|
pagine personali
La coscienza di Zeno
a cura di Luciano Rossi
Dei tanti
occhi per guardare Psyche, dei tanti linguaggi per parlar di Lei, dei
tanti aspetti che fino ad oggi ha assunto, questa stanza vuol ospitare
testimonianze brevi, piccoli frammenti, feriali o importanti citazioni.
Stralci di narrativa, strofe di poesia, forme miste a immagini. In essi
il concetto non figura, non è mai nominato, ma sempre sotto inteso; al
suo posto l'evento, l'oggetto. Senza spiegare le corrispondenze. Un
prodotto senza l'intenzione. Il corrispondente viene solo intuito. E
diversamente da ciascuno.
COMMENTI, SAGGI CRITICI, POESIE, RACCONTI
1. Da “Il silenzio delle Sirene” [Pag. 218]
Far essere il senso malgrado l’ enigma: è la definizione canonica e il compito della poesia secondo Bonnefoy. Qui, in questo poema del tempo delle rovine e delle devastazioni, la poesia parla di persona e rassicura facendo ascoltare la musica sapiente, quella musica che rende chiaro e percettibile, dall’ interno delle cose, il legame della presenza:
Ascoltare la musica che delucida Col flauto sapiente alla cima delle cose Il suono del colore in ciò che è.
Il poeta riprende allora la parola, insieme all’ invocazione “O poesia”, ma sono ora il rifiuto, il disprezzo di cui essa è vittima a essere raccontati; e il vuoto, le ceneri, insieme alla perdita totale che segue:
E ben presto non più immagini Non più libro, non più gran corpo caldo del mondo.
Negativamente, poco alla volta, il luogo della poesia si delinea e diventa immenso – è quello di una stella, che governa un'oscura imbarcazione, dove delle ombre cantano. Paesaggio cosmico appena schizzato: la visione evoca il naufragio eroico dell’ Ulisse dantesco al di là delle colonne d’ Ercole e l’ arrivo delle anime sulle rive dell’ Anti-Purgatorio:
Ma so anche che non vi è altra stella Che si muova, misteriosa, auguralmente Nel cielo illusorio degli astri, Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre Si raccolgono in prua, e perfino cantano.
Infine, dopo il naufragio ecco la rinascita, che è un riportare al mondo il mondo stesso, attraverso la poesia:
E se rimane Altro che vento, scoglio, nome, So che tu sarai, anche nella notte, L’ àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia, E la legna che si ammassa, e la scintilla Sotto i rami bagnati, e nell’ inquieta Attesa della fiamma che vacilla, la prima parola dopo il lungo silenzio, Il primo fuoco che prende nel basso del mondo morto.
Gesti umili, tutti terreni, compiuti nella notte, su una spiaggia sconosciuta che ha per orizzonte il paesaggio desertico dell’ oceano, del vento e degli scogli: attesa ansiosa, passi incerti sulla sabbia, nascita esitante del fuoco… Le parole sono quelle di Dante e di Omero, l’ immagine ricorrente è la barca ("planches courbes”), che già invade l’ opera intera.
O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca […].
Nel secondo canto del Paradiso, Dante esorta i lettori a seguire la sua “piccioletta barca”, guidata da Apollo e dalle nove Muse, in mare aperto…Qui, in Les Planches courbes, si tratta di rianimare il fuoco del mondo devastato. Più umile, ma ancora più solenne, la parola della poesia, attraverso questo elogio – nuova Defense of Poetry – ci risveglia e ci avverte, nel momento in cui la sonnolenza stava per diventare più fitta, come una nebbia, che dobbiamo seguire questa barca fino alla riva, fino al fuoco che sta per riattecchire tra i rami … “Pienezza possibile dell’ esperienza”, al di là del pensiero concettuale e del linguaggio ordinario, la poesia ascolta il suono, altro volto del segno. Dialogando con la filosofia, ma spingendosi più lontano di questa nella critica del concetto, essa si impegna a “far nascere il senso malgrado l’ enigma”. La sua necessità è un’ evidenza. “Se scomparisse del tutto, la società umana scomparirebbe con essa”. Queste parole del 1986, scritte in Poésie et Vérité, sono presenti alla voce che si innalza all’ improvviso dal “sonno estivo” delle Planches courbes. Evocano per finire la ripresa della prima parola, del primo fuoco.
(Jacqueline Risset “Il silenzio delle Sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese”, Donzelli editore, Roma 2006)
2. Supervisione (poetica). I consigli di Rainer Maria Rilke di Luciano Rossi
Accennerò in chiusura alla parentetica che nel titolo racchiude il riferimento alla poesia. Per ora ricordo soltanto che Rainer Maria Rilke era stato vicino ai nostri antenati. Si sa di Freud e Lou Salomè, o ancora di Nietzsche, che considero il vero sorgente di tante intuizioni psicoanalitiche. Ma lasciatemi introdurre un suo lungo illuminante stralcio. Esso è tratto da una lettera inviata al giovane poeta Franz Xaver Kappus. Lo scritto è datato 7 febbraio 1903. Kappus gli aveva mandato i suoi versi e gliene aveva chiesto parere. E, al giovane che chiede, così risponde il poeta più anziano (all’epoca ha già ben 28 anni: ma come dimenticare che questa è l’età di tanti adolescenti d’oggi?):
“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li ha inviati alle riviste. Li confronta con altre poesie. Si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto ciò che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. S’interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe se le fosse negato di scrivere? ... Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice “io devo” questa domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di quest’urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come il primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde ... descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi per esprimersi le cose che stanno attorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti e miseri. ... E se da questa introspezione, da questo immergersi nel proprio mondo, sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se sono buoni versi.”
