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pagine personali - Psiche e società
L’integrazione dei giovani immigrati nella città e nei luoghi dell’incontro
(*)
di Leonardo Angelini
*) intervento all’VIII Convegno Nazionale dei Centri Interculturali d'Italia, Reggio Emilia 20 e 21 ottobre 2005: UNA GENERAZIONE IN MOVIMENTO - Gli adolescenti e i giovani immigrati)
'Tendete la mano ai giovani stranieri che vivono in mezzo a voi.
Sono venuti per ricevere, ma anche per dare''.
Carlo Azelio Ciampi
Nell’accingermi a preparare questa
relazione introduttiva mi sono lasciato suggestionare dalle quattro
parole del titolo e ciò che ne è venuto fuori è una sua scansione in
tre comparti.
Il primo di essi mira a porre in evidenza
non tanto la fisicità dei luoghi, quanto la natura di quel paio
di lenti che ogni individuo e ogni gruppo sociale ha e che potremmo
definire come “rappresentazione mentale” dei luoghi: cercheremo di
vedere come nessun individuo e nessun gruppo sociale può fare a meno di
guardare ai luoghi attraverso questo paio di occhiali, come essi si
trasformano nel tempo e soprattutto di fronte ad eventi nuovi - quali il
fenomeno migratorio - che impongono una nuova visione dei luoghi, una
nuova rappresentazione mentale di essi.
Il secondo comparto è legato al concetto
di cittadinanza : lo sforzo in questo caso è stato quello di
porre in evidenza come tale concetto sia nato e si sia sviluppato qui da
noi in Europa, in Italia, nei territori che ci sono più limitrofi (le
nostre città) e come ogni sua espansione sia stata sempre una conquista,
ma anche un limite, una barriera che tendeva ad escludere e non
comprendere pienamente qualcuno: nella situazione attuale i non ancora
inclusi, o almeno i non pienamente ancora inclusi sono i migranti.
Il terzo comparto infine si riferisce alle
tematiche dell’incontro – scontro fra culture, ai molteplici
problemi che in quest’incontro comporta per tutti gli attori presenti
sulla scena, alla natura dei processi acculturativi che sono impliciti
in qualsiasi scambio culturale.
Ragionando su questi tre concetti:
rappresentazione dei luoghi, cittadinanza, natura dei processi
acculturativi ho cercato in ognuno di essi di porre in evidenza quelli
che mi sono parsi i nuclei centrali delle problematiche legate alla
seconda generazione. Ho dato una scorta al ricco materiale che vi sarà
presentato stamattina e ho ascoltato le relazioni di ieri e, sia
nell’uno che nelle altre ho ritrovato molti echi del discorso che
tenterò ora di sviluppare. Partiamo dai luoghi.
Luoghi
-
Quando pensiamo ad
un luogo da noi direttamente conosciuto di solito non ci limitiamo ad
immaginare le sue coordinate geografiche, ma tendiamo a riempirlo di
una pluralità di significati che sono il precipitato di tutto ciò che
consciamente o inconsciamente ci riconduce ad esso.
-
Chiamiamo
memoria
di quel luogo quel precipitato, frutto dell’esperienza, che rimane
dentro di noi e si modifica (come ci ha insegnato Halbwacks)
più o meno ampiamente a seconda di tutta una serie di coniugazioni fra
passato e presente, mano a mano che la nostra esperienza si estende
col passare del tempo.
-
Lo stesso accade
allorché pensiamo ad un luogo che magari non abbiamo mai visto
direttamente, ma di cui abbiamo sentito parlare: ciò che ci
riconduce ad esso è la memoria, sedimentata in noi in base alla
esperienza indiretta, che è sottoposta agli stessi criteri di
sedimentazione e di modifica che presiedono allorché riandiamo ai
luoghi da noi direttamente conosciuti.
-
Cosicché, allorché
io penserò, ad esempio, al mio paese natale lo farò partire
dalla coniugazione fra l’occasione che ha suscitato il ricordo e tutto
ciò che dentro di me si è andato agglutinando nel tempo intorno al
luogo delle mie origini.
