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La coscienza di Zeno 

 

a cura di Luciano Rossi

psicoterapeuta, vive e lavora a Parma. Dal 1977 docente di Metodologia delle scienze umane, prima a Parma e poi a Urbino. Sei libri pubblicati (quattro di filosofia per l'adozione universitaria), articoli e saggi. Attività e giornalismo politico fino al 1992. Principale contributo filosofico: uno studio (pubblicato in due volumi di cui il primo esaurito) sulla evoluzione dialettica della coscienza
 
 

 

 

 

Dei tanti occhi per guardare Psyche, dei tanti linguaggi per parlar di Lei, dei tanti aspetti che fino ad oggi ha assunto, questa stanza vuol ospitare testimonianze brevi, piccoli frammenti, feriali o importanti citazioni. Stralci di narrativa, strofe di poesia, forme miste a immagini. In essi il concetto non figura, non è mai nominato, ma sempre sotto inteso; al suo posto l'evento, l'oggetto. Senza spiegare le corrispondenze. Un prodotto senza l'intenzione. Il corrispondente viene solo intuito. E diversamente da ciascuno.
Per scoprire ancora una volta (ri-scoprire) come metafore, analogie, simboli oscuri bene s'intendano con qualcosa che abbiamo dentro, senza che noi nulla si sappia. Modi che fanno dallo scarto dal pensiero logico la loro stessa ragion d'essere; e cercano la chiave che disserra il chiuso insight con immagini suggestive, inedite, impreviste. Immotivate. La cercano con scarti improvvisi, incongrui, da un tema all'altro. E ci danno brani sovrapposti senza logica (la carne è triste e ho letto tutti i libri), brani connessi solo da emozioni simili, da simili suggestioni, da ritmi che ne dicano la continuità.
Sono le confuse parole che la baudelairiana foresta di simboli ancora lascerà fuggire, gli "echi che da lungi si confondono", che cantano Psyche senza nulla "che posi e che pesi". È il canto ambiguo della sfumatura dove il vago si sposa al preciso, e che per Verlaine raggiunge l'intima essenza delle cose. Quasi suono che dilegua, trasmette conoscenza in modi che fuggono la parola concettosa.
Il concetto tace. A volte servono un particolare tipo di silenzio e una lingua strana. Servono a capire cose ad altre vie precluse. Come questi versi di uno di noi.
Questo particolare tipo di silenzio / che è sceso piano / tra le mie labbra e gli occhi chiusi /a mezzo di un sorriso / che non ti so spiegare, è così difficile ... Questo particolare tipo di silenzio / mi parla in una lingua strana.
"Non ti so spiegare, ... è una lingua strana". Pensiamo alla forza penetrativa di certe espressioni in una lingua strana, che sole possono arrivare al cuore. È così difficile altrimenti aprire certe porte. Pensate se un analista avesse potuto, a un triste anziano di Castelvecchio, restituire qualcosa del genere: "Caro Giovanni, in lei oggi singhiozza monotono un rivo". Riflettiamo, col senno di poi, a come avremmo raggiunto per questa via il centro del suo cuore.
Certamente avrete incontrato nelle vostre letture, nel vostro lavoro, luci improvvise, pepite preziose, frammenti di prosa o poesia che possano, nella loro potente brevità, dare di Psyche un immagine che resti. O nel migliore dei casi trasformarla. Un breve chiarore che, come la Pizia, non dice ma accenna. Un vostro dono per arricchirci tutti, dal patrimonio dell'umanità passata.
Aspettiamo i vostri brani, con indicazioni bibliografiche. Qui di seguito ne diamo un primo esempio formale (e per lunghezza e per qualità). La raccolta ha provvisorio titolo Frammenti. Frammenti legati però col sicuro filo del desiderio d'insight.
Poi altre raccolte seguiranno.
 


