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L'autoriforma dell'Università
- Il resoconto dei workshop tenuti presso la Sapienza il 15 e
16 Novembre 2008 da studenti e ricercatori di tutte le università
italiane
dal sito www.uniriot.org , network della facoltà ribelli
Introduzione assemblea plenaria
l movimento che
tutti stiamo vivendo e che abbiamo contribuito a generare è un movimento
straordinario. L’Onda ha fatto irruzione nel nostro presente e nel
presente di questo paese, mutando una scena, quella del governo delle
destre, che sembrava suggerire solo senso di sconfitta e desolazione. La
rottura definita dall’Onda ha infranto equilibri tutt’altro che
marginali. Nel giro di poche settimane la popolarità del governo è
profondamente diminuita; il movimento, intanto, è riuscito a codificare,
con un linguaggio comprensibile ai più, un rifiuto esplicito della crisi
economica globale. L’unità concertativa dei sindacati confederali sembra
per adesso un ricordo lontano, mentre il 12 dicembre la Cgil propone uno
sciopero generale di tutte le categorie. Non è tutto merito del
movimento, indubbiamente, è senz’altro vero, però, che senza questo
movimento tutto ciò non sarebbe stato possibile.
Una spazio enorme
si è aperto, uno spazio conquistato dall’onda, dalla sua forza, uno
spazio che ci consegna una grande sfida politica. Ci siamo detti in più
occasioni, infatti, che questo movimento non vuole perdere: un movimento
nuovo, una grande marea generazionale, che vuole riconquistare il futuro
di cui è stata derubata. “Ci bloccano il futuro e noi blocchiamo la
città”: non solo uno slogan, un modo nuovo per l’università, di
praticare il conflitto. Un conflitto che parla non tanto e non solo del
rifiuto dei tagli previsti dalla legge 133; piuttosto un conflitto in
grado di contrapporre forza all’arroganza di chi vuole imporre la crisi
socializzando le perdite di banche e imprese. Dopo anni di politiche
neo-liberiste d’improvviso si riscopre il debito pubblico, un debito
pubblico che viene utilizzato per sostenere i privati e che penalizza
ancora i giovani, i precari, la società tutta. Si taglia il welfare,
dopo che già tanto si era e si è fatto in questi anni nel senso della
privatizzazione dei servizi.
La sfida politica
che questo movimento ha posto è come sottrarre l’università pubblica
all’attacco finale che la finanziaria Tremonti e il governo Berlusconi
in generale hanno disposto. Un attacco ben preciso che parla di una
forma altrettanto definita di sviluppo, che individua come priorità la
salvaguardia di un modello economico fallimentare invece di investire
sulla formazione, sull’innovazione, sulla ricerca, in una parola sul
nostro futuro. Una politica economica ben definita dalle legge 133 che
prevede una serie di provvedimenti “volti a razionalizzare la spesa e il
debito pubblico” tagliando indiscriminatamente scuola, servizi e
università. E ancora, insieme alla drastica riduzione del personale, si
prevede la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazione di
diritto privato, cancellando così il carattere pubblico dell’istruzione,
ovvero la sua qualità essenziale e un nostro diritto fondamentale.
Un movimento che
non accetta rappresentanza, ci siamo detti a più riprese. Un movimento
che guarda al cambiamento e che sa che il cambiamento non è delegabile,
va agito da subito, nel pieno delle forme di auto-organizzazione e nel
conflitto. Un movimento che ha saputo esprimere in modo chiaro e
inequivocabile il suo antifascismo e di concerto la sua capacità di
parlare alla società tutta, partendo dalla sua specificità ma con la
tensione ad allargare quanto più possibile i temi della mobilitazione.
Non solo: questo è un movimento che sta sperimentando nuove forme di
organizzazione, superando anche qualsiasi forma di rappresentanza
interna al movimento stesso.
Partiamo da quello che il movimento è già riuscito a determinare. La
controffensiva del Governo infatti non è altro che il tentativo, mal
riuscito, di far fronte all’evidente crisi (anche di consenso) prodotta
dalla forza delle mobilitazioni. Il progetto di riforma presentata dal
ministro Gelmini, pur attestandosi su una frettolosa e confusa
retromarcia, cerca tuttavia di riproporre i punti centrali del
complessivo progetto di dismissione dell’università: il taglio dei
finanziamenti viene ora giustificato dalle retoriche della
differenziazione, dell’efficienza e della meritocrazia, che altro non
sono se non i processi di dequalificazione dei saperi, di
gerarchizzazione e declassamento contro cui il movimento sta lottando.
