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psicologia clinica nel pubblico

 

 

Nidi e materne: modelli educativi

di Leonardo Angelini

(tratto da:   “Pollicino - infanzia e società in Emilia e Romagna” N.1. autunno - inverno 1984,  pp. 14/32.)


 

Come nasce la programmazione educativa

 

Negli ultimi anni ci stiamo abituando all'uso del termine programmazione educativa e, come spesso accade per quelle pa­role che diventano pian piano patrimonio comune dei membri di un determinato contesto sociale o professionale, l'uso di queste parole, programmazione educativa, il "consumo" di queste parole ha prodotto come un levigamento, uno smussamento per cui, se all'inizio c'era in esse qualcosa che poteva renderle sintomatiche di un cambiamento, ora sembrano aver perduto ogni significato "eversivo" - almeno nel contesto degli Asili Nido e delle Scuole Materne Comunali della nostra Regione - per designare invece una routine.  La prima cosa da fare perciò è quella di uscire fuori dalla como­dità della routine per cercare di ricostruire il processo che ha dato vita non tanto al termine programmazione educativa, quanto a quel complesso di idee e di pratiche che nel termine sono confluite.

Nel cercare di ricostruire le tappe secondo le quali quest'insieme di concetti e di pratiche educative si strutturano cerchere­mo di vedere la situazione in termini "regionali" e cioè pren­dendo come punto di partenza la Regione Emilia-Romagna e, soprattutto per il passato, la Provincia di Reggio Emilia.

 

 

“Programmazione” come custodia

 

Il cattolico reggiano Mario Mazzaperlini nel suo libro "Storia delle Scuole Materne reggiane" [1] , riandando ai problemi dell’educazione infantile prima dell'Unità d'Italia

a Reggio Emilia, afferma che fin dal XVI-XVII secolo esistevano vari Enti in Provincia di Reggio Emilia, preposti ai problemi dell'infanzia. "I documenti attestano" (Mazzaperlini, pp. 47/48) "che ogni ente ospedaliero provvedeva promiscuamente ai bisogni vari dell'umanità sofferente".

Cosa significa questo? che anche nel nostro territorio si nota quello che Foucault afferma essere avvenuto in tutta Europa in quel periodo e cioè la formazione di universi concentrazionari, di "asili" che inizialmente ospitano, assistono, segrega­no indistintamente il folle, il vagabondo, la prostituta, il mala­to, il figlio di nessuno, l'orfano ecc.; luoghi cioè che "provvedono promiscuamente" a celare all'operoso mondo che la bor­ghesia sta facendo nascere nelle viscere stesse della società feudale ciò che va celato.

Comincia qui un distacco[2] fra infanzia e mondo degli adulti che per le classi agiate avrà tutt'altra evoluzione, ma che per le classi subalterne si esprime sotto la forma di un qualcosa che la società, nel momento stesso in cui si preoccupa di distin­guere, si preoccupa anche di celare, almeno nelle sue espres­sioni più crude (l'orfano, il bambino abbandonato). C'è già in quest'opera una programmazione? Certo è che la tolleranza e la ruolizzazione del diverso che la società medievale aveva messo in atto non sono più funzionali alla produzio­ne mercantile, al commercio, al clima nuovo che si doveva re­spirare soprattutto nelle città. Per cui l'emergere dell'infanzia nelle istituzioni sembra essere stato legato all'inizio ad un di­scorso di igiene della città e, più in generale, di quello che noi chiameremmo il territorio. Nasce così l'universo concentrazio-nario promiscuo che, col passare del tempo e con l'estendersi dell'attenzione della scienza medica e delle scienze sociali sui problemi della famiglia e del bambino, tenderà sempre più a specializzarsi (manicomio, asilo, ricovero, casa della giovane ecc.) ed a scientificizzarsi (psichiatria, psicologia, sessuologia ecc.).

 

 

“Programmazione” come disciplinamento

 

E la seconda fase di intervento istituzionale sull'infanzia na­sce proprio dall'inizio di questo processo di specializzazione per cui da un certo momento in poi gli "asili" si presentano non più promiscuamente ma come opere assistenziali tendenti a custodire ed educare solo bambini: bambini orfani o abbando­nati ed in parte anche, mano a mano che l'infanzia emerge, fi­gli di donne delle classi subalterne che svolgevano lunghi la­vori extradomestici.

Queste istituzioni nate dalla specializzazione delle opere pie che inizialmente avevano operato in maniera "promiscua" accoglievano bambini la cui età non fosse generalmente inferio­re ai 3 anni ed erano gestite da enti religiosi (Mazzaperlini, p. 62).

Anche se oggi non esistono più "asili" che abbiano (solo) queste finalità è possibile riscontrare in qualche modo ancora la presenza almeno sotto forma di traccia, di orma, che segnala qualcosa che è passato da qui e che forse è ancora presente, nascosto da qualche parte. "Mio figlio è andato all'asilo" dicono ancora molti genitori volendo indicare non il fatto che il bambino ha frequentato l'Asilo Nido, ma che è stato in scuola materna, che ha frequentato la scuola per l'infanzia. "Asilo" quindi, ricovero per bambini, istituzione che serve a custodire e, a suo modo, ad educare, di contro ai pericoli dell’infanzia abbandonata a se stessa[3].

In questo periodo negli "asili infantili" non compaiono ancora i bambini piccolissimi. Da una parte infatti la comunità rurale provvede all'adozione al proprio interno dei neonati abbando­nati o orfani, dall'altro esistono in Regione dei brefotrofi che sorgono anch'essi come enti assistenziali, anche se ormai distinti dagli "asili infantili"[4].

In questo periodo negli "asili infantili" non compaiono ancorai bambini piccolissimi. Da una parte infatti la comunità rurale provvede all'adozione al proprio interno dei neonati abbando­nati o orfani, dall'altro esistono in Regione dei brefotrofi che sorgono anch'essi come enti assistenziali, anche se ormai di­stinti dagli "asili infantili"[5].

Anche se l'interesse di moralisti e pedagoghi per le possibilità educative extrafamiliari dei bambini in età prescolare non c'è ancora in questo periodo, la tendenza alla specializzazione, confermata dalla distinzione fra " asili infantili " e brefotrofi, dimostra che c'è una programmazione dell'intervento sui bambini piccoli da parte di entità estranee alla famiglia.

Tale programmazione avviene in base ad una visione del bambino che discende da esigenze già diverse rispetto a quelle che avevano fatto nascere gli "asili" promiscui del periodo precedente.

Se prima si trattava di ospitare e segregare per celare, ora si tratta di disciplinare quei bambini che, altrimenti, potrebbero diventare domani un pericolo per la società.

Di quali bambini si tratta? Dei bambini nati nel seno della famiglia proletaria che, date le condizioni di miseria crescente e di abbruttimento, provocate dall'estendersi della società mercantile, non può realizzarsi nei suoi fini educativi. Infatti la famiglia proletaria, come dice Chiara Saraceno[6], non può definirsi che "come organizzazione per la vendita della forza lavoro". Al di fuori di questo obiettivo non vi è possibilità di realizzazione alcuna nella famiglia proletaria del periodo proto-capitalistico.

Al tenore di vita che si abbassa a livelli di semplice sussistenza, corrisponde in questo periodo la nascita di uno spazio abitativo che rende impossibile una "vita domestica" e soprattutto la scomparsa, da una generazione all'altra, nelle donne proletarie "di cognizioni sulle attività domestiche più elementari, e sull'allevamento infantile " poiché avendo esse dedicato tutta la fanciullezza e l'adolescenza al lavoro produttivo" avevano finito con l'allontanarsi da quella integrazione dei due ruoli e dei due lavori propria della esperienza e socializzazione femminile contadina. Soprattutto il livello di cura per l'infanzia decade gravemente proprio nel periodo in cui essa diveniva l'emblema della famiglia borghese" [cit. da: Chiara Saraceno - op. cit. in nota 6, pag. 75/76].

 

 

Programmazione come indottrinamento

 

Successivamente, a partire da quSuccessivamente, a partire da queste esperienze, si sviluppa una terza fase. In questo periodo da una parte si estende quello che oggi potremmo definire il bacino di utenza degli " asili " a causa dello stato di crisi della famiglia proletaria: crisi economica, nonostante l'organizzazione e le lotte abbiano contribuito già a valorizzare meglio la forza-lavoro sul mercato, e crisi dovuta al persistere della "forzata mancanza di vita di famiglia presso i proletari".

Dall'altra comincia a farsi strada un "discorso sull'infanzia" che vede impegnati stato e chiesa, con i rispettivi intellettuali (che appaiono sotto le vesti nuove di pedagogisti, moralisti, ecc.) i quali cominciano a vedere l'educazione del bambino in termini diversi dalla custodia e dal disciplinamento.

