Di
fronte all'infittirsi di attentati clamorosi (Londra, Sharm el Sheikh e,
da non sottovalutare, Beirut pochi minuti dopo la partenza di Condoleeza
Rice) si possono scatenare le più varie strategie della tensione
interpretativa. Il proliferare di reazioni culturali, che spesso si
scambia per enfatizzazione retorica, è un sintomo significativo della
normalizzazione culturale rispetto a eventi tensivi - secondo le analisi
correnti dei non specialisti. Le cose, però, stanno diversamente da come
se le immaginano i non addetti ai lavori. I commenti (qui intesi come
sintomatologia dell'elaborazione culturale delle minacce alla
sopravvivenza) tendono a un'equalizzazione che fa da specchio alla
continuità degli eventi terroristici (Post traumatic stress disorder.
Dialogues in Clinical Neuroscience, R.C. Ware, 1995). Tutto si
innalza a un grado zero, a un alzo zero: che è da obice non solo
militare, ma soprattutto percettivo. Aggiungo, a questa omogenea
intensità interpretativa dell'emergenza, mie personali considerazioni,
che non hanno carattere né geopolotico né tecnicamente storico, ma
unicamente psichiatrico.
Per realizzare l'esito di un'autentica strategia della tensione bisogna
disporre di una minima consapevolezza rispetto al fenomeno della
tensione (buon resumé su cosa si intenda qui per "tensione" è
reperibile in Neurodevelopmental Factors in the 'Cycle of Violence'
di Bruce D. Perry, incluso in Children, Youth and Violence: The
Search for Solutions, a cura di J. Osofsky, 2000). Qui però il
problema è un nodo gordiano, un'osmosi quasi inesplicabile di
contenitori individuali e collettivi - indurre una modificazione del
sistema nervoso, da condursi su estensione collettiva e non topicamente.
Questo salto quantico è fondamentale. Un conto è realizzare Abu Ghreib o
Guantanamo. Mediante privazione del sonno, bombardamento o deprivazione
delle percezioni, inoculazione di traumi ritmati da una precisa
(studiatissima) continuità: si tratta di lavorare a un'unificazione
delle informazioni e della risposta neurofisiologica a queste
informazioni (Gordon Thomas, Journey Into Madness.
The True Story of Secret CIA, Mind Control and Medical Abuse,
1989).
Nel caso dell'individuo, è facile (Harold Bursztajn, "Mental Illness
Creates Eligibility for a Lower Sentence", in Forensic Psychiatry,
2004). Nel caso delle comunità da sottoporre a una simile devastante
terapia, è molto diverso (note a margine del caso PTECH, in
http://www.copvcia.com/free/ww3/012005_ptech_pt1.shtml).
Qualunque studio psicologico sui gruppi e le comunità che si sia svolto
negli ultimi vent'anni conferma questo assunto (per esempio, le
valutazioni a margine in Rats' preferences for an analgesic compared
to water: an alternative to "killing the rat so it does not suffer",
Persinger MA, 2004).
Già un gruppo di venti persone non risulta, nell'effettività, essere
assimilabile a un macrosoggetto. Esiste una funzionalità psichica del
gruppo che sfrutta le inclinazioni individuali come parti di un grande,
quasi eterico "sé" - ma ciò non è affatto assimilabile qualitativamente
al "sé" funzionale dell'individuo. Con le masse, ci si trova in un
ulteriore universo distinto. Con la massa supernazionale planetaria od
occidentale, poi, si è saliti a un più distinto grado quantico. Nei
gruppi di controllo, l'esposizione agli eventi di stress implica
reazioni totalmente diverse da quelle espresse dai singoli individui,
soprattutto quando lo scatenamento delle reazioni viene veicolato sui
piani delle esperienze irrazionali come fede, caso, necessità (in
prospettiva socioantropologica: Mark Juergensmeyer con Terror in the
Mind of God.
The Global Rise of Religious Violence,
2000; in prospettiva neuroscientifica, vedi Neuropsychiatry,
Neuropsychology, and Clinical Neuroscience di Joseph Rhawn, e Is
There Anybody Out There? The Fate of God in an Accidental World di
Taner Edis, ma anche Neuropsychiatry, Neuropsychology, and Clinical
Neuroscience, sempre di Joseph Rhawn, 1996).
A
spiegare in termini psichiatrici il momento attuale e a reclamare una
ben diversa valorizzazione, c'è un'elaborazione trascurata della storia
della psicologia mondiale ed è di marca italiana: sono gli scritti di
Franco Fornari sulla paura atomica (essenzialmente il testo della
conferenza La pace all'origine della specie umana, ovvero le origini
psicoanalitiche della non violenza, 1985). Dalle valutazioni di
Fornari, una linea di studi gruppali (soprattutto quelli di Spaltro e
Vanni) ha fatto emergere alcuni importanti schemi interpretativi che
sembrano spiegare con esattezza ciò che sta accadendo in queste ore in
Europa sul piano delle reazioni agli attentati. Per esempio, lo stato di
"adiabatizzazione" del soggetto collettivo (di cui il National Institute
of
Mental Health ha affrontato alcuni aspetti nella comunicazione su
Nature Neuroscience dello scorso 10 luglio). E' una difesa che
potremmo paragonare all'"equalizzazione" e che, in termini di
chiacchiera, viene tradotta con la frequente osservazione che, in tempo
di guerra, crollano drasticamente le sindromi depressive (PSYCHOLOGICAL
TRAUMA: Attachment, Neuroscience & Body Experience di Bessel A.
van der Kolk, 2005). Il soggetto collettivo, in pratica, tende alla
stabilizzazione, mentre il mondo lo aggredisce con bombardamenti
tensivi, metaforici o militari. Ciò che accade è, detto in altri
termini, una sorta di rimozione o, meglio, di fall out della
consapevolezza di ciò che potrebbe accadere: la tensione non c'è. Lo
sfondo si mangia la figura.
