|
|
pagine personali - Psicologia clinica nel pubblico
Una nuova identità professionale:
lo psicologo nei servizi pubblici. Cenni storici
di Leonardo Angelini
(Relazione al Seminario per giovani psicologi a cura
della Regione Emilia Romagna - Castel San Pietro (Bo), 4/2/1993, già
apparsa in psico-prof e, prima ancora, in "Simposio, Rivista di
psicologi e psicoterapeuti", N.3, 1995, Firenze, pp. 213 - 251)
1.Come e' noto, nonostante in Italia l'istituzione del corso di laurea
in psicologia sia molto recente (prima meta' degli anni 70), la figura
dello psicologo era presente nelle istituzioni del nostro paese ben
prima che vi fosse un riconoscimento pieno della professione.
E' noto altresi' che il riconoscimento tardo' ad essere sancito in
termini di legge per due ordini di motivi.
Da una parte a causa della dipendenza delle nostre istituzioni
universitarie dal modello crociano e gentiliano degli studi, modello in
base al quale tutte le scienze sociali, e non solo la psicologia, erano
considerate "non scientifiche" (questa, diciamo cosi', e' la spiegazione
piu' tradizionale):
2.Ma gia' nel 1974 Dario Romano,analizzando le cause dell'arretratezza
italiana nel campo delle scienze sociali e della psicologia in
particolare tendeva a dare una risposta diversa rispetto a quella qui
sopra prospettata.
Diceva il Romano, proprio in opposizione alla spiegazione "ideologista":
"Il motivo reale della nostra arretratezza va invece ricercato nella
dialettica fra sviluppo e sottosviluppo che caratterizza la struttura
socio-economica del paese, permettendo il sopravvivere di un assetto
culturale per molti aspetti ancora paleoborghese e favorendo una
terziarizzazione qualitativamente frenata dalla bassa produttivita' del
settore industriale ed incapace di esprimere adeguatamente forme
professionali nuove che, come quella dello psicologo, presuppongono una
vasta ristrutturazione dei servizi".
3.Probabilmente vi e' del vero in entrambe le spiegazioni, ed anzi mi
pare di poter dire che l'una e' il complemento dell'altra. In ogni modo
il peso di questa ingombrante eredita' e' ancor oggi riscontrabile nel
nostro ordinamento universitario ove si badi, ad esempio, al fatto che
ancora non c'e' in Italia un corso di laurea in Antropologia Culturale
(e cio' nonostante il nostro passato di paese coloniale).
4.Una storia della professione dello psicologo in Italia percio' dovra'
partire: a) da una analisi storica del nascere della nostra disciplina
come disciplina scientifica, e b) da una pratica svolta negli OP nei
CMPP, che sarebbe esagerato definire di tipo "catacombale" ma che pur
tuttavia, fino agli inizi degli anni 70, non aveva alle spalle delle
adeguate e distinte sedi formative.
a) Una premessa necessaria
5. Ma, prima di partire per tentare un excursus storico della nostra
professione, mi preme di specificare il significato che io attribuisco
ad alcuni termini,apparentemente banali, che tutti noi usiamo
quotidianamente, ma che a mio avviso necessitano di una esplicitazione e
di un approfondimento, almeno in questo contesto, poiche' se intesi in
maniera difforme rispetto ai livelli di significato che in questa
relazione si intende dare ad essi, rischierei di essere frainteso.
6.Il primo termine che mi preme chiarire e' "territorio".
Spesso noi diciamo: "Io lavoro nel territorio", oppure: "La tal cosa
nell'ottica territoriale...", etc.
Quando facciamo asserzioni simili spesso noi pensiamo ad una qualche
entita', il territorio, che si distingue da altre entita': l'ospedale,
ad es, o altre istituzioni "non territoriali" (l'istituto, il carcere,
l'ospedale psichiatrico, etc.).
Quello che rimane implicito in ogni caso -e che io intendo esplicitare-
e' che il termine "territorio" noi lo usiamo per distinguere un certo
contesto lavorativo da un altro.
Cioe' il termine "territorio" per noi non connota una entita' di tipo
geografico, ma un insieme di servizi, un vero e proprio tessuto
istituzionale che che una volta non c'era e che, da un certo momento in
avanti,ha cominciato ad essere imbastito a volte in contrapposizione ad
altre istituzioni preesistenti, a volte in aggiunta ad esse, a volte
ancora "ex novo", senza cioe' alcun modello precedente cui contrapporsi
o giustapporsi.
7.E poiche' e' proprio nel territorio che la figura dello psicologo
vedra' le piu' ampie possibilita' di impiego nei cinque lustri lungo i
quali si sviluppera' la terza parte della mia relazione e' necessario,
penso, soffermarsi un momento su cio' che il territorio ha significato
per noi, e non solo per noi.
Lo spartiacque, il discrimine fra societa' italiana senza territorio e
societa' con territorio e' il 1968. Sono le spinte che in quella
stagione prendono corpo che fanno nascere in Italia le premesse
istituzionali (leggi, ordinamenti, riforme) che permettono la
possibilita' dell'emergere del welfare negli anni che seguiranno. Ed e'
proprio nel welfare che il territorio si sviluppa; anzi io penso che il
territorio possa essere inteso come una cartina di tornasole in base
alla quale e' possibile vedere se in una determinata regione del nostro
paese il welfare c'e' poi realmente stato o no.
8.E' noto come in Italia il welfare si sia manifestato in alcune zone
sotto forma di servizi egogati all'utenza, cioe' sotto la forma dello
stato sociale, in altre come stato assistenziale che non eroga servizi,
ma che distribuisce sussidi e prebende.
L'Emilia e Romagna e' una delle regioni in cui piu' coerentemente e'
stata intrapresa la strada della costruzione dello stato sociale,ma se
potessimo fare una mappa del territorio nazionale segnando con un colore
le zone in cui nei 25 anni trascorsi dal '68 si e' sviluppato lo stato
sociale e con un altro colore quelle in cui si e' dispiegato lo stato
assistenziale avremmo senz'altro una strutturazione "a macchia di
leopardo", che non e' detto che coincida con le zone rosse e le zone
bianche,ne' pienamente con il nord ed il sud del paese.
Cio' per la nostra professione e' piu' importante di quanto a prima
vista si e' portati a credere perche' la presenza o l'assenza di uno
stato sociale definisce la presenza o l'assenza di una cultura che solo
nello stato sociale nasce e si sviluppa dando a tutte le
professionalita' che all'interno di esso si dispiegano una identita' che
alla fine risulta molto diversa da quella di chi magari fa lo stesso
mestiere in zone in cui l'assistenzialismo e' imperante.
Per dirla in soldoni io sono convinto che una cosa e' l'identita' dello
psicologo in Emilia e Romagna, un'altra quella dello psicologo in certe
zone della Puglia o della Calabria.
9.Il secondo termine che mi preme chiarificare e' quello di
"tecnico".Anche in questo termine, o, meglio, nell'uso di questo termine
vi e' una ambiguita' che non vorrei rimanesse implicita,qui fra di noi.
Il termine "tecnico" infatti rimanda da una parte ad una serie di
competenze piu' o meno sofisticate di tipo esecutivo, dall'altra ad un
insieme di pratiche, potremmo dire, storiche che hanno visto, in varie
fasi della storia delle istituzioni territoriali, la figura dello
psicologo,insieme certo ad altre figure (lo psichiatra, il medico del
lavoro,etc.), come protagonista in un ruolo critico e non meramente
esecutivo.
Definiro' allora come tecnici coloro che non si pongono mai il problema
dei criteri di funzionalita' che informano il proprio lavoro e tantomeno
quelli della istituzione in cui operano, e come esperti coloro che, al
contrario, non si accontentano di possedere competenze di tipo
manipolativo,e non rinunciano ad avere "comprensione della cosa"
(Adorno), cioe' una visione critica complessiva del loro essere
professionale ed umano.
Spero sia chiaro che in questa distinzione non e' implicita alcuna
visione piramidale dei due termini per cui ad esempio il tecnico sarebbe
nei gradi bassi dell'istituzione e l'esperto in quelli alti, bensi' una
distinzione in base al grado di autoconsapevolezza che concretamente e
"storicamente" si esprime nella prassi. Per cui ad esempio uno stesso
gruppo operativo, una stessa e'quipe di lavoro, uno stesso
professionista puo' trasmigrare dall'uno all'altro polo, dall'uno
all'altro modo di vedere e concretamente svolgere il proprio lavoro a
seconda del modo concreto con cui vive ed elabora quella tensione
critica che nasce nel rapporto con "l'altro da me" con il quale in
quanto "operatore di frontiera" entra in rapporto.
10.E cosi' come l'operatore territoriale puo' oscillare fra l'esser
tecnico o l'essere esperto, allo stesso modo l'amministratore puo'
ridurre le istituzioni ad un insieme piu' o meno efficace ed efficiente
di attivita' amministrate, puo' cioe' ridurre le istituzioni del welfare
ad un puro affare di natura amministrativa: la cultura che informa tali
istituzioni allora sara' essa stessa una cultura amministrata, cioe'
evirata di ogni istanza critica. Oppure puo' mettere in atto una "prassi
amministrativa maggiorenne", puo' cioe' fare in modo che, con il
concorso degli esperti,sorgano "centri di liberta'" e di sperimentazione
che,come dice Adorno, "sarebbero soppressi qualora ci si affidasse al
processo cieco ed incosciente della pura selezione sociale".
11.L'esperto, insieme all'amministratore avveduto, e' -secondo quanto
afferma Adorno- uno dei pochi che -in una societa' che uccide
sistematicamente le possibilita' di autoaffermazione e di autocoscienza-
ha la possibilita' di fare "un'esperienza differenziata ed avanzata".
Insieme possono compiere, se non rinunciano alle loro istanze piu'
critiche, una forzatura che va "a beneficio di coloro che, certamente
senza loro colpa, sono esclusi dall'espressione viva della propria
causa".