Vuole chiedersi il lettore se alcuni di questi consigli siano adatti anche ad altre supervisioni? Rilke aggiunge invero qualcos’altro per chi ha troppo bisogno di consigli. Si ascolti l’apprendista, credo che dica, e se questi non si sente mai sicuro del suo e ha bisogno dall’esterno di continue risposte “a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere”, allora meglio che lasci perdere questa strada. “La sua vita in ogni caso troverà ... proprie vie, e che possano essere buone, ricche e ampie, questo auguro più di quanto sappia dire”.
Fonte: R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Mondadori, pag. 38-40
3. La ricetta (riscrittura di una storiella yiddish)
Il medico si sedette accanto al letto del malato e attese. Dopo un'ora scrisse una ricetta e spedì un giovane in farmacia; richiedeva una pozione speciale. Poi tornò a sedersi... ma questa volta davanti all'ammalato. Stando lì, e guardandolo da lì, si accorse che stava un po' meglio; richiamò subito il giovane che già s’avviava alla farmacia, stracciò la ricetta e ne compilò un'altra. E di nuovo invitò il giovane ad andare. Poi si risedette di fronte al malato e di nuovo lo guardò. Da questo momento ordini e contrordini si succedettero in continuazione, e ogni volta il medico si metteva a sedere di fronte al malato. Se il primo attendeva, anche l’altro attendeva. Ogniqualvolta il medico era seduto davanti al malato, i due si scrutavano, controllando ognuno silenziosamente lo sguardo e i gesti dell'altro. Infine il medico non compilò più alcuna ricetta.
4. Togliere di Luciano Rossi
Ripetiamolo! Freud suggeriva: - Chiedetelo ai poeti. Essi non solo
possono dirci, come lui intendeva, molto sull'animo umano. Dalla loro
arte possono venirci altre preziose cose. Queste, comprese nel profondo,
possono informare di sé anche il dire avaro e sapiente dell'analista.
Sapienza, ma anche ritardo, suggestione, e (solo così) raggiungimento
della zona sensibile. Occupiamoci dunque
di una delle principali regioni della funzione poetica. Occupiamoci del
togliere, della sua arte, delle sue magie. Capiremo meglio quale
effetto producono il silenzio analitico, le sospensioni, le omissioni, i
ritardi. Poesia è tante
cose, è creatura estremamente complessa. Fra le tante sue sapienze vi è
anche arte del togliere, dell'omettere, dello scegliere le sole poche
parole significative e buttare il resto. Le parole prescelte saranno
combinate assieme e in successione tale da creare risonanze capaci di
portarci oltre il letterario. Tutto questo in vista di significare anche
altro, in vista di un finale, in cui dovrà emergere un nuovo senso di
quanto si è fino allora detto, aprirsi il campo alla rivelazione. Togliere crea
spazi vuoti, che l'altro, il lettore, deve riempire con elementi che
appartengono alla sua esperienza. Leopardi scriveva che il poeta deve
dare solo alcune pennellate, pochi accenni. Questo porta il lettore a
completare le figure, a immaginare più di quel che la poesia dichiara.
Porta a sollevare il lettore a un nuovo, a un secondo, livello di
conoscenza che lentamente si fatto strada fino all'epifania di una
verità nascosta. Quante e quali
tessere del puzzle si dovranno lasciare? Il numero minimo, e le più
allusive. L'arte del
togliere crea un enigma in cui gli elementi usati smettono di avere un
significato solo letterale e diventano metafore, analogie, accostamenti
arditi, pregni d'altri sensi. Dove c'è
compattamento, condensazione, omissione, l'idea sgorga più intensa. Le
poche parole rimaste sono costrette a dire di più. Quel poco si dilata,
a causa dello sforzo cui le facoltà percettive del lettore sono
costrette dalla siepe, che esclude lo sguardo. Il poeta è
sapientemente oscuro. Anche quando usa parole semplici, quotidiane, sa
renderle dense, allusive, ricche, incantatrici. Parole che non hanno
nulla a che fare con la comunicazione, ma solo con l'inconscio. La
parola, subito, colpisce solo per come suona; lascia interdetti,
sospesi. Ritarda la comprensione, che sarà disponibile solo in un
barbaglio successivo. L'oscurità - fa
notare Valéry - impedisce
che l'aspetto sensibile sia distrutto subito da quello intellettuale. La
mancanza di luce prodotta dall'oscurità della poesia sospende
temporaneamente la possibile comparsa del significato, favorisce in tal
modo la percezione della parte sensibile, rimasta sola sulla scena. Se le parole sono
accostate in modo analogico la loro risonanza, e la loro forza, agiscono
in modo autonomo imponendosi ai sensi soltanto, facendo attendere e
desiderare con più tensione uno scioglimento anche intellettuale. La metafora nel
suo uso più moderno, dai simbolisti in poi, s'è approfondita, è divenuta
fusione, identità; non più comparatio breve di due cose, ma è
divenuta una cosa soltanto. Costringe insieme a forza, dice Friedrich,
due cose che tendono ad allontanarsi una dall'altra. La congiunzione
degli opposti si raggiunge in forza del solo linguaggio. Avvicina due
mondi estranei l'uno all'altro, anche i più lontani, rendendoli capaci
di coesistere, componendo il loro conflitto interno.