-
E, allo stesso modo,
se io faccio il paragone fra ciò che pensavo delle Torri Gemelle prima
dell’attentato dell’11 Settembre e ciò che associo ad esse dopo
quell’evento luttuoso non potrò non notare che i motivi che sono
evocati in me da quel luogo oggi (che non per nulla ha cambiato nome:
Ground Zero) sono molto diversi da quelli che associavo ad esso
prima dell’11 Settembre.
-
E, a pensar bene,
anche i famosi “non luoghi” (Augé) di cui si vanno riempiendo
le periferie del mondo assumono un significato diverso a seconda che
noi li attraversiamo veloci e distratti nelle nostre auto o che, per
un qualche accidente, vi capitiamo dentro e vi restiamo intrappolati,
in balia dell’aura di anomia e di violenza che da essi promana.
-
Se poi passiamo
dalle associazioni e dalle memorie dei singoli a quelle dei gruppi
sociali ciò che accade (come ci ha insegnato sempre
Halbwacks) è lo stesso: cosa sarebbe per noi italiani il Piave se
l’Italia avesse aderito al patto di Londra, come voleva Giolitti, e
non fosse intervenuta nella I Guerra mondiale? - Un fiume come un
altro. Che cosa sarebbe Auschwitz se non ci fosse stato il nazismo? -
Una anonima cittadina polacca. Cosa Pearl Harbor se il Giappone non
avesse attaccato gli USA in quel fatidico dicembre del ’41? - Al
massimo un luogo di vacanze.
-
Cos’è quindi che fa
si che i luoghi acquisiscano quei significati sia all’interno
della psicologia dei singoli individui, sia per i gruppi sociali?
Molteplici sono gli apparati interpretativi che nell’ambito delle
scienze umane ci aiutano a comprendere: a. ciò che fa si che un mero
spazio geografico diventi per noi un luogo carico di memoria e
pregno di significati simbolici; b. come tali simboli si modificano
nel tempo; c. come sia possibile superare una concezione deificata
delle culture.
-
Io ve ne voglio
proporre tre o quattro che – pur partendo da background teorici
diversi – presentano una serie di analogie e di convergenze sia a
livello statico che dinamico, cioè sia come chiavi interpretative
della sincronicità che della diacronia: 1. il concetto sociologico di
memoria collettiva di Halbwacks; 2. quelli etnoanalitici di
carattere etnico e inconscio etnico di J. Devereux; 3.
quello di rappresentazione sociale di derivazione psicosociale;
4. ed infine quello di rappresentazione culturale di Nathan e
della Moro.
-
Le analogie e le
confluenze presenti in questi quattro approcci sul piano della
interpretazione dei significati che i luoghi assumono sia per i
singoli che per i gruppi sociali sono innanzitutto nell’invito che da
ognuno di essi proviene a non assolutizzare mai ciò che un luogo
(così come del resto ogni altro aspetto della socialità) rappresenti,
a storicizzarlo, a cogliere gli elementi di obsolescenza simbolica che
sono presenti anche nella più granitica rappresentazione, e allo
stesso modo a guardare con attenzione partecipe ad ogni indizio che
possa preludere ad un nuovo modo di concepire un luogo.
-
Ma ciò che almeno a
me pare come l’elemento di maggiore confluenza e sovrapponibilità è
nel fatto che in tutti e quattro gli approcci il processo di
cambiamento dei significati, così come – si badi bene – i processi di
resistenza a tale cambiamento che ogni corpo sociale pone in
atto, anche nelle situazioni in cui il cambiamento è più impellente,
sono interpretati in base a criteri di tipo funzionale e – potremmo
dire – sistemico che permettono di comprendere la fondatezza e
le ragioni sia di chi patrocina il cambiamento, sia di chi vi si
oppone.
-
Cosicché se una
città, un quartiere, una qualsiasi porzione del territorio che fino a
ieri aveva un proprio profilo, una propria identità, e che
oggi, in base al processo migratorio, tende a modificare tale profilo,
attraverso le chiavi interpretative che da questi approcci deriva
sarà possibile non solo comprendere le ragioni che sono alla base
del cambiamento e la sua direzione, ma anche i perché e i percome
una parte dei cittadini si acconcia ad esso o, addirittura, lo
patrocina, mentre un’altra parte vi si oppone e un’altra ancora rimane
disorientata.