12.Si tratta ,come vedete, di una posizione "elitaria" quella che in
questi ultimi punti vado sviluppando,ma proprio per questo reputo una
rinuncia grave quella di chi,come noi, ha la possibilita' di costruire
una "prassi amministrativa maggiorenne" e vi rinuncia senza aver tentato
ogni strada che in quanto soggetto critico ognuno di noi ha.
Il punto cardine dal quale parte Adorno , e che io condivido, e' che le
istituzioni hanno acquisito una forza tale "da renderle autonome da ogni
effettivo controllo di tipo plebiscitario".
Ma questa autonomia che ha generato negli ultimi anni tutti i mostri
istituzionali che abbiamo sotto gli occhi e' la stessa autonomia in base
alla quale, come vedremo meglio fra un po', e' nata tutta la
sperimentazione di cui l'Emilia ancora mostra vanto "urbi et orbi".
Un altro vantaggio che ha una impostazione di questo genere e' quella di
fare piazza pulita di quel piagnisteo che spesso prende gli operatori
nei confronti degli amministratori, e per converso questi ultimi quando
si lamentano dei loro dipendenti.
Infatti da questo punto di vista il potere dell'amministratore non e'
molto diverso da quello dell'intellettuale, tecnico od esperto che sia,
che lavora nell'istituzione: entrambi possono o non possono mettere in
piedi una dialettica che porta o non porta alla realizzazione dei centri
di liberta' e di sperimentazione di cui sopra. E se nell'uno e
nell'altro prevarranno le parti piu' costruttive, creative o le parti
piu' pavide e burocratiche questo non sara' piu' scissionalmente
attribuibile all'altra parte istituzionale, ma imporra' una riflessione
su se stessi e sul proprio essere professionale ed umano.
13.Nuove professionalita'\vecchie professionalita'. Nuove identita'\vecchie
identita':questo mi pare il terzo ed ultimo ordine di vocaboli che
meritano una esplicazione prima di iniziare la nostra storia.In questo
caso cio' che va chiarito non e' tanto un qualcosa di intrinseco ai
termini stessi, quanto un problema che definirei "di prospettiva". E
cioe' da quale punto di vista si intende descrivere cio' che si osserva.
Infatti non e' secondario nel racconto di una storia sapere quali sono
le caratteristiche personali del raccontatore,con quali passioni egli ha
vissuto la trama del racconto che sta per narrare,da quale parte egli
era nelle contese di cui sta per dirci -si spera- l'essenziale. Cio' sia
se gli eventi narrati sono lontani da noi che ascoltiamo, sia
soprattutto se sono vicini ed ancora immanenti con la loro pesantezza
istituzionale, con le loro piccole e grandi stigmate che ogni
ascoltatore, oltre che il narratore, porta su di se'. E questo penso sia
proprio il nostro caso in cui vecchie e nuove professionalita', vecchie
e nuove identita' si sono scontrate ed incontrate, o solo sfiorate,
nell'arco di un ventennio in cui tutti noi siamo stati parte in causa.
14. Ebbene, come sara' ormai chiaro, il sottoscritto appartiene a
quella categoria di operatori territoriali -"re della strada,re della
foresta"- che per un lungo periodo di tempo hanno visto il loro lavoro
in contrapposizione con quello "istituzionale". Contrapposizione che fu
di luoghi,di modi di lavorare, ed ancora di obiettivi,di programmi, in
modo che se ancor oggi volessimo fare una storia a partire da questi
presupposti quel che verrebbe fuori e' un'opera di enfatizzazione da una
parte, e di denigrazione da un'altra.
Enfatizzazione, e cioe' idealizzazione del territorio e dei suoi eroi, e
denigrazione del lavoro istituzionale, di tutta l'impalcatura
istituzionale che ci eravamo proposti di demolire insieme agli
amministratori di quel periodo. Ma una storia di questo tipo oggi non ha
piu' ragione di esser raccontata poiche',almeno in Emilia e Romagna, da
una parte altre sono oggi le ragioni del contendere all'interno degli
operatori, dall'altra perche' a poco a poco e' emersa in noi la
consapevolezza che una contrapposizione cosi' manichea, scissionale fra
territorio ed istituzione non aveva senso poiche' anche il piu'
"territoriale" dei lavori, o degli operatori, o dei luoghi ha in se' le
premesse di quella che allora chiamavamo logica istituzionale, e che
oggi semplicemente riconosciamo come impigrimento della coscienza,
ottundimento dello spirito critico.
15.E' per questo che oggi la prima cosa che occorre fare, se vogliamo
delineare la trama di una nuova storia che parta dalla comprensione
degli altri e' quella di superare ogni manicheismo e di guardare alle
istituzioni a partire da un punto che ci permetta una visione
prospettica piu' ampia. Per far cio' l'unica maniera e' quella di
decentrarci e di vedere al nostro lavoro, ma non solo a quello che
ognuno di noi fa, bensi' a tutto il nostro lavoro, a quello di chi ci ha
preceduto, cosi' come a quello di chi a fianco a noi lo svolge a partire
da approcci, protocolli, etc. diversi dai nostri, in termini materiali
come corrispondente alla soddisfazione di un bisogno di salute psichica
dell'individuo che, in quanto tale rimane immutato in ogni societa' e
che quindi si definisce come bisogno reale dell'uomo, ma che presenta in
ogni societa' modalita' concrete, storiche di soddisfazione che variano
a seconda di un insieme di componenti che sarebbe difficile qui
riassumere, ma che si inscrivono tutte nell'orizzonte concreto di
possiblita' che e' dato di avere in "quel" momento, stanti "quelle"
condizioni.
16.Tutto cio' visto non in un'ottica giustificazionista e "sistemica"
per cui data una certa situazione non vi e' per il soggetto, per il
professionista, per l'amministratore che adeguarsi come un pezzo di un
ingranaggio. Ma proprio a partire dalla constatazione che in ogni
situazione c'e' sempre la possibilita' per il soggetto di cogliere gli
elementi piu' avanzati che nella situazione sono in nuce per svilupparli
e contribuire cosi' alla ri-definizione alla ri-configurazione delle
varie costellazioni istituzionali che in passato si erano solidificate e
che ora appaiono superate. Cioe' per riprendere una metafora di
Napolitani ogni epoca, e non solo la nostra (come immodestamente
pensavamo) ha avuto i propri "operatori di frontiera", cosi' come ogni
epoca, ed anche la nostra (cosa che non avremmo mai presupposto) ha
avuto chi su quella frontiera si e' posto come un doganiere pavido che
tende ad eludere, con manovre difensive le piu' diverse, l'incontro con
le alterita' piu' inquietanti, incontro per il quale in fondo siamo
pagati.
17.Ci resta ora da esporre un solo concetto prima di tentare una
periodizzazione della nostra storia passata e piu' recente.Un concetto
che si lega al discorso che facevamo prima sul rapporto fra bisogno di
salute mentale presente in ogni societa' e concrete modalita'
soddisfacimento di tale bisogno che, come era implicito anche nelle
considerazioni di Dario Romano, sono diverse e storicamente determinate.
Il concetto in questione e quello di "comunita' interpretrante": intendo
per comunita' interpretante quell'insieme di individui, di gruppi piu' o
meno organizzati, di istituzioni, che in un determinato periodo storico
ed in una concreta societa' sono preposti a dare senso in termini
filosofici ad un determinato ordine di fenomeni, ed a collocare in un
insieme di procedure nonche' a definire organizzativamente in un insieme
di protocolli quelle che sono le conseguenti modalita' secondo le quali
quell'ordine di fenomeni viene affrontato "li' ed allora". Nel nostro
caso quindi il problema e' quello della sofferenza mentale , le
procedure e i protocolli sono quelli che concretamente si sono
cristallizzati nelle varie fasi della nostra storia passata e recente.
18.Veniamo infine alla nostra storia. Distinguero' appunto fra passato
remoto e passato prossimo, cerchero' di andare piu' veloce sul passato
remoto, e mi concentrero' sul passato prossimo, poiche' e' proprio li'
che nasce lo psicologo dei servizi pubblici. Un accenno agli antenati
pero' mi pare doveroso soprattutto per quanto attiene l'origine della
nostra disciplina scientifica, dei nostri protocolli di lavoro, del
nostro contesto istituzionale.
b) Fra la pre-istoria e la storia
19. La prima comunita' interpretante di fronte alla quale ci troviamo
se andiamo indietro fino al momento storico immediatamente precedente a
quello in cui appaiono le prime istituzioni nella nostra societa' e'
la"ecclesia" medievale. L'interpretazione delle "stigmate" dell'alterita',
di tutte le alterita' (e non solo dei malati di mente), che veniva fatta
dalla "ecclesia" medievale tendeva alla loro iscrizione all'interno di
una interpretazione religiosa dei fenomeni mirante o alla soppressione
dell'alterita', vista come simbolo inquietante del demoniaco, oppure ad
una sua accettazione ruolizzata nella comunita'.
20.Ad un certo punto pero' qualcosa comincia lentamente a mutare: e
sono i processi di secolarizzazione della societa', da una parte, e di
spinta verso la citta', dall'altra, che determinano l'emergere di una
nuova comunita' interpretante che tende ad iscrivere il discorso,ancora
indistinto, sulle alterita' all'interno di un quadro interpretativo del
tutto nuovo. E se l'ecclesia medievale leggeva quelle stigmate come
segnali del divino, la comunita' artigiana e commerciale che fa
rinascere le citta' vive indistintamente l'alterita' come un attentato
alla laboriosita' della citta' protocapitalistica ed inventa
l'istituzione promiscua, vista come luogo che permette una igiene della
citta'. Cio' che spinge verso l'istituzione promiscua e',cioe',una
esigenza che Foucault ha definito di "igiene della citta'", una
operazione di pulizia che,come dice sempre Foucault, era anche una
operazione di polizia. Nell'arco di qualche secolo (e, piu'
precisamente, mano a mano che nei vari luoghi si sviluppa il modello
protoborghese di vita) nascono dappertutto in Europa delle istituzioni
promiscue che, come la prima di esse, la Salpertière, accolgono
indistintamente malati di mente, prostitute, figli di nessuno,
vagabondi, etc. Il fine che le informa e' quello dell'igiene della
citta', ma cio' non toglie che vi sia in questi luoghi una "cura" degli
ospiti. Solo che questa cura, data la promiscuita', non puo' essere una
cura discriminata; anzi si puo' dire che ad una indistinzione, nata
dalla promiscuita', corrisponde una distribuzione indiscriminata di
cure.