Anche questa fase, afferma Chiara Saraceno, "è caratterizzata da precise intenzioni pedagogiche: gli "asili" si pongono ora il compito di educare e formare i bambini in modo più complessivo e integrale (in Italia si pensi agli asili aportiani e, più tardi, alle scuole materne agazziane).

Essi cioè intendono plasmare la personalità del bambino, inculcandogli abitudini e definizioni di sé e degli altri che ne facciano futuri lavoratori rispettabili e capaci.

Grande importanza perciò, accanto alla disciplina, ha  l'indottrinamento morale che trova nella religione il suo punto principale"[7].

In questa fase si sviluppano grandemente le istituzioni religiose, mentre lo stato a poco a poco delimita, con un insieme di leggi e di decreti, che vanno dall'Unità d'Italia all'istituzione delle scuole materne pubbliche, i confini della nuova professione di educatrice per bambini in età prescolare, ed assegna a se stesso il compito di esercitare una vigilanza sulle scuole materne.

Così i confini della nuova professionalità si strutturano sui modelli aportiani, agazziani o froebeliani [8] e la vigilanza sulla scuola materna viene esercitata dai Direttori Didattici e dagli Ispettori della scuola elementare (e non è un caso che solo adesso si comincia a parlare di scuola materna).

In Emilia Romagna l'intervento laico in questo periodo (che termina grosso modo con l'istituzione della scuola materna pubblica) non si limita ad una azione indiretta, ma, sia pure con l'interruzione del fascismo, comincia durante la prima guerra mondiale con l'intervento dei Comuni socialisti in funzione prevalentemente assistenziale (per i figli dei soldati al fronte, dei profughi ecc.) e prosegue nel secondo dopoguerra con l'intervento dell'UDI che organizza - non senza scontri, soprattutto nel periodo iniziale, con l'autorità scolastica - e gestisce direttamente alcune scuole materne (Mazzaperlini, pagg. 175 e seg.).

I fini che l'UDI perseguiva andrebbero più attentamente studiati; certo è che, a fianco alle finalità assistenziali, vi sono certamente fini educativi ed anche un fine politico consistente nell'esercitare una pressione sulle autorità dello Stato volta ad ottenere una legislazione che istituisca le scuole materne e gli Asili Nido pubblici.

Se lo sforzo iniziale era stato quello di passare dalla promiscuità ad una specializzazione dell'intervento sulla prima infanzia, nella terza fase cominciamo a notare, a fianco alla specializzazione, anche una certa scientificizzazione dell'intervento.

Infatti, anche se ancora non emerge in questo periodo l'esigenza della programmazione educativa, pure si nota - contrariamente al periodo precedente, e soprattutto nel secondo dopoguerra - una attenzione sempre più precisa ai contenuti ed ai metodi educativi.

Le scuole private infatti accolgono le idee dei pedagoghi e le traducono in pratica quotidiana; le idee, come quelle montessoriane, che per la loro "precocità" e per i loro contenuti si adattano meglio alle classi medie vengono rielaborate all'interno dell'educazione familista dalla parte più colta e più avveduta di questi classi; e lo Stato non solo vigila, ma definisce, mano a mano, un iter formativo, per le educatrici di scuola materna, fino ad istituire (1933) un proprio istituto formativo, le scuole magistrali per la formazione delle insegnanti di scuola materna, che si affiancano a quelle private già esistenti. (Mazzaperlini, pagg. 37 e seg.).

Si può dire perciò che questo periodo è contrassegnato dall'inizio di un piano di scientificizzazione del rapporto fra insegnanti e bambini e dalla sempre più precisa programmazione della formazione delle insegnanti di scuola materna.

Tali cambiamenti sono funzionali alle trasformazioni che avvengono nella società ed alla "consapevolezza che la classe operaia va in qualche modo formata alle necessità ed alle regole del lavoro industriale, ma anche inserita, pur in modo subalterno, nella società in generale" [9].

 

 

Programmazione educativa

 

L’istituzione della scuola materna pubblica e successivamente il varo della Legge 1044, che sancisce la nascita degli Asili Nido comunali, non sono che il precipitato di un ulteriore profondo cambiamento avvenuto nella società.

Cambiamento che da una parte implica l'industrializzazione, l'inurbamento, l'accrescersi del lavoro femminile extradomestico, la nascita della famiglia nucleare urbana, l'uscita, a causa dell'aumento dei salari reali, della famiglia operaia dalla situazione di semplice sussistenza e l'ingresso della stessa nella sfera del consumo, l'irruzione dei mass-media nello spazio-tempo privato etc., e, corrispettivamente, dall'altra la scoperta dell'infanzia - come dice la Saraceno ("Alla scoperta dell'infanzia", p. 45) non più come  indifferenziato periodo di maturazione ma come "curriculum scientificamente definito" .

Questi profondi cambiamenti "hanno strappato la famiglia alle sue funzioni tradizionali"[10] facendo emergere una nuova visione della genitorialità, sia nella classe operaia, sia nelle classi medie, in base alla quale l'esser genitori diventa uno dei connotati più rilevanti della famiglia stessa.

Ma proprio nel momento in cui la genitorialità emerge si nota una crisi dell'autorità genitoriale, una crisi del modello educativo monocentrico che non e più solo circoscritta alle classi subalterne e, soprattutto, non discende più dalla miseria economica e dalla impossibilità materiale di estrinsecare fra le quattro mura domestiche una vita di famiglia.

La crisi nella società tardocapitalistica, con differenze marginali su questo piano fra classe operaia e classi medie, è crisi dovuta all'immiserirsi dei rapporti fra genitori e bambino poiché "lo Stato sociale - assistenziale" nel momento in cui rende "possibile a tutti l'accesso ad una dimensione privata (come spazio di riconoscimento dei bisogni e identità individuali) (Saraceno) lo fa solo all'interno di un quadro che assegna (anche) alla famiglia il compito di riprodurre la forza-lavoro secondo le attese delle classi dominanti.

E le attese delle classi dominanti nella società tardocapitalistica sono di avere una forza-lavoro qualificata e fungibile che sia in grado cioè di adattarsi passivamente ai rapidi cambiamenti che avvengono a tutti i livelli [11].

L'educazione perciò nella società tardo-capitalistica diventa riduzione di " corpo e anima " a strumenti di lavoro il più possibile qualificati e fungibili.

Questo è il compito principale occultato nel concetto di genitorialità così come oggi tale concetto viene inteso.

Ma questo compito implica una professionalizzazione, una competenza, una capacità "di manipolazione e di controllo metodici di quelle dimensioni dell'esistenza che erano un tempo private ed antisociali"[12] che oggi non possono essere assunte solo dalle figure genitoriali.

Infatti da una parte queste figure non corrispondono più nella realtà ai modelli di autorità che pretendono invece di rappresentare di fronte ai figli poiché son venute meno le basi materiali sulle quali poggiava tale autorità, dall'altra l'avvento di nuove tecnologie, i processi di trasformazione che avvengono ormai in maniera travolgente a tutti i livelli implicano l'ingigantirsi della funzione riproduttiva della famiglia contemporanea (funzione riproduttiva di forza-lavoro adeguata ai processi di trasformazione di cui sopra).

E' per questo che da un certo momento in poi anche le classi medie cominciano a diventare utenti delle strutture prescolari.

Utenti nuovi che insieme alla nuova classe operaia portano con sé nuovi bisogni, nuove aspettative che consistono proprio nel chiedere all'educatrice di integrare quello che i genitori non riescono più a dare al bambino.

Così la figura dell'educatrice (come poi quella del maestro) viene caricata di valenze e di responsabilità nuove che consistono essenzialmente nella richiesta di tradurre in termini pedagogico-didattici le indicazioni che provengono dall'indagine scientifica sull'infanzia.

La ricerca scientifica sul bambino viene così ad assumere la funzione di guida verso un bambino che è stato sempre più distinto  e allontanato dall'adulto, e che ora l'adulto vuol ritrovare elaborando una nuova immagine - scientifica questa volta - dell'infanzia.

La scuola materna tradizionale esaltava la disciplina e l'indottrinamento morale per contribuire, insieme alla famiglia delle classi subalterne, o in sua vece, a determinare una identità che aveva come coordinate la dipendenza dalle figure importanti, lo spirito gregario, la sensazione di appartenere a un gruppo.

La scuola per l'infanzia, nata da una ulteriore distinzione, da un ulteriore iato fra queste due entità, cercherà, di fronte alla crisi della genitorialità, di utilizzare le più recenti scoperte scientifiche derivanti dall'osservazione del bambino per recuperare un rapporto con l'infanzia.

