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La comunità protetta di “FONDO OSTIE”: una casa per stare in mezzo alla gente

di Paola Carpeggiani

Premessa (del 2008)

Lo scritto riporta l’intervento da me presentato al convegno “ANCORA IL DOSSO PER ORLANDO” tenutosi a Mantova il 30 Settembre 1995, in riferimento al processo di chiusura e superamento del manicomio di Mantova sito  in località “Dosso del Corso”(definitivamente chiuso nel 2000); il titolo del convegno si rifà ad una importante iniziativa tenutasi a Mantova  nel 1979 (anno successivo alla 180) denominata “Orlando al Dosso” realizzatasi in una settimana di performances artistiche dentro e fuori  gli spazi dell’ospedale psichiatrico.

In particolare la relazione propone una riflessione a partire dall’esperienza realizzatasi con l’apertura della comunità protetta “Fondo Ostie”(USSL 21 U.O.P. Mantova) collocata in una corte agricola ristrutturata a Curtatone, avviata nel 1993 prima come centro diurno e dal 1994 come residenza attiva sulle 24 ore.

Ai tempi del convegno la comunità era abitata da  6  ospiti residenziali e frequentata di giorno da altri 5 provenienti dall’ex Ospedale Psichiatrico e dal Servizio di Diagnosi e Cura (SPDC) con caratteristiche di lungodegenza. L’èquipe era  costituita dal responsabile Psichiatra, 2 educatori professionali (tra i quali la sottoscritta), 6 infermieri professionali di cui  uno giornaliero ed un obiettore di coscienza.

L’impegno da parte degli operatori  era di fornire ai pazienti lungodegenti psichiatrici opportunità per una migliore qualità di vita, creando occasioni per il recupero e l’acquisizione di abilità pratiche e relazionali che servono per la vita quotidiana, tenendo conto che  queste persone avevano vissuto per decine di anni in ambienti organizzati come “reparti” e non come abitazione. L’esperienza avveniva quindi all’interno di una CASA organizzata secondo tempi ed abitudini non-ospedaliere, in una dimensione di tipo familiare.

L’obiettivo era  sviluppare e consolidare le competenze che servivano  ad affrontare la vita di ogni giorno, richiedendo a tutti l’assunzione di responsabilità rispetto al proprio agire fuori dal circuito fortemente assistenziale ed istituzionale da cui provenivano.

All’interno della comunità si svolgevano esclusivamente attività che riguardavano la cura della propria persona, la vita domestica e la convivenza, mentre le attività ricreative, risocializzanti o di qualsiasi altra natura avvenivano nei luoghi della città  normalmente deputati al loro svolgimento, frequentati dalla gente comune, privilegiando modalità di presenza individuale o per piccoli gruppi. La somministrazione della terapia farmacologica quotidiana (unica somministrazione serale) era l’unica pratica sanitaria svolta in casa e solo per i residenti; non si somministravano farmaci ai diurni e per qualsiasi altra esigenza di tipo medico ci si rivolgeva ai presidi sanitari esterni.

 Chiaramente per comprendere a pieno il senso ed il valore di queste pratiche bisogna aver ben chiaro il modello “manicomiale” di gestione totalizzante di ogni aspetto della persona ricoverata ed il livello di chiusura, isolamento ed autosufficienza che l’ospedale psichiatrico comportava nel pieno del suo funzionamento disponendo di tutto quanto era necessario per la vita “dentro” le mura “fuori” dalla città e dal rapporto con il resto del mondo. Ai tempi dell’apertura di Fondo Ostie molto era già cambiato, pur tuttavia il grado di istituzionalizzazione degli ospiti che accedevano all’esperienza in comunità era ancora alto.

