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RECENSIONE TESTI

 

Contro la felicità. Elogio della melanconia                                                    

di Eric G. Wilson

Guanda, pag. 159, € 15

 

 Recensione di Elisa Fabbri:

“Contro la felicità. Elogio della melanconia” è un importante saggio del professore  universitario americano Eric G. Wilson, autore di pubblicazioni sul rapporto tra letteratura e psicologia. E’ un’opera seria, approfondita, colta ed emotivamente coinvolgente, che scandaglia l’animo umano e cerca di comprendere le ragioni del dolore alla luce del significato intrinseco che la sofferenza comporta nella vita di ogni essere umano. Feroce è la critica contro la società americana, dedita a creare luoghi e stati d’animo forzatamente felici e quindi irreali, patinati e vuoti. Wilson asserisce che il maggior impegno della società americana è quello di abolire il dolore, di cacciarlo dalla propria vita. Per questo ci sono quartieri tutti uguali e luccicanti, centri commerciali fatti in serie e sorrisi come quelli delle bambole, creati artificialmente dalla chirurgia estetica che annulla le meravigliose rughe che il tempo scolpisce nei volti, segni di notti insonni, di dolore e di affanno. Chi non riesce ad essere felice deve subito ricorrere agli antidepressivi per ignorare le cause del proprio disagio. L’autore fa chiarezza: la depressione clinica, quella che porta a rischi di morte va curata; il suo “elogio” riguarda quella “melanconia” che può dare frutti di creatività se lasciata sgorgare in tutta la sua pienezza. Con parole magiche Wilson traccia il ritratto del melanconico: è colui che si trova bene ai margini, in solitudine, che ama le vecchie case, i boschi tenebrosi, il canto del gufo, il crepuscolo, le foglie morte, che si attarda a pensare alla vita e alla morte e che spesso, dopo un lungo inverno interiore, trova dentro di sé lo slancio vitale per comporre, scrivere, dipingere i propri capolavori. Il pensiero di Wilson è basato sulla  fondamentale importanza della polarità, principio dello stesso universo, nel suo alternarsi di buio e luce. Non può esistere un solo polo, non si può essere solo contenti; chi vuole veramente vivere appieno deve lasciarsi librare tra poli opposti, perché lì troverà la propria identità: un’unità, una stabilità dinamica e mai scontata, fra estasi e oscurità, sole luminoso e luna tiepida, rigoglio interiore e senso di vuoto. La società americana ha perfino abolito l’immagine di Gesù sofferente, solo e abbandonato sulla Croce: è troppo straziante per i “cuorcontenti”, come li chiama Wilson, che preferiscono ignorare i tormenti del Figlio di Dio. Con le loro vacanze tutte uguali non conoscono la bellezza dei paesaggi selvaggi improvvisi e non pianificati dalle agenzie, non “addomesticati” per le cartoline. Non vogliono accettare che la più grande bellezza si accompagna ai morsi del dolore, che la felicità non è mai sola e ha come compagna la sofferenza e la morte. Il binomio tra malinconia e creatività viene studiato a fondo dal professore: i più grandi pensatori, scrittori, artisti seppero vivere così, con i propri mutamenti di stato d’animo, i turbamenti, la duplicità, le fasi oscure, le sofferenze e la paura del vuoto; perché dopo ogni vuoto giunge una ricca messe di idee e di percorsi creativi. Sono molti gli esempi illustri che Wilson cita: di ognuno di questi grandi è ripercorsa la parte fondamentale del loro processo artistico. Chi non sa vivere i propri opposti, il complesso e turbinoso alternarsi di stati d’animo perde la poesia della vita, perde l’essenza di sé, quel modo di sentire e percepire la vita, senza il quale non vi sarebbe arte, originalità né autentica felicità.