Recupero che avverrà usando scientificamente l'osservazione per ritrovare il bambino e ricollocarlo all'interno di un "discorso" che a questo punto diventa compiutamente scientifico.

Recupero però che si collocherà anche all'interno di un quadro ideologico nuovo, e che porrà al centro delle pratiche pedagogiche l'esaltazione dell'individualismo, dello spirito di competizione, dell'uso appropriato del linguaggio verbale: usando cioè il curricolo come mezzo che permette un progredire, un progredire per tappe, un progredire quantificabile e verificabile con strumenti e metodologie, appunto, scientifiche.

In Emilia e Romagna questo quadro generale assume caratteristiche di specificità a tutti i livelli.

Il decentramento produttivo ed il lavoro a domicilio determinano una maggiore flessibilità della struttura produttiva di fronte alla crisi. La struttura familiare, pur tendendo anche qui a raggiungere la forma della famiglia nucleare urbana, si modella, nelle varie zone, in maniera diversa a seconda dei concreti dati di natura economica, sociale e culturale che in quel dato contesto si presentano.

La presenza, ad esempio, in Provincia di Reggio Emilia - proprio fra le classi subalterne e le classi medie - di una struttura familiare che mantiene la parvenza della famiglia unita non va vista come residuo del passato, ma implica una funzionalizzazione di questa nuova forma di famiglia sia a ragioni d'ordine economico che psico-sociale:

- Da un punto di vista economico permettendo ai singoli membri di affrontare con rischi minori rispetto alla famiglia nucleare le varie congiunture e quindi ponendosi come base minimale "allargata" di consumo;

- Da un punto di vista psicologico e sociale perpetuando, in una forma nuova (che andrebbe attentamente studiata), un modello di trasmissione dei valori e delle norme che permette a tutti coloro che ne fanno parte di avere un modello di identificazione e di individuazione che comporta solo una relativa autonomia del gruppo famigliare.

Lo stesso ambiente rurale poi, che tanta parte ha ancora nell'economia della regione, si propone, è vero, come ambiente rurale urbanizzato[13], cioè in certo qual modo acculturato dalla società urbana, (come avviene ormai in tutti i territori metropolitani), ma riesce anche a mantenere un suo profilo, parzialmente riconoscibile.

Si può dire anzi che lo stesso sviluppo urbano e industriale in Emilia e Romagna sia influenzato in larghe zone dall'ambiente rurale sia sul piano economico che culturale.

Si pensi soprattutto all'influenza esercitata nella società emiliana dal persistere della tendenza al solidarismo ed allo spirito cooperativo.

Anche nel campo dell'educazione, ed in particolare dell'educazione nel periodo prescolare, è possibile notare una specificità emiliana che è legata e discende da quanto è stato detto sopra. Una specificità che è possibile ritrovare essenzialmente nelle esperienze che sono gestite dagli Enti Locali.

Qui la scoperta dell'infanzia come "curriculum scientificamente definito" si sostanzia in veri e propri "progetti pedagogici" soprattutto nelle grandi città, progetti che si irradiano poi "per simpatia" e per contiguità anche in periferia finendo con l'investire in maniera abbastanza omogenea tutta la rete delle "scuole" e dei nidi comunali della Regione[14].

L'infanzia come "curriculum scientificamente definito" cioè diventa in Emilia il perno intorno al quale mettere in atto un progetto pedagogico che si pone all'interno di un quadro ideologico anch'esso specifico e particolare.

Così il curricolo nelle scuole materne e negli asili nido comunali tenderà, si, a sottolineare le esigenze di progresso del bambino, ma anche a permettere una educazione compensativa che serva, contemporaneamente o alternativamente, a seconda delle situazioni:

- a colmare la situazione di svantaggio culturale in cui si trovano le famiglie delle classi subalterne di fronte alla prospettiva dell'arrivo in scuola elementare;

- di aiutare tutte le famiglie (cioè anche quelle delle classi medie) a vivere nella nuova realtà urbana tardo-capitalistica che tende inevitabilmente ad erodere i contenuti di solidarietà tipici della vecchia cultura contadina emiliana. Aiutare ad integrarsi nel nuovo quindi cercando di salvaguardare qualcosa che era essenziale nel vecchio (si tenga presente che il processo di trasformazione qui è stato molto rapido, in certe zone rapidissimo);

- a superare il "gap educativo" che vede "il nostro bambino consegnato all'Europa come un bambino non competitivo, tartaruga, spiazzato socialmente ed intellettualmente"[15].

E' in questo contesto che nasce finalmente il concetto di programmazione educativa.

La programmazione educativa perciò è da un lato legata alle trasformazioni intervenute nella società tardo-capitalistica e soprattutto alla crisi della famiglia ed alla perdita di importanza e di centralità dei genitori nell'educazione dei bambini, dall'altra al cambiamento ed all'ampliamento dello spazio di intervento delle educatrici.

Queste ultime adesso non devono più (o non più solo) assistere i bambini, disciplinarli, indottrinarli, ma devono soprattutto educarli integrando l'azione della famiglia e ricorrendo, insieme ad essa, all'aiuto della scienza e delle tecniche poiché i processi di trasformazione così come hanno ridefinito genitori ed educatori rispetto ai bambini, allo stesso modo hanno ridefinito l'infanzia rispetto ad essi; per cui per tentare un riavvicinamento al bambino occorre ritrovarlo usando come periscopio quelle teorie, quelle tecniche, quegli strumenti che servono ad osservare il bambino che altrimenti sarebbe sconosciuto e irrintracciabile.

Programmazione come cambiamento quindi nel senso che si va verso una professionalizzazione del rapporto e verso una integrazione fra istituzioni prescolari e famiglie che avviene sotto il segno di una cogestione educativa subalterna apparentemente a ragioni oggettive e scientifiche, di fatto, come abbiamo visto anche nel caso dell'Emilia e Romagna, ad obiettivi di classe, e problemi di integrazione socio-culturale etc.

Programmazione come ampliamento dello spazio di intervento delle educatrici sia nel senso delle aumentate competenze rispetto al bambino, sia come allargamento dell'intervento sulla fascia 0 - 3 anni che fino a 10 -15 anni fa era rimasta confinata nell'ambito dell'educazione familiare monocentrica.

La stretta connessione esistente fra concetto di programmazione educativa e sviluppo degli studi nel campo dell'infanzia è testimoniata proprio dalla nascita dei Nidi.

Questa nascita - avvenuta proprio quando nelle materne si andava facendo strada la "necessità" della programmazione educativa - avvenne in quegli anni sotto il segno di una mancanza che era sentita e sottolineata da tutti[16], la mancanza di indicazioni scientifiche sulla prima infanzia "utilizzabili praticamente, in modo critico".

Mancanza, però, che si risolse velocemente nel suo contrario proprio perché le caratteristiche di nuova professionalità, particolarmente sentite fra le educatrici di Asilo Nido (per un insieme di motivi facilmente intuibili), spinsero i Nidi, almeno qui in Emilia, a cercare nel territorio, nelle università, fra gli esperti quelle indicazioni "accessibili, utilizzabili praticamente", che permettessero la elaborazione di una programmazione educativa adatta ai Nidi.

 

 

 

I percorsi della nuova professionalità: quattro modelli di programmazione educativa

 

Definito il concetto di programmazione educativa, visto il senso che la programmazioneDefinito il concetto di programmazione educativa, visto il senso che la programmazione assume oggi all'interno degli Asili  Nido e delle scuole per l'infanzia, verificate le connessioni che  esistono fra: - cambiamenti intervenuti nella sfera economico-sociale, - sviluppo degli studi scientifici sul bambino; - necessità ed uso che di questi studi si fa nell'ambito pedagogico - didattico; - e nuova professionalità delle educatrici della fascia prescolare, cercheremo di vedere ora quali sono i percorsi all'interno dei quali si definisce questa nuova professionalità.

Il terreno sul quale sarà opportuno concentrare l'analisi è quello che riguarda il rapporto fra adulto e bambino nelle istituzioni ed il rapporto fra pari[17].

A partire dall'analisi di questi due rapporti, e soprattutto del primo di essi, abbiamo cercato di definire alcuni modelli che corrispondono a più o meno espliciti progetti pedagogici e che sono funzionali ad una diversa visione, ad un diverso destino del bambino.