Frammenti
 

La Natura è un tempio ove pilastri viventi, / lasciano sfuggire a tratti confuse parole; / l'uomo vi attraversa foreste di simboli, / che l'osservano con sguardi familiari. / Come lunghi echi che da lungi si confondono / in una tenebrosa e profonda unità, / vasta come la notte e il chiarore del giorno, / i profumi, i colori e i suoni si rispondono. (Baudelaire, Corrispondenze, 1861, Trad. A Bertolucci)
 
Non senza equivoci scegli le parole, / nulla è meglio del canto ambiguo / ... Sono i begli occhi da dietro un velo, / la gran luce che trema a mezzogiorno, ... / La sfumatura è ciò che ci vuole, / non il colore, soltanto l’alone! /Oh, fidanzi la sfumatura sola / il sogno al sogno, il flauto al corno ... sia il tuo verso la cosa che dilegua. (Verlaine, Arte poetica, Jadis et naguère,1885, tr. it. Frezza) 


Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato. (Montale, Spesso il male di vivere, Ossi di seppia, 1925) 


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato. (Montale, Non chiederci la parola, Ossi di seppia, 1925) 


L’unico modo per esprimere un’emozione in forma d’arte consiste nel trovare un correlato oggettivo; in altre parole, [nel trovare] una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che costituiranno “la formula” di quella particolare emozione, cosicché, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensibile [es. rivo strozzato che gorgoglia], l’emozione corrispondente [male di vivere] ne risulti immediatamente evocata. (T. S. Eliot, Articolo, 1919) 


Almeno una cosa insegna al terapeuta una lunga pratica d’ipnosi: ad aver cura attenta della parola adatta. A cercarla, ad affinarla. A volerla vaga e col massimo di senso. Sì che meglio si presti all’assorbimento soggettivo. Chiave che entri nelle toppe dell’anima e abbia probabilità di aprire porte. Non sto pensando alla parola suggestiva, ma a quella più vicina al cuore. Sappiamo cosa vogliamo dire all’Altro: cerchiamo i modi per dirlo, perché più facilmente la parola e la sintassi lo raggiungano. Meglio la paratassi: più immediata. (L. Rossi, Working Paper: Lezioni, Imes, Urbino, 1994 )

 
[Nello stato di pregnanza] il simbolo appare in intima connessione partecipativa con qualcosa che rimane nascosto “entro” di lui e, al contempo, non indica nulla al di fuori della sua pregnanza: il significato rimane germinale celato. [Dunque] il correlato della “pregnanza” del simbolo è la sua intransività [la parola è gravida ma non partorisce il suo contenuto], se con questa parola intendiamo l’assenza di rimando a un significato ... [per i romantici] il simbolo è carico di “senso”, ma non ha significato. (M. Trevi, Per uno junghismo critico, Fioriti, Roma, 2000) 


La cosa fu raccontata con infiniti riguardi ... , e a quelle doloranti circonlocuzioni la contessa interrompeva il ricamo ... : e guardava con disdegno muto la bocca dell’informatrice. (C. E. Gadda)
 
Mi mantengo sempre in relazione con l’informe, inteso come il grado più puro del reale, del non interpretato. E’ come il crocevia delle metafore. Alcuni hanno avuto questo dono in grado più eminente, ma io non lo adopero tanto come strumento retorico, lo mantengo come stato critico della coscienza. (Paul Valery)


"Allo stesso modo di un sasso gettato nello stagno, una parola gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l'esperienza e la memoria, la fantasia e l'inconscio e che è arricchito dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere". (Weinrich, Metafora e menzogna, Il Mulino)

 

 

 

COMMENTI, SAGGI CRITICI, POESIE, RACCONTI 

 

 

   1. Da “Il silenzio delle Sirene” [Pag. 218]

 

            Far essere il senso malgrado l’ enigma: è la definizione canonica e il compito della poesia secondo Bonnefoy. Qui, in questo poema del tempo delle rovine e delle devastazioni, la poesia parla di persona e rassicura facendo ascoltare la musica sapiente, quella musica che rende chiaro e percettibile, dall’ interno delle cose, il legame della presenza:

                       

               Ascoltare la musica che delucida

                         Col flauto sapiente alla cima delle cose

                         Il suono del colore in ciò che è.

 

Il poeta riprende allora la parola, insieme all’ invocazione “O poesia”, ma sono ora il rifiuto, il disprezzo di cui essa è vittima a essere raccontati; e il vuoto, le ceneri, insieme alla perdita totale che segue:

           

                E ben presto non più immagini

                Non più libro, non più gran corpo caldo del mondo.

 

Negativamente, poco alla volta, il luogo della poesia si delinea e diventa immenso – è quello di una stella, che governa un'oscura imbarcazione, dove delle ombre cantano. Paesaggio cosmico appena schizzato: la visione evoca il naufragio eroico dell’ Ulisse dantesco al di là delle colonne d’ Ercole e l’ arrivo delle anime sulle rive dell’ Anti-Purgatorio:

           

                Ma so anche che non vi è altra stella

                Che si muova, misteriosa, auguralmente

                Nel cielo illusorio degli astri,

                Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre

                Si raccolgono in prua, e  perfino cantano.