21.Il passo successivo, anche questo intrapreso in un arco di tempo
piuttosto ampio, e' quello della nascita delle discipline. Se la storia
fin qui narrata e' piu' che altro una pre-istoria del nostro essere
professionale con la nascita delle discipline siamo gia' in certo qual
modo all'interno di una storia che e' ormai vicina a noi. Si diceva
all'inizio della critica crociana e gentiliana alle scienze umane ed
alla loro pretesa di scientificita'. Ebbene l'origine di quel percorso
intellettuale e culturale che portera' anche alla nascita dell'
economia, della sociologia, della psicologia, della storia, etc.-intese
come scienze- e' proprio in quell'ulteriore processo di emancipazione
del pensiero filosofico e scientifico dalla mentalita' medievale e
pre-moderna che e' rappresentato dall'emergere del pensiero razionale.
E' il pensiero razionale ,nel contempo motore e prodotto degli ulteriori
cambiamenti avvenuti a livello della struttura produttiva, che diviene
il volano a partire dal quale si irradieranno poi tutte le successive
"colate" che si solidificheranno prima nel pensiero filosofico,
successivamente nel pensiero scientifico, infine nelle varie discipline,
intese non piu' come branche della filosofia, ma come scienze.
22.Di fronte alle stesse stigmate che nel Medioevo erano state lette in
termini di ruolizzazione o di soppressione, che nella citta'
protocapitalistica avevano condotto alla segregazione in istituzioni
promiscue ora le nuove entita' interpretanti cominciano a distinguere:
questo e' di mia competenza e questo no. Vengono spiegate quali sono le
ragioni ed i limiti delle varie discipline. Si definisce cosi' una vera
e propria mappa in base alla quale ogni istituzione si pone, descrive i
propri confini, e si legittima in base ad una propria affiliazione ad
una o a piu' discipline scientifiche: nascono cosi' il manicomio,
l'ospedale, l'orfanotrofio, la scuola materna, etc. Contemporaneamente o
successivamente all'interno di ciascuno di questi confini nascono delle
specializzazioni che definiscono delle mappe piu' dettagliate in cui i
saperi si frantumano, le responsabilita' si liquefano, mentre nel
contempo le tecniche diventano sempre piu' raffinate ed efficienti.
23.Ma quando l'interpretazione si sposa con il metodo sperimentale
avviene un fatto nuovo che merita la nostra attenzione perche' le
conseguenze insite in questo modo di pensare pesano ancor oggi sul
nostro modo di avvicinarci all'altro da me. Accade cioe' che
l'interpretazione si camuffi dietro una patina di oggettivita' in base
alla quale le osservazioni dell'interpretante diventano leggi ed, in
base a queste leggi, si definisce un rapporto con le alterita' (che nel
frattempo son diventate un accidente che si declina al plurale) di tipo
scientifico, dove si intende per scienza la modalita' di conoscenza
tipica della sperimentazione galileiana, non considerando che questa e'
solo una delle modalita' di conoscenza che l'uomo possiede.
24.Da questa riduzione della scienza alla scienza sperimentale, e cioe'
a quel tipo di conoscenza verificabile sperimentalmente, deriva un
rapporto oggettivante con il fenomeno da osservare. E quando questa
alterita' e' un essere umano l'oggettivazione comporta una duplice
riduzione: dell'altro ad oggetto, ma anche dell'osservatore a strumento
freddo, meccanico, di registrazione, di catalogazione (le diagnosi, per
es.), di distribuzione nelle varie istituzioni "all'uopo" formatesi. Ed
anche la cura si definisce come un insieme di procedure standardizzate
che sono propinate in base all'aura che il tecnico ha per il fatto di
appartenere alla comunita' scientifica (e' grazie a questo tipo di
standardizzazione ed a quest'aura che in passato e' stato possibile
propinare ad es. l'elettroshok ai pazienti psichiatrici).
25.A un certo punto quello che abbiamo chiamato il discorso delle
discipline comincia ad andare in crisi. Ragioni altrettanto materiali
sono alla base di questa obsolescenza, nonche' dei contenuti e dei
metodi di lavoro di una nuova comunita' interpretante di cui anche noi
facciamo parte.
E se il discorso delle discipline era corrispettivo all'epoca del
capitalismo trionfante, quello delle nuove professioni lo e' rispetto
all'epoca del capitalismo "tardo", cioe' di quest'ultima fase che sta
vivendo la nostra societa'. E, come era accaduto precedentemente, ai
nuovi discorsi elaborati in un nuovo clima sociale, da nuove comunita'
interpretanti, corrispondono non nuovi bisogni, ma nuove modalita' di
soddisfacimento di tali bisogni. Alle modalita' ruolizzanti o rimuoventi
dell'ecclesia medievale, a quelle segreganti delle citta'
protocapitalistiche, a quelle oggettivanti tipiche delle vecchie
professioni nate nel e col discorso delle discipline, questa nuova
comunita' interpretante oppone modalita' di soddisfacimento che sono: la
psicoterapia, la riabilitazione, il "territorio", le strutture
intermedie, etc.
26.Si puo' leggere quindi la nascita di questa nuova comunita'
interpretante e tutti i processi di aggregazione che avvengono in essa
come la storia di un processo che ancora e' in pieno svolgimento in cui
vari "operatori di frontiera" definiscono nuove professionalita' (e
quelle dello psicoterapeuta e dello psicologo operanti nei servizi
pubblici sono fra queste) che vanno sperimentando (non piu' nel senso
galileiano del termine) sempre nuove modalita' di incontro con l'altro
nei vari "luoghi di frontiera" in cui hanno la ventura di operare. E
tali luoghi di frontiera possono essere, a seconda delle esigenze che
definiscono i vari setting: il territorio o quelle le nuove istituzioni
-quali le strutture intermedie- che insieme a quelle territoriali
determinano una nuova rete istituzionale che io propongo di definire di
tipo professionale, proprio per distinguerla dal precedente reticolo
istituzionale, quello delle istituzioni totali, e cioe' quello
corrispondente al periodo del discorso delle discipline.
27.Cio' che distingue questi nuovi luoghi dalle istituzioni totali, non
e', quindi, il tasso di territorialita': quel "possono essere", di cui
sopra va letto infatti come una possibilita' che puo' essere data o meno
a seconda di come si pone l'operatore di frontiera, se come un doganiere
che non fa passare nulla dell' "altro da me" o come un soggetto disposto
a rischiare sempre l'incontro anche con la psicosi, con il vuoto, con
l'angoscia, con la morte, con l'inguaribilita'. Per cui il doganiere
pavido che e' in noi puo' emergere ovunque, nella struttura intermedia
cosi' come nell'ambulatorio dello psicoterapeuta. Ed i discorsi che
provengono da questi luoghi, se hanno come retroterra questo tipo di
critica all'esistente, propongo di chiamarli "discorsi delle nuove
professioni". Cio' per distinguerli da una parte dal vecchio discorso
delle discipline, ma dall'altra parte anche da quello che Foucault
chiamava "discorso della sessualita'".
28.Per discorso della sessualita' Foucault intendeva una tendenza a
spostare la nuova comunita' interpretante su di un discorso che e'
contiguo a quello che ho denominato delle "nuove professioni", ma che,
diversamente da questo, non ha alcun contenuto critico nei confronti
dell'esistente, ma anzi risulta funzionale ad esso e portatore di
livelli moderni di alienazione e di reificazione. Foucault nel definire
questo discorso della sessualita' pensa agli stessi soggetti nuovi, alle
stesse "nuove professioni" di cui si parlava prima, solo che in questo
caso il doganiere pavido che e' in noi emerge in maniera subdola ed e'
al servizio non dell'incontro sulla frontiera con l'altro da me, ma
delle nuove esigenze della societa' tardo-capitalistica. Afferma
Foucault che, mentre la vecchia societa' del capitalismo trionfante
aveva bisogno di produrre e riprodurre forza lavoro fungibile, cioe'
utilizzabile acriticamente nella produzione di merci, la nuova societa'
non vede piu' escluse dai costumi le classi subalterne, che anzi sono
oggi l'oggetto privilegiato sul quale si riversano sempre piu' le
attenzioni delle allettanti sirene che invitano al consumo.
29. Sono state le politiche keinesiane che i vari stati metropolitani
hanno messo in atto a partire dalla crisi del '29 a indurre un rapporto
cosi' nuovo di questo immenso "mercato" con i beni di consumo che prima,
come si sa, erano appannaggio quasi esclusivo di poche classi sociali.
Ma per forgiare un uomo che consumi, oltre che produrre, e' necessario
che un discorso passi e si diffonda, un discorso che inevitabilmente
implica anche un nuovo modo di vedere l'alterita'. Ora infatti diverso
non e' piu' chi turba (con la sua sola presenza scandalosa, a volte) il
clima operoso della produzione, ma colui che non si integra, che non si
adatta ad una presenza acritica nel circuito della produzione e del
consumo. Ecco la ragione che spinge verso una "politica del corpo",
afferma Foucault, "che non richieda piu' l'eliminazione del sesso o la
sua limitazione ad un ruolo riproduttivo, ma anzi la loro
"colonizzazione nei circuiti controllati dell'economia: una
desublimazione arcidepressiva, come si dice". In questa prospettiva la
nuova psichiatria, la psicoterapia, la psicoanalisi e quindi le varie
tecniche che nascono con le nuove professioni, nonche' le stesse
istituzioni professionali, rischiano di svolgere un ruolo pedagogico
volto ad educare il soggetto a diventare, alienandosi da se stesso, un
accumulo di oggetti di consumo che occorre possedere per darsi senso.