-
E nel caso dei
problemi della seconda generazione, quella dei bambini
dei ragazzi e dei giovani figli dei migranti e degli esuli, sarà
possibile comprendere: a. cosa accade dentro di essi allorché
si ritrovano da una parte a frequentare i luoghi metropolitani dello
studio, del lavoro e del loisir, dall’altra a continuare a
sentirsi figli dei loro padri e delle loro madri senza eccessive
confusioni e contraddizioni (le contraddizioni fra filiazione e
affiliazione, di cui parlano Natan e la Moro); b. cosa succede nei
loro pari autoctoni allorché si ritrovano con essi a condividere
quei luoghi e a ridefinirli; c. cosa succede infine sul piano
intergenerazionale sia fra i migranti sia fra gli autoctoni: come
le attese della generazione che declina si sposano – se si sposano –
con quelle della generazione che avanza; quali livelli di tolleranza
c’è nell’una nei confronti delle aspirazioni, dei progetti, degli
stili di vita dell’altra.
-
E’ per questa via -
io penso – che sarà possibile programmare processi di tipo preventivo
e azioni sociali volte a governare il cambiamento indotto dai processi
migratori, renderlo più soft per tutti gli attori sociali,
ridare significato ai luoghi e alle cose in base alle esigenze del
presente, alle immanenze, conscie o inconscie, del passato, ai
progetti futuri.
Cittadinanza
-
Limitandoci alla
storia della borghesia europea il termine cittadino allude
all’inizio – e cioè alla fine del Medioevo - alla condizione di
coloro che, a partire dalla rinascita dei borghi e delle
città, vengono a trovarsi in una condizione nuova e più libera
rispetto agli abitatori della campagna.
-
I cittadini cioè
sono all’inizio coloro che in un luogo specifico - la città - si
vengono a trovare in un condizione di emancipazione dal servaggio e di
inserimento in una rete di scambi materiali e culturali che fa da
substrato alla nascita e allo sviluppo di una nuova classe sociale, la
borghesia, e di nuovi strati, di nuove classi, che intorno ad essa ed
in rapporto ad essa crescono e si trasformano in itinere in
base alle sempre più emergenti esigenze urbane.
-
Queste nuove
comunità che via via si emancipano dai mille vincoli che inibivano, se
non impedivano, la crescita nella vecchia comunità medioevale, pure
hanno bisogno di definire dei confini che le distinguano dal resto.
Confini che delimitano dei nuovi luoghi, le città, ma anche un
universo in fieri fatto di nuovi mestieri, di competenze nuove,
e basato - cosa per noi importantissima – sul restringimento
dell’area di coloro che per legge hanno diritto a frequentare quei
luoghi, ad accedere a quei mestieri, ad assumere quelle
competenze. Per cui si può dire che la città protoborghese non è solo
cinta da mura merlate che veglino sulla nuova ricchezza fra di esse
accumulata, ma anche difesa da ferrei regolamenti corporativi che
delimitino rigorosamente l’ambito della cittadinanza.
-
Con la rivoluzione
francese, che apre la strada alla vittoria della borghesia in Europa,
il concetto di cittadinanza è come sottoposto ad una improvvisa
accelerazione: esso non allude più alla condizione degli abitanti
privilegiati dei borghi, ma a tutta la comunità nazionale.
-
Anzi potremmo dire
che il collegamento fra cittadinanza e nazione racchiude in sé molte
delle ragioni che furono alla base della rivoluzione: - l’esigenza di
definire un’area ampia per il libero scambio, coincidente con i
confini nazionali, appunto; - la conseguente delimitazione di un
universo interno in cui valesse la stessa legge per tutti; - la
determinazione di un insieme di simboli collegati la concetto di
nazione, in cui tutti si riconoscessero e in nome dei quali fossero
disposti anche a morire.
-
Si arriva così all’
“Aux armes citoyenne”, a Valmy, alla coscrizione nazionale (dei
giovani), alla nuova concezione della guerra come salvaguardia degli
interessi nazionali, che ben presto diventano interessi in base ai
quali verranno giustificate la guerra di conquista, l’imperialismo, il
colonialismo.