Pur predicando il cambiamento il progetto di riforma del Governo
rafforza i privilegi della casta baronale e la difesa dello status quo,
scaricando su studenti e precari la doppia crisi, quella dell’università
e quella economica. Ciò è dimostrato dalla proposta, proveniente da più
parti, di innalzamento delle tasse universitarie, che possono essere
pagate solamente attraverso l’introduzione massiccia dei cosiddetti
prestiti d’onore. In realtà si tratta del ricorso a quel sistema del
debito pienamente sviluppato nel mondo anglosassone che è alla radice
dell’attuale crisi globale. Ancora una volta il Governo e il suo think
tank, non fanno altro che proporre l’importazione
di ricette e modelli già falliti altrove.
Dunque, gli unici
alleati del Governo all’interno del mondo della formazione, sono in
realtà quei baroni che a parole dice di voler combattere. In questo
contesto l’unica forza di trasformazione è il movimento, che non solo si
oppone ai tagli della legge 133, ma sta già costruendo le basi per
un’altra università. Laddove Stato e Mercato lavorano congiuntamente
alla dismissione dell’università, l’Onda Anomala lancia immediatamente
la sfida dell’autoriforma. Chiariamo: per
autoriforma non intendiamo la definizione di un insieme di proposte
tecniche da consegnare al legislatore di turno o a qualche attore
specializzato nella mediazione politica o sindacale. Per autoriforma
intendiamo al contrario un processo costituente aperto, modificabile e
implementabile che organizza quella potenza di conflitto e
autorganizzazione nella produzione
dei saperi già presente in queste straordinarie settimane di
mobilitazione, blocchi e occupazioni. La sfida, in altri termini, non si
esaurisce nell’opposizione alla legge 133 e al futuro disegno di
riforma, ma aggredisce immediatamente l’università esistente. Il
fallimento del modello del 3+2 e dei tentativi di misurazione del sapere
attraverso il sistema dei crediti, è stato determinato dalla diffusa
indisponibilità degli studenti ad accettare i meccanismi disciplinari e
la continua dequalificazione della formazione contenuti nella riforma
Berlinguer-Zecchino. L’autoriforma
quindi non è una semplice carta di intenti, né tantomeno un tentativo di
burocratizzare l’irrappresentabilità del movimento. L’autoriforma è
invece l’apertura di un processo che già vive nelle pratiche del
movimento, è un passaggio di consolidamento delle forme di
autorganizzazione e un rilancio degli elementi del conflitto.
L’unica verifica per questo processo, è la capacità di tradurre
da subito l’autoriforma in concreti elementi di programma e di agenda
politica. Il movimento di
queste settimane, che ha coinvolto tutto il settore della formazione e
dell’istruzione, nasce da una parzialità per parlare il linguaggio della
generalizzazione. “Noi la crisi non la paghiamo” condensa istanze e
rivendicazioni che vanno oltre i confini classici di scuola e
università, per porre immediatamente le questioni del lavoro, del
welfare, della precarietà e della libertà.
È su questo piano
di generalizzazione che il movimento lancia la sua sfida anche verso il
prossimo sciopero generale.
PRIMO WORKSHOP - Didattica
La complessità emersa nell’ambito di una discussione
sull’autoriforma della didattica, ha messo in luce la molteplicità di
articolazioni possibili tramite le quali immaginare una ristrutturazione
dei processi didattici, cosi da poterli ripensare come non piu asserviti
alla logica di disciplinamento introdotta dall’università del 3+2. Al
tempo stesso queste differenze e pluralitá attestano tanto
l’inevitabilità di contestualizzare queste riarticolazioni a contesti
specifici, quanto la necessità diffusa di ripensare una trasformazione
radicale dei processi formativi. Infatti, pur nelle differenze é emersa
una chiara e totale opposizione al modello definito in Italia dal 3+2.