30.E' questo che Foucault chiama "discorso della sessualita'"
intendendo con questo termine sottolineare quell'invasione da parte dei
nuovi tecnici delle sfere piu' intime del soggetto per definire un'etica
eteronoma, un insieme di precetti, di aspettative, di "visioni di se'",
che secondo lui e' inevitabilmente cristallizzato (secondo noi puo'
cristallizzarsi) nei dispositivi della nuova psichiatria, della
psicoanalisi, etc. e che e' funzionale ad una desublimazione repressiva
, e cioe' ad una disposizione nuova non piu' alla sublimazione ed
all'etica del lavoro, ma al consumo ed al darsi consistenza solo
attraverso gli oggetti che si possiedono. Per cui, concludendo, il
territorio e le nuove istituzioni professionali possono essere portatori
di un nuovo discorso critico in cui prevale il doganiere coraggioso che
osa contaminarsi sulla frontiera con il diverso, il barbaro, il
portatore di un nuovo linguaggio, di una nuova storia che lo puo'
arricchire. Oppure possono essere anche le istanze colonizzatrici che
lottano anch'esse contro il vecchio discorso delle discipline, ma per
sostituire a quel discorso, ormai disfunzionale rispetto alle esigenze
"del consumo", un nuovo discorso colonizzante volto a cucire addosso a
tutti, uomini e barbari, uguali e diversi, la camicia di Nesso che il
doganiere infido pretende sia indossata da tutti coloro che vogliano
abitare la metropoli consumistica.
31.Un ultima nota prima di affrontare la nostra storia piu' recente:
sbaglieremmo se pensassimo a questa storia come ad un susseguirsi di
discorsi sull'alterita' e di cristallizzazioni istituzionali che nello
stesso momento in cui si impongono scalzano e demoliscono i vecchi
discorsi,le vecchie istituzioni. Semmai cio' che accade e' una lotta per
l'egemonia, preceduta spesso da una pio' o meno contrastata battaglia
per la legittimazione.
Ma una volta raggiunto l'uno e l'altro traguardo vi e' spesso una
convivenza in cui ai discorsi sconfitti vengono lasciate come delle "enclaves"
in cui possono essere ancora profferiti poiche' una qualche udienza, sia
pur marginale, continuano ad averla; in cui alle vecchie istituzioni,ai
vecchi protocolli,alle vecchie cerimonie un qualche tempio in cui poter
essere officiate rimane. Restano cosi' non solo le istituzioni totali,
ed anzi sono lungi dall'essere scalzate proprio per la loro pesantezza
che le fa diventare il rifugio non ricercato,in cui pero'
involontariamente ogni pigro operatore va a cacciarsi; ma anche le
istituzioni promiscue, e spesso sono il luogo in cui opera la carita'
che indistintamente si da' a chi ha un qualsiasi bisogno. Restano
persino, come ha acutamente osservato Ernesto De Martino, i simulacri
del discorso religioso medievale, e non solo nell'Europa Mediterranea
(quella che Galasso ha definito l'Altra Europa), ma nell'Europa
Continentale, in quell'Europa forte e moderna che pure continua ad
avere, nei suoi interstizi piu' remoti, i "sacerdoti" di cerimonie
magiche che, pur venendo da lontano continuano ad avere una loro
udienza.
c) La nostra storia piu' recente
32. Definite cosi' a grandi linee le nostre origini piu' remote,veniamo
ora alla nostra storia piu' recente. Nel farlo partiremo dal periodo
immediatamente precedente a quello che ha visto emergere le nuove
professioni, e segneremo il tempo che da quel periodo arriva fino ad
oggi secondo una scansione che prevede cinque tappe, cinque fasi:
1.La prima fase, quella che ho definito del "pre-sessantotto", che vede
ancora egemoni le vecchie professioni, il vecchio discorso delle
discipline.
2.La seconda fase, che potremmo definire della "sperimentazione", che e'
corrispettiva ai primi anni 70, e che accompagna la nascita di una nuova
comunita' interpretrante basata sulle nuove professioni.
3.La terza fase, che ho denominato del "tecnicismo",che si sviluppa
nella seconda meta' degli anni 70 e nella prima meta' degli anni 80 e
che nasce dalla crisi dello sperimentalismo (e dell'ideologismo) della
fase precedente.
4.La quarta fase e' quella dell' "alleanza per.." e nasce da una prima
elaborazione in termini di autoconsapevolezza adulta dei limiti e delle
possibilita' attuali delle nuove professioni. Tale fase e' a mio avviso
collocabile nella seconda meta' degli anni 80.
5. Mi pare infine che nell'ultimissimo periodo si possano sentire i
primi sintomi di quella che puo' diventare una quinta fase, che
definirei di involuzione verso un se' avvizzito degli operatori delle
nuove professioni, una quinta fase che vedo come un pericolo possibile
(e gia' in atto, a certi livelli).
Ovviamente la periodizzazione risente dell'esperienza reggiana e quindi
va tarata in base alle varie microstorie locali di ciascun gruppo di
lavoro. Vale pero' quel che dicevamo prima a proposito della differenza
fra stato sociale e stato assistenziale in Italia: cioe' si tratta di
una storia emiliana, non applicabile,penso, in altri contesti in cui il
welfare si e' sviluppato sul piano assistenziale e non creando servizi
o, al massimo, creando simulacri di servizi.
33.IL PRE-68. In questo periodo e' ancora egemone il discorso delle
discipline che, nato molto tempo prima dell'epoca che stiamo
considerando, si era nel frattempo evoluto comlicandosi secondo
ramificazioni tendenti sempre piu' a circoscrivere l'ambito di
intervento dei singoli tecnici ed a specializzarlo, anzi direi a
cristallizzarlo in procedure e protocolli molto chiari ed ormai
accettati da tutti. L'egemonia del discorso delle discipline cioe' fino
al 68 non e' contrastata seriamente da nessuno. Faccio un esempio per
farmi comprendere: se in una famiglia nasceva un bambino Down tutti i
tecnici coinvolti nella diagnosi e nel definire le procedure di
socializzazione e di cura erano concordi sulla opportunita' di tali
procedure fino al punto da farle apparire ovvie e condivisibili anche
alle famiglie. La stessa cosa avveniva nei confronti dei malati di
mente, degli anziani etc. Poteva accadere che una qualche famiglia
dell'Appennino o delle campagne "nascondesse" il caso fino ad una certa
eta' o fino a un certo punto, oppure anche per sempre, optando per forme
di organizzazione del tempo della cura diverse da quelle dominanti.
Poteva accadere anche che il caso fosse indirizzato verso una
istituzione promiscua, ma nessuno si sarebbe sognato di criticare il
discorso egemone, e tantomeno di tentare la pratica di un qualche
criterio sperimentale che, in positivo, facesse vedere come tale critica
fosse fondata.
34.Le vecchie professioni cioe' erano in una fase in cui, da una parte,
avevano esaurito le loro potenzialita' critiche, dall'altra,non essendo
contrastate sul piano teorico e pratico da alcun discorso alternativo,
si imponevano semplicemente grazie alla loro stessa pesantezza
istituzionale. Tutte le loro manovre, che pure in un periodo precedente
avevano avuto una forza dirompente di fronte all'istanza dell'igiene
della citta' ed a quella dell'ecclesia medievale, ormai erano diventate
un insieme di meccanismi elusivi volti ad evitare il rischio
dell'incontro con le alterita'.
Anche la professione dello psicologo in questa fase e' funzionale a
questo modo di vivere il problema dell'alterita': la psicologia in
questa fase si pone in una posizione ancillare (e cioe' ausiliaria,
subordinata) nei confronti delle professioni piu' anziane e piu'
autorevoli, e questa tendenza e' ancora piu' accentuata in Italia a
causa dell'arretratezza di cui parlavamo all'inizio. Vorrei in ogni caso
che fosse chiaro che sto parlando del lavoro degli psicologi negli
Ospedali psichiatrici, nei Centri Medici Psico-pedagogici, etc., e non
di cio' che avviene a livello della ricerca accademica e non.
35.Lo psicologo, cioe', come tutti gli altri operatori del periodo,
rinuncia alle proprie parti piu' critiche e si pone di fronte al proprio
lavoro nella posizione del tecnico che non ha cognizione della cosa,ma
che persegue solo fini manipolativi. Cosicche' se e' in Ospedale
Psichiatrico, in contatto con la piu' autorevole professione dello
psichiatra, si porra' piu' accentuatamente in una posizione ancillare
agendo senza alcuna sostanziale autonomia. Se invece opera nei CMPP si
disporra' in un'ottica settoriale concorrendo, insieme agli altri
tecnici,a definire in quale girone dell'esclusione quel tal soggetto,
ridotto a caso, debba essere inviato. In questo senso penso si possa
dire che, nonostante la professione dello psicologo fosse una nuova
professione, non avendo essa alcuna reale autonomia,alcuno statuto suo
proprio che ne definisse i confini e i metodi, finiva con l'apparire
gia' vecchia come certi bambini affetti da anoressia primaria che
finiscono con l'assumere la pelle di un vecchio poiche' non si nutrono e
deperiscono.