Va detto però che in termini partici sarà difficile ritrovare in questa o quella istituzione l'applicazione in termini "puri" dell'uno o dell'altro progetto pedagogico ed anzi, come sa bene chi lavora in questo settore, è facile invece riscontrare anche nelle situazioni "più avanzate" residui di custodialismo, e viceversa (a volte basta una qualche assenza prolungata, il combinarsi di due o tre eventi accidentali per buttare all'aria anche il più bel progetto).

 

 

Il modello istituzionale

 

Il primo modello, appunto, è quello che più si avvicina a quelli di custodia, di disciplina, d'indottrinamento.

Non vi è alcuna preoccupazione per le determinazioni d'ordine sociale che rendono particolare, specifico quel bambino, quel gruppo di bambini. Tutti i bambini sono uguali: le modalità di rapporto sono standardizzate.

L'operatrice si pone nei confronti del bambino come un membro dello staff nei confronti dell'internato[18]:

- le esigenze delle operatrici vengono prima di quelle dei bambini (gli orari, ad esempio, vengono stabiliti in base alle esigenze degli adulti presenti nell'istituzione);

- ogni volta che c'è un conflitto fra esigenze istituzionali ed esigenze individuali prevale la logica istituzionale (ad esempio se un bambino, o un gruppo di bambini mal si adatta ad un determinato ciclo di alternanze fra veglia e sonno l'operatrice insiste nel mantenere le scansioni temporali programmate costringendo in esse il bambino o il gruppo recalcitrante).

- Le operatrici lavorano con dei bambini " come se si trattasse di un materiale di lavoro" (Goffman), vi è cioè una oggettivazione del bambino (ad esempio il momento del pasto è organizzato nel grande refettorio - tipico dell'ambiente istituzionale -, le modalità secondo le quali l'adulto aiuta i bambini sono quelle fredde e robotizzate consistenti nel fare il giro da una bocca ad un'altra senza comunicare niente al bambino).

- L'operatrice è portata ad esprimere giudizi, a porsi, rispetto al bambino ed alle famiglie come entità giudicante (ad esempio affrontare una riunione di sezione come un incontro all'interno del quale vi è una entità - le operatrici - che sa le cose e dà consigli ed una - il genitore - che deve imparare ed eventualmente modificare le proprie modalità di rapporto col bambino in base ai dettati della prima);

- Il rapporto fra operatrici e genitori, e più in generale fra operatrici e " mondo esterno ", è improntato sulla manipolazione (ad esempio non si riferisce mai alle famiglie quello che è realmente accaduto con il bambino, ma se ne dà sempre una visione edulcorata, manipolata);

- E in questo contesto istituzionale che nascono quelle che Goffman chiama le "cerimonie istituzionali", e la festa della scuola, in questo clima, può diventare il momento, l'unico momento nell'anno in cui l'operatrice cerca di svestirsi dei suoi panni di staff e di avere un rapporto con la famiglia non più improntato sulla manipolazione.

Il punto fondamentale, in questa prospettiva è la totale assenza di intimità fra adulto e bambino, l'assenza di legami stabili ed individualizzati, l'assenza, anche in termini spaziali, di luoghi in cui il bambino possa vivere in un dimensione individuale.

L'istituzionalizzazione del bambino avviene, come nelle istituzioni totali, sotto il segno della standardizzazione. L'educatrice per apprendere le modalità di rapporto che sopra ho tentato di riassumere non deve fare un grosso sforzo. Tali modalità infatti sono apprese da ciascuno di noi nei vari ambienti istituzionali che si ha la ventura di attraversare nella propria vita (la scuola, la colonia, la caserma, ecc.) per cui ciascuno di noi ha su di sé le stigmate che rappresentano i segni di tale passaggio. E' per questo che è così facile ritrovare, anche all'interno delle esperienze più avanzate tracce di esso, soprattutto nei momenti più routinari e più scontati.

Qualora poi il rapporto fra operatrici ed Amministrazione o direzione pedagogica sia esso stesso improntato sul modello dell'istituzione totale allora è molto facile che un legame di tipo manipolativo fra varie istanze della gerarchia si rifletta poi nel rapporto col bambino e con la famiglia.

E' facile capire che questa prima tappa più che definire in positivo un percorso di nuova professionalità può essere vista come un modello negativo di programmazione, come un insieme di cose "da non fare" che in effetti però facilmente è possibile fare.

Questo modello perciò può essere considerato come una cartina di tornasole che permette di vedere - a quanti intendano abbandonare i modelli di custodia, disciplina e indottrinamento, - se effettivamente vi è coerenza fra obiettivi e risultati o meno.

 

 

Il modello gestionale

 

La critica al modello istituzionale - come dicevamo nel capitolo  precedente - è avvenuta storicamente nella nostra Regione verso la fine degli anni 60 e si è incentrata inizialmente intorno a due capisaldi: la "socializzazione" e la "gestione sociale".

La "socializzazione" innanzitutto che in quel contesto, in quel momento storico era intesa, non come inculturazione, ma come inserimento nel gruppo.

La "socializzazione" è il cavallo di battaglia delle scuole per l'infanzia e nidi all'inizio del decennio scorso.

Nel rapporto adulto-bambino, così come nel rapporto fra pari, viene privilegiata dai fautori di questo modello la dimensione "gruppo"[19].

Il bambino viene così a trovarsi in una doppia rete di rapporti: il gruppo degli adulti da una parte, il gruppo dei pari dall'altra. Una impostazione di questo genere in primo luogo pone l'adulto, responsabile del processo educativo all'interno dell'istituzione, in una posizione apparentemente comoda: al riparo sotto l'ombrello della "socializzazione" l'operatrice può legittimamente attendersi che il modello policentrico così definito, prima o poi di per sè partorisca qualcosa di buono per il bambino. La "socializzazione" cioè pare avere una funzione catartica sui vari aspetti della vita del bambino.

Tale posizione però è solo apparentemente comoda in quanto che poi, nel grigiore della quotidianità istituzionale, l'adulto oscilla fra una adesione entusiastica al mito della "socializzazione" e la malinconica constatazione che c'è qualcosa che non va, nonostante il superamento dell'assistenzialismo.

I giochi, le attività socializzanti intanto durano, soprattutto nei Nidi, pochissimi minuti (l'ombrello della "socializzazione" è cioè troppo stretto), e poi sedimentano una folla di esclusi che è tanto più imponente quanto più enfatizzato è il dato della  "socializzazione " .

L'enfasi della "socializzazione" in secondo luogo si sposa facilmente con una concezione del rapporto adulto-bambino che, partendo dall'assunto "il bambino deve socializzare", finisce col vedere con sospetto ogni tentativo da lui fatto di mettere in piedi una particolare forma di attaccamento con questo o con quell'adulto (anche particolari legami fra pari vengono visti con sospetto).

Ciò fa nascere nella sezione un'aria di asetticità: i rapporti devono essere di tutti con tutti, ogni particolare mozione degli affetti deve essere bandita. Questa anestesia dei sentimenti, coltivata dagli adulti su se stessi innanzitutto e sui bambini poi, è alla base dei metodi usati da molte istituzioni all'inizio degli anni '70.

In tutti i casi l'indicazione di fondo era che il gruppo degli adulti doveva rapportarsi in quanto tale al gruppo dei bambini: l'accento era posto non tanto sul singolo, quanto sulla comunità.

Il rapporto, scremato di ogni connotato particolare, individuale, doveva essere da gruppo a gruppo. Il  processo di identificazione del bambino, di quel bambino si poneva come epifenomeno di un processo di identificazione di gruppo. L'iter suggerito era: dall'identificazione di gruppo all'identificazione nel gruppo.

Insieme al mito della "socializzazione" avanzano all'inizio degli anni '70, sull'onda di un organico progetto che tende ad allargare i momenti di partecipazione nella società e nella scuola in particolare, i progetti di attuazione della cosiddetta gestione sociale.

La vittoria, che aveva portato nel volgere di pochi anni al nascere delle scuole per l'infanzia e degli Asili Nido comunali, era stata anche la vittoria sulla separatezza delle strutture scolastiche e sulla manipolazione che definiva il rapporto fra queste istituzioni e le famiglie[20].

Perciò la riforma, che sul piano del rapporto con il bambino era approdata alla stesura dei programmi educativi incentrati sul concetto di "socializzazione", sul piano del rapporto con le famig1ie ed il territorio sperimenta la gestione sociale.

 La consultazione delle famiglie e, in taluni casi, delle forze politiche e sociali (del paese o del quartiere), la delega ai "Comitati" di una parte del potere e della responsabilità, la programmazione della discussione sui contenuti e sui metodi didattici, dovrebbero favorire la cogestione educativa.