Dall’assemblea si é prodotto quindi un dibattito complesso, espressione
dell’esigenza dei differenti nodi di affrontare una discussione
progettuale sull’autoriforma della didattica che dovesse tenere conto
dell’articolazione di un confronto assembleare dal quale potessero
risaltare la volontà di avviare un processo costituente e non di
arrivare ad una definizione finale ed univoca delle pratiche che
nell’attraversamento quotidiano delle facoltá e degli atenei giá aprono
spazi di riappropriazione e decisione. Da questo punto di vista sono
emersi punti di convergenza vertenziali tra le differenti realtá.
1)Abolizione del sistema del 3+2 così come del sistema del credito. Da
questo punto di vista si è prodotto un dibattito non sintetizzabile
sulle modalità attraverso cui raggiungere l’obiettivo. 2)Critica alla
parcellizzazione degli esami e proposte di riaccorpamento per favorire
un sapere critico e complessivo 3)Rivendicazione di un’equa retribuzione del lavoro
svolto in stages e tirocini: in ogni caso va garantito il carattere
facoltativo degli stessi. 4)Critica della meritocrazia e sua applicazione in
Italia. Non devono esistere poli di eccellenza contrapposti al resto
delle universitá, a maggior ragione se autoproclamati come nel caso
dell’AQUIS. In secondo luogo si è svolta una critica ai parametri di
valutazione schiacciati sulla produttivitá, e nello stesso tempo si sono
proposte nuove forme che privilegiassero la valutazione dal basso e la
qualitá. 5)Abolizione dei blocchi all’accesso e lungo il
percorso di formazione superiore. I blocchi devono essere eliminati sia
come sistema di esclusione dal diritto allo studio, sia come filtri
progressivi di stratificazione sociale. 6)Abolizione della frequenza obbligatoria come
strumento di controllo sui tempi di vita e di studio. 7)Revisione dei piani di studio nella direzione di
una conquista di una maggiore libertà dei propri percorsi formativi. 8)Le università del sud Italia hanno posto ulteriori
motivazioni alla necessità della natura pubblica dell’università. La
specificità dei loro territori pone l’accento su una massiccia
corruzione. Il dibattito del workshop è stato attraversato da
un’analisi comune: quello di concepire il processo di autoriforma non
come un disegno organico o un intervento legislativo, ma come il
recupero di spazi di decisione diretta da parte degli studenti. Questo
ha significato critica alla rappresentanza studentesca, ai processi di
gerarchizzazione dell’amministrazione universitaria, e necessità
dell’organizzazione autonoma del conflitto: riappropriazione di spazi
(biblioteche, laboratori, aule autogestite, etc.) e di tempo, diffusione
critica e autonoma del sapere. Accanto a questo si è sviluppato un
dibattito articolato e
aperto sulla proposta dell’autoformazione: questa è una tra le varie
pratiche sperimentate per l’inflazionamento e il sabotaggio del sistema
del credito. La discussione su modalità autogestite di didattica
ha dato spunto per proporre e approfondire la didattica partecipata, e
che, in ogni caso, destrutturasse un rapporto gerarchico e verticale
nella trasmissione del sapere: così come ha posto molta attenzione alla
formazione non come accumulo indistinto di nozioni, ma come produzione
di sapere critico. Concludiamo ricordando l’indicazione di metodo
rispetto al proseguimento delle lotte indicate durante questi due
giorni: la cooperazione nasce dal dibattito propositivo e non ideologico
tra le varie realtá che sperimentano in maniera autonoma conflitto
dentro l’università.