 

Infine, dopo il naufragio ecco la rinascita, che è un riportare al mondo il mondo stesso, attraverso la poesia:

           

                E se rimane

                Altro che vento, scoglio, nome,

                         So che tu sarai, anche nella notte,

                L’ àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,

                E la legna che si ammassa, e la scintilla

                Sotto i rami bagnati, e nell’ inquieta

                Attesa della fiamma che vacilla,

                la prima parola dopo il lungo silenzio,

                Il primo fuoco che prende nel basso del mondo morto.

 

Gesti umili, tutti terreni, compiuti nella notte, su una spiaggia sconosciuta che ha per orizzonte il paesaggio desertico dell’ oceano, del vento e degli scogli: attesa ansiosa, passi incerti sulla sabbia, nascita esitante del fuoco… Le parole sono quelle di Dante e di Omero, l’ immagine ricorrente è la barca ("planches courbes”), che già invade l’ opera intera.

           

                O voi che siete in piccioletta barca,

                desiderosi d’ ascoltar, seguiti

                dietro al mio legno che cantando varca […].

 

Nel secondo canto del Paradiso, Dante esorta i lettori a seguire la sua “piccioletta barca”, guidata da Apollo e dalle nove Muse, in mare aperto…Qui, in Les Planches courbes, si tratta di rianimare il fuoco del mondo devastato. Più umile, ma ancora più solenne, la parola della poesia, attraverso questo elogio – nuova Defense of Poetry – ci risveglia e ci avverte, nel momento in cui la sonnolenza stava per diventare più fitta, come una nebbia, che dobbiamo seguire questa barca fino alla riva, fino al fuoco che sta per riattecchire tra i rami …

“Pienezza possibile dell’ esperienza”, al di là del pensiero concettuale e del linguaggio ordinario, la poesia ascolta il suono, altro volto del segno. Dialogando con la filosofia, ma spingendosi più lontano di questa nella critica del concetto, essa si impegna a “far nascere il senso malgrado l’ enigma”. La sua necessità è un’ evidenza. “Se scomparisse del tutto, la società umana scomparirebbe con essa”. Queste parole del 1986, scritte in Poésie et Vérité, sono presenti alla voce che si innalza all’ improvviso dal “sonno estivo” delle Planches courbes.

Evocano per finire la ripresa della prima parola, del primo fuoco.

 

(Jacqueline Risset “Il silenzio delle Sirene. Percorsi di scrittura nel Novecento francese”, Donzelli editore, Roma 2006)

 

 

 

   2. Supervisione (poetica). I consigli di Rainer Maria Rilke

   di Luciano Rossi

 

Accennerò in chiusura alla parentetica che nel titolo racchiude il riferimento alla poesia. Per ora ricordo soltanto che Rainer Maria Rilke era stato vicino ai nostri antenati. Si sa di Freud e Lou Salomè, o ancora di Nietzsche, che considero il vero sorgente di tante intuizioni psicoanalitiche.

Ma lasciatemi introdurre un suo lungo illuminante stralcio. Esso è tratto da una lettera inviata al giovane poeta Franz Xaver Kappus. Lo scritto è datato 7 febbraio 1903. Kappus gli aveva mandato i suoi versi e gliene aveva chiesto parere.

E, al giovane che chiede, così risponde il poeta più anziano (all’epoca ha già ben 28 anni: ma come dimenticare che questa è l’età di tanti adolescenti d’oggi?):

 

“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li ha inviati alle riviste. Li confronta con altre poesie. Si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno ed è appunto ciò che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. S’interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe se le fosse negato di scrivere? ... Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice “io devo” questa domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La  sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di quest’urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come il primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde ... descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi per esprimersi le cose che stanno attorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti e miseri.  ... E se da questa introspezione, da questo immergersi nel proprio mondo, sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se sono buoni versi.”

 

Vuole chiedersi il lettore se alcuni di questi consigli siano adatti anche ad altre supervisioni?

