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pagine personali - Psicologi al cinema

The Village

 

di Luigi D'Elia

 
 

La trama:
Una comunità semplice e "felice" di poche decine di persone vive isolata ai margini di un bosco in un apparente periodo storico fine '800. La comunità è nottetempo minacciata da strane creature mostruose che vivono nel bosco che gli abitanti chiamano "coloro che non possiamo nominare" e che terrorizzano tutti.
Nel villaggio però l'amore tra due giovani, lui coraggioso e protettivo, lei non vedente e ancor più coraggiosa, scombina i piani. Entrambi sfidano i confini proibiti. Alla vigilia della loro unione però lo "scemo del villaggio", un ragazzo visibilmente ritardato, ferisce gravemente per gelosia "lui".
Il padre di lei, capo del villaggio, decide allora, vincendo le resistenze degli altri anziani, per poter salvare la vita del futuro genero, di mandare sua figlia, seppure cieca, alla ricerca di medicine in città, al di là del bosco, dove nessuno s'era mai potuto avventurare, e nel far ciò è costretto a svelarle il segreto che fonda la stessa comunità. In realtà non siamo alla fine dell'800, ma ai giorni nostri, e questa comunità nasce molti anni prima su idea di un professore di storia, lo stesso padre della protagonista, durante un gruppo di auto-aiuto di vittime di atti di criminalità. Ciascuno dei fondatori aveva infatti subito gravi lutti familiari dovuti alla criminalità dilagante. Cosicché da questo gruppo nasce l'idea di fondare questa comunità, stile Amish, totalmente isolata dal mondo, e tenuta in tale condizione dalla paura indotta di questi mostri del bosco e da un apparato scenografico dedicato a tale scopo volto a coprire ogni rapporto con la modernità.
A rompere dunque questo circuito di isolamento e paura, un altro delitto, e l'amore "cieco" (non solo metaforicamente) di questa ragazza che si avventura da sola nel bosco per raggiungere di nuovo la civilità moderna ed ottenere, dopo alcune peripezie, le medicine che salveranno l'amato.
Qui il film finisce lasciando in parte in sospeso ogni possibile evoluzione: cosa accade dopo la rottura del copione? Non ci è dato di saperlo, lasciando ad ognuno la libertà di completare la trama.

 


A parte il gusto estetico di vedere un film ben girato e ben recitato, con belle musiche e dialoghi eccellenti ed intensi, dove ogni particolare è denso e significativo, questo film è per me spunto di molte considerazioni.

Tante, in realtà le chiavi ed i piani, di lettura, come accade ai grandi film, da quella più semplice dell'Amore che vince tutto; a quella più sociologica dell'elaborazione della tragedia dell'11 settembre e della società fondata sulla paura di bushiana memoria; a quella più psicologica della moderna cassandra innamorata che vede con gli occhi del cuore e può fare ciò che i vedenti non sanno fare, vincendo al contempo la morsa del panico; etc...

Ma la mia visione del film è stata un'altra.
Questo film mi è sembrata una stupenda metafora di cosa vuol dire oggi la conoscenza e di cosa può essere oggi la fondazione della cultura, nella modernità.
In questo film profondamente tragico, pur essendo hollywoodiano, non c'è la solita contrapposizione tra bene e male, nessun protagonista è colpevole, ognuno è innocente: è innocente il gruppo di fondatori vittime della criminalità che cerca la salvezza nell'utopia premoderna costruendo una gigantesca menzogna; è innocente la coppia che s'innamora e cerca la strada per uscire dalla paura; è innocente anche il ragazzo ritardato che accoltella gravemente il giovane rivale. Il male è precedente ed esterno a tutto, è il presupposto che si pone sullo sfondo della trama. Il male poi prende corpo violentemente nell'insensatezza del gesto del ragazzo ritardato, lasciandoci intendere una visione arendtiana dello stesso: il male è banale, il male è "ignoranza", ritardo mentale, e quindi anch'esso, come la stessa menzogna, sono in fondo "innocenti".

Ma nel momento in cui il male viene esiliato e reso osceno, si rende necessario il mantenimento dell'innocenza attraverso la menzogna e la paura. Nessun sistema sociale può reggersi senza menzogna e paura, sembra dirci l'autore.
Il mitologema della cecità interviene qui ad articolare il senso della trama. C'è un passaggio, nei dialoghi, che svela qualcosa: il padre della ragazza le confida il suo stato d'animo, disperato, allorquando scopre della sua incurabile cecità. Disperazione che indica l'infrazione dell'ordine utopico che egli aveva costruito: il male che rientra sulla scena a turbare sottoforma di malattia.
Ma questo handicap diventa la chiave di volta dell'intera vicenda. La ragazza è dotata di capacità di movimento e d'intuito sorprendenti; riesce ad attraversare da sola il bosco: sta per cadere in un fosso; affronta e uccide anche il mostro che lei già sapeva essere irreale, ma che invece le si appara inaspettatamente nel travestimento del ragazzo ritardato, nel frattempo sfuggito alla prigione costruita nel villaggio.
Il mostro viene affrontato nella realtà e ucciso. Ora la comunità può decidere se continuare a sopravvivere senza la paura, se ci riesce.

Una comunità che pretende di rifondarsi e di rifondare la cultura, dopo essere stata colpita al cuore dalla violenza della modernità, sembra destinata a non sopravvivere se si ostina a non contemplare il male come parte di sé.

Un parallelo con un altro film la cui idea di fondo ha delle similitudini, ma di 30 anni prima (ed in tutt'altro clima culturale), Zardoz, scritto in chiave fantascientifica e forse con minore raffinatezza. Anche in quel film c'è un'elite, questa volta di immortali, resi tali da una tecnologia che vuole abolire dolore e sofferenza dal mondo, che ha costruito un villaggio incontaminato, ma questa condizione non produce felicità, ma decandenza e noia.
In Zardoz, analogamente a The Village, l'utopia è la vita senza la morte, o meglio, la vita separata dalla morte, ma diversamente da esso la morte irrompe sulla scena dall'esterno (la guerra fredda non è ancora finita), mentre in The Village il male scaturisce dalla stessa comunità, la quale cerca in se stessa l'antidoto al proprio menzognero incipit. Tale antidoto è una ragazza, una novella Prometeo cieca, che tragredisce i confini dell'universo-villaggio e che rappresenta lo spirito della moderna conoscenza. Conoscere è essere ciechi, ci suggerisce l'autore, e disperatamente innamorati.

S'è detto di The Village come di un film che rifletteva sulla ferita dell'11 settembre. Si, forse, ma questa riflessione a me sembra più matura e che vada oltre la semplice rivisitazione del trauma. E' già una riflessione filosofica.
Il nemico è interno alla cultura occidentale e non è così semplicemente estirpabile costruendo territori (psichici) proibiti e mostri immaginari.
Allo stesso tempo, c'è un altro messaggio tra le righe di questa storia, più difficile da ascoltare: violenza, menzogna e paura non sono realtà denegabili, anzi, sono forse strutture fondative della cultura, alla stessa stregua dell'illusione, della speranza, dell'amore, del desiderio. Chi se se vuole sbarazzare chiamandosi fuori frettolosamente da esse finisce per ritroversele prima o poi in casa.
Difficile da accettare, ma contro la violenza della modernità The Village ci suggerisce che non è possibile opporre la manipolazione, forse altrettanto violenta, di un'utopia tracotante.