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pagine personali - Psicologi al cinema

La rappresentazione sociale della psicoterapia. La lezione del cinema.
di Nicola Artico

 

lA differenza di altre professioni d’aiuto o pratiche professionali in generale, quella di psicoterapeuta[1] ha sempre rivestito un certo mistero per le persone. Anche tra gli studenti dei corsi di laurea in psicologia o di medicina l’argomento appare avvolto per molto tempo in una coltre, più o meno densa, di nebbia. Non è dunque infrequente, proprio tra gli studenti, che si sviluppi sul tema un pensiero che può oscillare tra il magico e l’onnipotente. Avvolti un po’ nel mistero il sapere e il fare psicoterapeutico vengono percepiti, probabilmente più di altre pratiche psicologiche[2], come una sorta di strumento, di tecnica, forse anche di potere, che permette ad una persona di intervenire su un elemento molto prezioso ed affascinante. Il comportamento umano, con i suoi aspetti emozionali e cognitivi.

Simile atteggiamento, anche se forse scevro da quel “di più” che la passione di un giovane studente può offrire, si può riscontrare conversando nei contesti sociali più vari, ambienti socio-sanitari compresi.

Del resto, come è noto ai colleghi, non è mai semplice spiegare il nostro mestiere se interpellati da qualcuno nelle situazioni sociali.  Il rischio più comune si colloca  tra i due estremi di banalizzare troppo o di complicare troppo la risposta.

Inoltre, a confondere un pò le cose, ha avuto ruolo molta letteratura. Soprattutto quella in pellicola, il cinema, in questo senso anche la più popolare.

In effetti gli “psicoprofessionisti[3]” sui grandi schermi sono stati spesso rappresentati in modo vario e frequentemente irrealistico. Si va dalla vulgata della psicoanalisi in grandi classici come “Marnie[4]” dove un giovane e brillante Sean Connery si improvvisa (è proprio il caso di dirlo) psicoanalista di una, altrettanto giovane ed intrigante Tippi Hedren, cleptomane.

In questo caso il messaggio sulla psicoterapia risulta essere che, una volta trovate le cause remote di un trauma, come per incanto, la nevrosi si risolve.

Oppure verso un approccio molto pedagogico, si veda il più recente Robin Williams, democratico e generoso psicoterapeuta di un ragazzo difficile, il “Genio ribelle[5]” Matt Damon. In questo caso invece la psicoterapia viene rappresentata come un atteggiamento molto genitoriale, ricco di consigli ed anche di sconfinamenti nella vita reale del paziente.

Non ho citato a caso questi lungometraggi li ritengo infatti paradigmatici, pur con le varie sfumature intermedie, delle due rappresentazioni sociali più diffuse di cosa comunemente si pensa debba succedere – dunque - nella stanza dello psicoterapeuta.

 

Recentemente invece il cinema italiano è riuscito a proporre un abbozzo meno macchiettistico e più credibile delle possibilità, ma anche difficoltà e finanche delle nevrosi, nelle funzioni dello psicoterapeuta. Con l’ultimo lavoro del regista Nanni Moretti, La stanza del figlio[6], in modo piuttosto inusuale si rappresenta una situazione credibile. Uno psicoterapeuta né troppo bravo, né troppo buono anche se intellettualmente onesto e abbastanza in contatto con le proprie difficoltà. A questo proposito, dal mio punto di vista, una delle maggiori originalità di questo lavoro è osservabile in un dettaglio della sceneggiatura. Dopo aver perso drammaticamente il giovane figlio ma, anche, dopo aver agito un evidente comportamento controtransferale[7] aggressivo verso un ignaro paziente (Silvio Orlando) ritenuto – irrazionalmente – collegato alla morte del ragazzo,  lo psicoterapeuta si rivolge ad un suo collega e amico in una sorta di super–visione e gli comunica che vuole smettere di fare quella professione.

In questa piccola vignetta cinematografica si riassume un concetto molto importante. La psicoterapia è una pratica molto laica, non è una vocazione e tantomeno una missione. La formazione psicologica e psicoterapeutica non rende affatto onnipotenti ed è molto legata alla consapevolezza di sé e dei propri limiti. Niente di più lontano da atteggiamenti oracolari  per un verso o puramente prescrittivo-pedagogici dall’altro. Atteggiamenti, come ho già richiamato, oggi del resto molto attribuiti agli psicoterapeuti anche grazie al piccolo schermo televisivo.

 

Presa dunque distanza da alcuni stereotipi mediatici va tuttavia riconosciuto che quella dello psicoterapeuta non è una professione qualsiasi[8]. Chi dopo vari ed in genere articolati percorsi decide di confrontarsi con questa pratica è abitualmente intriso di particolarità, spesso di passioni emozioni e ragioni che impongono dei confronti. Prima di tutto con sé stessi. Anche questo - il cinema – non sempre è riuscito a rendere con le giuste sfumature, per questo mi piace segnalare il garbo e l’ironia con cui solletica proprio questo tema l’ultimo lavoro di Patrice Leconte[9].