L’esperienza di Fondo Ostie si è realizzata in differenti fasi, caratterizzata però da una costante analisi e modificazione strutturale/funzionale del servizio; via via che l’osservazione e la riflessione procedevano si attuavano importanti modifiche organizzative del servizio sino ad arrivare ad un certo punto all’eliminazione della presenza infermieristica notturna. Gli ospiti sono stati parte attiva di questo percorso.

Per quanto mi riguarda, nonostante si parlasse soprattutto della “chiusura” dei manicomi, per quanto rappresentavano e testimoniavano, ritenevo importante riflettere sul “superamento” di quella realtà.

Al tempo si poneva in grande evidenza il problema delle persone che ancora si trovavano all’interno degli ex OP e che sembravano non avere possibilità di uscirne per vari motivi. Si prevedeva la chiusura o la trasformazione di luoghi in cui, una volta entrati si finiva spesso con il passarci la vita intera.

C’era e ancora oggi ci sarebbe, molto da dire su questa storia, sulle leggi, sulla loro attuazione, sugli interessi in campo e sulla situazione di allora  per come veniva presentata interpretata e divulgata; sicuramente era in atto un processo di trasformazione sia delle strutture che delle “funzioni”.

A mio avviso la chiusura dei manicomi non legittimava la chiusura di una attenta e severa riflessione su quanto si sarebbe comunque continuato a fare, in merito alla ricaduta concreta delle decisioni prese, delle ideologie  e delle teorie di riferimento unitamente alle  tecniche–strumenti per attuarle tenendo presente la complessità del problema spesso somma di problematiche individuali e non.

Era evidentemente una realtà possibile che una persona  si trovasse a soffrire di problemi  psichici che potevano durare anche tutta una vita condizonandone profondamente l’esistenza ed era una realtà evidente che i servizi (e non solo) se ne dovessero occupare: da questa prospettiva seguendo la linea della lungo-assistenza incontravo la lungo-degenza e la cosiddetta “nuova cronicità”.

I fattori ed i motivi per cui una persona non  era uscita dall’ex OP nonostante il processo di dismissione e attivazione dei servizi territoriali erano molteplici e riguardavano la persona per com’era, per ciò che possedeva o no (mi riferisco al reddito o patrimonio, le caratteristiche dei familiari, le caratteristiche del servizio che si occupava del paziente, logiche e modalità di intervento, grado di presenza sul territorio, capacità di sostenere l’accompagnamento “fuori”, grado di collaborazione con altri referenti per l’assistenza e la risoluzione dei bisogni presenti non strettamente connessi alla sofferenza mentale casa/lavoro/ ecc) Non poteva essere ignorata, anzi andava necessariamente riconosciuta la molteplicità dei fattori ed il loro peso, unitamente alla differente natura dei problemi che potevano essere presenti e che andavano ricollocati nella loro specifica area, ricercando soluzioni adeguate non totalizzanti, che aprissero anziché “chiudere”.

Al centro del processo andava ri-collocata la persona che si trovava ad avere tanti o pochi problemi in varie aree (lavoro, denaro, salute,età, relazioni sociali ecc) articolando le sue risorse e le sue difficoltà, i suoi punti forti e deboli, in differenti categorie e ruoli.

Nella pratica si riscontrava che il grado di sofferenza psichica, appunto la “malattia mentale”,  non era il fattore principale che portava ad una lungo-degenza; una riconosciuta cronicità del disturbo (non-guarigione prevista ) non poteva comunque giustificare una degenza interminabile, che tradotta in parole povere significava passare la vita per intero in luoghi non idonei al vivere comune. Bastava immaginare di non avere la propria casa, i propri momenti privati, i propri spazi, orari, sigarette ecc per capire come si poteva vivere in quelle condizioni di totale espropriazione vigilata, senza soluzione di continuità; custodia, gestione e cura non erano chiaramente distinguibili.

