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pagine personali
La coscienza di Zeno
a cura di Luciano Rossi
Dei tanti
occhi per guardare Psyche, dei tanti linguaggi per parlar di Lei, dei
tanti aspetti che fino ad oggi ha assunto, questa stanza vuol ospitare
testimonianze brevi, piccoli frammenti, feriali o importanti citazioni.
Stralci di narrativa, strofe di poesia, forme miste a immagini. In essi
il concetto non figura, non è mai nominato, ma sempre sotto inteso; al
suo posto l'evento, l'oggetto. Senza spiegare le corrispondenze. Un
prodotto senza l'intenzione. Il corrispondente viene solo intuito. E
diversamente da ciascuno.
COMMENTI, SAGGI CRITICI, POESIE, RACCONTI
1. Da “Il silenzio delle Sirene” [Pag. 218]
Far essere il senso malgrado l’ enigma: è la definizione canonica e il compito della poesia secondo Bonnefoy. Qui, in questo poema del tempo delle rovine e delle devastazioni, la poesia parla di persona e rassicura facendo ascoltare la musica sapiente, quella musica che rende chiaro e percettibile, dall’ interno delle cose, il legame della presenza:
Ascoltare la musica che delucida Col flauto sapiente alla cima delle cose Il suono del colore in ciò che è.
Il poeta riprende allora la parola, insieme all’ invocazione “O poesia”, ma sono ora il rifiuto, il disprezzo di cui essa è vittima a essere raccontati; e il vuoto, le ceneri, insieme alla perdita totale che segue:
E ben presto non più immagini Non più libro, non più gran corpo caldo del mondo.
Negativamente, poco alla volta, il luogo della poesia si delinea e diventa immenso – è quello di una stella, che governa un'oscura imbarcazione, dove delle ombre cantano. Paesaggio cosmico appena schizzato: la visione evoca il naufragio eroico dell’ Ulisse dantesco al di là delle colonne d’ Ercole e l’ arrivo delle anime sulle rive dell’ Anti-Purgatorio:
Ma so anche che non vi è altra stella Che si muova, misteriosa, auguralmente Nel cielo illusorio degli astri, Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre Si raccolgono in prua, e perfino cantano.
Infine, dopo il naufragio ecco la rinascita, che è un riportare al mondo il mondo stesso, attraverso la poesia:
E se rimane Altro che vento, scoglio, nome, So che tu sarai, anche nella notte, L’ àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia, E la legna che si ammassa, e la scintilla Sotto i rami bagnati, e nell’ inquieta Attesa della fiamma che vacilla, la prima parola dopo il lungo silenzio, Il primo fuoco che prende nel basso del mondo morto.
Gesti umili, tutti terreni, compiuti nella notte, su una spiaggia sconosciuta che ha per orizzonte il paesaggio desertico dell’ oceano, del vento e degli scogli: attesa ansiosa, passi incerti sulla sabbia, nascita esitante del fuoco… Le parole sono quelle di Dante e di Omero, l’ immagine ricorrente è la barca ("planches courbes”), che già invade l’ opera intera.
O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca […].
Nel secondo canto del Paradiso, Dante esorta i lettori a seguire la sua “piccioletta barca”, guidata da Apollo e dalle nove Muse, in mare aperto…Qui, in Les Planches courbes, si tratta di rianimare il fuoco del mondo devastato. Più umile, ma ancora più solenne, la parola della poesia, attraverso questo elogio – nuova Defense of Poetry – ci risveglia e ci avverte, nel momento in cui la sonnolenza stava per diventare più fitta, come una nebbia, che dobbiamo seguire questa barca fino alla riva, fino al fuoco che sta per riattecchire tra i rami … “Pienezza possibile dell’ esperienza”, al di là del pensiero concettuale e del linguaggio ordinario, la poesia ascolta il suono, altro volto del segno. Dialogando con la filosofia, ma spingendosi più lontano di questa nella critica del concetto, essa si impegna a “far nascere il senso malgrado l’ enigma”. La sua necessità è un’ evidenza. “Se scomparisse del tutto, la società umana scomparirebbe con essa”. Queste parole del 1986, scritte in Poésie et Vérité, sono presenti alla voce che si innalza all’ improvviso dal “sonno estivo” delle Planches courbes. Evocano per finire la ripresa della prima parola, del primo fuoco.