Rilke aggiunge invero qualcos’altro per chi ha troppo bisogno di consigli. Si ascolti l’apprendista, credo che dica, e se questi non si sente mai sicuro del suo e ha bisogno dall’esterno di  continue risposte “a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere”, allora meglio che lasci perdere questa strada. “La sua vita in ogni caso troverà  ... proprie vie, e che possano essere buone, ricche e ampie, questo auguro più di quanto sappia dire”.

 

Fonte:

R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Mondadori, pag. 38-40

 

 

 

   3. La ricetta

   (riscrittura di una storiella yiddish)

 

 

 Il medico si sedette accanto al letto del malato e attese. Dopo un'ora scrisse una ricetta e spedì un giovane in farmacia; richiedeva una pozione speciale.

Poi tornò a sedersi... ma questa volta davanti all'ammalato. Stando lì, e guardandolo da lì, si accorse che stava un po' meglio; richiamò subito il giovane che già s’avviava alla farmacia, stracciò la ricetta e ne compilò un'altra. E di nuovo invitò il giovane ad andare. Poi si risedette di fronte al malato e di nuovo lo guardò.

Da questo momento ordini e contrordini si succedettero in continuazione, e ogni volta il medico si metteva a sedere di fronte al malato. Se il primo attendeva, anche l’altro attendeva. Ogniqualvolta il medico era seduto davanti al malato, i due si scrutavano, controllando ognuno silenziosamente lo sguardo e i gesti dell'altro.

Infine il medico non compilò più alcuna ricetta.

 

4.  Togliere

di Luciano Rossi

 

  Ripetiamolo! Freud suggeriva: - Chiedetelo ai poeti.

Essi non solo possono dirci, come lui intendeva, molto sull'animo umano. Dalla loro arte possono venirci altre preziose cose. Queste, comprese nel profondo, possono informare di sé anche il dire avaro e sapiente dell'analista. Sapienza, ma anche ritardo, suggestione, e (solo così) raggiungimento della zona sensibile.

Occupiamoci dunque di una delle principali regioni della funzione poetica. Occupiamoci del togliere, della sua arte, delle sue magie. Capiremo meglio quale effetto producono il silenzio analitico, le sospensioni, le omissioni, i ritardi.

 

Poesia è tante cose, è creatura estremamente complessa. Fra le tante sue sapienze vi è anche arte del togliere, dell'omettere, dello scegliere le sole poche parole significative e buttare il resto. Le parole prescelte saranno combinate assieme e in successione tale da creare risonanze capaci di portarci oltre il letterario. Tutto questo in vista di significare anche altro, in vista di un finale, in cui dovrà emergere un nuovo senso di quanto si è fino allora detto, aprirsi il campo alla rivelazione.

Togliere crea spazi vuoti, che l'altro, il lettore, deve riempire con elementi che appartengono alla sua esperienza. Leopardi scriveva che il poeta deve dare solo alcune pennellate, pochi accenni. Questo porta il lettore a completare le figure, a immaginare più di quel che la poesia dichiara. Porta a sollevare il lettore a un nuovo, a un secondo, livello di conoscenza che lentamente si fatto strada fino all'epifania di una verità nascosta.

Quante e quali tessere del puzzle si dovranno lasciare? Il numero minimo, e le più allusive.

L'arte del togliere crea un enigma in cui gli elementi usati smettono di avere un significato solo letterale e diventano metafore, analogie, accostamenti arditi, pregni d'altri sensi.

Dove c'è compattamento, condensazione, omissione, l'idea sgorga più intensa. Le poche parole rimaste sono costrette a dire di più. Quel poco si dilata, a causa dello sforzo cui le facoltà percettive del lettore sono costrette dalla siepe, che esclude lo sguardo.

Il poeta è sapientemente oscuro. Anche quando usa parole semplici, quotidiane, sa renderle dense, allusive, ricche, incantatrici. Parole che non hanno nulla a che fare con la comunicazione, ma solo con l'inconscio. La parola, subito, colpisce solo per come suona; lascia interdetti, sospesi. Ritarda la comprensione, che sarà disponibile solo in un barbaglio successivo.

L'oscurità - fa notare Valéry -  impedisce che l'aspetto sensibile sia distrutto subito da quello intellettuale. La mancanza di luce prodotta dall'oscurità della poesia sospende temporaneamente la possibile comparsa del significato, favorisce in tal modo la percezione della parte sensibile, rimasta sola sulla scena.