Ma la tensione
non solo precede lo scioglimento, lo provoca. La metafora è il
catalizzatore: parole, ci dice ancora Friedrich, che prese singolarmente
sono dal punto di vista semantico molto semplici, vengono portate dalla
metafora in una situazione di inconsueta tensione fra di loro. Solo
dopo, solo attraverso questo, si potrà giungere alla rivelazione, all'insight.
di Luciano Rossi Cosa fa il poeta? Lo ho già
scritto su questa stessa pagina. Nasconde una parte del suo dire con una
sorta di mise en abîme, che fa
dire al lettore: “cosa c’è sotto, che non vedo ma sento?”.
Proprio quel contenuto al di
sotto del verso, quella vena carsica, proprio quella è la forza della
poesia, la sua ricchezza inesauribile. Non è necessario che il lettore
veda l’abîme, la profondità,
basta che senta che c’è. Perché la poesia vuole
affascinare con simili insondabilità? Perché lo ha già sperimentato
nella natura. Nella natura esistono
“oggetti” di cui si può vedere solo una parte, magari una parte
crescente, ma che non diventerà mai l’intero. Sono oggetti, questi, di
cui sentiamo il fascino. Sono quei “pilastri viventi” che si lasciano
sfuggire a tratti confusi accenni, frammenti di sé che lasciano intuire
che c’è un resto da cui si sono separati e a cui si vorrebbero riunire,
rimettere insieme: sin ballein.
E allora ricordano quei cocci di cui ci è rimasta in mano una parte e
l’altra non è con noi e la vorremmo ritrovare. Si parla insomma di quel
“rimettere insieme” che era il significato originario della parola
“sim-bolo”. Allora il segreto che costituisce la poesia assomiglia a
quello che la lingua nasconde nei simboli, o che la natura nasconde in
quelle “cose” del mondo che sentiamo gravide di segni oscuri ma che, per
affascinare di più, si lasciano parzialmente, periodicamente, afferrare. Una parte ci fa intuire
l’esistenza di un tutto. Il simbolo è dunque sineddoche: la parte detta
accenna al resto taciuto. Mario
Trevi ci ha consegnato pagine memorabili su questa pulsione dell’uomo (e
del terapeuta) a conoscere il resto, su questa perspicacia
dell’ermeneuta che sa che la sua fatica avrà premi parziali e continui,
ma mai esaustivi. Quasi che sia proprio la nuova conoscenza ad
allontanare di un altro po’ la meta ultima e che proprio in ciò l’uomo
abbia imparato a riporre la propria felicità: nel viaggio, non nella
meta. Ci bastino, per intendere
la cosa, queste poche riflessioni (Trevi,
Per uno junghismo critico, pag. 80): “Se il simbolo è il «testo» che
si sottrae ad ogni comprensione esaustiva, non per questo l’attività
interpretativa deve sottrarsi al suo compito. Ogni comprensione prodotta
apre possibilità nuove e diverse di accostarsi al simbolo, anche se
questo rimane perennemente al di là di ogni comprensione. Possiamo dire
che il simbolo... stimola illimitatamente la produzione di [nuove]
comprensioni, e che pertanto questa produzione inesauribile fa parte
della dinamica del simbolo e ne è dunque un aspetto costitutivo. Il
simbolo infatti non vive in un’astratta solitudine ontologica, ma,
prodotto dall’uomo, sollecita il discorso dell’uomo, evoca
instancabilmente la sua collaborazione. Simbolo e interpretazione non
possono in realtà scindersi, se non per comoda astrazione. Che poi
l’interpretazione rivolta al simbolo si costituisca come produzione di
comprensioni inesaustive, questo è connesso alla natura stessa del
simbolo inteso come custode di un significato inattingibile. Che ogni
comprensione prodotta, infine, riconoscendosi inesaustiva e parziale,
rimandi a un rinnovarsi dell’attività interpretativa, e perciò alla
produzione di altre comprensioni possibili, questo è connesso al
permanere del simbolo in quella sfera di senso che ne garantisce la
vitalità [...] Autenticamente simbolico è tutto ciò che richiede
l’interpretazione e ne sancisce lo scacco”. 6. Che cos’è
la follia? (la sorella sfortunata della poesia)
di Luciano Rossi Che cos’è la follia? Lo chiede a se stesso, certo, ma lo chiede soprattutto ai poeti, Eugenio Borgna, uno dei colleghi che leggo con più diletto. Lo chiede ai poeti perché crede che le emozioni e le passioni trovino nella poesia una testimonianza di cui la psicopatologia non può fare a meno. Il noto psichiatra tratta questo tema in un CD che ha appunto questo titolo: che cos’è la follia? A questa domanda risponde insieme a Clemens Brentano: è la sorella sfortunata della poesia. La prima di copertina è dedicata alla Dickinson: molta follia è divina saggezza, ma è la maggioranza che prevale. Approva e sei savio. Dissenti e sei d’immediato pericolo. E, della follia, Borgna ne vuole chiedere appunto a Emily Dickinson, ma anche a Georg Trakl, e a Silvia Plath. Vuole sapere da loro di malinconia, d’angoscia, di incrinatura psicotica dell’esistenza. Egli crede che senza la poesia non sia possibile cogliere fino in fondo le indicibili latitudini del pensiero emozionale. Talora ho
sentito un organo cantare... senza capir parola. La mia mente
sentii fendersi... cercai di ricongiungere i due orli, ma non riuscivo a
farli combaciare. Il dolore è un
topo. Sceglie l’intercapedine del petto per nido timido ed elude la
caccia. Invece in Trakl, tossicomane e suicida, l’angoscia si fa a tratti psicotica, ma senza alterare le strutture del discorso, dandoci così la possibilità di capire, di sapere. Surrogando tanti altri che non san dare parole al loro dolore. Freddo metallo
mi affiora sulla fronte, ragni cercano il mio cuore. C’è una luce e mi
si spegne in bocca. Inebriata
dall’oscuro canto dell’oppio, fiore azzurro che lieve suona fra
ingiallite pietre. Sonno e morte,
