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Donne e Psiche

 

Riflessioni sparse sulle donne che non votano le donne. Ovvero del mito dell’individuo neutro.

 

di Margherita Papa

 

Un’assessore della provincia di Bolzano ha promosso nel 2005 una campagna  di sensibilizzazione, “Vota donna”,  per informare e interessare l’elettorato femminile sulla questione della scarsa presenza delle donne nelle istituzioni politiche. E’ stata adottata dai presidenti degli organismi regionali di parità in tutta Italia, purtroppo con scarsi effetti.

In Italia le donne sono più del 50% dell’elettorato attivo e sono appena il 17% delle deputate e addirittura il 14% dei senatori nel Parlamento Italiano dell’ultima legislatura. Nel Parlamento Europeo le donne sono il 23% degli eletti. In una indagine della Commissione Pari Opportunità della provincia di Bolzano è emerso che solo il 17% dei consiglieri dei Comuni è donna.

Nella categoria professionale degli psicologi  le donne sono l’80% delle iscritte agli Ordini degli Psicologi e rappresentano solo circa il 20% delle elette nei Consigli.

Insomma le donne non sono rappresentate. Una parte del problema riguarda sicuramente i meccanismi di scelta dei candidati interni ai partiti. Ma un dato così diffuso, a livello nazionale ed europeo, non può essere spiegato solo da meccanismi di partito.

Perché  le donne non votano le donne?

 

 

La prima ipotesi: perché non si fidano delle donne (cioè non si fidano di se stesse).

 

"Un crocevia perduto del nostro divenir donne si trova nel confondersi e nell’annullarsi delle nostre relazioni con la madre e nell’obbligo di sottometterci alle leggi dell’universo degli uomini" (L.Irigaray Il tempo della differenza 1989)

 

Lo ammetto: per molto tempo non mi sono fidata delle donne. Le mie compagne di classe mi sembravano più pettegole e meno affidabili dei miei compagni. Il mio miglior amico era un maschio, ho avuto una migliore amica solo verso i venti anni, quando ho cominciato a capire che anche i maschi in fondo non erano così affidabili e disinteressati, mentre c’erano donne  con le quali potevo essere complice.

In fondo credevo che gli uomini fossero migliori: più intelligenti, più preparati, assolutamente non leziosi, né vanitosi o manipolativi. Erano concreti e diretti, mentre le donne erano fatue e infide.

Insomma ho adottato per quasi tutta la mia adolescenza tutti gli stereotipi culturali sui generi.

Quando ho votato la prima volta non mi sono proprio posta il problema se votare una donna o un uomo. Ho votato un uomo.

 

Il possedere diritti legali di libertà e autonomia non corrisponde all’esercizio sostanziale di tali diritti. La rivoluzione femminista non si è ancora attuata nelle pratiche sociali di convivenza e nel pensiero delle donne intorno a loro stesse. Anzi molte donne oggi negano di essere femministe, come se questo termine si fosse colorato di un aspetto negativo. Allo stesso modo diversi uomini quando vogliono sottrarsi a discorsi sulle pari opportunità usano il termine “femminista” come un’offesa verso l’interlocutrice. L’offesa sta nel fare una lotta esagerata e vecchia, sorpassata.

Eppure questa lotta non deve essere poi così vecchia se all’interno di una categoria di persone laureate, del ceto medio, ampiamente femminile come quella delle psicologhe  il pregiudizio contro le donne potrebbe essere ancora così forte, prendendo in considerazione  il risultato della loro scelta di voto.

 

Ci sono diverse teorie che spiegano la trasmissione culturale dei modelli di genere maschile e femminile, che non corrispondono e non sostanziano i diritti acquisiti nelle lotte sociali dalle donne.

 

Molte di queste teorie ruotano intorno alla relazione madre-figlia, alcune per spiegarne la competizione, altre per sottolinearne l’oppressione, altre ancora per rivalutarne le potenzialità. Sarebbe lungo ora affrontare questi filoni di studi, in particolare di quella che viene chiamata la seconda ondata del femminismo (anni ’70- ’80) e che in Italia si è raggruppata in alcuni circoli di filosofe e storiche come il circolo Diotima.