Ciò che accade è però, tranne qualche rara eccezione, il nascere di una falsa dialettica che conduce o all'ergersi del gruppo delle operatrici in una posizione "pedagogica" nei confronti dei genitori, o, più raramente, ad una contrapposizione fra genitori che usano la gestione come momento di controllo fiscale contro il gruppo di lavoro e le operatrici che si arroccano su posizioni di splendido isolamento.

La crisi di un rapporto così concepito appare sempre più evidente col passare degli anni e non c'e virtuosismo "tecnico" che tenga[21] per trarre fuori dalle secche il carro della gestione sociale, qualora la partecipazione venga concepita come coazione istituzionale e rapporto manipolativo.

Il modello gestionale, implica una professionalità dell'operatrice che da una parte comincia a privilegiare il dato educativo sul dato assistenziale, dall'altra pone la gestione sociale al centro del progetto di ridefinizione del proprio ruolo.

La nuova professionalità, cioè, si basa inizialmente da una parte su una educatrice che reagisce al clima istituzionale che vuole eliminare idealizzando molto il proprio ruolo, il rapporto "naturale" con il bambino (o meglio con il gruppo di bambini) ed il contesto con il quale la propria istituzione deve interagire (dall'Amministrazione all'ultimo anello della gestione sociale)[22]. Dall'altra su di un progetto educativo che privilegia la formazione di una identità che, come nel caso della famiglia che mantiene la parvenza di famiglia unita, potremmo definire solo parzialmente capace di andare verso l'autonomia.

Una identità, si potrebbe aggiungere, che nasce dalla spontaneità, dalla casualità con la quale si determinano le forme individuali di attaccamento e di relazione fra adulto e bambino, e che perciò finisce col risentire in termini molto pesanti dei meccanismi selettivi usati consciamente o inconsciamente dalle educatrici.

E, poiché la selezione, in questo contesto, è un qualcosa che non si misura sui problemi di rendimento (o almeno non si misura prevalentemente su questi) ma proprio in termini di suddivisione dell'affetto, vien fuori che i valori di cui l'educatrice e depositaria diventano in maniera del tutto acritica, del tutto casuale, del tutto massificante le ragioni (sconosciute), in base alle quali si definisce una debole identità del bambino.

Identità debole poiché il bambino ha come alternativa o lo sforzo di definirsi nel gruppo (e perciò in maniera indistinta) secondo quelli che lui presuppone essere le aspettative dell'adulto (che solo così è disposto a dimostrare il proprio affetto per lui) oppure essere marginalizzato e quindi nell'impossibilità di definire una propria identità in rapporto a chicchessia.

 

 

Il modello curricolare

 

In talune situazioni, e soprattutto dove ci sono state negli anni precedenti a quelli '70 importanti esperienze nel campo delle scuole per l'infanzia, si verifica da una parte il travaso nel Nido, in maniera più o meno acritica, di contenuti e di metodi didattici propri della scuola per l'infanzia, dall'altra la puntualizzazione nelle scuole per l'infanzia di un insieme di programmi, schede, griglie etc. che cercano di definire un curricolo il più possibile puntiglioso e preciso.

A livello dei contenuti si cerca di definire, nella scuola per l'infanzia prima, e nel Nido poi, un andamento per tappe che parte da una concezione riduttiva del bambino e dei suoi bisogni, una concezione che tende a vedere esclusivamente le esigenze di sviluppo del bambino secondo determinati standard, non riconoscendo ciò che pure avviene (e come può non avvenire?) sul piano dell'affettività, sia nel rapporto adulto-bambino, sia all'interno del gruppo dei pari, e quindi non rivedendo mai criticamente ciò che in definitiva è stata l'áncora di salvezza, che e giù, sott'acqua, nelle zone basse, quelle degli istinti, che non si vede perciò, ma che pure e ciò che ha permesso che, anche in questi contesti, la barca istituzionale non andasse alla deriva. Da un punto di vista metodologico, conseguentemente, vi è anche qui l'enfasi della produzione, e quindi dei momenti delle cosiddette attività e la sottovalutazione delle routines, ma - in questo caso - vi e una riduzione delle attività solo a quelle che abbiano un senso sul piano dello sviluppo, del progresso, a quelle cioè che possono essere spezzettate in modo tale che sia possibile sempre dire "si fa prima questo, poi quello, poi quell'altro ancora"[23].

Tipico del modello curricolare nei Nidi è la suddivisione dei bambini in 4 sezioni.

Poiché si privilegiano le tappe dello sviluppo si scelgono le quattro sezioni che permettono al bambino una più precisa collocazione nel curricolo, anche se ciò accade a danno della stabilità del rapporto adulto-bambino e quindi di un legame più preciso e più intimo.

Ad ogni modo la professionalità delle educatrici, all'interno di questo modello, si arricchisce ulteriormente: le modalità di lavoro si scientificizzano ulteriormente, intorno alle educatrici ed alle inservienti, di tanto in tanto (o continuamente) agiscono altri operatori dell'infanzia (atelieristi-mimi-animatori vari), si sottolineano di più le tecniche, la didattica, anche se, come nel modello precedente, la didattica è circoscritta al "momento delle attività".

E' soprattutto la ricerca sul bambino svolta in ambito cognitivista (Piaget - Bruner - Wigotsky etc.) che contribuisce a ridefinire il bambino come "bambino cognitivo" diremmo oggi, come bambino cioè capace di padroneggiare tutti i linguaggi (in questo l'esperienza emiliana si distingue da altre esperienze più totalitariamente orientate verso la conferma della supremazia del linguaggio verbale), come bambino che ha una intelligenza pronta ed allenata, che sperimenta, indaga, cataloga il mondo che lo circonda, con un procedere nelle difficoltà che è scandito in maniera sempre più raffinata su quelle che, secondo gli studi più aggiornati, sono le tappe in base alle quali è opportuno progredire.

Qui è possibile vedere con maggiore aderenza quello che si diceva prima a proposito del senso che può avere l'educazione compensativa in Emilia Romagna.

Nella versione più esasperata (abbiamo già citato più volte le "battagliere" pagine di Frabboni sul curricolo didattico) si tratta di un'urgenza di omologazione, di appiattimento del bambino, di qualsiasi bambino, su di una visione dell'infanzia che è strettamente legata ad esigenze di funzionalizzazione della personalità alle esigenze della produzione, al superamento dei gap intellettuali, etc.

Nella maggioranza dei casi vi è, a nostro avviso, una più o meno conscia esigenza di adattamento del bambino (e della famiglia) ad un contesto socio-culturale che va rapidamente mutando.

Tale contesto propone nuovi valori che tendono ad inglobare quello che di inglobabile c'è nei valori tradizionali della società emiliana fino a creare una sintesi nuova.

Anche nel modello curricolare la suddivisione dell'affetto è determinante nel definire l'identità del bambino.

Nel modello gestionale, però, come abbiamo visto, l'educatrice tende a reagire in maniera inconsapevole, casuale e massificante, usando crudamente la corresponsione o il ritiro dell'affetto, senza mediazioni di sorta.

Le educatrici che operano in un clima curricolare, invece, agiscono in maniera più complessa affinchè il bambino corrisponda alla fine all'immagine scientifica dell'infanzia per la quale è programmato.

Intanto vi è una consapevolezza dei fini cognitivi (che come abbiamo visto prima però non è ciò che impedisce che la barca istituzionale vada alla deriva).

In secondo luogo l'intervento non e più casuale e massificante, ma determinato dall'adulto in base al curricolo, e perciò anche individualizzato.

Infine in questi contesti la selezione si comincia a misurare (come sarà domani nella scuola elementare) sul rendimento: per cui la corresponsione (o il ritiro) dell'affetto tenderà ad avvenire in base all'emergere o meno del bambino (o di quel gruppo di bambini) dallo sfondo.

 

 

I modelli relazionali

 

La critica ai modelli custodialistici etc, sia nell'approccio  gestionale, sia in quello curricolare, nella pratica viene circoscritta ad un solo momento della giornata del bambino nell'istituzione: il momento delle "attività".

Tutti gli altri momenti - le cosiddette routines - e cioè la gran parte del tempo di permanenza del bambino nell'istituzione stentano a liberarsi dall'involucro dell'istituzione totale.

Così le esigenze istituzionali - insufficientemente discusse - tendono a sovrastare ed a schiacciare quelle del piccolo ed indifeso fruitore del servizio:

- gli orari di entrata e di uscita, le modalità di passaggio del bambino dalla madre all'istituzione e viceversa sono decise più in base alle priorità ed alle esigenze degli adulti che non del bambino.