36.La diagnosi in questo periodo ha una posizione fondamentale
all'interno delle procedure e dei protocolli di queste vecchie
professioni: essa e' come la coda di Caronte che, in base al numero dei
giri, designava il luogo di destinazione dei dannati. Nel nostro caso
decideva in quale girone dell'esclusione un caso era destinato ad
andare. Il meccanismo di invio nei vari gironi dell'esclusione, inoltre,
poteva funzionare, cioe' aveva una forza cosi' persuasiva sia per l'aura
che i vari tecnici addetti alla selezione avevano per i pazienti e per
le loro famiglie , sia spesso per il loro porsi "in batteria", per cui
una cartella di invio era fatta piu' o meno cosi': vi erano i risultati
dell'esame obiettivo fatto dal medico, un riassunto della situazione
familiare fatto dall'assistente sociale, il risultato dei test
psicologici compilato dallo psicologo,etc.,etc., e la decisione finale
per lo piu' ovvia, presa spesso anonimamente , che inviava alle varie
istituzioni totali. In questo modo da una parte la pre-definizione
chiara dei luoghi di cura esautorava il tecnico da ogni sforzo critico
ed immaginativo di fronte al paziente, dall'altra l'anonimato circa
l'atto angosciante della decisione stemperava ogni cosa nella banalita'
di una pratica burocratica.
37.Abbiamo detto prima della riduzione del soggetto a caso. In effetti
tutta la logica dell'istituzione totale e' incentrata su questo processo
riduttivo ed oggettivante: -nel momento iniziale della diagnosi in cui
la stessa frantumazione, la vera e propria polverizzazione del rapporto
non permettono anche a chi lo volesse di porsi su di un piano empatetico
con il paziente; -ma soprattutto direi attraverso la fissazione di
procedure scontate, cioe' fin troppo chiare e solari di rapporto nel
momento della cura, e di protocolli di cura che fanno dell'istituzione
totale un luogo in cui ogni pratica (anche l'elettroshock, la
contenzione fisica, etc.) sia stata circonfusa dall'aura scientifica
diventa "normale somministrazione".
38.Questo duplice processo di oggettivazione dei soggetti e di
scientificizzazione dei protocolli penso ci permette di comprendere
perche' a un certo punto non era bastata piu' l'igiene della citta' e si
era imposto il discorso delle discipline. Infatti se la preoccupazione
che sta alla base del discorso dell'igiene della citta' e' quello di una
societa' che ha bisogno di parametrarsi nei confronti dell'alterita'
solo per garantire l'emergere ed il solidificarsi di quella che oggi
chiameremmo "etica del lavoro", questo non puo' piu' bastare quando il
metodo galileiano si impone anche nelle scienze umane. Allora sara'
necessario ridefinire il tutto in una cornice scientifica tendente ad
in-casellare i casi, a nobilitare i protocolli, a creare un linguaggio
togato molto preciso e diffuso che esautori il tecnico da ogni sforzo
reale e personale sul piano interpretativo. In questo senso ancor oggi
quando compiamo certi gesti,certe cerimonie di avvicinamento all'altro
dovremmo forse chiederci con un accento piu' critico cosa stiamo
realmente facendo.
39.Ma tutto questo apparato difensivo basato sulla oggettivazione e su
una sorta di razionalizzazione non sarebbe bastato se non fosse stato
accompagnato da una pratica quotidiana basata su quelle procedure
alienanti messe in atto in maniera piu' o meno brutale in tutte le
istituzioni totali e analizzate da Goffman. Il fine della riduzione e
,in certi casi della distruzione del vero Se' dell'internato, da parte
dello staff,perseguito prima di tutto attraverso le pratiche
mortificanti dell'immissione, e che proseguiva poi attraverso la falsa
dialettica che si innescava durante la degenza,era destinato infine a
perpetuarsi a causa delle stigmate che l'esperienza lasciava addosso
all'internato imponendogli un confronto "a vita" con i personaggi
violenti che lo avevano segnato. Tutto cio' vedeva i tecnici nella
posizione connivente del "niente saccio,niente vidi,niente sentii",
imponendo l'emergere in loro di una vera e propria falsa coscienza.
40. Resta da definire ora quale era la politica delle amministrazioni
locali in questo periodo in Emilia e Romagna. Per comprendere cosa
accadeva occorre partire dalla constatazione che, almeno fino al boom
economico dei primi anni 60, la politica degli Enti Locali di sinistra
non puo' incentrare il proprio operato sulla costruzione dei servizi per
almeno due ordini di motivi. Innanzitutto perche' all'ordine del
giornola priorita' viene data ai problemi dell'occupazione e della
ricostruzione. In secondo luogo perche' lo stato centrale si oppone a
qualsiasi decentramento del potere agli Enti Locali. Cio' determina da
una parte il permanere delle isituzioni, anche di quelle che poi
diventeranno i luoghi di sperimentazione del welfare emiliano in una
situazione di pura e semplice riproduzione della cultura delle classi
dominanti: cultura della esclusione, della selezione meritocratica,
dell'etnocentrismo, funzionale appunto ai processi di
industrializzazione, di migrazione interna, di preparazione all'ingresso
in un mondo del lavoro che richiedeva una maggiore qualificazione a
tutti i livelli.
41.Dall'altra un fiorire in tutto il territorio regionale di una vera e
propria controsocieta', in cui si identificano le masse popolari, che
elabora una controcultura che ha propri contenuti (che vanno dalla
sperimentazione di modi di produzione e di vita autonomi alla
definizione di piattaforme rivendicative dei servizi sociali che saranno
decisive nel definire poi la prima fisionomia dei servizi), propri
metodi di espressione (attraverso la partecipazione intesa come pratica
tesa a costruire l'universo controsocietario), propri luoghi (le case
del popolo,le organizzazioni di massa,la stessa vita quotidiana vissuta
come testimonianza di un modo di espressione di se stessi altro rispetto
ai valori dominanti), propri tempi (soprattutto il tempo libero, la
sera, l'estate), propri intellettuali (che sono poi i quadri, nati dalla
resistenza o dalle lotte difensive degli anni 50, destinati spesso a
diventare gli amministratori di questo periodo ,nonche' di quello
successivo). E' in questi luoghi infine che in questi anni si fa
"prevenzione", limitatamente agli attori presenti o influenzati da
questa cultura controsocietaria e con tutti i limiti storici che questa
esperienza ebbe, soprattutto per quanto attiene a quello che oggi
chiameremmo il "privato", vissuto spesso in maniera schizofrenica
rispetto al pubblico.
42.LA SPERIMENTAZIONE. Il 68, parafrasando una celebre definizione, fu
il movimento reale che sconvolse, nel bene e nel male, lo stato di cose
allora presente. Nacque allora quella nuova comunita' interpretrante che
puo' essere considerata come figlia del 68 e quel nuovo discorso sull'alterita'
che abbiamo definito discorso delle nuove professioni. Abbiamo gia'
detto delle ragioni materiali che sono all'origine della crisi del
vecchio discorso delle discipline e dell'emergere del nuovo discorso,
delle nuove professioni, nonche' dei rischi insiti nel nuovo discorso.
Certo e' che all'inizio quello che si vede e' un abbandono improvviso
delle vecchie posizioni oppure una strenua e a volte disperata
resistenza nelle vecchie casematte, come conseguenza di un attacco a
fondo contro di esse da parte di un nuovo gruppo di intellettuali che
presto conquistano al loro discorso, confuso, se si vuole, ma piu'
adatto certo alle nuove condizioni sociali ed economiche, oltre che una
parte dei vecchi operatori, anche una base consistente di cittadini
(comitati di lotta contro il manicomio, contro la scuola di classe, per
la nascita degli Asili Nido comunali, etc.) .
43.Il movimento, che presto, proprio per l'adesione ad esso da parte
delle amministrazioni locali in Emilia e Romagna, tendera' ad
istituzionalizzarsi, si caratterizza per un abbandono dei vecchi luoghi
e dei vecchi modi e per un andare appassionatamente e pericolosamente
verso la frontiera, verso un incontro con le alterita' che non pretende
piu' di inscriverle in una trama interpretrativa gia' tutta predefinita,
ma che osa vivere l'incontro come una scommessa in cui l'altro, il
forestiero, colui che sta al di la' della porta (foris) che definisce il
nostro essere piu' domestico, abbia la possibilita' di profferire delle
parole autonome con qualcuno che stia in ascolto cercando di
con-prendere (inteso proprio in senso letterale).
Le modalita' che assume questo viaggio, innescato da questa forza
centrifuga, sono spesso quelle di un fulcro che si forma in una
qualsiasi parte del vecchio reticolo istituzionale, o in un qualche
ganglio del nuovo reticolo che le nuove leggi nel frattempo nate sotto
la spinta dei movimenti di base hanno permesso di formarsi. Un fulcro
che sconvolge e poi riaggrega altri operatori fino ad allora operanti
secondo i principi del vecchio discorso riciclandoli secondo un processo
che oggi potremmo definire di "formazione in situazione". Si formano
cosi' le équipes territoriali, i collettivi di lavoro, etc. che potremmo
rivedere ora come delle comitive che con mappe molto approssimative si
allontanano dai propri territori di appartenenza per intraprendere un
viaggio rischioso al di la' delle colonne d'Ercole del gia' definito,
del gia' interpretato, verso quelli che nel nostro caso erano i gironi
dell'esclusione.
44. Durante questo viaggio nascono due anime: 1.da una parte lo
sperimentalismo di coloro che agivano in base a quella che allora si
definiva "logica induttiva", cioe' confidando di trovare ex-post,cioe'
alla fine del viaggio, contenuti , metodi di lavoro e linguaggi.
2.Dall'altra l'ideologismo che si basava su una visione semplificata e
banalizzante delle vecchie strutture e delle vecchie identita'
professionali e che, di fronte alle difficolta' a con-prendere,
pretendeva di condurre tutto a "cio' che il movimento dei lavoratori ha
detto in proposito", o a simili visioni semplificate e dogmatiche, che
non permettevano di fatto quella visione ingenua, direi "naif" dei
problemi, che era il vero punto di forza degli sperimentalisti.
