LaCoSaPsy

 
- Chi siamo
- Link

Clinica:
- infanzia
-
adolescenza
-
adulti

- psicologia  ospedaliera
- etnopsicologia

- Formazione
-
laurea
- tirocinio e tutoring
-
percorsi post lauream
- consulenza \  supervisione

Recensioni
- testi
-
convegni

- Videointerviste
- Proposte per la professione

-
Pagine personali
-
Eventi
- Codice deontologico
- Marola

- Cerca nel sito
Cerca nel web
Google



copyright


donne e psiche

 

Il potere del corpo, il potere sul corpo - Riflessioni sparse sul corpo delle donne

 

di Margherita Papa

 

 

 

Esiste un corpo giusto?

Me lo sono chiesta spesso discutendo con le ragazze anoressiche e bulimiche, sempre insoddisfatte del loro corpo, sempre alla ricerca di un corpo che sembra  presente nella propria idea, ma che poi nell’esperienza, anche quella più estrema, risulta irraggiungibile.

Non si è mai magre abbastanza, non si è mai sazie abbastanza, non si è mai vuote abbastanza.

Ho scoperto poi che l’autrice de “I monologhi della vagina”. Eve Ensler, ha scritto un libro su “Il corpo giusto”. Denuncia che una larga fetta delle donne occidentali, ma anche di quelle dei paesi in via di sviluppo è in primo luogo insoddisfatta del proprio corpo, poi della politica o della situazione sociale e lavorativa.

La Ensler scrive di averlo dedicato alla pancia delle donne “forse perché ho sperato che la mia pancia fosse qualcosa su cui ancora potevo esercitare qualche controllo o forse perché mi rendo conto che ormai occupa gran parte della mia attenzione, e che l’attenzione delle altre donne è così occupata da pancia, glutei, cosce, capelli o pelle da non avere più spazio per la guerra in Iraq”.

Sarà che mi stavo rivedendo le ultime statistiche sui disturbi della alimentazione che danno la percentuale che somma il disturbo di anoressia e bulimia ai disturbi non specifici al 10% della popolazione 12-25 anni, ma questo dato non ha potuto non colpirmi.

 

 

Il corpo delle donne è sempre stato il luogo dove si esprime il potere, quello delle regole sociali, delle istituzioni religiose e  politiche degli uomini.

Il potere si è espresso imponendo regole rigide sulla sessualità, soprattutto quella delle donne; regolando e controllando la capacità di generare e tutt’oggi provando a spodestare il diritto delle donne di decidere la propria maternità; imponendo regole anche sulla bellezza, unico canone di valore di una donna per molto, troppo tempo.

Forse anche per questo le donne hanno cercato di sfuggire a queste regole con comportamenti che a volte sono diventati o sono stati incasellati come disturbi psicopatologici tipici solo del loro genere.

 

Una volta c’era un disturbo tipico delle donne: l’isteria.

Oggi è scomparso dal DSM, che l’ha sostituito con la categoria dei Disturbi somatoformi, all’interno della quale rimane la nevrosi di conversione. Rimane poi una traccia nel disturbo istrionico di personalità, ma non è specifico del genere femminile. I sintomi isterici così come sono stati studiati da Freud alla clinica di Charcot non esistono più.

Oggi invece la psicopatologia al femminile sta quasi tutta nei disturbi del comportamento alimentare che interessano al 95% le donne.

 

E’ vero che  il percorso di costruzione dell’identità passa attraverso il corpo, il genere e la sessualità, ma perché solo le donne ne sono così condizionate da focalizzare i loro principali disturbi relazionali e intrapsichici sul corpo, prima attraverso la somatizzazione e la conversione, ora attraverso la ricerca del corpo perfetto?

Nel Manuale di psicopatologia dell’adolescenza a cura di Ammaniti,  Cuzzolaro, scrive di precedenti storici del disturbo, e dimentica di sottolineare che ciò che rende profondamente differente una santa anoressica del medioevo dalle ragazze che oggi si dedicano alle pratiche anoressiche è l’insoddisfazione per il proprio corpo.

Questa caratteristica è tipica della società moderna, che dopo aver (male) affrontato e liberato la gestione della sessualità ora offre modelli di autosufficienza narcisistica basati solo sull’aspetto fisico. Questo è in parte vero anche per gli uomini, eppure non produce lo stesso effetto di psicopatologia. Solo ragazzi con profondi disturbi dell’identità, quasi psicotici, praticano il campo dell’anoressia.

L’identità delle donne è ancora collegata strettamente al loro aspetto fisico e alla cura.

Un libro interessante che è uscito da poco si richiama ad un famoso saggio degli anni settanta e si intitola “Ancora dalla parte delle bambine”. L’autrice Lucatelli riprende il testimone dalla Giannini Belotti e cerca di ricostruire i meccanismi sociali e culturali attraverso cui si lega fondamentalmente l’identità femminile all’aspetto fisico. Partendo da una analisi dei media e dei libri di testo per l’infanzia rintraccia tutti gli stereotipi che ancora oggi condizionano fortemente la crescita delle nostre bambine.