aquile fosche, frusciano a notte intorno a questo capo. Infine Il cielo è di
stagno; ne sento il gusto in bocca: stagno vero. ... bevendo il
verde veleno dei prati ammutoliti. Le gambe del
lettino si scioglievano. Ma mille altre, di Plath, si potrebbero riportare. Eugenio Borgna non lo fa, ma si potrebbero aggiungere a queste voci quelle dei nostri Alda Merini e Dino Campana. Illuminante per noi e prezioso è il dolore di chi ci può dare una descrizione limpida di quell’universo che noi, né folli né poeti, solo attraverso loro conosciamo. Di Alda Merini solo questa poesia. Per ora. Il dottore
agguerrito nella notte viene con passi
felpati alla tua sorte, e sogghignando
guarda i volti tristi degli ammalati,
quindi ti ammannisce una pesante
dose sedativa per colmare il
tuo sonno e dentro il braccio attacca una
flebo che sommuova il tuo sangue
irruente di poeta. Poi se ne va sicuro, devastato dalla sua incredibile follia il dottore di guardia, e tu le sbarre guardi nel sonno come allucinato e ti canti le nenie del martirio.
È con commozione che inserisco ne La coscienza di Zeno alcuni
scritti di un’Amica la cui grandezza e sofferenza è bene per ora che
restino nell’anonimato, benché lei stessa mi abbia concesso di
pubblicare qui il suo nome. Non è una mia paziente. Ho avuto la fortuna
di conoscerla in quanto frequento, come sapete, l’ambiente letterario e
l’autrice di questi Brevi Scritti è un critico letterario. Sprezzante
dell’angoscia, continua tenacemente a lavorare, per nostra fortuna,
dandoci anche pagine come queste. Pagine che curano i “curanti”, che
solo dal proprio dolore e da quello dei compagni di viaggio apprendono
la parte più preziosa del loro sapere. (Luciano Rossi)
Brevi Scritti di Anonimo “La tana del coniglio andava diritta per un certo pezzo come una galleria, poi volgeva improvvisamente verso il basso, così improvvisamente che Alice non ebbe il tempo di pensare di fermarsi prima di accorgersi che stava precipitando giù per un pozzo molto profondo. O il pozzo era molto profondo, o la caduta avvenne molto lentamente, perché ella ebbe tutto il tempo, mentre cadeva, di pensare a se stessa e di chiedersi cosa sarebbe successo in seguito. Per prima cosa, provò a guardare in basso e cercò di immaginare dove sarebbe finita, ma era troppo buio per vedere qualcosa… Giù, giù, giù. Dunque quella caduta non sarebbe mai finita?………… “Suvvia, che bisogno c’è di piangere a quel modo!”
disse Alice a se stessa… perché a questa curiosa bimba piaceva molto far
finta di essere due persone….. Ne mangiò un pezzetto e disse ansiosamente a se
stessa: “Mi alzo o mi abbasso? Mi alzo o mi abbasso?”……. Mamma, mamma! Come sono strane le cose che succedono
oggi! E le cose di ieri erano normali come sempre. Mi chiedo se proprio
io non sono cambiata durante la notte! Pensiamo un po’: ero io la stessa
quando mi sono alzata questa mattina? Mi sembra di ricordare d’essermi
sentita un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, la domanda che viene
dopo è: chi mai sono io? Ah, questo è il grande enigma!…….. …. Non servirà a nulla – pensò – che loro mettano la
testa giù e mi chiedano: ‘Torna su, torna su, cara!’. Io guarderò in
alto e chiederò: ‘Chi sono allora io? Ditemi prima questo, e poi, se mi
piacerà essere quella persona, tornerò su: se non mi piacerà, resterò
quaggiù sino a che non sarò qualcun’altra’. Ma, ohimè!, - urlò Alice
scoppiando in lacrime – quanto vorrei che uno di loro mettesse giù la
testa e mi guardasse! Sono molto stanca di star tutta sola qui!” da “Alice nel paese delle meraviglie” di L. Carrol
*********************************************** La notte della quale ho raccontato è amara come trenta pasticche, è lunga come una caduta dalla finestra, lei così breve, lunga come un sonno… Devo credere che questa follia, che questa prigione durerà in eterno…Quando tutti i miei sogni sedevano in conclave e ognuno votava contro il mio sogno fallito… (Ingeborg Bachmann) La mia prima notte di prigionia dopo le trenta (o erano dieci, mi fermai vigliaccamente, infatti) pasticche, non fu la più tremenda. Per tutta la vita avevo lottato contro battaglie e contraddizioni che avevo nella mente e nell’anima. Amai fino allo spasimo chi non potevo amare, chi non voleva il mio amore; mi perdetti nell’antro oscuro della maledizione, nella spelonca dei demoni afflitti che divorano i brandelli di carne e li abbandonano a marcire, esposti sulle linee delle strade. Prima di allora avevo tentato di amare chi mi aveva pervaso l’anima per sempre e la mente, per sempre, per sempre di amore eterno e a cui avevo donato il corpo. Strappatomi ancora il mio amore dal vento del nord ancora una volta esposi la mia carne maciullata dallo strappo agli occhi dei dottori che scrutarono e toccarono e suturarono con intrugli di parole e farmaci senza mai guardare i miei occhi lacrimanti invano e il mio grido e la sua eco che giungeva a tutti i popoli, ovunque. Allora cercai di farmi santa e maciullai il mio ventre col cilicio ma a nulla valsero le preghiere perché avevo dentro la mia sete d’amore e di unione. Quando arrivò l’ondata calda dell’amore fui certa della mia vita e del suo significato. Non mi staccai mai, neppure quando lui se ne andò per mancanza di amore e restai ghiacciata con un vetro infilato in ogni mano, seduta nel sottobosco che imbruniva. Ma la mia notte di prigionia non fu la peggiore delle
mie notti: troppe ve ne furono, di insonni, di pianti e di lamenti su
pagine studiate, su amori proibiti o impossibili, su tentativi
infruttuosi e volontà trafitte. Quella prima notte di prigionia seguiva
la notte nella spelonca di barbablù e dei suoi compari di follia.
