, deliberata e libera.
È come se avessimo detto al soggetto: «Anziché "re-agire
im-mediatamente", conta fino
a 10 e poi "agisci mediatemente". Lascia un intervallo fra l'impulso e
l'azione. Un intervallo nel quale osservi (o verbalizzi o pensi)». Ma
non gli abbiamo dato solo questa indicazione. Se ci fossimo fermati qui
avremmo dovuto riconoscere che, questo, anche la saggezza popolare ce
l'insegna ogni giorno e noi non avremmo fatto niente di più a questa
sapienza. Invece, abbiamo insegnato al soggetto una cosa in più: a
metterla in opera. Il nostro compito, infatti, è stato soprattutto
quello di insegnare a lui la mediazione, ossia di insegnare a contare
fino a 10. Non si tratta di un insegnamento inutile, visto che così
pochi sanno farlo, soprattutto quando sono ostacolati dalla coazione a
ripetere che esige l'im-mediata esecuzione dell'impulso. La risposta è
mediata dal lavoro dell'intervallo. Lavoro che nel caso
dell'osservazione d'insight si avvale di una conoscenza e di una
esperienza consolidata e dettagliatissima. Questa ce la offre la
meditazione d'insight. Così abbiamo, nel nostro lavoro, tutta una serie
di portati:
1)
l'analisi ci segnala su quali impulsi vigilare,
2)
la saggezza popolare ci consiglia di aspettare ad attuare proprio quegli
impulsi,
3)
la meditazione c'insegna come si fa ad aspettare.
...
Al terapeuta resta il compito complesso, e l'arte preziosa, di metterle
in fila.
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