(Jacqueline Risset “Il silenzio delle Sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese”, Donzelli editore, Roma 2006)
2. Supervisione (poetica). I consigli di Rainer Maria Rilke di Luciano Rossi
Accennerò in chiusura alla parentetica che nel titolo racchiude il riferimento alla poesia. Per ora ricordo soltanto che Rainer Maria Rilke era stato vicino ai nostri antenati. Si sa di Freud e Lou Salomè, o ancora di Nietzsche, che considero il vero sorgente di tante intuizioni psicoanalitiche. Ma lasciatemi introdurre un suo lungo illuminante stralcio. Esso è tratto da una lettera inviata al giovane poeta Franz Xaver Kappus. Lo scritto è datato 7 febbraio 1903. Kappus gli aveva mandato i suoi versi e gliene aveva chiesto parere. E, al giovane che chiede, così risponde il poeta più anziano (all’epoca ha già ben 28 anni: ma come dimenticare che questa è l’età di tanti adolescenti d’oggi?):
“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li ha inviati alle riviste. Li confronta con altre poesie. Si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto ciò che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. S’interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe se le fosse negato di scrivere? ... Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice “io devo” questa domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di quest’urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come il primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde ... descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi per esprimersi le cose che stanno attorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti e miseri. ... E se da questa introspezione, da questo immergersi nel proprio mondo, sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se sono buoni versi.”
Vuole chiedersi il lettore se alcuni di questi consigli siano adatti anche ad altre supervisioni? Rilke aggiunge invero qualcos’altro per chi ha troppo bisogno di consigli. Si ascolti l’apprendista, credo che dica, e se questi non si sente mai sicuro del suo e ha bisogno dall’esterno di continue risposte “a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere”, allora meglio che lasci perdere questa strada. “La sua vita in ogni caso troverà ... proprie vie, e che possano essere buone, ricche e ampie, questo auguro più di quanto sappia dire”.
Fonte: R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Mondadori, pag. 38-40
3. La ricetta (riscrittura di una storiella yiddish)
Il medico si sedette accanto al letto del malato e attese. Dopo un'ora scrisse una ricetta e spedì un giovane in farmacia; richiedeva una pozione speciale. Poi tornò a sedersi... ma questa volta davanti all'ammalato. Stando lì, e guardandolo da lì, si accorse che stava un po' meglio; richiamò subito il giovane che già s’avviava alla farmacia, stracciò la ricetta e ne compilò un'altra. E di nuovo invitò il giovane ad andare. Poi si risedette di fronte al malato e di nuovo lo guardò. Da questo momento ordini e contrordini si succedettero in continuazione, e ogni volta il medico si metteva a sedere di fronte al malato. Se il primo attendeva, anche l’altro attendeva. Ogniqualvolta il medico era seduto davanti al malato, i due si scrutavano, controllando ognuno silenziosamente lo sguardo e i gesti dell'altro. Infine il medico non compilò più alcuna ricetta.
4. Togliere di Luciano Rossi
Ripetiamolo! Freud suggeriva: - Chiedetelo ai poeti. Essi non solo
possono dirci, come lui intendeva, molto sull'animo umano. Dalla loro
arte possono venirci altre preziose cose. Queste, comprese nel profondo,
possono informare di sé anche il dire avaro e sapiente dell'analista.
Sapienza, ma anche ritardo, suggestione, e (solo così) raggiungimento
della zona sensibile. Occupiamoci dunque
di una delle principali regioni della funzione poetica. Occupiamoci del
togliere, della sua arte, delle sue magie. Capiremo meglio quale
effetto producono il silenzio analitico, le sospensioni, le omissioni, i
ritardi. Poesia è tante
cose, è creatura estremamente complessa. Fra le tante sue sapienze vi è
anche arte del togliere, dell'omettere, dello scegliere le sole poche
parole significative e buttare il resto. Le parole prescelte saranno
combinate assieme e in successione tale da creare risonanze capaci di
portarci oltre il letterario. Tutto questo in vista di significare anche
altro, in vista di un finale, in cui dovrà emergere un nuovo senso di
quanto si è fino allora detto, aprirsi il campo alla rivelazione. Togliere crea
spazi vuoti, che l'altro, il lettore, deve riempire con elementi che
appartengono alla sua esperienza. Leopardi scriveva che il poeta deve
dare solo alcune pennellate, pochi accenni. Questo porta il lettore a
completare le figure, a immaginare più di quel che la poesia dichiara.
