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clinica adulti
Il peso delle abitudini di vita: la fatica ad uscire dal manicomio di Paola Carpeggiani (Relazione presentata al Convegno Nazionale “INSIEME PER LA SALUTE MENTALE” 21/3/1997 Cremona)
Il progetto di superamento degli Ospedali
Psichiatrici (OP) prevede l’attivazione di opportunità a differente
grado di protezione per utenti ex OP e, per alcune di queste, lo stesso
personale dipendente che operava all’interno dell’ospedale continuerà a
seguire queste persone. L’esperienza di “Fondo Ostie” inizia nel ’93 come
centro diurno e dal ’94 come comunità protetta sulle 24 ore, con
un’utenza proveniente dall’ex OP di Mantova (circa 9/10 persone) ed un
gruppo di lavoro costituito da un responsabile Medico Psichiatra, due
Educatori Prof.li e sei Infermieri Prof.li. E’ proprio questa esperienza a permetterci oggi di
proporre alcune riflessioni (e provocazioni) in merito all’importanza
delle abitudini di vita e di lavoro nelle realtà di assistenza a lungo
termine in regime residenziale. In particolare concentriamo la nostra
riflessione sulle abitudini intese come organizzazione sistematica del
comportamento, in funzione del contesto fisico e relazionale in cui
ci si colloca per la continuità del proprio tempo; non tanto per
quanto se ne dice o scrive, ma soprattutto per quanto noi abbiamo
osservato direttamente giorno per giorno: i problemi e le soluzioni. Per noi è stato necessario riflettere sulla
dimensione della lungodegenza, della vecchia e nuova cronicità, della
lungo-assistenza, su cosa significhi “superamento del manicomio” e
soprattutto come lo si può attuare concretamente, tenendo ben presente
che de-ospedalizzazione non è garanzia di de-istituzionalizzazione, che
ancora molte persone si troveranno comunque a dover passare il resto
della loro vita in strutture più o meno protette in cui altri lavorano
per regolarle, controllarle, assisterle, di giorno e di notte. Una questione che sempre si pone riguarda la
modificazione delle abitudini di vita degli utenti, ritenute
problematiche, che possono essere le più varie (igiene personale, fumo
smodato, incuria degli spazi di vita e della propria persona,
alimentazione smodata, furti , atti violenti, sessualità, caffè, uso
scriteriato dei soldi, rifiuto dei compiti e regole ecc.) le quali in
buona parte sono proprio il risultato di anni e anni di istituzione
totale, repressiva, di controllo, caratterizzata da forti pratiche
gestionali e sanitarie in presenza di grandi numeri di utenti, dove alla
condizione di sofferente mentale si sovrapponeva quella di paziente
psichiatrico ricoverato in manicomio. Molte condotte assillanti ben note quali la continua
richiesta di sigarette, abiti, soldi, caffè ecc sono il risultato di una
prassi sistematica di deprivazione e controllo delle risorse personali,
dei piccoli beni elargiti a stillicidio o con criteri di
premio/punizione rispetto a condotte varie: la dimostrazione più scarna
del metodo del bastone e della carota, dove la carota è semplicemente la
possibilità di riavere ciò che prima ti è stato tolto. E’ tecnicamente
noto che uno schema di addestramento per rimanere efficace necessita di
una struttura in cui (sia per l’estinzione sia per il mantenimento del
comportamento) si riproponga
sistematicamente il rinforzo, premio o punizione che sia, interrotto il
quale emergono anche fenomeni di aumento della frequenza di quanto si
voleva sopprimere, non imputabile certo alla malattia mentale, ma
propria dei meccanismi di comportamento. C’è da riflettere anche su
quanto lo stato di deprivazione concorra a rendere “appetibili” e più
efficaci i “rinforzi”. La questione si pone allora in questi termini: quale
struttura per quale funzione? Lavoriamo con persone che sono già il
prodotto di anni ed anni di durissimo condizionamento e regime
istituzionale, cosa cambiare ancora? Con quali metodi? In quanto tempo?