 

Brevemente le  teorie femministe  degli anni settanta spiegano la dinamica competitiva madre-figlia come una particolarità della società patriarcale, che ha bisogno di arruolare le madri nella gestione del potere maschile e quindi privilegia l’attaccamento madre-figlio, a discapito della trasmissione di potere madre-figlia. Non c’è trasmissione di un potere riconosciuto: la madre incarna spesso i divieti che la società impone, pensiamo all’ansia sulla sessualità delle figlie agita più dalle madri che dai padri, e non si occupa di creare una alleanza con la figlia valorizzandone le caratteristiche.

 

Luce Irigary e altre filosofe e psicoanaliste francesi e le filosofe italiane del circolo Diotima valutano cioè la distanza madre–figlia come imposta da ordini sociali e culturali e non come geneticamente preordinata.

 

"Dobbiamo inoltre trovare, ritrovare, inventare le parole, le frasi che dicono il rapporto più arcaico e più attuale con il corpo della madre" (L.Irigaray Sessi e genealogie 1989)

 

 

La seconda ipotesi: perché non gli interessa.

 

Una tesi che circola per spiegare perché le donne non sono rappresentate è che non ci sono donne che si candidano, perché le donne sono già soddisfatte nel privato. Hanno un loro ruolo che ha bisogno di tempo e di attenzione, che mal si concilia con i tempi attuali della politica, ma soprattutto con le modalità di fare politica degli uomini. Quindi molte donne rinunciano e continuano a dedicarsi agli ambiti privati: la famiglia, la cura delle relazioni, anche nell’ambiente del lavoro.

Ancora una confessione personale: ho rinunciato da poco ad un ruolo di gestione all’interno della mia Azienda USL perché i tempi che dovevo dedicare a questo incarico, che pure  mi piaceva e trovavo soddisfacente sul piano lavorativo e di relazioni, non coincidevano con i tempi delle mie relazioni affettive. Però non è stato un problema di interesse, ma di priorità. Il mio lavoro lo trovavo davvero stimolante, proprio nei suoi aspetti organizzativi e gestionali, ma mi metteva in competizione con i miei affetti, che reclamavano tempo e attenzione diversi.

Ho scelto questi. Sono ancora ora condizionata dagli stessi stereotipi culturali della mia adolescenza? Non mi sembra. Ho molte amiche donne, quasi tutte. Ho rivalutato moltissimo le donne e me stessa, in questo processo sono arrivata quasi.. a fare pace con mia madre.

 

Nella mia ricerca tra gli scritti femministi ho trovato che una delle ragioni biologiche che potrebbe spiegare il dominio secolare degli uomini sulle donne è individuata proprio nella maternità: cioè non tanto nella capacità di generare, che è condivisa con il partner, ma nella necessità della cura dei figli, che nel genere umano dura per forza diversi anni, durante i quali la madre e la sua prole necessitano della protezione del padre.

Alcune femministe hanno sostenuto che non bastano l’indipendenza economica  o la libertà sessuale, garantita oggi dall’uso dell’anticoncezionale, perché le donne raggiungano davvero la possibilità di esercitare tutti i loro diritti, un’altra lotta fondamentale da compiere è ottenere la cura congiunta dei figli, da parte dei genitori, ma anche con un welfare che davvero sgravi le donne da un carico che fondamentalmente ricade sempre su di loro.

Forse più che rinunciare al mio incarico avrei dovuto lottare per pretendere una diversa attenzione verso la particolarità del mio genere, che prevede la cura dei figli e delle loro esigenze.

 

 

 La terza ipotesi: perché un uomo o una donna come rappresentante politico è lo stesso, sono importanti le idee. Ovvero dell’individuo neutro.

 

Ho chiesto a diverse donne perché non votassero donne. Molte sono rimaste stupite della domanda: ora che c’è una parità di opportunità perché fare questa differenza? Quando ho ricordato loro che le donne sono una minoranza in molte istituzioni, alcune mi hanno risposto che in fondo non si vota un uomo, ma una idea che un uomo o una donna portano avanti.

Va bene, ma allora perché solo uomini vengono scelti per portare avanti le idee?

E inoltre: siamo sicure che le idee non c’entrino niente con il genere sessuale?

 

Forse oggi il tradimento di noi stesse non è più quello di essere come gli uomini, ma come un generico individuo neutro, senza genere.

Ma come individuo neutro funziona molto meglio l’Uomo.