Piangevano i miei cari per la delusione della loro figlia perduta,
fuggiva lo sposo di fronte alla putredine del tradimento, mentre la
colpa su di me si abbatteva come il colpo d’ascia che non ero riuscita
ad evitare. Con la testa quasi mozzata andai, perciò, di buon grado,
nella mia prigione e mi rannicchiai nel letto sconosciuto con una
signora sorridente al mio fianco e pensai che mai più me ne sarei andata
da lì. Non fu niente male quella notte: fra i residui delle care
medicine che avevo preso frettolosamente tutte insieme e quelle che mi
aggiunsero i dottori, non abbastanza certi che me ne sarei stata calma,
il sonno arrivò presto e all’improvviso; dolce profumo di ospedale, luci
soffuse e qualche grido lontano, dolce infermiera che mette dentro la
testa e sorride: tutto bene? Meglio di così… sto per dormire, per
sempre, per favore. Oh, non fu male quella notte, in quel posto di
frontiera fra il mio mondo bruciato da me, piromane della vita,
distruttrice della realtà, affamata d’amore fino alla morte e l’altro
mondo delle vite sospese, vissute all’ombra del nulla, fra ombre
portatrici di ricordi che non si potranno mai vivere, fra sogni
tormentati dagli psicofarmaci e dagli errori e orrori del passato: il
mondo dei senza speranza, di chi non può più sperare l’amore, troppo
gravato dal fardello di morte e di dolori e di male. A quel mondo io,
quella notte, chiesi asilo politico anelando ad essere un’ombra per non
guardare il mio male se non attraverso il vetro opaco dei neurolettici.
Troppo gravoso e rischioso stare con un piede nella vita e l’altro nel
mio mondo, dove ci si innamora di divinità pagane che non si abbassano a
sfiorarti il viso e si lasciano bruciare i semi del giardino, senza
potervi fare ritorno. Dopo le notti negli inferi non c’è ritorno; dopo
il desiderio di stelle non c’è più terra. Per questo chiesi non
svegliatemi per favore, e invece mi svegliai, da sola, nel cuore di
quella notte, che del resto non fu tra le peggiori, perché avevo il
cuscino bagnato e dovevo pulirmi il naso che non si puliva mai.
Addormentata dalla dose massiccia non ricordai dove fossi né in quale
letto o casa. Poi mi sovvenne di essere nel luogo di frontiera per
rifugiati politici; allora ascoltai dormire la signora e piano andai in
bagno e accesi la luce e chiusi la porta; lì restai atterrita vedendo il
mio sangue ovunque che usciva dal naso e mi riempiva i miei vestiti
della notte e certo aveva riempito il letto e con gli occhi semichiusi
tentai di tamponare con salviette e acqua fredda tutto quell’orrore e
alzai gli occhi. C’era uno specchio davanti a me e vidi il viso
distrutto, il sangue, gli occhi gonfi che non si aprivano oltre una
fessura dalla quale uscivano palpebre e occhiaia come palloncini pieni
di sangue, i capelli bagnati e sporchi di sangue e di peccati e di notti
accasciate sul mio cuscino solitario, quando bave di ragni usciti dal
cervello sporcarono i miei capelli; tremante guardai più a fondo aprendo
con le dita le fessure degli occhi
e attorno alla bocca scorsi macchie nere come quelle di un
pagliaccio triste truccato male e ricordai, lentamente, che per farmi
uscire le pillole ormai diventate succhi gastrici nello stomaco avevano
infilato un tubo di plastica attraverso il naso fino allo stomaco e
avevano messo acqua e carbone nero nel tubo che mi spingevano a forza
dentro il naso, la gola e lo stomaco mentre io urlavo e mi dimenavo. Fu
lì che si ruppe qualcosa nel naso, che ora sanguinava, fu da allora che
non lavai più la bocca o non la guardai e non vidi il carbone (che si dà
ai bambini cattivi) che segnava il contorno delle mie labbra. Tenni
stretta contro il mio naso la salvietta bagnata perché mi stavo
addormentando in bagno e mi raggomitolai nel letto caldo e dolce della
mia nuova terra e dimora, e chiusi gli occhi, e smisi di pensare al
sangue e al carbone, ai demoni e all’amore ucciso e alla realtà volata
lontano e mi addormentai e sperai di non svegliarmi mai più. Fu la prima
delle mie tante notti di prigionia. E, come ho detto, non fu la
peggiore.