Per andare dove? Con o senza il loro consenso? Uscendo dall’OP queste persone si portano addosso il
calco del luogo da cui
provengono, dove hanno trascorso la loro vita sino ad oggi ed è
fondamentale comprendere che la trasformazione radicale deve riguardare
non solo il loro comportamento, per modificarlo, ma soprattutto il modo
di occuparsi di loro, comprese le condizioni di chi si trova a farlo. La possibilità di cambiare veramente qualcosa è anche
in funzione del tipo e delle modalità di esercizio del mandato che gli
operatori si trovano ad eseguire. Non
ha senso chiedere a queste persone di cambiare le proprie
abitudini di vita senza modificare il contesto in cui si attuano e da
cui derivano, non si può prescindere dalle reali condizioni di vita e
nemmeno dal fatto che spesso abbiamo a che fare con persone le quali non
vorrebbero essere lì a fare ciò che
noi proponiamo loro in alternativa ad una vita che aspettano
ancora di poter spendere, un progetto gelosamente nascosto ma mai
abbandonato da quando sono entrati in manicomio; percorriamo il versante
alquanto problematico del consenso. A nostro parere è indiscutibile il fatto che quando
ci si propone come obiettivo la modificazione di un insieme di
abitudini, non si può esaurire il discorso in termini di addestramento,
prescrizione di norme e regole, abilità da ripristinare o apprendere,
condotte da promuovere sopprimere o controllare, ma vanno innanzitutto
considerate le condizioni ed il contesto in cui queste si attuano ed il
senso che hanno per l’individuo che le agisce. Noi riteniamo che questo
“senso” sia un elemento centrale, un vero principio organizzatore del
comportamento di una persona. Quale criterio di giudizio si utilizza per
valutare la positività o negatività di un comportamento? Non può essere
un criterio esterno ma deve collocarsi all’interno della persona in
questione, o meglio, nel suo campo di esperienza e valori, altrimenti
serve una forzatura, una manipolazione più o meno visibile più o meno
forte. Il percorso della nostra esperienza è stato
tutt’altro che lineare, con momenti di grande contraddizione e conflitto
che ci hanno portato ad un riesame profondo della nostra storia e delle
nostre scelte, condiviso con gli ospiti della comunità. Metodologicamente, allentare la morsa del controllo
dei piccoli beni, rifiutare la funzione di controllo e punizione
proseguendo sulla strada della restituzione di potere e scelta sulle
proprie cose, ci ha condotti a trovarci senza strumenti noti
immediatamente utilizzabili per il controllo della situazione e ci ha
costretti a confrontarci con il superamento e la trasformazione dei
nostri stessi metodi di lavoro e modi di convivenza all’interno della
“casa”. Si possono sintetizzare in due punti
quelli che noi oggi riconosciamo come strumenti , anche se
complessi, fondamentali per l’identità del nostro progetto. Abbiamo
investito grandi energie nella progettazione, programmazione e
coordinamento delle attività interne ed esterne alla comunità con grande
attenzione ai tempi e modi dell’abitare quotidiano, al cosa fare ed al
come, tenendo conto delle condizioni presenti, assieme agli ospiti.