La donna è stata, per secoli, l’Altro.

La rivoluzione femminista è stata prima quella di raggiungere una parità di diritti e di opportunità legali con gli uomini che è stata spesso vissuta anche come la negazione della propria femminilità o di quello che di più negativo veniva attribuito alla femminilità.

La soluzione era adottare  modelli maschili: così le donne hanno lottato per i pantaloni.

Negli anni settanta il pensiero femminista ha invece cominciato a porsi il problema non solo della uguaglianza, ma della differenza. Ha cominciato a rivendicare la differenza e a provare ad elaborare  pensieri, ideologie, linguaggi della differenza, che non fossero il frutto della cultura patriarcale dominante.

Le idee non sono tutte uguali, i pensatori sono maschi o sono femmine, non sono neutri.

 

Una collega psicologa in un convegno ha concluso il suo intervento sulla gestione del suo servizio con una immagine della vecchia massaia degli anni 60. Ha suscitato risate e perplessità: ma poi ha spiegato che una massaia deve essere rivalutata, perché sa fare la spesa con poco, sa come accudire i suoi familiari e come dividere il tempo per tutti, si occupa dei loro bisogni e delle risorse cha ha a disposizione. Insomma gestisce, come un responsabile di servizio. E’ una metafora, ma funziona. Mi ha colpito perché ha utilizzato uno stereotipo per valorizzare una funzione pubblica caratterizzandola in senso femminile.

Si può fare politica come donna, si può fare economia come donna, si può avere gli stessi diritti e lo stesso potere senza perdere la propria caratteristica di genere.

E’ quello che molte donne sembrano non vedere e non valorizzare.

Si aspettano di diventare non come gli uomini, ma individui neutri

Il mito dell’individuo neutro è l’inganno nel quale siamo oggi imprigionate, quello che forse ha bloccato anche me nella mia scelta.

Siamo nel paradosso che una cultura della neutralità fa vivere le richieste di attenzione alla particolarità di genere come dei privilegi: le donne sono delle privilegiate perché  hanno il diritto alla maternità, hanno il diritto all’allattamento ed al part-time (solo quelle dipendenti beninteso, mentre la maggioranza dei lavoratori precari è sempre donna..).

Il fatto che non si riconosca la differenza inficia il confronto: si paragonano i diritti degli uomini e delle donne come se fossimo di fronte a due individui uguali, come se io volessi confrontare un bambino ed un adolescente e considerassi privilegi i diritti di assistenza di un bambino di 4 anni confrontati con i diritti di un adolescente di 12.

In alcuni casi infatti lo scontro tra i sessi è passato dal paternalismo in cui le donne andavano difese perché deboli all’attacco diretto per cui le donne sono viste come fin troppo tutelate.

Credo sia esperienza diffusa aver sentito uomini, ma a volte anche donne in posizione dirigenziale, prendersela con i diritti alla maternità o al part-time.

Questi uomini e queste donne si confrontano con un ipotetico individuo asessuato, generale portatore di bisogni e desideri, per il quale la propria identità non ha nulla a che fare con il suo genere.

 

Questo riflessioni non vogliono ovviamente essere nient’altro che un primo stimolo ad un dibattito ancora da iniziare, non ho alcuna pretesa quindi di concluderle.

Voglio solo citare una associazione nata negli USA che ho trovato cercando su internet intorno a questo tema e della quale purtroppo non avevo avuto notizia alcuna al momento in cui aveva fatto la sua prima prova di ingresso in Italia.

Emily in Italia (Emily sta per “Early money is like yeast- it makes the dough rise” Il primo denaro è come il lievito, fa crescere l’impasto) è una associazione che finanzia le candidate donne e le sostiene per entrare in politica, senza considerazione per l’orientamento politico.

E’ nata negli Stati Uniti ed è riuscita a far eleggere diverse donne e nell’aprile del 1998 ha cominciato la sua attività anche in Italia.

Mi è sembrata un’ottima iniziativa, perché una adeguata rappresentanza di donne nelle istituzioni permetterebbe che entrambi i diversi punti di vista, modi di pensare, linguaggi e stili di comportamento, quello maschile e quello femminile, ma allora anche quello omosessuale, potrebbero partecipare alla progettazione di nuove modalità di convivenza civile.