I gruppi attuano questa strategia di autoinduzione dell'ignoranza con
metodiche assolutamente irriferibili alle difese del soggetto. La figura
psichica del "capro espiatorio" o lo schema "Orazi-Curiazi" non sono
affatto riconducibili a schemi individuali (Modelli mentali di gruppo
di F. Vanni, 1988). La "madre-bomba" a cui allude Fornari è una
funzione intraindividuale e intragruppale senza distinzione di sorta. La
funzionalità di simili difese è quella di adattamento preculturale allo
stato di omogeneità tensiva a cui è sottoposta la comunità, non il
soggetto. E', nei fatti, una constatazione banale: se uccidiamo,
nell'arco di tre giorni, la madre, la moglie, i figli di un soggetto,
otterremo risposte assolutamente diverse dal medesimo soggetto che,
inserito in una comunità, si trova ad affrontare esplosioni quotidiane
nelle linee metropolitane che usa. C'è un'abissale distanza affettiva
tra queste serie di eventi e, quindi, ma non algebricamente o
geometricamente, si riscontra un'abissale differenza di risposta
affettiva - soprattutto in termini di stress (vedi per esempio
Compassion Fatigue: Secondary Traumatic Stress Disorders di Charles
Figley, 1995).
Queste sommarie considerazioni tentano di rispondere all'inefficacia
ormai dimostrata di qualunque strategia della tensione. Lo stress
gruppale emergerà quando il momento storico sarà cambiato. Se
riflettiamo in termini psichiatrici sulla depressione concreta
(testimoniata da un numero infinito di analisi scritte dai protagonisti
del tempo) che colse il crogiolo plurinazionale dell'impero asburgico a
fine XIX secolo (il brodo primordiale in cui si sviluppava il germe
Hitler), comprenderemo come Weimar potesse emergere soltanto in seguito
a uno stress identitario tanto esteso e collettivo, ma dopo che la
tensione si era insinuata nella collettività: vent'anni circa di iato,
per intenderci, includendo il trauma della grande guerra (è chiaro che
non sto discettando in termini storici: il piano è unicamente quello
della psichiatria di massa). La sintomatologia psichiatrica è
probabilmente la specola più opportuna per spiegare metaforicamente zone
storiche di reazione ed elaborazione comunitaria: dopo la tensione, il
rilascio (la cecità isterica semestrale, di cui Hitler iniziò a soffrire
all'indomani della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale, per
esempio, è una chance sintomatica e metaforica di notevole
valore: vedi per esempio Michael A. Milburn e S. D. Conrad in The
Politics of Denial, sul numero 23-1996 del Journal of
Psychohistory). La strategia della tensione impone stress, certo, ma
questo stress causa reazioni dopo che è passato il momento storico in
cui quella strategia intendeva imporre effetti .
Altro piano è, ovviamente, quello politico. Una strategia della tensione
comporta reazioni politiche, ma queste non hanno nulla a che vedere con
la tensione a cui è sottoposta la comunità bersagliata. La risposta
"fredda" degli inglesi alle bombe del 7 luglio è, a tutti gli effetti,
un freezing collettivo che darà i suoi frutti fra parecchio tempo. La
macrofesta con 8.000 invitati a Buckingham Palace la sera dopo la
seconda giornata di bombe (quelle detonate male) non è affatto una
risposta "coraggiosa" della comunità o delle istituzioni, bensì la
dimostrazione di un congelamento emotivo con cui una massa (e non un
vertice politico) vive il processo di equalizzazione della
tensione. La psicologia di massa non muta sensibilmente in tempo di
guerra: muta dopo.
L'impossibilità, soprattutto occidentale, di considerare che, in termini
di topiche freudiane, prima del processo primario individuale sia
esperibile uno stato di attivazione supersoggettiva, non intercettabile
dal linguaggio né dall'esperienza formatasi attraverso il rapporto
"soggetto-oggetto" - ecco il buco nero della nostra psicologia di massa.
Buco nero che è perfettamente omologo a una falsa traduzione in termini
politici delle cosiddette reazioni di massa. L'ipotesi è, a questo
punto, non più che lo sfondo si mangi la figura, ma che lo sfondo sia
la figura, per il tempo necessario a elaborare la possibilità che
figure tornino a stagliarsi sullo sfondo: e sarà il momento in cui la
tensione rimossa emergerà in affetti collettivi, a molta distanza dal
momento in cui lo stress è stato indotto e non avvertito dalla comunità
- o, come dicevo, adiabatizzato dalla comunità. La politica va in
iato rispetto al "sentimento" collettivo della tensione, proponendosi
quale figura unica che si staglia sullo sfondo: operazione di
falsificazione psichica o, meglio, difesa superficiale. Questo iato tra
politica e "sentimento" collettivo, per esempio, assume drammatica
evidenza nel momento in cui l'Amministrazione Bush scatena la terza
guerra mondiale in risposta all'offesa dell'11 settembre, oppure
pretende di difendere uno "stile di vita" occidentale (che è, anzitutto
e ben prima che un'evenienza materiale di condizioni socioeconomiche,
uno stato psichico) con protocolli di controllo come il
famigerato Freedom of Information Act (Sam Harris in The End Of Faith.
Religion, Terror, And The Future Of Reason, 2003).
In
questo iato tra stato della psiche collettiva e intervento politico si
gioca tutta la storia del potere nell'interpretazione datane
dall'occidente: è questo il vero nucleo della questione biopolitica.