-
Si arriva così
celerissimamente alle varie forme di democrazia rappresentativa, ma
anche - sulla base della santificazione degli interessi nazionali -
alla nascita delle varie forme del totalitarismo e della prepotenza
delle nazioni ricche nei confronti di tutti gli altri (non dico
delle nazioni povere perché l’estensione del nostro concetto di
nazione agli altri popoli è di per sé già una operazione
acculturante).
-
Si tratta cioè
ancor una volta da una parte di un ampliamento del concetto di
cittadinanza, dall’altra di una sua ulteriore circoscrizione
escludente sia le altre soggettività presenti al di là dei confini
nazionali, sia l’universo di coloro che sul piano interno non emergono
come soggetti forti: i reclusi, i matti, i disabili, le donne, i
bambini. Insomma di tutti coloro che erano lontani dal lavoro -
-
Questo concetto di
cittadinanza va in crisi qui in Europa nel secondo dopoguerra allorché
di fronte al nazifascismo, che aveva fatto strame degli spazi di
cittadinanza e di libertà, si sentì il bisogno di estendere ancora
l’area della cittadinanza a tutti i cittadini europei, o meglio a
coloro che sottoscrissero i patti dell’Europa comunitaria.
-
Tale opzione però
fin dall’inizio fu contraddistinta da una riduzione di tipo
economicistico delle ragioni di questa più vasta appartenenza che si
sommò ben presto ad una più netta riduzione esercitata nei confronti
di chi, dall’esterno dell’Europa comunitaria, premeva per entrarvi e
farvi parte.
-
La cittadinanza
europea in questo modo è diventata contemporaneamente l’ultimo
confine e l’ultima barriera connessa col concetto di cittadinanza
e l’avvento in Europa, da una parte, della società dei consumi,
dall’altra della globalizzazione non possono che acuire l’esigenza di
chi è fuori di quest’area di pervenirvi: da ciò da una parte le
richieste dei governi di estendere l’area dell’Europa
comunitaria, dall’altra quella dei singoli di accedervi
aggirando le regole poste dai governi e facendo esplodere i flussi
migratori.
-
In entrambi i casi
si tratta di una richiesta di estensione dell’area della cittadinanza
europea, di abbattimento delle barriere o di una loro estensione che
vada ben al di là dei fragili confini esistenti ad Est e a Sud. In
entrambi i casi il risultato è l’innesco di poderosi processi
acculturativi e, conseguentemente, la messa in crisi di un sistema, di
una identità collettiva alla quale si può rispondere in vari modi.
-
O arroccandosi sul
piano delle vecchia cittadinanza e perfino sulla linea Maginot delle
piccole patrie e degli obsoleti dialetti locali; oppure aprendosi al
nuovo ed estendendo non solo l’area della cittadinanza, ma – cosa più
importante e prioritaria – andando al di là di ogni barriera e
predisponendosi a diventare cittadini del mondo. \\\ O attraverso
processi acculturativi violenti in cui la cultura egemone tende
a comprimere e a cancellare tutto ciò che viene dalle culture vinte
(come diceva Dupront) oppure attraverso processi
acculturativi soft in cui ciascuno – come dice il nostro Presidente –
dà e riceve; riceve e dà.
-
Nel frattempo, da
una parte lo sviluppo del welfare ha permesso la tutela di quei
cittadini di serie B che fino a qualche decennio fa non godevano
pienamente dei diritti di cittadinanza (anziani, donne, bambini,
etc.), dall’altra le sempre più complesse esigenze produttive hanno
comportato all’estensione del tempo per lo studio e per la formazione,
che a sua volta ha condotto al procrastinamento del passaggio all’età
adulta e all’esplosione dell’adolescenza attuale (come voi saprete
l’ISTAT ormai nel computare il numero degli adolescenti e dei
postadolescenti arriva ai 34 anni).