Ho visto la parete e ho gridato nel mio bianco
bianco letto al quale nessuno è venuto, ho giaciuto in un bianco bianco
letto e gridato perché tutti gli animali dell’Ade mi avevano preso di
mira, i rospi, i vermi, i sauri e sbattevano intorno ali e pinne… Sto lì
stesa, squassata da scosse elettriche,/ tremando per tutta la tela/
nella mia tenda di solitudine,/ afflitta da ogni punta d’ago…
(Ingeborg Bachmann) Le altre mie notti di prigionia furono più dure:
terminata la consolazione dell’esilio divenni stanziale nelle dimore
blindate della follia. Mi trasportarono qui e là finché sentii odore di
mare e avrei voluto fermarmi alla spiaggia ma mi aspettavano nella
stazione di posta dove i folli arrancano con strascicati passi lenti
attendendo i miracoli della redenzione. Fui domiciliata fra i due mondi
e divenni abitante ufficiale dell’albergo di frontiera. Ma lì non
c’erano bagni caldi e letti comodi e si sentiva urlare giorno e notte.
C’era sempre luce, una luce falsa e artificiale come tutto, lì dentro,
come la carne da tagliare con coltelli di cartone e le ostie sconsacrate
con le quali ingoiare le pillole. Come gli aguzzini camuffati da
infermieri e i superbi fantocci gonfiati mascherati da medici. Non c’era
nulla di vero, lì, tranne le grida delle donne sofferenti e legate, i
passi impercettibili delle anoressiche, lo strazio glaciale delle
psicotiche, il lamento monotono delle depresse. Giacevo nel mio scomodo
letto tutto biancore e vuoto d’appartenenza, quando sentivo le vittime
dei TSO gettarsi contro la vetrata, sbattere i pugni e gridare, poi
venire catturate, nutrite di medicine e flebo poi fatte sistemare nel
materasso in terra dove dormivano il loro sonno imposto, vestite e
sconvolte, fino a mattina. Giacevo nel mio letto bianco bianco senza che
nessuno mi venisse a trovare, ma questo è l’esilio, e si sa com’è fatto,
mentre sognavo che un amore
mi venisse a trovare e mi portasse via da lì. Ma nessuno veniva e
nessuno vorrebbe staccare dal bianco bianco letto una donna che lì è
stata predestinata; nessuno vorrebbe mettere nel suo letto chi ha
vissuto nel letto bianco del regno del dolore. Nessuno verrebbe in quel
deserto luogo. E nessuno venne. Ci fu solo un letto più bianco ancora,
una mattina, la prima di tante altre, a digiuno. Mi portarono in una
stanza vuota con un letto bianco e mi fecero coricare con la testa dalla
parte opposta a quella col cuscino, come una carta dei tarocchi, come la
bambola di un maleficio, e non seppi perché, ma lì non si sapeva mai
niente ed era normale. Attesi lungamente senza respiro sola nella stanza
bianca nel letto bianco, finchè sentii la fronte piena di lacrime senza
un suono; poi arrivarono i carnefici vestiti di bianco con le maschere
verdi come gli alieni e sentii lo sferragliare di un carrello e vidi i
cavi e gli elettrodi con la coda dell’occhio la testa girata e il pianto
più veloce, come il cuore. Poche parole di terrore mi consentirono
mentre appiccicavano alla mia povera testa in malora quadrati di gomma
attaccati a dei fili. Io guardavo togliere la carta come facevo da
bambina con gli adesivi colorati e con le figurine, solo che il foglio
bianco erano le mie tempie e la fronte, e i quadrati neri si attaccavano
alla mia pelle e sentivo il peso dei fili pendere dalla pelle della mia
testa e li vedevo allungarsi fino a giungere poi alla macchina con il
carrello. Lì stava l’elettricità, da lì sarebbe arrivata la scossa. Ma
io già ero scossa dal terrore e dall’affannoso respiro che mi impediva
di piangere e urlare, solo avevo gli occhi sbarrati riflessi nel bianco
bianco della stanza e la testa era appoggiata all’ultima parte del letto
e capii che era perché gli elettrodi nella mia testa raggiungessero il
carrello elettrico. Poi sentivo un forte odore ed era l’anestesia che mi
faceva cadere nel vuoto. Al risveglio non sapevo mai dov’ero e urlavo
disperata con la testa dolente e senza memoria finché arrivavano tutti e
guardavano quella disperazione che usciva e nemmeno io sapevo da dove
quel delirio arrivava, da quale luogo della mia mente malata arrivava
tutto quell’orrore che riversavo con la mia voce tra le pareti della
stanza bianca. Lo ascoltavano anche i dottori, vestiti di bianco ma
senza la maschera aliena, qualcuno rideva, io gemevo per la pene di
sempre e per l’esplosione della mia testa e i pensieri sconnessi e il
dolore alle tempie e alla mandibola: aprivo la bocca per urlare e la mia
punizione era quel dolore insopportabile alla bocca, alla mascella e
alle tempie. Non potevo masticare il pasto repellente che non sapevo più
se era colazione o pranzo o cena. Ogni boccone era una trafittura ai
muscoli della mascella e alle tempie ancora incollate. Ricominciavo a
gridare perché tutti i mostri dell’Ade si erano dati convegno in quella
