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donne e psiche
Il potere del corpo, il potere sul corpo - Riflessioni sparse sul corpo delle donne
di Margherita Papa
Esiste un corpo giusto?
Me lo sono chiesta spesso discutendo con le ragazze anoressiche e
bulimiche, sempre insoddisfatte del loro corpo, sempre alla ricerca di
un corpo che sembra presente
nella propria idea, ma che poi nell’esperienza, anche quella più
estrema, risulta irraggiungibile.
Non si è mai magre abbastanza, non si è mai sazie abbastanza, non si è
mai vuote abbastanza.
Ho scoperto poi che l’autrice de “I monologhi della vagina”. Eve Ensler,
ha scritto un libro su “Il corpo giusto”. Denuncia che una larga fetta
delle donne occidentali, ma anche di quelle dei paesi in via di sviluppo
è in primo luogo insoddisfatta del proprio corpo, poi della politica o
della situazione sociale e lavorativa.
La Ensler scrive di averlo dedicato alla pancia delle donne “forse
perché ho sperato che la mia pancia fosse qualcosa su cui ancora potevo
esercitare qualche controllo o forse perché mi rendo conto che ormai
occupa gran parte della mia attenzione, e che l’attenzione delle altre
donne è così occupata da pancia, glutei, cosce, capelli o pelle da non
avere più spazio per la guerra in Iraq”.
Sarà che mi stavo rivedendo le ultime statistiche sui disturbi della
alimentazione che danno la percentuale che somma il disturbo di
anoressia e bulimia ai disturbi non specifici al 10% della popolazione
12-25 anni, ma questo dato non ha potuto non colpirmi.
Il corpo delle donne è sempre stato il luogo dove si esprime il potere,
quello delle regole sociali, delle istituzioni religiose e
politiche degli uomini.
Il potere si è espresso imponendo regole rigide sulla sessualità,
soprattutto quella delle donne; regolando e controllando la capacità di
generare e tutt’oggi provando a spodestare il diritto delle donne di
decidere la propria maternità; imponendo regole anche sulla bellezza,
unico canone di valore di una donna per molto, troppo tempo.
Forse anche per questo le donne hanno cercato di sfuggire a queste
regole con comportamenti che a volte sono diventati o sono stati
incasellati come disturbi psicopatologici tipici solo del loro genere.
Una volta c’era un disturbo tipico delle donne: l’isteria.
Oggi è scomparso dal DSM, che l’ha sostituito con la categoria dei
Disturbi somatoformi, all’interno della quale rimane la nevrosi di
conversione. Rimane poi una traccia nel disturbo istrionico di
personalità, ma non è specifico del genere femminile. I sintomi isterici
così come sono stati studiati da Freud alla clinica di Charcot non
esistono più.
Oggi invece la psicopatologia al femminile sta quasi tutta nei disturbi
del comportamento alimentare che interessano al 95% le donne.
E’ vero che il percorso di
costruzione dell’identità passa attraverso il corpo, il genere e la
sessualità, ma perché solo le donne ne sono così condizionate da
focalizzare i loro principali disturbi relazionali e intrapsichici sul
corpo, prima attraverso la somatizzazione e la conversione, ora
attraverso la ricerca del corpo perfetto?
Nel Manuale di psicopatologia dell’adolescenza a cura di Ammaniti,
Cuzzolaro, scrive di precedenti
storici del disturbo, e dimentica di sottolineare che ciò che rende
profondamente differente una santa anoressica del medioevo dalle ragazze
che oggi si dedicano alle pratiche anoressiche è l’insoddisfazione per
il proprio corpo.
Questa caratteristica è tipica della società moderna, che dopo aver
(male) affrontato e liberato la gestione della sessualità ora offre
modelli di autosufficienza narcisistica basati solo sull’aspetto fisico.
Questo è in parte vero anche per gli uomini, eppure non produce lo
stesso effetto di psicopatologia. Solo ragazzi con profondi disturbi
dell’identità, quasi psicotici, praticano il campo dell’anoressia.
L’identità delle donne è ancora collegata strettamente al loro aspetto
fisico e alla cura.
Un libro interessante che è uscito da poco si richiama ad un famoso
saggio degli anni settanta e si intitola “Ancora dalla parte delle
bambine”. L’autrice Lucatelli riprende il testimone dalla Giannini
Belotti e cerca di ricostruire i meccanismi sociali e culturali
attraverso cui si lega fondamentalmente l’identità femminile all’aspetto
fisico. Partendo da una analisi dei media e dei libri di testo per
l’infanzia rintraccia tutti gli stereotipi che ancora oggi condizionano
fortemente la crescita delle nostre bambine.