-
Tutto ciò sul piano
della cittadinanza implica la nascita di un terreno nuovo di diritti e
di attese che viene ulteriormente sconvolto dall’emergere della
seconda generazione e che si complica ulteriormente se prendiamo in
considerazione i problemi e le contraddizioni che, sempre sul piano
dei diritti e delle attese, nascono allorché cominciamo a coniugare
cittadinanza, conflitti intergenerazioniali e genere / cittadinanza,
migranti, conflitti intergenerazioniali e genere (come ci suggerisce
la Spivak, che penso su questo argomento – quello del
genere e delle giovani immigrate - sia la pensatrice più radicale, ma
anche e forse proprio per questo la più profonda e la più vera).
-
Per comprendere la
natura dei problemi presenti sul tappeto basti considerare, da una
parte, a ciò che sta accadendo nella scuola, nel mercato del lavoro
giovanile e nei luoghi del loisir di queste nuove generazioni;
dall’altra al tortuoso cammino che le ragazze e le giovani immigrate
devono fare per emanciparsi sia dai richiami e dai pesanti ricatti del
passato patriarcale senza sentirsi delle traditrici, sia dalle
lusinghe e dalle trappole più sottili della società metropolitana:
insomma per disidentificarsi e re-identificarsi sul piano
dell’autenticità, senza rimanere in una situazione di
disculturazione.
E qui le analisi di Beneduce sui ragazzi immigrati di seconda
generazione rinchiusi nelle carceri minorili italiane pensano possano
essere considerate esemplari.
Possibilità di
scambi e di integrazioni nei luoghi della città, oggi
-
Appurato quindi che
ciò che intendiamo per luogo è in effetti la rappresentazione
sociale e culturale di quel luogo oggi e che l’area della
cittadinanza, nonostante la sua tendenza ad espandersi, non comprende
ancora pienamente i migranti e tanto meno i giovani migranti,
cerchiamo ora di capire come possa essere possibile incidere oggi a
livello delle rappresentazioni sociali della città e della definizione
attuale della cittadinanza in modo che e le une e l’altra rendano
possibile ed incrementino le possibilità di integrazione, di incontri
interculturali e di scambi nelle nostre città.
-
Il punto di
partenza non può che essere la constatazione che si tratta
indubbiamente di una scommessa e che questa scommessa può essere
persa. Qualcuno ha detto che non sempre io e tu e uguale
a noi (B. Brecht). Perché nell’incontro i tanti io
e i tanti tu possano confluire in un noi che non
mortifichi il profilo di alcuna delle soggettività che
convivono oggi nelle nostre città occorre che si inneschi un
processo di rispecchiamento e di contaminazione capace non solo di
rendere obsolete le vecchie rappresentazioni sociali della
cittadinanza e dell’”altro da me”, ma anche di determinare una
direzione di marcia al cambiamento che, come ha detto di recente il
Presidente Ciampi rivolto proprio ai giovani, vada nel senso dello
scambio interculturale.
-
Tale direzione, che
gli etnologi chiamano meticciato sociale, infatti non è
garantita dal mero processo di vicinanza e di mescolanza dei soggetti
coinvolti nel processo migratorio, ma richiede il dispiegarsi di un
insieme di politiche sociali attive da parte di tutti gli attori
presenti sulla scena cittadina, siano essi autoctoni che immigrati,
siano essi sovraccaricati del peso delle responsabilità istituzionali
che gente comune.
-
La posta in gioco,
come ancora ci ricorda Ciampi, non è la definizione di una linea di
frattura con la storia dei singoli e dei gruppi sociali, come vogliono
farci credere i passatisti presenti in tutti i campi, ma la confluenza
di tutte le storie in una nuova storia che sia il frutto di tutti gli
scambi materiali e culturali e di tutte le contaminazioni che lungo
il cammino saremo riusciti a porre in essere.
-
Franz Fanon
criticava il concetto di negritude al fondo del quale egli
intravedeva il mito di un impossibile ritorno alle origini
pre-coloniali da parte dei popoli coinvolti nel processo di
decolonizzazione. Egli intuiva che la nuova cultura di quei popoli
sarebbe stata quella che fosse scaturita dal processo di
trasformazione in atto, dalla stessa lotta di liberazione nazionale,
in una parola dalla commistione fra vecchio e nuovo.