stanza bianca bianca e assediavano il mio letto bianco (che a quel punto
ero certa nessuno avrebbe mai avvicinato se non con degli elettrodi o
degli aghi) e io urlavo per difendermi dagli animali orrendi, sauri,
serpenti e vermi e rospi salivano salivano sulle coperte bianche e io
gridavo di terrore. Una giovane dottoressa decise che la mia pena era
troppo grande e mi infilò un ago con un rubinetto nella vena di un
braccio, poi attaccò il tubo e poi il liquido al tubo e il liquido entrò
in me e smisi di urlare e sentii sonno e silenzio. Per un bel po’ di
tempo vissi con quell’ago piantato nella vena che mi forava di notte a
ricordarmi i miei peccati. Quando arrivavano draghi e serpenti giravano
il rubinetto e attaccavano il tubo e aprivano il flacone di liquido
bianco bianco che entrava nelle mie vene rosse di dolore rabbia e
passione. Diventavano bianchi i miei occhi e il mio sangue e dormivo. Da ogni parapetto guardo nell’abisso. E’ una fatica non sperare, non temere nulla. La notte dei perduti. La fine dell’amore. Una luna, un cielo, un mare oscuro. Oscuro tutto, soltanto perché è notte. Che cosa mi rimproveri ancora. E’ una tale amarezza, non farlo. Non ho saputo far di meglio che amarti, non ho pensato che attraverso il sudore della pelle. Fino al tuo ritorno. Ma dicono che non tornerai. Verrà soltanto un’altra notte. (Ingeborg Bachmann) Mi ricordo il silenzio, come il fiume dei morti lo ricordo, livido e sporco; da lì mi strappasti cantando le tue melodie. Non ero più sul bordo della palude camminando tra i fantasmi ad aspettare che riflessi indistinti gettassero il loro lume opaco. Mi entrasti nell’anima prima dalla mente poi dal corpo, apristi il mio sentiero invaso dai rovi di millenni con parole di magia, formule alchemiche che incantarono il mio spirito piagato; la nicchia per te era già pronta nel mio pensiero da secoli di attesa. Le mie e le tue parole erano squarci di universo abbagliante di respiri uniti, sigilli impressi nella mente e nel corpo. Ora è strappato quel brandello di mondo che con impazienza e ardore avevo cucito. Sono caduta un giorno sulla nostra linea di battaglia di cui non sapevo nulla: io ero per terra, tu in piedi, ricomposto. Io, scomposta, vacillante seduta ad ascoltare la tua non felicità e il tuo non amore mentre correvo con te lungo quello che credevo il nostro lieve brandello di gioia. Invece restavo con dentro l’eco del tuo corpo e della tua musica a guardare il sole scomparso nel grigio della finestra e i tuoi occhi neri come il vuoto e quel tuo strano dolente sorriso che avevo invano cercato di rendere felice, con parole estatiche e pensieri condivisi. Con un grandissimo impeto folgorante ti togli dal mio mondo. Precipitare non è così rapido come si crede: si attraversano nembi grigi e rombi di tuono e lampi che squarciano il cielo, il pensiero, i sensi ancora pulsanti. L’aria si fa allucinata, più oscura e greve sulle foglie cadute, d’improvviso brillanti di vento che infiamma i colori dorati e vermigli già morti sulla terra. Solitari e gementi i rami urlano il distacco delle foglie, stille di sangue escono dalle ferite dolenti e incurabili. Tutto questo succede, mio lungo amore, scomparso nella palude del predestinato autunno. La mia finestra è coperta di foschia e tetro è il mio cammino solitario fra le grida dei corvi. La mia irrealtà si impossessa dei lenti e fangosi spazi che restano tra le nostre unite parole e il cielo, la sera, è sommerso dalla nebbia e dal silenzio. La stessa intensa passione che mi travolse quando entrasti ora mi suscita un grido di preda sbranata, scava solchi di vuoto nella mente, abissi di silenzi e una paura ghiacciata. Nei miei occhi restano le immagini dei raggi di sole contro le foglie. Anche se ora è inverno. Ma la solitudine rende gli sguardi vividi e l’udito attento alle canzoni. Ancora tra la nebbia posso scorgere i lembi brillanti del sole quando da sola esco di casa e mio complice è solo il vento. L’eco della tua voce e del tuo sguardo risuona ancora in questo intricato bosco silenzioso; e l’ombra delle tue mani talvolta percepisco nel muoversi fremente dei rami. Hai lasciato in me il tormento e l’anelito a creare mondi e fissare, lontano, stelle brillanti di parole. Ora, mentre attraverso i cammini solitari
dell’autunno, certa che nessuno verrà più a rinverdire il mio corpo
rattrappito e la mia anima troppo piena di pensieri, ricordo come le
nostre parole stessero già superando gli abissi dei miei secoli di
solitudine, quando entrai con te nell’orbita lucente delle stelle. Lo
ricordo ora che esule attraverso il mondo delle ombre, mentre nessuno
conosce il lungo labirinto dei miei giorni. Allora seppi che le parole
sarebbero state come i raggi trepidanti e incauti, sospesi e stillanti
pioggia che d’autunno, di soppiatto, regalano un attimo di salvezza dal