Nella relazione presentata al convegno volevo sottolineare il fatto che se da una parte il binomio cronicità/lungo-degenza aveva generato effetti molto negativi, operando una separazione tra queste due condizioni si poteva attivare un processo di apertura al cambiamento di questa condizione, operando una restituzione di tutto quanto era stato precedentemente tolto alla persona diventata “paziente”, ricreando lo spazio per la negoziazione/contrattazione delle condizioni di vita/assistenza all’interno delle strutture residenziali ma non solo. In quest’ottica la pratica cosiddetta “riabilitativa” andava continuamente ripensata e verificata insieme all’utente, nel rispetto della realistica possibilità di concretizzazione negli atti quotidiani del progetto di vita delle persone di cui (come operatori) ci occupavamo.

La possibilità di contrattazione (che prendeva anche la forma di un contratto reale, cartaceo, sottoscritto da utente ed operatore a testimonianza degli impegni reciprocamente assunti ognuno nel proprio ruolo) era garanzia di utilità di progetto ed intervento (riabilitativo e non )in quanto ci permetteva di essere vicini agli interessi reali delle persone di cui ci si occupava e di fare tutto il possibile per raggiungere realisticamente, a partire dalle condizioni in cui ci si trovava, ciò a cui loro tendevano.

A tutt’oggi sono molto grata a queste persone che dopo tanti anni di pesante sofferenza e istituzionalizzazione hanno rischiato , non senza dolori e delusioni, per darsi un’altra possibilità di vita.

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(intervento al convegno “ANCORA IL DOSSO PER ORLANDO” , Mantova - 30 Settembre 1995)

 

 

 

Esponiamo alcune riflessioni di principio maturate durante la nostra esperienza, dal 1993 ad oggi.

Va necessariamente detto che l’utenza di cui è composto il gruppo degli abitanti e di chi frequenta solo di giorno, proviene dall’ex O.P. e da lunghe degenze in S.P.D.C.

La scelta compiuta da queste persone di rimettere in gioco la propria esistenza, in una scommessa senza garanzie, ha permesso a tutti noi di compiere assieme questo percorso.

 

Organizzando il discorso attorno al tema della lungodegenza, che accomuna l’utenza ex O.P. a quella proveniente dai servizi territoriali post-riforma con particolare riferimento all’ S.P.D.C., a nostro avviso è importante porsi alcune domande:

      

 

A chi ci riferiamo quando parliamo di “lungodegenti”?

 

Semplificando, rientra in questa categoria chi in O.P., ancora oggi, pare non avere possibili vie d’uscita e chi rimane in S.P.D.C. per molto tempo senza avere, per vari motivi, possibili collocazioni altrove

 

 

Quali sono i fattori che portano a questa lunga permanenza o “non possibilità” di uscita?

 

E’ innegabile che si possa individuare a quale area appartengono le difficoltà ed i problemi (le cosiddette variabili) che non rendono possibile una “dimissione”: l’uscir fuori da un luogo fortemente contenitivo e comunque totalizzante quali il manicomio o l’S.P.D.C.

Sappiamo benissimo che i fattori possono essere molteplici, ma ancora prima di riguardare la persona per com’è e per quello che “ha” (fattori economici), riguardano innanzitutto i servizi, il vuoto di intervento su variabili concrete, difficoltà di relazioni tra servizi con i quali collegare l’assistenza e la risoluzione dei bisogni della persona non strettamente connessi alla  sofferenza mentale.

Sicuramente non  possiamo negare che nella realtà non rileviamo quale fattore principale che porta ad una lunga permanenza nell’istituzione,  il grado di sofferenza psichica, la cosiddetta “malattia mentale”: i motivi sono ben altri!

Ecco allora che la presunta cronicità (intesa come prevedibile non guarigione) non deve coincidere, giustificare e permettere di  accettare come dato immutabile una DEGENZA INTERMINABILE, ovvero lo svolgimento della continuità della propria vita in luoghi non idonei a questo (ad es. un reparto).

Cronicità del disturbo e lungodegenza, insieme, costruiscono situazioni veramente disastrose, ma trovano proprio  nella loro separazione, l’inizio di  nuove possibilità.