- Il pasto è un momento in cui l'esigenza biologica ed igienico-sanitaria tende ad essere soddisfatta senza alcuna dialettica con l'esigenza del bambino di avere un rapporto caldo e ravvicinato con l'adulto. Si attua un vero e proprio "tourbillon" di adulti che passano da un gruppo di bambini all'altro senza prendere con essi alcun rapporto stabile e rasserenante.

(il dato della istituzionalizzazione è riassunto spazialmente nel refettorio, centro caotico e rigurgitante di rumori).

- Lo stesso "tourbillon" di adulti si verifica, giorno dopo giorno, nel momento del cambio e dell'addormentamento.

- Nei momenti del cambio, dell'addormentamento, nei momenti di crisi del bambino, e prima ancora nei momenti dell'inserimento ogni attaccamento da parte del bambino verso qualche oggetto, anche se questo pare avere un potere consolatorio per il bambino e quindi divenire un aiuto per l'educatrice, viene da questa vissuto come un attentato all'atmosfera asettica della sezione e perciò con vari sotterfugi "disarticolato" ed impedito.

E' stata proprio la critica a questi aspetti della vita del bambino nelle istituzioni che ha permesso l'emergere in questi ultimi anni di quelli che si potrebbero definire come modelli relazionali.

E' importante distinguere all'interno dei modelli relazionali 2 filoni, quello etologico e quello psicoanalitico, poichè anche se per alcuni versi i risultati raggiunti usando il primo o il secondo tipo di approccio al bambino sono simili, vi sono anche delle differenze che è opportuno rimarcare onde evitare equivoci.

Da entrambi i filoni vien fuori:

- il presupposto della priorità dell'attaccamento (dei processi di identificazione) sulla "socializzazione" (intesa come inserimento nel gruppo di pari);

- la necessità dell'osservazione e della "programmazione" di tutti i momenti di permanenza del bambino nell'istituzione;

- la considerazione che il modello pluricentrico, (bambino – educatrice - madre), rispetto al modello monocentrico (bambino-madre), non ha di per sé alcuna facoltà taumaturgica;

- la necessità di superare il tourbillon degli adulti intorno al bambino ed il rapporto " da gruppo a gruppo ";

- l'importanza, per la formazione della personalità del bambino, che vi sia una continuità fra i processi di attaccamento (di identificazione) innescati fra bambino e madre (contraddistinti dalla stabilità, dalla individuazione del rapporto e dal calore dello stesso) e la qualità dei rapporti che devono intercorrere fra bambino ed educatrice;

- l'importanza che l'osservazione del bambino non sia circoscritta all'osservazione dei progressi che il bambino fa sul piano intellettivo, ma sia estesa a tutti gli aspetti della vita quotidiana del bambino, e di tutti coloro che interagiscono con lui nell'istituzione.

Detto questo occorre anche distinguere quello che di diverso c'e fra i due filoni: quello etologico e quello psicoanalitico.

Al di là del confronto in termini generali fra le due teorie[24] a noi interessa in questa sede vedere il diverso modo di concepire l'osservazione da parte di etologi e di psicoanalisti poichè la diversa metodologia usata dagli uni e dagli altri comporta, di fatto, l'osservazione come di due bambini diversi, la fissazione cioè di punti focali che finiscono con il proporre due ipotesi di programmazione educativa per niente simili.

 

 

 

Il modello relazionale di tipo etologico

 

La metodologia di osservazione degli etologi è di tipo non interpretativo.

I vari aspetti della vita del bambino nell'istituzione, l'interazione con gli adulti, con i pari, il tipo di operazioni fatte con gli oggetti, tutte queste cose sono osservate cercando di rilevare ciò che accade oggettivamente.

La preoccupazione principale, da questo punto di vista, sarà quella di eliminare qualsiasi componente soggettiva, emotiva, o al massimo di "metterla nel conto" di oggettivare anche questi aspetti dell'interazione, dello scambio[25]

Non per niente le ricerche più raffinate cercano di usare tecniche sofisticate e precisi strumenti che permettono di raggiungere una sempre più approssimata rilevazione che permetta, a sua volta, una vivisezione la più asettica possibile di quel lembo di realtà che si vuole indagare.

I risultati che è possibile raggiungere guardando la realtà istituzionale secondo quest'ottica sono notevoli.

Basti considerare che la maggior parte delle ricerche fatte in questi anni nei Nidi, soprattutto, e nelle materne partono da queste premesse e stanno contribuendo in maniera notevole al superamento delle insufficienze dei modelli precedenti.

Basti pensare alla rilevanza che il concetto di interazione ha ormai nel Nidi, ed alla vera e propria rivoluzione "copernicana" rappresentata dallo spostamento dell'asse focale dell'adulto dalle attività alle routines, e soprattutto ai concetti di stabilità e di individuazione del rapporto adulto-bambino che ormai (a parte qualche isola particolarmente recalcitrante) sono entrati "nel sangue" delle operatrici (soprattutto nei Nidi, per le ragioni che dicevamo alla fine del capitolo precedente).

Ma qualora ci si ponga in quest'ottica ciò che vien fuori è anche: - una conoscenza asettica, quasi strumentale del bambino; - una sottovalutazione dell'importanza che l'emotività ha nel processo di osservazione.

Da ciò una visione del bambino che rimane astorico, depurato dei connotati culturali specifici - che pure determinano, fin dall'inizio della vita, la sua appartenenza -, un bambino interattivo, quindi, ma spoglio della sua identità culturale.

L'educatrice, d'altro canto, nei confronti del bambino si dimostra attenta, anche essa interattiva, ma anch'essa ridotta alla sua componente più professionale, anch'essa spoglia della sua identità più piena.

In conclusione, se il modello gestionale e soprattutto quello curricolare sembrano rivolgersi consapevolmente solo alla parte orbitale del sé del bambino[26] e lasciano del tutto allo sbaraglio la formazione della parte nucleare del sé (riducendo il bambino ad alunno e l'educatrice a insegnante), il modello relazionale di tipo etologico sembra consapevolmente indirizzato a rafforzare nel tempo (stabilità) e nello spazio (individuazione) la parte nucleare del sé del bambino, ma: 1) non sembra consapevole fino in fondo di quello che Grinberg chiama trezo vincolo di integrazione del sé: l'integrazione sociale. "Il terzo vincolo, di integrazione sociale si riferisce alla connotazione sociale dell'identità ed è dato dalla relazione, fra aspetti del se e aspetti degli oggetti (madre più educatrice) attraverso i meccanismi di identificazione introiettiva e proiettiva" (Grinberg op. cit. pag. 60) e soprattutto 2) non è consapevole del fatto che la qualità delle identificazioni, degli attaccamenti del bambino con gli adulti responsabili della sua educazione non può essere affrontata e analizzata con sufficiente approssimazione se non si abbandona l'oggettivismo etologico e non si è disposti a rischiare un'altra scoperta avvicinandosi al bambino, e cioè la scoperta del bambino che è dentro di noi. Ma questo è possibile solo se l'emotività, invece di essere eliminata o "tarata", viene giocata fino in fondo nel rapporto col bambino.

 

 

Il modello relazionale di tipo psicoanalitico

 

La metodologia dell’osservazione, secondo la psicoanalisi, è di tipo interpretativo.

I vari aspetti della vita del bambino sono osservati solo a partire da quello che l'educatrice sente emotivamente nell'incontro, nel rapporto con il bambino.

Come dice Borgogno[27] il problema per la psicoanalisi è quello di spiegare ciò che appare attraverso ciò che non appare.

Poichè il centro dell'attenzione si sposta da ciò che e manifesto a ciò che è latente, ciò che si osserva è "l'altra scena della realtà", quella "degli affetti, dei vissuti, della fantasia, dei fantasmi" .

Perciò, nell'osservazione di un altro essere umano, l'osservatore, nel nostro caso l'educatrice, non può considerare l'oggetto osservato e cioè il bambino come un oggetto morto da vivisezionare, ma come un oggetto vivo che entra in una "intima relazione" con l'osservatore stesso.

In questa "intima relazione" si definisce in termini storici e personali una influenza del sè sull'oggetto (dell'educatrice su bambino) e dell'oggetto sul sé dell'osservatore (del bambino sull'educatrice).

Qualora si tenti di esorcizzare questa reciproca influenza negandola si ha quella che Borgogno definisce "l'illusione di osservare".

Cosicchè ciò che per gli etologi va puntigliosamente eliminato dagli psicoanalisti viene appassionatamente considerato.

Gli strumenti sofisticati di rilevazione, ed anche quelli meno sofisticati (come la rilevazione carta e matita) sono visti come ostacolo all'osservazione. La rilevazione di per sè è intesa come ostacolo, anzi come difesa dal coinvolgimento emotivo.