La Lucatelli riporta una ricerca della prof.ssa Francesca Bellafronte di
Scienze della Formazione che tra il 2001 e il 2002
ha intervistato 109 bambini di una scuola elementare, “Bambine
(maleducate)”, nella quale all’inizio, a domanda diretta, i bambini e le
bambine non riescono a trovare differenze tra i due sessi, ma poi quando
si chiede loro di descrivere i due sessi e soprattutto di elencare i
motivi di “fierezza”, cioè perché sono contenti di essere maschi o di
essere femmine, le risposte diventano chiarissime.
I bambini sono fieri dell’essere “forti, autonomi, inventori,
intelligenti”, inoltre i maschi “non si fanno tanti problemi, per
esempio la dieta, soffrono di meno delle femmine, non fanno mai i letti
e proteggono le femmine”.
Le bambine sono fiere dell’essere “educate, sistemate, dolci e pulite,
eleganti e pazienti” e soprattutto le femmine “si possono truccare,
vestire alla moda, avere tanti vestiti, essere mamme e aiutare gli
altri, fare le cose di casa e comandare ai mariti (!)”
Quindi secondo l’autrice emerge una caratterizzazione ancora fortemente
influenzata dai ruoli attribuiti socialmente in secoli di storia: ai
maschi l’esterno ed il lavoro, l’intelligenza e l’efficacia, alle donne
l’interno e la casa, la bellezza e la cura degli altri.
In queste sue argomentazioni, molto condivisibili, ho trovato anche una
implicita negazione del femminismo della differenza, di quell’area cioè
che cerca di valorizzare la specificità femminile proprio nell’area
delle relazioni, nell’area della cura.
La Lucatelli ci dice che la cura e il sacrificio sono condizionate
socialmente, non hanno alcuna dignità biologica. Non è il poter
procreare che ci rende diverse, ma il modo in cui ancora oggi questa
funzione viene codificata dalla società.
Porta a sostegno di questa
sua tesi tutta una serie di analisi di libri, pubblicità, riviste per
ragazzine, film e cartoni animati dedicati alla fascia 3-12 anni che in
effetti sono estremamente differenziati in base al genere. Sottolinea
questo fenomeno che i sociologi soprattutto americani hanno ribattezzato
“regenderization” ( “ritorno ai generi) che segna la strategia appunto
della sottolineare le differenze di genere nelle proposte di marketing.
Ma aggiunge giustamente che non è il marketing a creare tali differenze,
semmai le usa perché deve cogliere il gusto del pubblico e dei
consumatori.
Quindi è la società che si è spostata su una nuova differenziazione di
genere oppure come sostiene la Lucatelli non se ne è mai liberata?
Eppure ecco qui qualcosa mi ha irritato nel suo ragionamento. Perché
accettare che certi meccanismi di condizionamento passino ancora
attraverso la gestione sociale del corpo non può portare a rifiutare la
propria specificità, anche corporea.
Altrimenti facciamo davvero come le anoressiche che per rifiutare una
immagine finta di femminilità, un rapporto solo di cura formale con la
propria madre, finiscono poi per rifiutare qualsiasi immagine di donna.
Si perdono nella ricerca del non mai abbastanza magro, non mai
abbastanza giusto.
Certo questa è una semplificazione di un disturbo che sicuramente è
multifattoriale e non può essere racchiuso in un’unica spiegazione
psicopatologica. Però ragionando intorno alle attuali posizioni del
femminismo non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelismo con
la ricerca del corpo perfetto delle ragazze con i vari disturbi del
comportamento alimentare.
Mi sembra cioè che lo sguardo che nega la corporeità accomuni i disturbi
dell’alimentazione e le posizioni di chi pensa che si possa realizzare
un femminismo dell’eguaglianza.
Un lavoro importante con le ragazze DCA è il recupero di una percezione
di se stesse che sia interna, non basata sul giudizio degli altri, sul
giudizio dello sguardo di un altro assoluto, alcuni indirizzi
terapeutici lo fanno con l’uso continuo dello specchio, altri indirizzi
con la focalizzazione sulle emozioni, sugli stati interni ed il loro
significato.
Anche l’esperienza politica delle donne, a me sembra, dovrebbe tornare a
focalizzare lo sguardo su se stesse come donne senza dare per scontato
di aver conquistato lo stato di persone con diritti. “Persona” è una
astrazione esattamente come il corpo astratto che ricercano le ragazze
DCA.
Non dobbiamo liberarci della differenza di genere, ma cerca di
rispettarla, di renderla più consapevole e libera, senza restare
imprigionati nello sguardo dell’altro.
Quindi ben venga la regenderation, se questa non è solo una strategia di
mercato, purchè accompagnata anche da una riflessione sui generi, sulla
loro storia e sulla condizione attuale.
Ho letto che una delle proposte del movimento delle donne è quello di
introdurre come materia nel ciclo di studi delle scuole elementari,
medie e superiori la “storia dei generi”.
Mi sembra una bellissima idea e chissà che non possa avere anche una
valenza di prevenzione nei confronti dei disturbi del comportamento
alimentare.
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