buio. Imbrogliando la stagione tenebrosa, si stagliano d’improvviso con
sorrisi di prigionieri fuggiti al nulla e si aggrappano alle sbarre
tendendo le lunghe braccia lucenti. Io abito nella palude piovosa
insieme ai corvi neri e di tanto in tanto una luce mi brilla al fianco,
allontanandomi dalla lacerante catena dei giorni e dal monotono richiamo
dell’abisso, così lontano dal cielo che ebbi in sorte di sfiorare. Resta il sangue, lunga linea come solco di un coltello e grumi ininterrotti che lecco con la bocca, con le mie povere labbra riarse. La tua casa era su una stella e io ne fui ospite per alcuni pomeriggi di luminosità impetuosa. Poi caddi. So dove sei e non penso di potermi sollevare fino a te (se tu non mi aiuti) dal silenzio della mia palude. Così fu e ora non ti ho più trovato. Sei felice? Non lo sono dicesti e io compresi che solo un tratto di noi, una striscia sottile della mente e del corpo aderiva all’altro, che non sarebbe mai stato l’assoluto per noi, malgrado parole e gesti di vita che credevo infiniti. Oltre quelli c’erano un lacerante anelito o il deserto. Così sostando tra il tuo mondo e il nulla ti guardavo e guardavo il freddo arrivare come uno spettro di ghiaccio nella notte. Sapevo che lo stesso alito gelato aveva soffiato da secoli sulle nostre stelle non nate e mi aveva tolto per sempre la possibile, intravista completezza dell’amore, il dialogo eterno che da sempre aspettavo. Ma cosa accadde alle stelle? Intesserono la tua mente da mago e la mia, di apprendista impacciata piena di desideri e scarsa di intelletto, così che dovetti penare per il diploma e poi per riuscire a star ferma sotto i pini dopo aver attraversato gli anni dell’illusione poi quelli spaventosi della mia pazzia. Tu ti aggiravi ricolmo di idee col tuo ingegno di artista e di mago dei pensieri, cantando il dolore d’amore e il segreto della tua anima. Io mi fermavo scossa dalle vite diverse che avevo vissuto, con dentro il bisogno ardente dell’altra parte di me che non conoscevo. Ti conobbi che era estate, e cercai solo le parole condivise, le fronti attaccate e gli occhi perduti nell’insondabile sguardo dell’altro. E pensai quant’era grande la tua mente che tanti mondi sapeva contenere ed inventare, mentre io avrei voluto trattenerti e creare un mondo solo in cui tu potessi passare. Piansi e tremai di freddo dolore ma sorrisi nel ricordo delle nostre poche parole come piccoli sassi lucenti trovati nel bosco e per la magia dei pochi istanti toccati prima di questo grande silenzio.
Lascio a te queste impronte sulla terra tenere dolci, che si possa dire: qui è passata una gemma o una tempesta, una donna che avida di dire disse cose notturne e delicate, una donna che non fu mai amata. Qui passò forse una furiosa bestia avida sete che dette tempesta alla terra, a ogni clima, al firmamento, ma qui passò soltanto il mio tormento. (Alda Merini) I giunchi dell’estate sono incisi nel ghiaccio Come la tua immagine nel mio occhio; arido gelo Invetria la finestra della mia ferita; quale conforto Può scaturire dalla roccia percossa e rinverdire Il deserto del cuore? Chi mai verrebbe in questo
tetro luogo? (S. Plath) Corvo nero in tempo piovoso
Appollaiato in alto sul rigido stecco un corvo nero bagnato si aggiusta e riaggiusta le piume nella pioggia. Non mi aspetto un miracolo o un evento che dia fuoco alla vista nel mio occhio, e nemmeno più cerco nella stagione mutevole un disegno, ma lascio che le foglie maculate cadano come capita, senza cerimonia, o presagio. Benché, lo ammetto, io desideri ogni tanto qualche risposta dal cielo muto, in verità non posso lamentarmi: una luce modesta può sempre balzare incandescente dal tavolo della cucina o da una sedia come se un ardore celestiale si impadronisse a tratti degli oggetti più ottusi –
consacrando così un intervallo
altrimenti irrilevante con l’elargizione di doni, di onore, di amore, si potrebbe dire. Sia come sia, ora cammino guardinga (perché c’è caso che avvenga perfino in questo grigio panorama in rovina);
scettica eppure accorta; ignara di qualsivoglia angelo scegliesse di avvampare d’un tratto al mio fianco. So soltanto che un corvo che si rassetta le piume può brillare a tal punto da afferrare i miei sensi, issare a forza le palpebre, e accordare una breve tregua alla paura della neutralità assoluta. Con un po’ di fortuna, arrancando testarda in questa stagione faticosa, metterò insieme una contentezza, più o meno. I miracoli avvengono, se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa, la lunga attesa dell’angelo, di quella rara, aleatoria discesa. (Silvia Plath) Per un istante d’estasi Noi paghiamo in angoscia Una misura esatta e trepidante Proporzionata all’estasi. Per un’ora diletta Compensi amari di anni, centesimi strappati con dolore, scrigni pieni di lacrime.
(Emily Dickinson)
|