L’organizzazione stessa del servizio si è realizzata in funzione della
continuità dell’abitare (IP giornaliera) e non dei turni di lavoro. Ci
siamo resi conto che lavorare sull’organizzazione dei tempi e degli
spazi concreti, per l’uso che se ne fa, migliora la qualità della vita e
del lavoro: abbiamo ridotto al massimo le porte chiuse, lasciato libero
accesso alla cucina sempre provvista di cibo, promosso attività
individuali esterne, evitate pratiche sanitarie rilevanti in casa,
disposta una possibile scelta del menù, recuperato i rapporti con i
familiari ed altro ancora. Abbiamo ragionato sul come si può fornire una
buona qualità di “accoglienza” e non solo di assistenza, con grande
attenzione ai dettagli, alle banalità, al come e dove si vive giorno per
giorno, operando un viraggio progressivo da una pratica preventiva
(volta ad evitare che accadessero certe cose) ad una discussione
condivisa sui fatti accaduti e sulle conseguenze prodotte. Sono proprio
i dettagli che rimandano al valore della persona definendolo e
testimoniandolo al tempo stesso. I dettagli non mentono mai, per quanto
vi si condensa dentro. Un altro strumento fondamentale per noi è la
contrattazione che si attua in varie forme e momenti. Esiste un
contratto scritto di residenza in comunità, di consegna e custodia del
denaro e per la frequenza diurna. Il contratto è lo strumento che
consente la progettazione, l’attuazione e la verifica dei percorsi
individuali. Si redige raccogliendo dati ed informazioni da tutti e le
varie condizioni vengono poi discusse con l’utente che può accettarne o
meno l’inserimento nel documento scritto che viene successivamente
firmato sia da lui che dagli operatori presenti; il contratto ha una
scadenza ed al rinnovo può essere modificato; delinea i limiti
concordati delle reciproche azioni e pretese in un dato momento
diventando un punto di riferimento per tutti. E’ stato difficilissimo per queste persone
ricominciare a dire si o no nelle piccole cose, tanto quanto lo è stato
per noi metterle in condizione di farlo veramente, mettendo in
discussione il nostro modo di operare. La contrattazione è sempre in
corso, costituisce lo spazio concreto in cui ci si incontra anche nei
gesti di sempre per cercare un percorso possibile ed utile; è uno spazio
in cui due parti interessate e molto vicine discutono e decidono
soluzioni possibili ai vari problemi. La possibilità di contrattazione è
garanzia di utilità di progetto ed intervento perché permette di essere
vicini agli interessi reali delle persone di cui ci si occupa e di fare
tutto il possibile per raggiungere realisticamente ciò a cui tendono. In definitiva, noi come operatori ci stiamo chiedendo
se è possibile passare da una funzione di controllo/gestione ad una di
“accompagnamento” ad un destino ancora possibile per queste persone,
passando dalla responsabilità della custodia all’impegno per un servizio
utile. Stiamo cercando di superare concretamente logiche e pratiche
basate sulla gestione della
persona, generatrici di uno spostamento delle responsabilità dal
soggetto che compie l’azione al soggetto che si occupa di lui il quale,
poi, decide al posto suo. E’ veramente difficile restituire potere,
responsabilità, scelte possibili. La logica della “gestione” pone
l’operatore come garante e lo legittima a rispondere al mondo al posto
dell’utente, in tutto, ed a porsi come portatore dei giusti valori che
legittimano le sue condotte di controllo sulla persona di cui si occupa. La nostra esperienza ci porta a sostenere
l’importanza fondamentale di un altro elemento di ordine qualitativo
capace di permettere
stabilità di presenza e trasformazione che definiamo”significatività”
intendendo con questo la valorizzazione che il soggetto opera nella
realtà che sta’ vivendo, facendola propria con senso per se stesso
rispetto alla sua vita e storia, tenendo presente quanto hanno già
vissuto queste persone oltre alla sofferenza mentale. Da questo processo non sono esonerati nemmeno gli
operatori rispetto a ciò che si trovano a fare ogni giorno in realtà di
questo tipo. Altre parole chiave in questa nostra esperienza sono
“continuità” e “radicamento”, termini relativi al processo storico-umano
della persona. E’ fondamentale riflettere anche sul termine e sulla
pratica della riabilitazione, per come si sostanzia e per la ricaduta
concreta sulla pelle delle persone di cui ci si occupa. Pensiamo che
queste osservazioni basate sulla nostra esperienza possano essere
utili per una reale trasformazione della realtà manicomiale,
soprattutto dove sono gli stessi operatori che hanno lavorato in OP ad
esservi impegnati. Se non si coglie l’importanza della trasformazione
delle abitudini di lavoro e della riflessione sul mandato , si rischia
di uscire dal manicomio per continuare a fare le stesse cose. |