45.Tali logiche, pur criticabili, soprattutto nella versione
ideologista, nei luoghi in cui fu possibile la loro applicazione e la
loro istituzionalizzazione ad opera di amministratori locali accorti,
innescarono un processo di critica pratica all'esistente che porto'
prima o poi all'abbattimento dei gironi dell'esclusione, ed alla
definizione dei primi nodi di quella complessa rete di servizi
territoriali e non, che e' quella in cui attualmente operiamo.
46.Questo procedere poi, come dicevamo prima, e' un procedere
appassionato che ha come caratteristica quella di produrre nei
"viandanti" un certo accecamento. Accecamento nei confronti delle
alterita' che sulla frontiera si ha la ventura di incontrare:
nell'incontro cioe' l'altro non ha bisogno di avere un nome, una certa
patologia, una tale diagnosi. E' la crisi della diagnostica che viene
apparentata "ipso facto" alla catalogazione ghettizzante in cui la
confinava il vecchio discorso delle discipline. Cio' ,a mio avviso,
contribuiva spesso in maniera preponderante a determinare la
pericolosita' di tali incontri, che finivano spesso con l'avere ben poco
di professionale.
47.Ma accecamento anche nei confronti dei propri confini professionali
per cui, proprio nel mentre nascevano i nuovi mestieri, proprio mentre
venivano messe in crisi le vecchie identita' professionali , quelle
nuove si confondevano in una specie di identita' gruppale che era
l'equipe, il collettivo, il gruppo di lavoro, che basavano il proprio
operare sul principio dell' interscambio dei ruoli. Questo doppio ed
elettivo accecamento era funzionale a dar forza al gruppo che si sentiva
come investito di un compito che spesso era vissuto come una vera e
propria missione.
48.La figura dello psicologo in questo momento si ridefinisce con tutte
le caratteristiche che abbiamo appena detto e con tutti i vantaggi, ma
anche gli svantaggi , rispetto ad altre figure professionali, derivanti
dal non avere accumulato in precedenza, almeno in Italia, un sufficiente
bagaglio di esperienza autonoma che gli permettesse di fare delle
separazioni, sia pur dolorose (come per esempio avvenne per la figura
dello psichiatra). Vantaggi consistenti in un piu' coraggioso e deciso
impulso verso la sperimentazione, in una piu' convinta disposizione
interdisciplinare, in un fare piu' "politico", piu' consapevole della
complessita' dei compiti che il territorio imponeva alle nuove équipes
(molte sono le cose costruite in quegli anni che hanno avuto, colleghi,
la nostra impronta e, se poi andiamo a vedere chi le ha stravolte o
cancellate vedrete con sorpresa che non sempre cio' e' dovuto ad un
nostro pentitismo). Gli svantaggi furono quelli di rischiare come uno
smembramento, uno sfarinamento del nostro essere nascente in assenza di
un contenitore precedente "forte": cio' soprattutto in quei servizi,
come ad es. i consultori, che non vedevano a fianco allo psicologo altre
figure territoriali in grado di codeterminare le scelte e le priorita'
nuove e che quindi imponevano una responsabilita' meno condivisibile con
altre professionalita'.
49.Da quanto fin qui detto appare chiaro che la modalita' difensiva
gruppale prevalente in questo periodo e' quella che Lai avrebbe chiamato
identificazione totale con il paziente, con il lavoro,con l'istituzione
in cui si opera.
Identificazione totale che comporta sempre il rischio di essere
risucchiati nel gorgo di problemi che il paziente ha, nel gruppo di
lavoro che spesso viene vissuto come luogo totalizzante di vita,
nell'istituzione che non puo' essere vissuta come tale poiche' troppo
vicina allora apparirebbe alle odiate istituzioni totali.
Identificazione totale che, nel caso dello psicologo, lo spinge a
sottovalutare i limiti del proprio mandato professionale e i vincoli di
natura istituzionale e contrattuale, come avviene per tutte le altre
nuove professioni, con la complicazione pero' derivante dall'assenza di
una precedente "te'chne", cioe' di una precedente "arte", di una
precedente tradizione forte cui rifarsi, se non altro per sbaraccarla.
50.Anche l'atteggiamento degli amministratori in questo periodo risente
di questo clima di interscambio dei ruoli.Il mandato che essi
ambiguamente conferiscono ai nuovi tecnici e' spesso di natura piu'
politica che tecnica.
Cosicche' sia la prevenzione che la cura si riempiono di contenuti piu'
immediatamente politici. Si lavora "in rete" con il sindacato sulla
prevenzione, con i comitati autogestiti sulla cura.
Certo e' che fu proprio dal felice connubio fra tecnici che si ponevano
come esperti, cioe' disposti criticamente e creativamente nei confronti
del lavoro e dei problemi, ed amministratori desiderosi di sperimentare
nuove vie (quelle fortemente volute nelle lotte degli anni precedenti)
che nasce l'officina emiliano-romagnola di quegli anni, che nasce il
welfare nella nostra regione.
Centri di liberta' e di sperimentazione nascono in questo periodo un po'
dovunque nella nostra regione ed e' allora che, nel bene e nel male,
nasce quell'orgoglio territoriale che ancora ci avvolge e ci condiziona.
Nel bene in quanto lievito dell'agone costruttivo ed inventivo, nel male
in quanto all'origine di quella visione ombelicale di se' che ancora un
po' ci contraddistingue e che spesso non ci fa vedere che nel frattempo
gli altri sono andati avanti, che le cose da noi nel frattempo sono
cambiate, etc.
51.IL TECNICISMO. A un certo punto pero' emerge una doppia crisi.
Crisi dello sperimentalismo che nasce dalla necessita' di
istituzionalizzare i servizi, di definirne meglio i confini, i ruoli,
gli scopi, le priorita', i programmi. Crisi di crescita quindi che
comporta come ogni momento di passaggio un lutto per l'abbandono di
alcuni aspetti delle pratiche precedenti che da alcuni viene vissuto
come tradimento, da altri -in maniera speculare- come un invito alla
distruzione di tutto quel che fino ad allora si era costruito.
Ma crisi anche, e ancor piu' grave (e salutare, in questo caso),
dell'ideologismo: infatti ad un certo punto non basta piu' una critica "destruens"
che definisca l'insieme delle cose da non fare, ma il reinserimento
nella comunita' del malato di mente, dell'handicappato,etc. implica
l'acquisizione di nuove competenze,che vengono dall'esperienza indiretta
(fatta in luoghi in cui il welfare era partito prima) oppure che
richiedono un ulteriore sforzo immaginativo.
Penso che il passaggio dalla "socializzazione" alla "integrazione" del
bambino in difficolta' a scuola possa esser preso come emblema del
cambiamento culturale che la nuova epoca impone.
52.A partire da questa doppia crisi nasce una reazione. E se una parte,
minoritaria, degli operatori rimane nostalgicamente legata alle vecchie
lealta' considerando con sospetto ogni cambiamento, la parte piu'
consistente di essi prende atto realisticamente delle nuove e piu'
articolate esigenze e cerca di rispondervi per tutto un periodo
attraverso uno stile di lavoro che possiamo definire, appunto, di tipo
tecnicista.
Con il termine "tecnicismo" si intende qui denotare uno stile di lavoro
inteso come una spinta alla accumulazione di tecniche di intervento sul
paziente. Spinta che ben presto si connota come spinta ansiosa, di tipo
bulimico, che abbisogna di un "frigo" sempre pieno di tecniche a
disposizione, che pero' nella misura in cui sono ingurgitate non sono
assimilate, ma spesso rigurgitate,per esser sostituite da nuove
tecniche, che altrettanto compulsivamente sono divorate, in un
susseguirsi di agiti sempre piu' ansiosi.
53.La base materiale da cui trae origine questa doppia crisi per un
verso, come abbiamo visto, e' legata alle esigenze stesse della crescita
dei servizi pubblici.
Per un altro verso pero' vi e' una ragione altrettanto materiale che
aiuta a comprendere quel che accade. Una ragione che e' nelle
trasformazioni stesse che avvengono nel frattempo a livello economico e
sociale.
Infatti quella controsocieta' che negli anni dell'immediato dopoguerra
aveva immaginato e fortemente voluto i servizi decentrati e che poi era
confluita nei comitati di quartiere, negli organi gestionali che avevano
sorvegliato sulla natura e sui fini dei servizi nel periodo della
sperimentazione, ora non esiste piu'.
Nel frattempo la struttura produttiva emiliana diventa sempre piu'
industrializzata, la cooperazione si sviluppa fino ad assumere
caratteristiche industriali e finanziarie di tutto riguardo, e la
societa' tutta tende sempre piu' a diventare una societa' opulenta.
Le basi del consenso sociale cosi' si trasformano e la partecipazione
diventa un'altra cosa anche rispetto al momento della sperimentazione.
Diventa cioe' una potente e ramificata struttura di organizzazione del
consenso su basi eteronome.
54.Cio' che si imponeva quindi era un'opera di bonifica che permettesse
ai servizi di istituzionalizzarsi nel senso piu' burocratico chiudendo
con lo sperimentalismo e puntando sulla estensione dei servizi, sulla
loro efficenza, sulla loro funzione di impliciti erogatori di un salario
indiretto che andava diventando ormai un elemento importantissimo del
nuovo modello emiliano, visto anche il passaggio sempre piu' marcato in
tutte le classi sociali dalla famiglia unita alla famiglia nucleare,
dove ad esempio il tempo di cura o era predisposto dall'ente locale o
ricadeva pesantemente su uno dei coniugi, e segnatamente sulla donna.
Era chiaro che in una situazione simile i vecchi amministratori,con il
loro fervore sperimentalista, diventavano un ostacolo alla
trasformazione dei servizi in luoghi efficenti, in servizi bonificati in
cui la "cultura amministrata" tendeva sempre piu' a soppiantare la
cultura vista come esercizio critico. Per cui furono piu' o meno
lentamente sostituiti da una nuova generazione di amministratori.