Se le parole sono accostate in modo analogico la loro risonanza, e la loro forza, agiscono in modo autonomo imponendosi ai sensi soltanto, facendo attendere e desiderare con più tensione uno scioglimento anche intellettuale.

La metafora nel suo uso più moderno, dai simbolisti in poi, s'è approfondita, è divenuta fusione, identità; non più comparatio breve di due cose, ma è divenuta una cosa soltanto. Costringe insieme a forza, dice Friedrich, due cose che tendono ad allontanarsi una dall'altra. La congiunzione degli opposti si raggiunge in forza del solo linguaggio. Avvicina due mondi estranei l'uno all'altro, anche i più lontani, rendendoli capaci di coesistere, componendo il loro conflitto interno.

Ma la tensione non solo precede lo scioglimento, lo provoca. La metafora è il catalizzatore: parole, ci dice ancora Friedrich, che prese singolarmente sono dal punto di vista semantico molto semplici, vengono portate dalla metafora in una situazione di inconsueta tensione fra di loro. Solo dopo, solo attraverso questo, si potrà giungere alla rivelazione, all'insight.

 

 

   5. La mise en abîme

           di Luciano Rossi

 

Cosa fa il poeta? Lo ho già scritto su questa stessa pagina. Nasconde una parte del suo dire con una sorta di mise en abîme, che fa dire al lettore: “cosa c’è sotto, che non vedo ma sento?”.  Proprio quel contenuto al di sotto del verso, quella vena carsica, proprio quella è la forza della poesia, la sua ricchezza inesauribile. Non è necessario che il lettore veda l’abîme, la profondità, basta che senta che c’è.

Perché la poesia vuole affascinare con simili insondabilità? Perché lo ha già sperimentato nella natura.

Nella natura esistono “oggetti” di cui si può vedere solo una parte, magari una parte crescente, ma che non diventerà mai l’intero. Sono oggetti, questi, di cui sentiamo il fascino. Sono quei “pilastri viventi” che si lasciano sfuggire a tratti confusi accenni, frammenti di sé che lasciano intuire che c’è un resto da cui si sono separati e a cui si vorrebbero riunire, rimettere insieme: sin ballein. E allora ricordano quei cocci di cui ci è rimasta in mano una parte e l’altra non è con noi e la vorremmo ritrovare. Si parla insomma di quel “rimettere insieme” che era il significato originario della parola “sim-bolo”. Allora il segreto che costituisce la poesia assomiglia a quello che la lingua nasconde nei simboli, o che la natura nasconde in quelle “cose” del mondo che sentiamo gravide di segni oscuri ma che, per affascinare di più, si lasciano parzialmente, periodicamente, afferrare.

Una parte ci fa intuire l’esistenza di un tutto. Il simbolo è dunque sineddoche: la parte detta accenna al resto taciuto.

Mario Trevi ci ha consegnato pagine memorabili su questa pulsione dell’uomo (e del terapeuta) a conoscere il resto, su questa perspicacia dell’ermeneuta che sa che la sua fatica avrà premi parziali e continui, ma mai esaustivi. Quasi che sia proprio la nuova conoscenza ad allontanare di un altro po’ la meta ultima e che proprio in ciò l’uomo abbia imparato a riporre la propria felicità: nel viaggio, non nella meta.

Ci bastino, per intendere la cosa, queste poche riflessioni (Trevi, Per uno junghismo critico, pag. 80): “Se il simbolo è il «testo» che si sottrae ad ogni comprensione esaustiva, non per questo l’attività interpretativa deve sottrarsi al suo compito. Ogni comprensione prodotta apre possibilità nuove e diverse di accostarsi al simbolo, anche se questo rimane perennemente al di là di ogni comprensione. Possiamo dire che il simbolo... stimola illimitatamente la produzione di [nuove] comprensioni, e che pertanto questa produzione inesauribile fa parte della dinamica del simbolo e ne è dunque un aspetto costitutivo. Il simbolo infatti non vive in un’astratta solitudine ontologica, ma, prodotto dall’uomo, sollecita il discorso dell’uomo, evoca instancabilmente la sua collaborazione. Simbolo e interpretazione non possono in realtà scindersi, se non per comoda astrazione. Che poi l’interpretazione rivolta al simbolo si costituisca come produzione di comprensioni inesaustive, questo è connesso alla natura stessa del simbolo inteso come custode di un significato inattingibile. Che ogni comprensione prodotta, infine, riconoscendosi inesaustiva e parziale, rimandi a un rinnovarsi dell’attività interpretativa, e perciò alla produzione di altre comprensioni possibili, questo è connesso al permanere del simbolo in quella sfera di senso che ne garantisce la vitalità [...] Autenticamente simbolico è tutto ciò che richiede l’interpretazione e ne sancisce lo scacco”.