Il problema nel nostro caso diventa quello di costruire la propria capacità di conoscere scoprendo, nel rapporto, che il bambino che e di fronte a noi evoca il bambino che è dentro di noi.

Ciò, come dice P. Fürstenau[28], avvicina il ruolo dell'educatore al ruolo del genitore. L'educatore, afferma Fürstenau, di fronte al bambino da una parte tende a differenziarsi dal ruolo di genitore circoscrivendo il proprio comportamento alla funzione istituzionale e perciò rinunciando a " qualsiasi familiarità" nel rapporto e riducendo il bambino ad "allievo", dall'altra tende ad accomunarsi al ruolo ed alla posizione del genitore nei confronti del bambino.

Ciò avviene proprio a partire dal fatto che gli educatori "sono, come i genitori, degli adulti in rapporto educativo con i bambini".

La psicoanalisi, continua Fürstenau (p. 48), "ha dimostrato che il bambino, per la sua disposizione "perversa polimorfa'' agli impulsi (cioè per il suo scarso controllo degli impulsi) e per il più libero gioco delle attitudini e degli interessi (che non sono ancora modellati dal consentito e dall'abituale) compromette il controllo che l'adulto esercita sui propri impulsi e sul proprio comportamento", riattivando pericolosamente in lui (educatore o genitore che sia) i conflitti (rimossi) della propria infanzia.

Ciò determina un vissuto di angoscia nell'educatore che è tanto più pesante quanto più la situazione che si presenta di fronte a lui è simile a quella che lui ha vissuto da bambino di fronte ai propri genitori.

"L'educatore", cioè, come dice Bernfeld[29], si trova di fronte a due bambini: a quello da educare, dinanzi a lui, e a quello rimosso, dentro di lui. Non può fare altro che trattare quello così come ha vissuto in sé questo".

Il "transfert inconscio" (Fürstenau) che si stabilisce fra bambino ed educatore, "la riattivazione inconscia che si ha nell'educatore, in presenza del bambino, del conflitto che l'ha opposto nella propria infanzia ai suoi genitori... ci ricordano i problemi che ci ha posto il controllo dei nostri impulsi e della nostra condotta e sono per noi una tentazione a regredire alla fase del nostro conflitto con i nostri genitori.

I fantasmi, i sentimenti e i desideri infantili di potere proprio e di potere dei genitori si riattivano facilmente (inconsciamente) nell'educatore quando entra in contatto con i bambini e non è raro che abbiano corso pressoché libero data la posizione d'inferiorità della controparte, il bambino" (Fürstenau p. 50).

E' solo a partire da una continua opera di analisi delle componenti transferali e controtransferali che ci sono nel rapporto con ciascun bambino che è possibile superare l'azione educativa così come avviene, quando l'educatore agisce inconsciamente "sotto la spinta della propria costellazione edipica" (Fürstenau).

I risultati che e possibile raggiungere ponendosi nell'ottica psicoanalitica quindi sono alquanto diversi rispetto a quelli degli etologi.

In questa sede ci preme sottolineare soprattutto alcuni punti:

- l'interazione, non è vista tanto nei suoi contenuti rilevabili, quanto come una "intima relazione" in cui prevalgono i contenuti emozionali (tant'è vero che, in psicoanalisi, si preferisce parlare più di rapporto, di incontro, che di interazione);

- ciò che si costruisce nel bambino e nell'educatore non è qualcosa che sia facilmente incasellabile nei due binari della stabilità e dell'individuazione, o qualcosa che si discosta da queste, ma è un complesso fenomeno di identificazioni reciproche (reso ancora più complesso dalle reciproche identificazioni esistenti fra educatrici e genitori);

- perchè vi sia un consolidamento del sentimento di identità nel bambino "è necessario che nel corso dell'evoluzione venga a prodursi un predominio delle identificazioni introiettive su quelle proiettive" (Grinberg op. cit. pag. 60), e cioè una capacità da parte dell'educatrice (come prima della madre) di andare oltre la stabilità e l'individuazione nel rapporto, di rischiare, di avvicinarsi al bambino, di iscriverlo in un progetto pedagogico che non sia altro che questo rischio e la capacità di "uscirne fuori" non sotto la spinta inconscia a ripetere e a rivivere i vecchi conflitti della propria infanzia, ma recuperando una operatività che nasce dall'incontro di due esseri che possono reciprocamente arricchirsi.

E' quello che Fürstenau chiama "agire in modo cosciente e meditato", e Vera Schmidt "lavoro dell'educatrice su se stessa"[30].

In conclusione l'approccio psicoanalitico propone una strada di riavvicinamento al bambino e prima di tutto al bambino che è dentro di noi, che rifugge dai falsi avvicinamenti ottenuti attraverso le griglie ed i curricoli.

Un approccio cioè che può permettere un incontro col bambino, e non una ennesima lettura dell'infanzia.

Ciò però a patto che, come dice Grinberg, a fianco all'integrazione spaziale e temporale vi sia il vincolo decisivo della integrazione sociale, cioè a patto che la psicoanalisi non rinunci alla storicizzazione del bambino, e cioè alla relativizzazione delle forme che assume "l'Edipo" nelle varie culture, altrimenti essa stessa diventa una delle tante griglie attraverso la quale vedere un bambino astorico, già tutto scoperto, vivisezionato e cioè morto.

Cioè i modelli gestionali, curricolari e gli stessi modelli relazionali che nascono da rilevazioni "oggettive" sul bambino rispondono, è vero, alle insufficienze della famiglia nucleare moderna, all'eclissi della funzione genitoriale di fronte alle nuove esigenze della società tardocapitalistica, ma vi rispondono, appunto nel senso di colmare queste insufficienze.

Operano cioè nel senso di porre le basi per la formazione di una manodopera qualificata e fungibile.

L'incontro fra i tre partners, come dice Bernfeld, e cioè fra il bambino che e di fronte a noi, quello che è dentro di noi, e il nostro Io invece può costituire la base dalla quale partire per superare nella pratica educativa, la tendenza alla formazione di un Io debole (e perciò fungibile); per superarlo insieme ai genitori finalmente coinvolti nella cogestione educativa a partire da un processo di rafforzamento e di autonomizzazione dell'Io e non dalla sua funzionalizzazione acritica alle esigenze della società tardocapitalistica.

Per questa via, cioè, è possibile non solo demistificare il concetto di programmazione educativa, ma anche superarlo nella pratica quotidiana.

 

Reggio Emilia, 1984



[1] M. Mazzaperlini: "Storia delle Scuole Materne reggiane", Futurgraf ed. 1977. Per una ricostruzione del passato delle istituzioni prescolari nella nostra Regione abbiamo preso come  "guida" questo testo, che pur si riferisce ad una realtà provinciale.

[2]  - M. Foucault "Storia della follia" Rizzoli; - M. Foucault "La volontà di sapere" Feltrinelli

[3] Cfr. Ph. Aries "Padri e figli nell'Europa medievale e moderna" Laterza ed.

[4] Del resto che cos'erano gli Asili Nido aziendali di 15 o 20 anni fa?

[5] Secondo i dati riportati da F. Terranova nel 1880 gli "asili infantili" in Emilia Romagna erano 46, i brefotrofi 7 - F. Terranova "Il potere assistenziale" E. Riuniti pag. 58.

[6] Chiara Saraceno "Anatomia della famiglia" De Donato ed.

[7] Saraceno "Alla scoperta dell’infanzia” De Donato, pp42\43

[8] Mentre, dice Chiara Saraceno ( "Alla scoperta dell'infanzia" p. 43 nota 58), “le ipotesi montessoriane nate "per bambini più deprivilegiati in senso sia socio-economico che psichico, proprio per la loro accentuazione dello sviluppo delle capacità intellettive, che anticipava intuizioni e pratiche pedagogiche oggi di moda, sono state ben presto assunte dai ceti medi più colti" o, potremmo aggiungere, trapiantate in contesti socio-culturali molto diversi da quelli che le avevano prodotte (vedi U.S.A.).

 [9] "A questo periodo corrisponde - continua la Saraceno in nota - l'addomesticamento delle madri delle classi subalterne attraverso le istituzioni mediche e i consigli di puericultura". Vedi ad esempio la funzione svolta dall'O.N.M.I. in Italia in questo periodo.