SECONDO
WORKSHOP
Il workshop di ieri è stato partecipato da circa un
migliaio di persone, al pari degli altri due. Si tratta, evidentemente,
di un dato eccezionale dal punto di vista della quantità, in piena
continuità con l’assemblea nazionale nel suo complesso e con queste
straordinarie settimane di mobilitazione che stiamo vivendo. Ma c’è di
più. Il dato della discussione di ieri è eccezionale anche dal punto di
vista qualitativo. I quasi cento interventi da tutte le città che si
sono susseguiti per più di sette ore di intensa discussione segnano un
deciso e importante passaggio in avanti nell’elaborazione collettiva e
nella costruzione di agenda politica su temi assolutamente decisivi per
il movimento. Lo slogan
che attraversa e che maggiormente caratterizza le mobilitazioni
universitarie, “Noi la crisi non la paghiamo”, definisce già con
chiarezza la centralità delle questioni del Welfare e del lavoro dentro
la riflessione politica e i processi di conflitto che si sono dati nelle
mobilitazioni di queste settimane. Sulla crisi finanziaria globale si
registrano varie interpretazioni, talora contrastanti anche negli stessi
ambiti del pensiero critico e radicale. In questo workshop, com’è stato
più volte ribadito, il nostro obiettivo non era la definizione in
termini di analisi di genealogia e tendenze dell’attuale crisi: essendo
questo un tema di straordinaria importanza e attualità, preferiamo a tal
fine proporre fin da subito la costruzione di uno o più momenti
seminariali. Il nostro punto di partenza è stato invece la definizione
del carattere politico e il terreno di lotta che attorno al tema della
crisi si apre, più precisamente sul problema della decisione della
distribuzione della ricchezza sociale in un contesto che dalla crisi è
profondamente segnato. Il presente movimento si muove all’interno di una
doppia crisi: quella finanziaria e quella dell’università. Quest’ultima
in Italia assume caratteristiche peculiari, determinate dallo storico
disinvestimento nel sistema dell’istruzione e della ricerca, e dalle
strategie di smantellamento operate dai governi di centro-destra così
come da
[1]
quelli di centro-sinistra. In questo quadro, come emerso dalla discussione, i
processi di aziendalizzazione dell’università e i tagli dei
finanziamenti alla ricerca e alla formazione si accompagnano all’aumento
delle spese di guerra, ai fondi statali regalati alle imprese private,
al piano salva-banche. La retorica degli sprechi e del contenimento del
debito pubblico, abbondantemente utilizzata dal Governo nel tentativo di
giustificare i tagli mortali contenuti nella legge 133, rivela qui
infatti la sua natura puramente ideologica. Tutto ciò, soprattutto, permette di individuare nell’università un terreno di lotta di particolare importanza, a partire da cui produrre dei processi di generalizzazione del conflitto. La parola d’ordine “noi la crisi non la paghiamo” indica quindi non una semplice istanza espressa da un particolare soggetto sociale, ma la sua capacità di parlare il linguaggio dell’intera composizione del lavoro e del precariato contemporaneo, proprio in virtù della centralità di studenti e saperi nelle forme attuali della produzione. Quello della generalizzazione è uno dei punti particolarmente sottolineati nel corso della discussione, come posta in palio delle possibilità di sviluppo dello straordinario movimento che sta stravolgendo le compatibilità che si credevano imposte dal governo Berlusconi. Non a caso, la Cgil è stata costretta a indire lo sciopero generale sotto la spinta e la forza dell’onda. Nel workshop si è prodotta una ricca discussione che ha permesso di fare un importante passo in avanti, di analisi e di merito politico, nella riconfigurazione del diritto allo studio e nelle battaglie attorno ad esso. L’attacco al diritto allo studio non assume più solo i tratti classici dell’esclusione, ma dei nuovi processi di selezione e inclusione differenziale direttamente interni al sistema universitario. Laddove i diritti sociali non sono più garantiti dal welfare pubblico, l’indebitamento rappresenta una costrizione per continuare a soddisfare bisogni collettivi, quali ad esempio la formazione e l’accesso ai saperi. Nonostante l’irrisorio e propagandistico stanziamento di fondi per le borse di studio, strettamente regolato dal sistema meritocratico, il progetto complessivo di trasformazione dell’università va nella direzione di un aumento delle tasse d’iscrizione. In
questo contesto, se il diritto allo studio è certamente garantito dalla
Costituzione, esso è di fatto non solo disatteso nella pratica, bensì
nel nuovo contesto produttivo assume nuove caratteristiche. Infatti, un
numero crescente di persone entra nel sistema dell’istruzione superiore
nella misura in cui sono costrette a indebitarsi e si dequalificano i
saperi a cui hanno accesso. I processi di lotta si spostano quindi sul
piano del mercato del lavoro (sempre più regolato e intrecciato alla
produzione di saperi e formazione), dei processi di gerarchizzazione e
del welfare. Di pari passo, il diritto allo studio si riconfigura come
battaglia sulla qualità dei servizi e riqualificazione e autogestione
dei saperi. Allora, prendendo anche atto del fallimento delle agenzie
per il diritto allo studio, la lotta contro l’aumento delle tasse e la
liberalizzazione dell’accesso, si deve accompagnare a una battaglia
sulla qualità dei servizi, contro i numeri chiusi, per il non
ripagamento dei prestiti d’onore (ovvero il sistema italiano del debito,
ancora non pienamente affermato ma in via di tendenziale espansione).