 

6. Che cos’è la follia?

(la sorella sfortunata della poesia)

 

di Luciano Rossi

 

 

 

Che cos’è la follia? Lo chiede a se stesso, certo, ma lo chiede soprattutto ai poeti, Eugenio Borgna, uno dei colleghi che leggo con più diletto. Lo chiede ai poeti perché crede che le emozioni e le passioni trovino nella poesia una testimonianza di cui la psicopatologia non può fare a meno.

Il noto psichiatra tratta questo tema in un CD che ha appunto questo titolo: che cos’è la follia? A questa domanda risponde insieme a Clemens Brentano:  è la sorella sfortunata della poesia.

La prima di copertina è dedicata alla Dickinson: molta follia è divina saggezza, ma è la maggioranza che prevale. Approva e sei savio. Dissenti e sei d’immediato pericolo.

E, della follia, Borgna ne vuole chiedere appunto a Emily Dickinson, ma anche a Georg Trakl, e a Silvia Plath. Vuole sapere da loro di malinconia, d’angoscia, di incrinatura psicotica dell’esistenza. Egli crede che senza la poesia non sia possibile cogliere fino in fondo le indicibili latitudini del pensiero emozionale.

 

La Dickinson, non folle, ma aperta agli abissali stati dell’anima.

Talora ho sentito un organo cantare... senza capir parola.

La mia mente sentii fendersi... cercai di ricongiungere i due orli, ma non riuscivo a farli combaciare.

Il dolore è un topo. Sceglie l’intercapedine del petto per nido timido ed elude la caccia.

 

Invece in Trakl, tossicomane e suicida, l’angoscia si fa a tratti psicotica, ma senza alterare le strutture del discorso, dandoci così la possibilità di capire, di sapere. Surrogando tanti altri che non san dare parole al loro dolore.

Freddo metallo mi affiora sulla fronte, ragni cercano il mio cuore. C’è una luce e mi si spegne in bocca.

Inebriata dall’oscuro canto dell’oppio, fiore azzurro che lieve suona fra ingiallite pietre.

Sonno e morte, aquile fosche, frusciano a notte intorno a questo capo.

 

Infine la Plath, schizofrenica che muore a trent’anni di morte volontaria. Qui le strutture di significato si dissolvono. Eppure ancora la potenza delle sue immagini, sia pur slabbrate, riesce ad esserci utile a sentire l’altro mondo della follia. Tre citazioni soltanto, come per gli altri.

Il cielo è di stagno; ne sento il gusto in bocca: stagno vero.

... bevendo il verde veleno dei prati ammutoliti.

Le gambe del lettino si scioglievano.

 

Ma mille altre, di Plath, si potrebbero riportare.

Eugenio Borgna non lo fa, ma si potrebbero aggiungere a queste voci quelle dei nostri Alda Merini e Dino Campana.

La Merini, a mio dire maggior poeta italiano contemporaneo, internata per sette anni al manicomio Paolo Pini lungamente racconta la sua vicenda. E dice Maria Corti: dapprincipio lei vive all’interno di una tragica realtà in modo allucinato e sembra vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo memoriale e da lì è proiettata nell’immaginario e diviene una visione poetica dove è ormai lei a vincere, a dominare.

Illuminante per noi e prezioso è il dolore di chi ci può dare una descrizione limpida di quell’universo che noi, né folli né poeti, solo attraverso loro conosciamo.

Di Alda Merini solo questa poesia. Per ora.

 

Il dottore agguerrito nella notte

viene con passi felpati alla tua sorte,

e sogghignando guarda i volti tristi

degli ammalati, quindi ti ammannisce

una pesante dose sedativa

per colmare il tuo sonno e dentro il braccio

attacca una flebo che sommuova

il tuo sangue irruente di poeta.

Poi se ne va sicuro, devastato

dalla sua incredibile follia

il dottore di guardia, e tu le sbarre

guardi nel sonno come allucinato

e ti canti le nenie del martirio.