-
Allo stesso modo
oggi per noi europei non è possibile tornare a immaginare la nostra
cultura così com’era prima dell’avvento dei processi migratori
collegati alla globalizzazione. Così come per ognuna delle
soggettività culturali coinvolte nel processo migratorio non è
possibile compiere quest’atto senza esporsi alle influenze sociali e
culturali che l’Europa ed ogni nostra piccola contrada rovescia loro
addosso fin dal momento in cui cominciano a venire fra di noi, fino
dal momento in cui cominciano a pensare di venire fra di noi.
Che cosa potrà accedere quindi sul piano della ridefinizione delle
identità e dei luoghi?
-
Una quindicina di
anni fa mi è capitato di passare da Bamberg, una bellissima città
tedesca famosa per la sua architettura barocca. Mentre camminavo per
le strade di Bamberg a un certo punto – era l’ora di pranzo – notiamo
una rosticceria. Si trattava di una rosticceria turca in cui abbiamo
potuto gustare per la prima volta nella nostra vita – un panino al
kebab.
-
Un venditore turco
di kebab aveva trasferito con sé a Bamberg un’arte antica di cucina
mediterranea. Poniamoci ora alcune domande legate a quindici anni fa e
qualcuna all’oggi: a. Come vedeva allora quel venditore di kebab la
città che lo stava ospitando? b. come i cittadini di Bamberg vedevano
lui e i suoi prodotti? c. come noi – mediterranei, ma ignari
dell’esistenza del kebab, e fino quel momento ignari della bellezza
di questa città tedesca, vedevamo sia Bamberg che il venditore turco
di kebab? d. e, venendo ad oggi, come vivrà il figlio di quel
venditore turco di kebab l’impresa paterna, Bamberg, se stesso e i
suoi biondi coetanei tedeschi? Le sue rappresentazioni sociali della
città – Bamberg in che rapporto saranno con quelle che oggi avranno i
suoi coetanei autoctoni? etc. etc.
-
Dipende da come
quel migrante è stato accolto, da come lui e i suoi si sono disposti
di fronte al processo migratorio, da come gli altri elementi della sua
cultura (visto che il kebab sicuramente lo era stato) avevano potuto
coniugarsi con quelli della cultura egemone, da come suo figlio aveva
potuto elaborare il conflitto fra filiazione e affiliazione (Moro),
da come gli abitanti autoctoni di Bamberg avevano reagito al suo
arrivo, etc.- In una parola dalla reale e specifica modalità con cui
sono avvenuti lì i processi acculturativi.
-
Sicuramente, di
fronte ai mille e mille turchi, italiani, spagnoli, etc. etc.
immigrati, quel posto, Bamberg, non è rimasto più quello che era prima
del loro arrivo. Se poi ieri a Bamberg ed oggi a Reggio la città, i
suoi luoghi, sono diventati o stanno diventando luoghi dell’incontro e
dello scambio, e non luoghi della discriminazione e della
ghettizzazione dell’altro da me dipende dalla nostra capacità
di estendere il concetto di cittadinanza fino a comprenderli e dalla
loro disposizione ad affrontare il nuovo con coraggio e senza
infingimenti eccessivi.
-
Le sfide e le
scommesse che, in particolare, i giovani devono affrontare lungo
questo cammino di trasformazione sono tante. Innanzitutto i luoghi
dello studio in questi ultimi decenni (e quindi ancor prima che i
migranti arrivassero da noi) sono cambiati: in essi l’atmosfera
prevalente non è più quella ossessiva del rituale pedagogico
(Furstenau) volta instaurare in classe un’atmosfera rarefatta e
formale, ma quella isterizzante e ben più carica di passioni,
di informalità e di vicinanza fra docenti e discenti di cui i
nuovi docenti un po’ si gloriano, un po’ si lamentano oggidì (Angelini,
2003.a). Inutile dire che in questo clima elettrico l’arrivo delle
seconde generazioni contribuisce a buttare benzina sul fuoco della
teatralità e dell’isterizzazione della scena scolastica. Inutile dire
però che è in questo clima effervescente che saranno affrontate le
scommesse prossime venture sul piano scolastico.