Porta a sollevare il lettore a un nuovo, a un secondo, livello di
conoscenza che lentamente si fatto strada fino all'epifania di una
verità nascosta. Quante e quali
tessere del puzzle si dovranno lasciare? Il numero minimo, e le più
allusive. L'arte del
togliere crea un enigma in cui gli elementi usati smettono di avere un
significato solo letterale e diventano metafore, analogie, accostamenti
arditi, pregni d'altri sensi. Dove c'è
compattamento, condensazione, omissione, l'idea sgorga più intensa. Le
poche parole rimaste sono costrette a dire di più. Quel poco si dilata,
a causa dello sforzo cui le facoltà percettive del lettore sono
costrette dalla siepe, che esclude lo sguardo. Il poeta è
sapientemente oscuro. Anche quando usa parole semplici, quotidiane, sa
renderle dense, allusive, ricche, incantatrici. Parole che non hanno
nulla a che fare con la comunicazione, ma solo con l'inconscio. La
parola, subito, colpisce solo per come suona; lascia interdetti,
sospesi. Ritarda la comprensione, che sarà disponibile solo in un
barbaglio successivo. L'oscurità - fa
notare Valéry - impedisce
che l'aspetto sensibile sia distrutto subito da quello intellettuale. La
mancanza di luce prodotta dall'oscurità della poesia sospende
temporaneamente la possibile comparsa del significato, favorisce in tal
modo la percezione della parte sensibile, rimasta sola sulla scena. Se le parole sono
accostate in modo analogico la loro risonanza, e la loro forza, agiscono
in modo autonomo imponendosi ai sensi soltanto, facendo attendere e
desiderare con più tensione uno scioglimento anche intellettuale. La metafora nel
suo uso più moderno, dai simbolisti in poi, s'è approfondita, è divenuta
fusione, identità; non più comparatio breve di due cose, ma è
divenuta una cosa soltanto. Costringe insieme a forza, dice Friedrich,
due cose che tendono ad allontanarsi una dall'altra. La congiunzione
degli opposti si raggiunge in forza del solo linguaggio. Avvicina due
mondi estranei l'uno all'altro, anche i più lontani, rendendoli capaci
di coesistere, componendo il loro conflitto interno.
Ma la tensione
non solo precede lo scioglimento, lo provoca. La metafora è il
catalizzatore: parole, ci dice ancora Friedrich, che prese singolarmente
sono dal punto di vista semantico molto semplici, vengono portate dalla
metafora in una situazione di inconsueta tensione fra di loro. Solo
dopo, solo attraverso questo, si potrà giungere alla rivelazione, all'insight.
di Luciano Rossi Cosa fa il poeta? Lo ho già
scritto su questa stessa pagina. Nasconde una parte del suo dire con una
sorta di mise en abîme, che fa
dire al lettore: “cosa c’è sotto, che non vedo ma sento?”.
Proprio quel contenuto al di
sotto del verso, quella vena carsica, proprio quella è la forza della
poesia, la sua ricchezza inesauribile. Non è necessario che il lettore
veda l’abîme, la profondità,
basta che senta che c’è. Perché la poesia vuole
affascinare con simili insondabilità? Perché lo ha già sperimentato
nella natura. Nella natura esistono
“oggetti” di cui si può vedere solo una parte, magari una parte
crescente, ma che non diventerà mai l’intero. Sono oggetti, questi, di
cui sentiamo il fascino. Sono quei “pilastri viventi” che si lasciano
sfuggire a tratti confusi accenni, frammenti di sé che lasciano intuire
che c’è un resto da cui si sono separati e a cui si vorrebbero riunire,
rimettere insieme: sin ballein.