Una battaglia, quindi, contro qualsiasi tentativo di scaricare su
studenti e precari i costi della crisi finanziaria e dell’università. La
crisi la paghino invece le banche e le imprese, i governi e i baroni,
oggi tutti alleati ben al di là delle retoriche su sprechi e corruzione. Se la sfida lanciata dal movimento ha nell’università un terreno privilegiato, deve al contempo riuscire a generalizzare le proprie istanze per poter aprire un terreno di più complessiva lotta sul welfare. Da questo punto di vista, è stato evidenziata l’inesistenza in Italia di ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno al reddito per gli studenti e i precari. Occorre allora reclamare anche in Italia forme di erogazione, dirette e indirette, di reddito per gli studenti e i precari che vadano nella direzione dell’autonomia e dell’indipendenza e del rifiuto delle forme di precarizzazione. La discussione ha elaborato delle proposte di agenda e campagna politica verso lo sciopero generale e generalizzato del 12 dicembre e oltre. Una settimana di iniziative in cui far vivere i temi
di una nuova battaglia su case, mense, tasse e borse di studio,
sull’accesso alla cultura (fatta di autoriduzioni in teatri, cinema,
musei), sulla gratuità dei trasporti (dai treni ai bus), per la
riappropriazione di appartamenti sfitti, per la libera circolazione dei
saperi, contro i brevetti e i copyright. Una giornata di mobilitazione
nazionale dislocata nelle diverse realtà territoriali in cui dar vita a
blocchi della città, azioni, occupazioni per praticare e generalizzare
lo slogan “noi la crisi non la paghiamo”.
Uno sciopero del lavoro nero degli studenti universitari e dei
ricercatori precari, reclamando reddito per le attività già erogate da
studenti e ricercatori precari (stage, tirocini, il lavoro didattico, di
ricerca e formativo non riconosciuto). La costruzione di un percorso di inchiesta che, dal
punto di vista del metodo, dovrebbe diventare pratica centrale nella
costruzione dei percorsi di lotta e di produzione di conoscenza. Come
studenti e precari sono i produttori della ricchezza sociale, e di
questa ricchezza vogliamo riappropriarci. Non vogliamo pagare la crisi finanziaria e
dell’università, perché la crisi la paghino le banche, le imprese, i
governi, i baroni. Non vogliamo pagare la crisi, perché noi siamo l’onda
che li mette in crisi. Fluidi, imprevedibili e irrappresentabili nel
nostro movimento, e al contempo forti, potenti e liberi come una
mareggiata che li travolge. Perché il nostro tempo – il tempo
dell’autoriforma dell’università, della riappropriazione della ricchezza
sociale e di un nuovo welfare – è qui e comincia adesso.
Workshop: “Lavoro e Formazione”
Ricerca, formazione, lavoro. Sono
questi i temi di cui abbiamo discusso durante la giornata di
ieri, partendo dal nostro punto di vista, dal punto di vista dell'onda.
Abbiamo chiamato il nostro percorso autoriforma, un autoriforma
che viene dal basso dell’università.