[10] Cit. dall'articolo di T.K. Hareven " La storia della famiglia come campo interdisciplinare" apparso in "Edipo in società" a cura di M. T. Maiocchi, Feltrinelli p. 70. Sul tema della crisi dell'autorità genitoriale vedi: A. Mitscherlich "Verso una società senza padre" Feltrinelli; R. Reiche "Sessualità e lotta di classe" Laterza; K. Strzyz "Narcisismo e socializzazione" Feltrinelli

[11] Marcusianamente si potrebbe dire che l'educazione nel capitalismo tardo consiste essenzialmente nell'assegnazione alla famiglia (ed alle istituzioni prescolari e scolari) del compito di esercitare sul bambino quella forma storicamente determinata di "repressione addizionale" che lui chiama "principio di prestazione".  Afferma Marcuse "Sotto la legge del principio della prestazione corpo e anima vengono ridotti a strumenti di lavoro; come tali possono funzionare soltanto se rinunciano alla libertà di quel soggetto - oggetto libidico che originariamente l'organismo umano è, e desidera essere". H. Marcuse "Eros e civiltà" Einaudi.

[12] H. Marcuse " L'obsolescenza della psicoanalisi cit. in K. Strzitz op. cit., p. 133

[13] P. Rambaud "Società rurale ed urbanizzazione" F. Angeli ed.

 [14] Da questo punto di vista (e non solo da questo) il nuovo contratto di lavoro firmato dalla Flel per Nidi e Materne è una vera jattura per le Istituzioni emiliane: le divisione poste fra Nidi e Materne sia da un punto di vista normativo sia da un punto di vista economico, rischiano infatti di rendere vana ogni possibilità di procedere in una esperienza unitaria sulla fascia 0 - 6 anni.

[15] F. Frabboni "Costruiamo insieme il curricolo didattico" in Infanzia, n. 34, Aprile - Maggio 1979.

[16] Per rendersene conto basta andare a rivedere gli interventi di quel periodo che denunciavano la scarsità di contributi scientifici e la non adattabilità delle poche ricerche fatte, nell'ambito pedagogico didattico; "la ricerca è relativamente poca, quella poca o non è partita dalle domande del Nido o non ritorna al Nido come informazione accessibile e perciò utilizzabile praticamente, in modo critico". S. Mantovani: "Relazione introduttiva al Convegno Regionale sui nidi del 1979, in "Valori educativi e sociali dell' Asilo Nido" Patron Ed. Bo.

[17] Anche l'altro versante nel quale si misura la nuova professionalità dell'educatrice, quello del rapporto con gli altri adulti (genitori, altre educatrici - sia in senso orizzontale che verticale - territorio), è importante ma ci è sembrato che quello del rapporto col bambino non solo sia decisivo nel determinare le caratteristiche della nuova professionalità, ma finisca con l'influenzare anche in un senso o nell'altro gli aspetti del mestiere di educatrice.

[18] Vedi E. Goffman "Asylums" Einaudi, 1968. Rileggere Goffman pensando all'Asilo Nido può essere utile. Anche in questo caso Asylums può essere usato come cartina di tornasole di una prassi istituzionale.

 [19] Un esempio che aiuta a capire qual'era il clima all'interno del quale questo modello prendeva forma è dato dall'articolo di E. Loperfido "I contenuti medico-psico-pedagogici delI'Asilo Nido" apparso in Neuropsichiatria Infantile 1972 cit. in "Problemi del processo di socializzazione in un Asilo Nido di Bologna" di F. Emiliani, in Psicoterapia e Scienze Umane n.4 1976, pag. 12.  Così vedeva il rapporto adulto-bambino nel Nido E. Loperfido nel 1972: come un "sistema relazionale complesso cui partecipano più voci (gli operatori, gli ospiti, i coetanei, le forze politiche del quartiere) all'interno del quale il bambino è parte viva e non una monade neutra".  "Il principio di fondo, l'idea guida a cui il Nido si deve ispirare ci sembra sia quella della comunità articolata nei gruppi di pari (il gruppo dei lattanti, il gruppo dei 2-3 anni, il gruppo degli adulti). La comunità deve costituire il sistema referente di tutta la vita del Nido. .. La comunità si propone nel suo complesso come modello globale di identificazione e si declina in una gamma di direzioni che vanno verso il polo di un pari, o verso quello di uno o più adulti che si aggiungono ai poli sempre presenti (ma non più esclusivi) dei genitori".

[20] Come esempio tipico del rapporto di manipolazione preesistente alla 1044 si possono riportare i vari scandali sollevati in varie parti d' Italia negli anni dell'ONMI e degli Asili Nido aziendali: si pensi alla questione dei farmaci dati ai bambini all'insaputa delle famiglie.

[21] Vedi art. di Loris Malaguzzi "La gestione sociale come progetto educativo" in Zerosei, n. 6 gennaio 1982, in cui, a fianco dei tradizionali "cardini fondamentali" della gestione (Partecipazione, Programmazione, Organizzazione" compare un "quarto cardine", la competenza, intesa come qualità determinante e necessaria per assicurare che la esperienza della gestione sia sorretta dai più alti livelli di conoscenza specifica dei problemi che collegialmente si vivono". Questa tendenza alla professionalizzazione delle educatrici e delle famiglie, nella misura in cui avviene in assenza di qualsiasi preoccupazione per "tutti i connotati specifici che differenziano (l'infanzia) nell'esperienza quotidiana" (Chiara Saraceno, op. cit., pag. 46), e, di più, sotto il segno della paura di ogni moto (oltre che antropologico affettivo) che viene dal bambino e dal suo retroterra specifico, lungi dal creare un immediato e naturale ampliamento della identità concettuale e operativa delle pedagogie infantili e della stessa gestione sociale ", creerà un processo di omologazione dell'infanzia e del suo retroterra alla cultura istituzionale.

[22] Vedi AA.VV. "Aspetti dell'identità lavorativa degli operatori di Asilo Nido" apparso sui nn. 35 e 36 di Infanzia 1979. Si tratta di un'inchiesta fatta a Modena

[23] Basta scorgere i piani suggeriti mensilmente dalle due più importanti riviste rivolte alla prima infanzia, "Zerosei", e "lnfanzia" per rendersene conto. In particolare l'obiettivo che Frabboni si è posto (vedi: F. Frabboni "Costruiamo insieme ii curricolo didattico" in Infanzia, n. 34, Aprile/Maggio 1979) di costruire il Bambino Mec 2000 mi sembra indicativo di una tendenza alla iper-omologazione che permetterà, forse I'inserimento del nostro Paese nei pool delle ricerche e delle sperimentazioni che gli altri Paesi europei stanno da tempo attivando, spingerà forse i servizi prescolastici di casa nostra a non arrivare in ritardo, consegnando al MEC un bambino non competitivo, tartaruga, spiazzato socialmente ed intellettualmente, ma in questa rincorsa alla produzione spingerà senz'altro ii bambino ed il suo retroterra a perdere per strada, nei meandri dei "curricoli standard" la propria identità culturale, la propria specificità.

 [24] Per un confronto in termini generali e teorici vedi ad es.: - E. Fromm "Anatomia della distruttività umana" Mondadori; - A. Heller "Istinto ed aggressività" Feltrinelli.

 [25] L'introduzione del metodo osservativo di tipo non interpretativo negli Asili Nido in Italia e dovuto soprattutto ai 2 articoli "Osservare il bambino' "Osservare, perchè e come" di M. Barbieri e S. Mantovani, apparsi entrambi in Infanzia (n. 21 del 1977 e 29 del 1978). Il seminario tenuto a Roma dal CNR nell'ottobre 1981 "La ricerca sul bambino al Nido" riassume le più recenti ricerche fatte ambito etologico e più ampiamente ambito "non interpretativo". 

La Regione Emilia-Romagna ultimamente sta dimostrando molta attenzione a questo tipo di impostazione all'interno della quale sembra assimilabile anche l'esperienza ungherese che tanta attenzione presta alle routines ed al rapporto individualizzato.

[26] L. Grinberg "Teoria dell'identificazione" Loescher Ed.

[27] F. Borgogno "L'illusione di osservare" Giappichelli Ed. 1981

[28] P. Fürstenau "Contributo alla psicoanalisi della scuola in quanto istituzione" Sta in "Educazione e condizionamento" AA.VV. Partizan Ed.

[29] S. Bernfeld "Sisifo, ovvero i limiti dell'educazione" Guaraldi Ed. p. 143

 [30] V. Schmidt "L'asilo psicoanalitico di Mosca" Puntoemme Ed.   Dice la Schmidt in proposito: "Per giungere all'impostazione corretta di fronte agli impulsi Istintuali, l'educatrice deve prima, attraverso un lavoro analitico su se stessa, liberarsi dei pregiudizi che le sono derivati dalla propria educazione. Essa deve cercare di richiamare alla coscienza i propri impulsi istintuali rimossi e riconoscere l'affinità con i fenomeni che la colpiscono nei bambini" (op. cit. pag. 28).