-
Nei
luoghi del lavoro
poi i giovani immigrati a autoctoni per ora sono accomunati da un
identico destino di precariato che, però, a fronte di una congiuntura
favorevole (almeno a Reggio Emilia), si conclude dopo qualche anno con
una assunzione a tempo indeterminato che permette un recupero di
progettualità che la condizione precaria impediva. Ma, come ci ricorda
Seravalli, se il ciclo dovesse diventare negativo (e le ormai evidenti
tendenze alla stagnazione ed alla recessione purtroppo vanno in questa
direzione), nei luoghi meno competitivi del mercato globale e negli
impieghi più esposti probabilmente si assisterebbe ad una
compartimentazione fra i giovani che continuerebbe a vedere da una
parte l’uscita, sia pure ‘postuma’, da una condizione di atipicità e
di precariato dei più qualificati fra di essi; mentre dall’altra per i
meno qualificati, ed in special luogo per gli immigrati, il rischio
sarebbe quello di una cronicizzazione della loro condizione di
atipicità con conseguente progressiva marginalizzazione e svalutazione
della loro forza lavoro. Inutile sottolineare quali conseguenze
avrebbe sul piano sociale una compartimentazione di questo genere (Angelini,
2003.b).
-
Interessanti mi
paiono poi, sempre sul piano del mercato del lavoro, la considerazioni
di Leon e Rebeca Grinberg sulla tendenza della seconde generazioni di
accedere ai lavori i cura con motivazioni preconosce o inconsce di
tipo riparativo nei confronti degli sforzi e delle sofferenze compiute
da parte della prima generazione. Al di là della rilevanza in termini
statistici, ora e qui, da noi, di questo fenomeno da loro studiato in
Argentina, noi sappiamo che una delle scelte più dilaceranti che il
giovane immigrato di seconda generazione deve compiere è ancora una
volta quella di seguire le esigenze presenti sul piano della
filiazione (andare subito a lavorare per aiutare l famiglia ad
inserirsi nella realtà metropolitana) oppure di seguire la propria
vocazione, che sicuramente è il frutto di una coniugazione interna
fra esigenze del passato e influenze del presente.
-
I
luoghi del loisir poi
ormai da tempo sono
luoghi altri, spesso serotini, sicuramente liminari e banditi
agli adulti. Sono gli eredi di quei luoghi liminari in cui il giovane
delle società semplici tendeva a passare solo il limitato tempo del
passaggio, prima di essere riaggregato nella società in quanto
neoadulto. In questi luoghi che i giovani sono costretti continuamente
a re-inventare perché insidiati dal mondo dei consumi che li invade e
li svilisce sul piano dell’autenticità, l’arrivo del giovane immigrato
può essere vissuto dal pari autoctono come una promessa di cambiamento
e di meticciamento oppure come una minaccia e un’intollerabile
intrusione. E, di converso, il giovane migrante può avvicinarsi a
questi luoghi del loisir sotto il peso del ricatto della vecchia
cultura d’origine dei propri cari e con la sensazione di tradire,
oppure facendo ponte fra vecchio e nuovo. E su questo piano l’arte e
la musica, così come le modalità del vestire e dell’esibirsi, del
parlare e dell’approcciarsi gli uni agli altri mi paiono i terreni di
più feconda e creativa contaminazione.
-
L’importante però è
essere coscienti che l’estensione del concetto di cittadinanza,
nonostante la nostra buona volontà, è un traguardo ancora lontano,
che l’incontro è una scommessa, che ciò che diventeranno
alla fine le nostre città, la nostra lingua, le nostre abitudini
alimentari (etc. etc.) ancora non lo sappiamo. L’importante inoltre è
essere consapevoli che questi traguardi non si raggiungono una volta
per tutte, che nella longitudinalità del passaggio intergenerazionale
– come ci ha insegnato Marie Rose Moro - tutto viene rimesso sempre
in discussione.
-
L’importante infine
è che da questa auspicabile estensione dl concetto di cittadinanza
possa scaturire una pratica dell’obiettivo fatta di nuove
consuetudini, di nuovi usi e nuovi costumi frutto di rappresentazioni
mentali comuni della convivenza e della democrazia, oltre che dei
luoghi e della città. Di qualcuna di queste pratiche parleremo noi
oggi qui.
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