55.La dialettica fra esperti ed amministratori accorti cosi', per
ragioni che sono e nella storia degli uni, e in quella degli altri,
cessa di esistere. Ad essa si sostituisce una nuova dialettica fra
tecnici che hanno rinunciato al loro essere piu' globale, oppure fra
nuovi tecnici che sono gia' selezionati in base a questa loro
caratteristica, ed amministratori con vocazioni normalizzatrici. Una
nuova dialettica che ,come abbiamo visto non e' quindi legata a
tradimenti di sorta, ma che e' strettamente intrecciata da una parte
alla storia interna delle singole professioni e soprattutto ,come
vedremo fra un poco, delle nuove professioni, dall'altra alle esigenze
produttive e sociali della regione. Queste quindi sono le basi materiali
sulle quali nasce fra gli operatori la spinta tecnicista e fra gli
amministratori la svolta normalizzatrice.
56.La figura dello psicologo in questo periodo, proprio per la
fragilita' dovuta all'assenza di una tradizione cui parametrarsi, di
un'"arte" cui rifarsi, e' fra i piu' esposti al rischio di un
cambiamento adialettico rispetto al passato. E' questo il periodo in cui
un po' tutti, buttata alla ortiche la prevenzione, ci siamo messi e
cercare scuole cui iscriverci, punti di riferimento cui far capo , nella
illusione che un pieno di tecniche potesse essere la soluzione dei
nostri problemi di identita'. Tutto questo apparato "tecnologico" poi,
nonostante la estrema diversita' ed, a volte, esotericita' di luoghi
formativi, si puo' riassumere in un solo verbo: "intervenire sul", dove
il termine "intervento sul" sta a significare molte cose. "Intervento
sul" come nuova esigenza di allontanamento dalla frontiera,
allontanamento dal paziente, non piu' relegato nei gironi
dell'esclusione, ma piu' semplicemente allontanato da se'. "Intervento
sul" come riduzione del diverso alle proprie tecniche, come riconduzione
dell'altro a se'. Cio' fa emergere un narcisismo dello psicologo:
l'altro esiste solo se mi conferma nella mia presunzione narcisistica.
57.La tecnica cosi' diventa lo specchio delle brame del tecnico,
psicologo o altro che sia. C'e' sempre una tecnica piu' bella e piu'
nuova infatti nel reame del tecnicista e le identita' professionali
corrispettive a questo periodo crescono in una atmosfera di falsa
sicurezza data dall'accumulo di tecniche. Falsa sicurezza che va in
frantumi non appena emerge una tecnica che io non ho. E' questo
l'atteggiamento che prima ho definito come bulimico e che forse, un po'
come la bulimia, puo' esser visto come un tentativo, soprattutto nel
caso dello psicologo, di aderire in maniera ansiosa a profili adulti,
mentre si e' nell'adolescenza della propria professione.
58.La diagnosi in questo periodo ritorna in auge a fini non piu' di
esclusione, cioe' di invio nei gironi dell'esclusione, ma di
misurazione, di incasellamento, sia in termini numerici, ma anche per
"mettere a posto" l'altro rispetto a se stessi. Standardizzazioni quali
quelle che sono permesse dal DSM e dalla testistica sono rassicuranti
perche' definiscono una specie di "esperanto" che da' oltretutto la
sensazione di appartenenza ad una amplissima comunita' interpretante, ad
una "smorfia" internazionale dei segni.
59.L'atmosfera prevalente e' quella della manipolazione , che non e'
piu' la pesante manipolazione che decideva dei destini del soggetto,
ridotto a caso, da inserire nei vari gironi dell'esclusione, ma quella
che puo' provenire da un singolo e marginale elemento di una fittissima
rete che pero' e' essa stessa un elemento di sub-sistema di un complesso
ben piu' vasto. La manipolazione cioe' diviene una delle tante
microazioni quotidiane che danno un senso ,una consistenza alienata,
poiche' eteronoma al vivere quotidiano del paziente.
60."L'ALLEANZA PER...". Ben presto , pero', l'accumulazione acritica di
tecniche mostra la corda. Ci si accorge che la rincorsa ansiosa e la
tesaurizzazione di ogni tecnica che ci capiti a tiro, lungi dal farci
sentire piu' sereni e piu' "vigorosi", ci lasciano insoddisfatti e
vuoti. Alla domanda, poi, rivolta allo specchio tecnicista: "Specchio,
specchio delle mie brame, qual'e' la tecnica piu' bella del reame?" lo
specchio inevitabilmente risponde facendoci notare che c'e' un'altra
tecnica, che noi non abbiamo, piu' bella di quelle che noi gia'
possediamo. La maggior parte di noi allora si rassegna a ridimensionarsi
ed a coltivare con maggiore cura quella che sembra essere la tecnica che
piu' si avvicina al proprio modo di essere e di sentire.
61.Inizia cosi' un penoso processo di riavvicinamento alla frontiera
basato pero' non piu' sulla identificazione totale, sull'interscambio
dei ruoli in base al quale tutti incontrano tutti, ma sulla
identificazione operativa: e' questa "l'alleanza per..", "l'incontro
per..", e cioe' quel tipo di incontro che si definisce fra due soggetti,
non ridotti l'uno ad "attore secondo copione" e l'altro a "critico
secondo tradizione" -direbbe Napolitani-, ma ricchi entrambi della loro
specifica umanita' che si incontrano per definire insieme un percorso
che ha come unici limiti quelli professionali ed umani di entrambi i
soggetti sulla scena.
62.In base alla identificazione operativa occorre definire fuori di se'
dei luoghi fisici e dentro di se' dei luoghi psicologici di "incontro
per". Cosi' da una parte l'ambulatorio si pone come luogo fisico
delimitato, che va preservato il piu' possibile dalle ingerenze
istituzionali e che va personalizzato in quanto strumento individuale a
bassa tecnologia certo, come dicono i bocconiani, ma non per questo meno
prezioso (si vedano in proposito le bellissime pagine di Lucio Sarno
sulla definizione non ostensiva di questo luogo interno ed esterno).
Dall'altra la supervisione diventa il luogo, altrettanto disadorno, in
cui si impara a stare ed a rimanere sulla frontiera, ad essere dei veri
e propri uomini di frontiera, degli uomini borderline. Senza rimanere
schiacciati dall'altro, ma ponendo fra noi e lui il minimo di
condizionamenti istituzionali, il minimo di manovre tecniche.
63.P.F.Galli ha paragonato il lavoro di questo tipo e l'uso delle
tecniche che e' in esso implicito ad una sorta di analfabetismo di
ritorno, nel senso che l'operatore deve aver cosi' ben introiettato le
tecniche da non accorgersi di usarle. Deve averle cioe' digerite,
assimilate, fatte proprie. Come e' possibile vedere vi e' in questa
maniera di crescere un salto di qualita' enorme rispetto al modello
precedente e soprattutto un modo di affrontare il tempo della crescita
che dovrebbe impedire le abbuffate e le crisi di rigetto del periodo
precedente. E cosi' mi pare che le cose siano generalmente andate,
almeno qui da noi, in Emilia e Romagna.
64.Ed anche in questo periodo la posizione dello psicologo dei servizi
pubblici si caratterizza per le sue caratteristiche di tipicita', si
definisce cioe' in maniera piu' netta e conseguente, rispetto alle altre
professioni del welfare. Ancora una volta sono i nostri specifici punti
di partenza che giocano un ruolo decisivo: infatti se noi prendiamo il
nostro iter formativo, cosi' come esso e' definito nelle sedi
universitarie e lo paragoniamo, ad es., a quello dello psichiatra o, in
maniera ancora piu' evidente, a quello del neuropsichiatra infantile,
vediamo come vi sia nel loro caso una pretesa di onniscienza (rispetto
anche alla psicoterapia), che nel nostro caso non vi e'. Cio' una volta
tanto rende molto meno penoso il nostro processo di ridimensionamento,
mentre appesantisce ed a volte impedisce l'autocritica (che, come
abbiamo visto, la stessa prassi impone) a psichiatri e NPI. L'inchiesta
fatta in sede regionale ha evidenziato quant'e' grande la domanda di
supervisione fra gli psicologi. Penso che la stessa cosa andrebbe fatta
per gli psichiatri e i NPI, e son sicuro che soprattutto in certe zone
ed a certi livelli di eta' i risultati potrebbero dar adito a molte
considerazioni critiche.
65.Ma se confortati da questa profonda ondata autocritica, che ha
inciso nella prassi di noi tutti, fossimo portati a pensare che cio' sia
sufficiente, una volta per tutte a delimitare i confini della nostra
professione, ci sbaglieremmo. Nel frattempo infatti quegli elementi di
trasformazione materiale della societa' che erano stati all'origine dei
vari cambiamenti avvenuti nella societa' emiliano-romagnola si sono
ulteriormente modificati. La terziarizzazione,che si affianca alla
industrializzazione, e tutti i fenomeni di modernizzazione sempre piu'
presenti nella nostra regione contribuiscono nel definire la nostra
societa' come societa' opulenta che attrae manodopera dalle zone di
sottosviluppo (dapprima la montagna, poi il meridione, infine il terzo
mondo).
66.Nella societa' multietnica pero' le istanze del potere locale e,
prima di loro le istanze politiche, stentano a darsi una cultura che sia
capace di rapportarsi con i nuovi arrivati considerando questi ultimi
come portatori di culture altre con le quali occorre fare i conti. Si
definiscono cosi' due culture. La prima che e' quella che ci e' piu'
domestica ci pone i problemi che siamo ormai attrezzati ad affrontare
senza iattanza e con spirito critico. La seconda che non partecipa al
banchetto che sulla ricca tavola imbandita si consuma, ma che,
diversamente da quanto facevano gli operai e i contadini emiliani degli
anni 50 non e' in grado di imbandirne una propria, ma anzi e' qui
perche' attratta dai bagliori e dagli odori che vengono dalla prima.