Autoriformare dal basso per noi vuol dire
travolgere questa università, attraversarla con i nostri desideri
e le nostre proposte, proposte che vogliamo costruire a partire dalla
comprensione della sua crisi e del suo rapporto con la società.Una crisi
esplosa da tempo ed
aggravata da un quindicennio
di pessime “riforme” volte alla aziendalizzazione ed alla
privatizzazione dell’università, una crisi che i provvedimenti di
questo governo stanno trasformando in catastrofe. Pensiamo al taglio
del Fondo di Finanziamento Ordinario, al blocco del turnover, ma
soprattutto alla trasformazione degli atenei in fondazioni di diritto
privato ed alle sue conseguenze in termini di discriminazione di censo
nell'accesso a un'istruzione di qualità e di destrutturazione
dell'intero sistema universitario nazionale. Effetti che non potranno
non aggravare le già critiche condizioni della scuola di ogni ordine e
grado. Non dimentichiamo le responsabilità di chi ha gestito
l’università con meccanismi corporativi e clientelari, di chi soffoca la
ricerca per mezzo di un'opprimente gerarchizzazione, di chi ha costruito
un sistema fondato sullo sfruttamento generalizzato del lavoro precario,
di chi ha oramai accettato l'idea di un drastico restringimento
dell’accesso a un’istruzione pubblica di qualità. Il nostro
obiettivo è stanare e denunciare queste aberrazioni ovunque si
manifestano, conoscerle per scardinarle. Bisogna
superare il cosiddetto 3+2, il quale con i suoi
effetti di frammentazione e di dequalificazione della didattica
mira alla produzione di lavoratori precari e ricercatori al servizio del
privato o dell'impresa di turno. In due mesi di
mobilitazioni abbiamo dimostrato di non avere alcuna intenzione di
lasciarci incantare dalle false aperture del ministro Gelmini o
chiuderci nel recinto di uno studentismo vuoto e arrogante. Abbiamo
gridato dalle piazze di tutta Italia la nostra consapevolezza che solo
l'unione e la generalizzazione delle proteste può rovesciare quei
rapporti di forza che schiacciano il mondo dell'istruzione e della
ricerca tanto quanto quello del lavoro. Solo il continuo coordinamento
ed allargamento della protesta potrà portare ad un reale cambiamento
nelle politiche del governo e per questa ragione aderiamo allo sciopero
generale indetto per il 12 dicembre con la promessa di farlo vivere
nelle nostre metropoli ed in qualunque luogo raggiunto dall'Onda. Il nostro sciopero
sarà dunque all'insegna della generalizzazione delle mobilitazioni,
della lotta contro la precarietà e per l'abolizione di tutte le forme di
lavoro parasubordinato contenute nella legge 30, contro ogni
discriminazione di genere, cultura e razza, contro la criminalità
organizzata che strangola il nostro Sud e sempre più anche il nostro
Nord. Autoriforma è il percorso concreto di elaborazione, d'inchiesta e
di conflittualità che mette in crisi il sistema attuale, che propone un
modello diverso di università attraverso una critica radicale
dell'esistente. Vogliamo costruire un'università pubblica, democratica
ed accessibile a tutti.Per questo sentiamo l'urgenza, in questa fase di
crisi profonda del modello sociale ed economico neoliberista, di
un’università che sappia dare il suo contributo alla costruzione di un
nuovo e più equo modello di sviluppo. Il nostro punto di partenza sarà
l'analisi della ricerca concretamente prodotta dalle università ed enti
pubblici di ricerca, delle sue ricadute sul territorio, la creazione di
sapere critico e la moltiplicazione delle esperienze di autoformazione e
didattica alternativa cui abbiamo dato vita nelle nostre mobilitazioni.
1) Ricerca. L'indipendenza e
l'autonomia della ricerca sono per noi principi fondativi.La ricerca non
deve essere subordinata a logiche di mercato: le risorse e le strutture
pubbliche dalle quali essa dipende non possono essere messe al servizio
di interessi privati. Il sapere è un bene pubblico, una produzione
collettiva e per questa ragione non appropriabile: i suoi risultati
devono essere socializzati, ossia posti al servizio dell'intera società.
Per questo riteniamo essenziale lo sviluppo di forme non commerciali
della loro tutela (GPL/Creative commons) in contrapposizione al brevetto
nonché il sostegno all'editoria scientifica open source ed una stretta
sinergia tra ricerca e didattica. Siamo però
consapevoli che l'emergenza attuale ha tra le sue cause principali il
cronico sottofinanziamento delle attività di ricerca, che deve essere
portato almeno ai livelli indicati dal Trattato di Lisbona (3% del Pil
contro l'attuale 1%). E poiché una ricerca libera non può esistere senza
ricercatori autonomi e indipendenti da ogni condizionamento, la
democratizzazione dell'accesso ai fondi e la sua apertura ai ricercatori
non strutturati e ai dottorandi è per noi condizione irrinunciabile.