La Lucatelli riporta una ricerca della prof.ssa Francesca Bellafronte di Scienze della Formazione che tra il 2001 e il 2002  ha intervistato 109 bambini di una scuola elementare, “Bambine (maleducate)”, nella quale all’inizio, a domanda diretta, i bambini e le bambine non riescono a trovare differenze tra i due sessi, ma poi quando si chiede loro di descrivere i due sessi e soprattutto di elencare i motivi di “fierezza”, cioè perché sono contenti di essere maschi o di essere femmine, le risposte diventano chiarissime.

I bambini sono fieri dell’essere “forti, autonomi, inventori, intelligenti”, inoltre i maschi “non si fanno tanti problemi, per esempio la dieta, soffrono di meno delle femmine, non fanno mai i letti e proteggono le femmine”.

Le bambine sono fiere dell’essere “educate, sistemate, dolci e pulite, eleganti e pazienti” e soprattutto le femmine “si possono truccare, vestire alla moda, avere tanti vestiti, essere mamme e aiutare gli altri, fare le cose di casa e comandare ai mariti (!)”

Quindi secondo l’autrice emerge una caratterizzazione ancora fortemente influenzata dai ruoli attribuiti socialmente in secoli di storia: ai maschi l’esterno ed il lavoro, l’intelligenza e l’efficacia, alle donne l’interno e la casa, la bellezza e la cura degli altri.

In queste sue argomentazioni, molto condivisibili, ho trovato anche una implicita negazione del femminismo della differenza, di quell’area cioè che cerca di valorizzare la specificità femminile proprio nell’area delle relazioni, nell’area della cura.

La Lucatelli ci dice che la cura e il sacrificio sono condizionate socialmente, non hanno alcuna dignità biologica. Non è il poter procreare che ci rende diverse, ma il modo in cui ancora oggi questa funzione viene codificata dalla società.

Porta  a sostegno di questa sua tesi tutta una serie di analisi di libri, pubblicità, riviste per ragazzine, film e cartoni animati dedicati alla fascia 3-12 anni che in effetti sono estremamente differenziati in base al genere. Sottolinea questo fenomeno che i sociologi soprattutto americani hanno ribattezzato “regenderization” ( “ritorno ai generi) che segna la strategia appunto della sottolineare le differenze di genere nelle proposte di marketing. Ma aggiunge giustamente che non è il marketing a creare tali differenze, semmai le usa perché deve cogliere il gusto del pubblico e dei consumatori.

Quindi è la società che si è spostata su una nuova differenziazione di genere oppure come sostiene la Lucatelli non se ne è mai liberata?

 

Eppure ecco qui qualcosa mi ha irritato nel suo ragionamento. Perché accettare che certi meccanismi di condizionamento passino ancora attraverso la gestione sociale del corpo non può portare a rifiutare la propria specificità, anche corporea.

Altrimenti facciamo davvero come le anoressiche che per rifiutare una immagine finta di femminilità, un rapporto solo di cura formale con la propria madre, finiscono poi per rifiutare qualsiasi immagine di donna. Si perdono nella ricerca del non mai abbastanza magro, non mai abbastanza giusto.

Certo questa è una semplificazione di un disturbo che sicuramente è multifattoriale e non può essere racchiuso in un’unica spiegazione psicopatologica. Però ragionando intorno alle attuali posizioni del femminismo non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelismo con la ricerca del corpo perfetto delle ragazze con i vari disturbi del comportamento alimentare.

Mi sembra cioè che lo sguardo che nega la corporeità accomuni i disturbi dell’alimentazione e le posizioni di chi pensa che si possa realizzare un femminismo dell’eguaglianza.

Un lavoro importante con le ragazze DCA è il recupero di una percezione di se stesse che sia interna, non basata sul giudizio degli altri, sul giudizio dello sguardo di un altro assoluto, alcuni indirizzi terapeutici lo fanno con l’uso continuo dello specchio, altri indirizzi con la focalizzazione sulle emozioni, sugli stati interni ed il loro significato.

Anche l’esperienza politica delle donne, a me sembra, dovrebbe tornare a focalizzare lo sguardo su se stesse come donne senza dare per scontato di aver conquistato lo stato di persone con diritti. “Persona” è una astrazione esattamente come il corpo astratto che ricercano le ragazze DCA.

Non dobbiamo liberarci della differenza di genere, ma cerca di rispettarla, di renderla più consapevole e libera, senza restare imprigionati nello sguardo dell’altro.

Quindi ben venga la regenderation, se questa non è solo una strategia di mercato, purchè accompagnata anche da una riflessione sui generi, sulla loro storia e sulla condizione attuale.

Ho letto che una delle proposte del movimento delle donne è quello di introdurre come materia nel ciclo di studi delle scuole elementari, medie e superiori la “storia dei generi”.

Mi sembra una bellissima idea e chissà che non possa avere anche una valenza di prevenzione nei confronti dei disturbi del comportamento alimentare.