E allora ricordano quei cocci di cui ci è rimasta in mano una parte e
l’altra non è con noi e la vorremmo ritrovare. Si parla insomma di quel
“rimettere insieme” che era il significato originario della parola
“sim-bolo”. Allora il segreto che costituisce la poesia assomiglia a
quello che la lingua nasconde nei simboli, o che la natura nasconde in
quelle “cose” del mondo che sentiamo gravide di segni oscuri ma che, per
affascinare di più, si lasciano parzialmente, periodicamente, afferrare. Una parte ci fa intuire
l’esistenza di un tutto. Il simbolo è dunque sineddoche: la parte detta
accenna al resto taciuto. Mario
Trevi ci ha consegnato pagine memorabili su questa pulsione dell’uomo (e
del terapeuta) a conoscere il resto, su questa perspicacia
dell’ermeneuta che sa che la sua fatica avrà premi parziali e continui,
ma mai esaustivi. Quasi che sia proprio la nuova conoscenza ad
allontanare di un altro po’ la meta ultima e che proprio in ciò l’uomo
abbia imparato a riporre la propria felicità: nel viaggio, non nella
meta. Ci bastino, per intendere
la cosa, queste poche riflessioni (Trevi,
Per uno junghismo critico, pag. 80): “Se il simbolo è il «testo» che
si sottrae ad ogni comprensione esaustiva, non per questo l’attività
interpretativa deve sottrarsi al suo compito. Ogni comprensione prodotta
apre possibilità nuove e diverse di accostarsi al simbolo, anche se
questo rimane perennemente al di là di ogni comprensione. Possiamo dire
che il simbolo... stimola illimitatamente la produzione di [nuove]
comprensioni, e che pertanto questa produzione inesauribile fa parte
della dinamica del simbolo e ne è dunque un aspetto costitutivo. Il
simbolo infatti non vive in un’astratta solitudine ontologica, ma,
prodotto dall’uomo, sollecita il discorso dell’uomo, evoca
instancabilmente la sua collaborazione. Simbolo e interpretazione non
possono in realtà scindersi, se non per comoda astrazione. Che poi
l’interpretazione rivolta al simbolo si costituisca come produzione di
comprensioni inesaustive, questo è connesso alla natura stessa del
simbolo inteso come custode di un significato inattingibile. Che ogni
comprensione prodotta, infine, riconoscendosi inesaustiva e parziale,
rimandi a un rinnovarsi dell’attività interpretativa, e perciò alla
produzione di altre comprensioni possibili, questo è connesso al
permanere del simbolo in quella sfera di senso che ne garantisce la
vitalità [...] Autenticamente simbolico è tutto ciò che richiede
l’interpretazione e ne sancisce lo scacco”. 6. Che cos’è
la follia? (la sorella sfortunata della poesia)
di Luciano Rossi Che cos’è la follia? Lo chiede a se stesso, certo, ma lo chiede soprattutto ai poeti, Eugenio Borgna, uno dei colleghi che leggo con più diletto. Lo chiede ai poeti perché crede che le emozioni e le passioni trovino nella poesia una testimonianza di cui la psicopatologia non può fare a meno. Il noto psichiatra tratta questo tema in un CD che ha appunto questo titolo: che cos’è la follia? A questa domanda risponde insieme a Clemens Brentano: è la sorella sfortunata della poesia. La prima di copertina è dedicata alla Dickinson: molta follia è divina saggezza, ma è la maggioranza che prevale. Approva e sei savio. Dissenti e sei d’immediato pericolo. E, della follia, Borgna ne vuole chiedere appunto a Emily Dickinson, ma anche a Georg Trakl, e a Silvia Plath. Vuole sapere da loro di malinconia, d’angoscia, di incrinatura psicotica dell’esistenza. Egli crede che senza la poesia non sia possibile cogliere fino in fondo le indicibili latitudini del pensiero emozionale. Talora ho
sentito un organo cantare... senza capir parola. La mia mente
sentii fendersi... cercai di ricongiungere i due orli, ma non riuscivo a
farli combaciare. Il dolore è un
topo. Sceglie l’intercapedine del petto per nido timido ed elude la
caccia. Invece in Trakl, tossicomane e suicida, l’angoscia si fa a tratti psicotica, ma senza alterare le strutture del discorso, dandoci così la possibilità di capire, di sapere. Surrogando tanti altri che non san dare parole al loro dolore. Freddo metallo
mi affiora sulla fronte, ragni cercano il mio cuore. C’è una luce e mi
si spegne in bocca. Inebriata
dall’oscuro canto dell’oppio, fiore azzurro che lieve suona fra
ingiallite pietre. Sonno e morte,
aquile fosche, frusciano a notte intorno a questo capo. Infine Il cielo è di
stagno; ne sento il gusto in bocca: stagno vero. ... bevendo il
verde veleno dei prati ammutoliti. Le gambe del
lettino si scioglievano. Ma mille altre, di Plath, si potrebbero riportare. Eugenio Borgna non lo fa, ma si potrebbero aggiungere a queste voci quelle dei nostri Alda Merini e Dino Campana. Illuminante per noi e prezioso è il dolore di chi ci può dare una descrizione limpida di quell’universo che noi, né folli né poeti, solo attraverso loro conosciamo. Di Alda Merini solo questa poesia. Per ora. Il dottore
agguerrito nella notte viene con passi
felpati alla tua sorte, e sogghignando
guarda i volti tristi degli ammalati,
quindi ti ammannisce una pesante
dose sedativa per colmare il
tuo sonno e dentro il braccio attacca una
flebo che sommuova il tuo sangue
irruente di poeta. Poi se ne va sicuro, devastato dalla sua incredibile follia il dottore di guardia, e tu le sbarre guardi nel sonno come allucinato e ti canti le nenie del martirio.
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