2) Valutazione. L'autonomia della ricerca e la qualità dell'università pubblica non possono essere disgiunte dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione.Tale concetto, più complesso della combinazione di indici presuntamente quantitativi, non deve essere legato al contenimento del bilancio, alla produzione di brevetti o al semplice numero delle pubblicazioni.Pensiamo che la valutazione debba essere intesa anche come rendicontazione sociale delle attività degli atenei e del sistema nel suo complesso, che non possa prescindere dai contesti territoriali in cui le università sono inserite. Contemporaneamente, ribadiamo che anche docenti, ricercatori e dottorandi dovrebbero essere coinvolti nei processi di valutazione. Gli esiti della valutazione della didattica e della ricerca dovrebbero condizionare la distribuzione di parte dei finanziamenti sia alle strutture (atenei, enti, istituti, dipartimenti,..) che ai singoli docenti e ricercatori.
3) Reddito,
diritti, contratti. Il problema del
reddito è sicuramente
trasversale a tutto il corpo vivo dell'università: studenti dottorandi e
ricercatori precari.Al lavoro di ricerca, perché di lavoro si tratta,
devono corrispondere un salario adeguato e i diritti stabiliti dallo
statuto dei lavoratori. La moltitudine di tirocini, stage e praticantati
tutti rigorosamente non retribuiti non sono più tollerabili, così come
la dilagante attività didattica a titolo gratuito. Ogni prestazione deve
essere contrattualizzata al più come forma di lavoro subordinato a tempo
determinato e in tal caso deve essere garantita la continuità del
reddito, diritto fondamentale di cui chiediamo l'estensione a tutti i
lavoratori precari. Non solo: commossi dall'attenzione del ministro
Gelmini alle condizioni degli edifici scolastici, rivendichiamo ambienti
idonei di studio, lavoro e ricerca.
4) Pari
opportunità. Nella ricerca rimane aperta la stessa questione di genere che troviamo ovunque nel mondo del lavoro: da una parte la progressione di carriera delle donne è fortemente filtrata ai livelli più bassi, dall'altra le donne subiscono il perenne ricatto biologico, aggravato dalla precarietà, per cui la maternità diventa in realtà la via di espulsione dal mondo della ricerca.
5) Dottorato e
specializzazioni. Il dottorato di ricerca è il più alto grado dell'istruzione italiana e contemporaneamente l'introduzione all'attività di ricerca. Vanno dunque garantiti adeguati percorsi didattici e il diritto all'autonomia economica. Questo significa in particolare l'immediata soppressione dei dottorati senza borsa e delle tasse di iscrizione. I dottorandi dovrebbero vedere riconosciuti i loro diritti per mezzo di uno statuto nazionale a loro dedicato.Per quanto riguarda le specializzazioni è emersa la necessità di nuove procedure concorsuali trasparenti. Le mansioni affidate agli specializzandi non devono mai oltrepassare le competenze previste dalla legge.
6) Reclutamento. Per quanto riguarda la spinosa questione del reclutamento, ribadiamo la nostra ferma opposizione al blocco del turnover. Ma questo non ci basta, dopo anni di blocco dell'accesso ai giovani che ha esasperato la precarietà e incentivato la fuga dei cervelli. Chiediamo l'istituzione di un contratto unico di lavoro subordinato una volta terminato il dottorato, di durata non inferiore ai due anni: esso deve sostituire l'attuale jungla di “contratti” precari. Tali misure non avrebbero tuttavia alcun senso senza un consistente reclutamento straordinario via concorso, che deve essere seguito da un reclutamento ordinario via concorso costante nel tempo. Per quanto concerne l'inquadramento della docenza, chiediamo l'istituzione di un ruolo unico e l'incompatibilità della libera docenza con contratti di diritto privato.
7) Rappresentanza. I ricercatori
precari, essenziali al funzionamento di tutti gli atenei ed enti
pubblici di ricerca italiani, sono
completamente assenti dagli organi decisionali degli stessi. E'
questo un elemento chiave della gerarchizzazione del lavoro di ricerca e
didattica. Come
ogni altra
categoria nell'università, i ricercatori
precari e i dottorandi devono
partecipare ai processi decisionali tramite i loro rappresentanti
eletti.
8)
Europa e anomalous wave
.