67.Ebbene a mio avviso cio' che sta avvenendo e' un processo di
definizione dei servizi che non tien conto di questa novita' e che di
fatto continua a funzionare per la prima societa' e delega
all'assistenzialismo privato la cura della seconda. Faccio un esempio
per farmi comprendere: come psicologo che si interessa dei problemi
degli apprendimenti io sono preparato ad affrontare i problemi dei
bambini che non vanno bene a scuola, sia dal punto di vista cognitivo
che affettivo. Ho definito, in maniera personale (e non piu' in termini
di fotocopia dall'ultimo corso di aggiornamento che ho fatto) dei
setting ramificati che mi permettono di affrontare in maniera adeguata
(si spera) questi problemi.
Ma poi, se sono onesto con me stesso, devo riconoscere che ormai i casi
che mi sono segnalati sono in buona percentuale casi di bambini
immigrati che, dopo un altro attimo di ripensamento critico, mi accorgo
che rappresentano un problema, a causa della loro alterita', non solo
per me, ma prima di tutto per gli insegnanti che me li hanno segnalati,
per i vicini, per il sindaco che non sa dove metterli, per l'assistente
sociale del quartiere, etc., etc.
68.Allora il mio essere esperto, che vuole avere cognizione della cosa,
e non tecnico esecutore, mi spinge ad agire di conseguenza. Ma, mi
chiedo, dove trovo gli interlocutori che mi permettano di innestare un
altro processo di sperimentazione rivolto a queste nuove entita', a
queste nuove ed inquietanti alterita'? La tentazione di dare una
risposta scissionale, del tipo:sono gli amministratori che sono
insensibili, incapaci, c'è ed e' fondata sul processo di selezione e di
trasformazione di questa figura nell'ultimo decennio. Ma l'invito di
Adorno era anche quello di considerarsi sempre come parte importante in
causa. Ed allora la domanda da farsi dovrebbe diventare: cosa posso fare
io qui, ora, con questi amministratori, in questa societa' cosi'
dilacerata?
69.La risposta e' per esempio in certi nodi che si vanno sciogliendo
per essere riannodati in maniera diversa senza che noi diciamo "bau". Il
decentramento, ad esempio, in certi ambiti di lavoro, e' fondamentale
per impostare il lavoro in rete, e per imbastire una rete di reti che
metta in connessione vari servizi e vari enti. Come mai nessuno va
dicendo niente su quel vero e proprio delitto alle citta' che e' la
chiusura dei distretti assistenziali? Come mai non vi e' un ragionamento
serio sul modo di rapportarsi delle nostre istanze sanitarie con tali
distretti, la scuola, il comune, il volontariato, etc? Come mai ,in
generale, la disposizione alla poliprofessionalita' -che pure e' uno dei
frutti piu' interessanti della nostra storia piu' recente- cessa di
esistere quando si tratta di mettere intorno ad un tavolo piu'
professioninsti per inventare, progettare, etc. rispetto a questi
problemi?
70.Se non affrontiamo in termini complessivi, con il nostro essere piu'
complessivo, problemi come questi il rischio e' quello di definirsi come
tecnici competenti e critici, ma della prima societa', della prima
cultura, finendo col far parte di un apparato istituzionale che non e'
utilizzabile proprio da coloro per i quali siamo nati. Cosicche',
ritornando all'esempio della scuola, di fatto ,se rinuncio a pormi in
termini critici e creativi nei confronti del meridionale e del
terzomondiale per definire nuovi setting adatti a loro, io divento solo
quello che e' attento a che la riproduzione di una parte della
forza-lavoro, quella piu' qualificata, avvenga senza eccessivi traumi. E
l'altra parte che fine fa? E non e' vero che gli amministratori sono
sordi a questi problemi poiche' e' l' urgenza stessa con cui si
presentano che li impone all'attenzione di tutti.
71.Mi diceva una collega pedagogista che gira il mondo che in Svezia le
educatrici di scuola materna sono le figlie degli immigrati di vent'anni
fa. Se non altro una considerazione di questo genere dovrebbe servirci
per tentare di programmare in termini piu' attenti il destino dei futuri
educatori, infermieri, operai, etc.
72.Infine le piu' recenti posizioni che si intravedono nel campo della
"politica" (attacco alla 180, riduzione dell'impegno dello Stato sugli
handicappati e sugli svantaggiati, attacco alle condizioni materiali di
vita degli anziani, dei lavoratori, con la creazione di fasce di nuova
poverta', la vera e propria controriforma sanitaria e tutti gli altri
"regali" che il governo va facendo ai lavoratori in questi mesi) non
possono lasciarci insensibili, ma devono ancor di piu' spingerci a
chiederci cosa stiamo facendo ed che senso ha il nostro fare.
73.I RISCHI DI UNA INVOLUZIONE. I rischi di una involuzione quindi sono
gia' qui e non tanto nella accentuazione di taluni tratti corporativi
che invece puo' essere salutare in una fase in cui la controparte
sindacale (sempre gli amministratori) e' sensibile solo ai singoli che
parlano un discorso chiaro e forte. Semmai sul piano sindacale sarebbe
un bene se finalmente si imponesse un obiettivo formativo autonomo
(senza pietire denaro a nessuno, ma finanziando le esperienze con denaro
liberamente fornito dai discenti) con la definizione di sedi formative
decentrate -per esempio a livello regionale- che si interessassero ad
una formazione degli psicologi fatta non sul modello privato, ma su un
modello pubblico, con esperti -psicologi e non- qualificati per i
colleghi delle nuove generazioni. Sarebbe un bene se in sede provinciale
diventasse usanza delle nostre associazioni affrontare i problemi
culturali e scientifici in maniera sistematica.
74.Un ultimo punto sulla diagnosi e sulla prevenzione. La diagnosi in
quest'ultimo periodo e' piu' diffusa fra i vari operatori e soprattutto
funzionale all'incontro per", cioe' dinamica, non statica; prevale la
longitudinalita'. Cio' sta provocando una crisi del ruolo medico che
ormai apertamente attacca la diffusione della diagnosi e soprattutto
tenta di ricondurre la diagnosi all'interno di una logica statica,
orizzontale, "una tantum", slegata cioe' dalla terapia, tentando una
ridefinizione incasellante del paziente, che poi e' funzionale al tipo
di formazione che il medico ha ricevuto. Il medico infatti e' il tecnico
per eccellenza, abituato com'e' dal suo stesso tipo di studi a non
considerare la globalita' dell'individuo che ha di fronte, ma una sua
parte di cui con molta competenza, ma con un fare parcellizzante ed
oggettivante, si prende cura. Il suo e' un sapere essenzialmente
diagnostico, il nostro dialogico.
75.Non basta quindi reclamare la nostra competenza sulla diagnosi, ma
occorre anche ridefinirla secondo dei criteri che sono nostri, tipici
della nostra professione e cioe' legati alla longitudinalita' ed alla
psicoterapia, alla cura, alla prevenzione, poiche' altrimenti anche noi
ci porremmo in una logica medica che ci condurrebbe nel vicolo cieco di
una professione-fotocopia, di una professione ricalcata sul ruolo medico
e percio' destinata a ritornare in una posizione ancillare rispetto ad
esso ed ad abbandonare quanto di piu' peculiare c'e' nella nostra
giovane, ma ormai adulta professione.
BIBLIOGRAFIA
-AA.VV.,1990,"Vincoli e strategie nella vita quotidiana. Una ricerca in
Emilia e Romagna", F.Angeli, Milano.
-Th.W.Adorno,"Cultura e amministrazione", in Th.W.Adorno "Scritti
sociologici", 1976, Einaudi, Torino.
-T.Aymone,"Potere locale e burocrazia nell'esperienza della sinistra",
in "Inchiesta", N.40, Luglio-Agorto 1979.
-L.Angelini e D.Bertani,"L'alleanza terapeutica in un servizio pubblico
per l'infanzia",in "Pollicino.Bambibi e societa' in Emilia e Romagna,
N.2, Primavera-estate 1985.
- L.Angelini, "Tappe di una storia recente",in Riv.Sper.di Freniatria,
Vol. CXI, 1987.
-L.Angelini, "Storia delle istituzioni", in: L.Angelini e D.Bertani,
1992, "Setting riabilitativi con gli adolescenti handicappati", USL N.9
di Reggio E.
-E. De Martino, 1980, "Furore, simbolo, valore", Feltrinelli, Milano,
cfr.specialm. le pagg. 233/242.
-M.Foucault, 1978, "La volonta' di sapere", Feltrinelli, Milano.
-E.Goffman,1968,"Asylums.Le istituzioni totali: i meccanismi della
esclusione e della violenza", Einaudi, Torino.
-A.Heller, 1978, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, Milano.
-G.Jervis,1977,"Il buon rieducatore", Feltrinelli, Milano.
-G.P.Lai, 1974, "Gruppi di apprendimento", Boringhieri, Torino.
-C. Lasch, 1981, "La cultura del narcisismo", Bompiani, Milano.
-D.Napolitani, "La struttura intermedia nel panorama psichiatrico", in
"Psicoterapia e scienze umane", N° 4, 1986, pagg. 74/86.
-D.Napolitani,1986,"Di palo in frasca",Corpo 10,Milano.
-D.Romano,Introduzione a: K.Holzkamp, 1974, "Psicologia critica",
Mazzotta Ed., Milano.
-L.Sarno, "Il setting psicoanalitico tra costruzione interna e
migrazioni istituzionali: sul problema della formazione", in:
"Prospettive psicoanalitiche nel lavoro istituzionale, Vol.1, Numero
2,Luglio -Dic.1983.
-C. Scarpellini, "La psicologia sperimentale e le sue correnti
contemporanee", in :AA.VV., 1962,"Questioni di psicologia", La scuola
Ed. Brescia.
|