L'Onda ha già
valicato i confini nazionali. In tutta Europa si sono svolte
manifestazioni di solidarietà al movimento italiano. Questo fatto ci
parla della dimensione transnazionale dei problemi che stiamo
affrontando. Il lavoro di ricerca prevede la mobilità come elemento
irrinunciabile ma continuamente ostacolato
dalle differenze dei
diversi sistemi
nazionali. Spesso le
riforme, sgradite a chi l'università la vive, sono state giustificate in
nome di una presunta volontà di integrazione a livello europeo. Vogliamo
sottolineare che uno spazio
europeo della ricerca ancora non esiste e che il movimento deve
assumersi la responsabilità di cominciare a crearlo, non attraverso la
normazione astratta ma attraverso la circolazione delle idee e delle
lotte. L'osservazione dei diversi modelli di sistema
universitario presenti al momento in Europa ci permette di rigettare
immediatamente alcune ipotesi di sviluppo,
come il modello anglosassone e il principio del debito di
formazione, già ampiamente entrato in crisi in Inghilterra e negli Stati
Uniti. In quest’ottica
proponiamo la convocazione di una riunione europea che metta in circolo
le diverse vertenze
sviluppate dai movimenti di
studenti e ricercatori
precari.
9) Percorsi. Se l’autoriforma è
anche e soprattutto un percorso condiviso di lotte, questo workshop ha
espresso una molteplicità di strade che possono essere percorse a
livello locale e nazionale: −Se il precariato è il problema di questa generazione, ci sembra fondamentale una grande inchiesta sul lavoro precario nell'università arrivando ad un censimento nazionale che ci permetta di tradurre nella forza dei numeri l'enormità del fenomeno. −In questa ottica è necessario che il movimento esca dall’università per coordinarsi anche con il resto del mondo del lavoro precario. −Formulare un appello congiunto di studenti, dottorandi e precari per lo sciopero generale/gli scioperi generali che verranno nel prossimo futuro. −Fin
dall’inizio
è stato un obiettivo del movimento coordinarsi con la protesta della
scuola per reagire all’attacco
generalizzato alla formazione pubblica a tutti i livelli. Questo impegno
deve essere assunto dal movimento anche per il futuro.
−Proponiamo
di
portare avanti azioni locali contemporanee e condivise da tutto il
movimento anche nell’ambito
della proposta di una grande giornata nazionale della ricerca.
−Ci
sembra importante anche l’idea
di portare avanti un percorso di vertenze locali comuni a studenti,
dottorandi e ricercatori precari per migliorare qui ed ora la nostra
condizione di diritti e rappresentanza chiedendo con forza
almeno l'applicazione dei principi contenuti nella Carta Europea
dei Ricercatori”
sottoscritta da tutti gli atenei ed enti pubblici di ricerca italiani. −In queste settimane hanno avuto un grande successo le iniziative di divulgazione e di apertura dell’università alla cittadinanza. Ci riferiamo sia agli eventi rivolti ai bambini delle scuole, alle famiglie, ai lavoratori sia alle lezioni all’aperto e ai seminari in piazza. Il movimento ha manifestato un’evidente volontà di proseguire su questa strada continuando ad organizzare eventi che portino il sapere, la ricerca e i ricercatori stessi al di fuori del mondo universitario. −La valutazione del mondo universitario e della ricerca in genere è uno dei punti cardine dell’autoriforma. Il movimento ritiene che non si debba delegare ad altri se non a chi ne è direttamente interessato questo complesso problema.
A
questo scopo si vuole istituire un gruppo di studio specifico, formato
da studenti ricercatori precari e dottorandi, che analizzi il problema.−Occorre
sviluppare una critica seria ed approfondita di tutti gli strumenti di
governance universitari a partire dalla fondazione di diritto privato
denominata CRUI e dell'autoproclamato circolo dei migliori atenei
d'Italia, AQUIS. −Ribadiamo
l’importanza
di organizzare una grande assemblea Europea che metta in relazione
diverse realtà di lotte e punti di vista critici sull’università
e la ricerca. Una molteplicità
di strade, ma molte di più, pensiamo, sono quelle che usciranno dalla
fantasia e dalla consapevolezza critica di questo movimento. La forza
della partecipazione che lo sta facendo vivere, la capacità che esso ha
mostrato in questi giorni di mobilitazione di sperimentare percorsi
nuovi sono sicuramente il
motore per costruire un futuro diverso da quello che ci vogliono, a
forza, tracciare davanti. Un
compito impegnativo per un movimento che deve durare ma anche una grande
occasione di rinnovamento
per questo paese, l’onda lunga di una grande speranza.
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