Risulta utile ricordare come nell’area Handicap, soprattutto in riferimento al Ritardo Mentale, il concetto di ”Grave” generatore di una pratica basata sulla considerazione di non-possibilità di miglioramento, è stato posto in una posizione relativa nel senso che si è visto come la reale possibilità di  migliorare le proprie condizioni di vita faccia riferimento a molteplici fattori e  non solo alle caratteristiche fisiche o mentali (quali variabili misurabili ed osservabili) ma anche e soprattutto  alla QUALITA’ delle RELAZIONI ed alla CAPACITA’ di ADATTAMENTO concreta al proprio ambiente di vita (inteso anche come capacità d’uso dello stesso) nel senso più ampio del termine.

E’ su questi aspetti che le possibilità di intervento, anche nel nostro ambito, diventano vastissime  ed  è possibile uno sconfinamento nell’uso delle risorse istituzionali (e non) presenti sul territorio, non strettamente inerenti al servizio psichiatrico.

Non considerare nel nostro ragionamento ed intervento, come unico parametro di riferimento la “guarigione” restituisce al “malato” lo status di persona,  aprendo vasti orizzonti di ri-valorizzazione.

Pensiamo sia importante comprendere che il percorso cosiddetto “riabilitativo” non si esaurisce con il superamento dell’O.P. ma comporta il SUPERAMENTEO  di una LOGICA anche di intervento, ridiscutendo la pratica della “GESTIONE”, così presente nell’assistenza ai lungodegenti, ovvero la pratica del “fare al posto di “, del “non far fare a” per “evitare che”.

Questa pratica sposta ogni responsabilità dal soggetto dell’azione al soggetto che lo assiste, creando vincoli indissolubili che impediscono ogni possibile distanza.

Questo processo applicato nella continuità della vita divora ogni minimo spazio privato del “paziente” sino nei minimi particolari (numero di caffè che si possono bere, soldi disponibili in una giornata, numero di sigarette permesse, quando e cosa mangiare, quando lavarsi ecc)

Anche la presa in carico e gli interventi attuati sul territorio non sono immuni dallo stesso processo di superamento di logica …. cambia lo scenario ma spesso anche le modalità operative utilizzate dal servizio territoriale possono concorrere a produrre lunga permanenza in SPDC o non possibilità di uscita dal “manicomio”.

 

 

Quali possono essere gli obiettivi possibili di fronte a situazioni di lungodegenza?

 

Offrire:

 - la migliore qualità di accoglienza e di vita per chi non ha la possibilità di tornare sul  “mercato”  casa/lavoro;

- una risposta estremamente articolata, attenta ai bisogni molteplici, per un sostegno nel percorso verso la vita “fuori”, per chi invece ha altre possibilità e risorse.

Nel primo caso si ripropone la necessità di accogliere per intero la vita di queste persone, ma accoglienza non vuol dire “assistenza” e va sempre ricordato che la vita si svolge, giorno dopo giorno, nel susseguirsi dei dettagli, delle piccole cose, senza prescindere dal DOVE e dal COME.

Lavorare come operatore ad esempio in una comunità, dove altri vivono, impone una rispettosa condivisione degli spazi e dei tempi della quotidianità: anche questo fa parte di un “buon intervento”.

Porre la persona al centro, permettendogli di  aumentare il suo potere ed articolare le risposte considerando la complessità dei bisogni pone in esistere la possibilità da parte dell’utente di “contrattare”, di essere presente con un potere, su quanto diviene territorio comune, su ciò che nella sua vita riguarda inevitabilmente anche altri (operatori e non).

Questa contrattualità può esistere solo  se il servizio è in grado di offrire possibilità di  scelta,  se offre un’unica risposta questa non è discutibile. Non è realmente facile fornire la possibilità di discutere una richiesta o una imposizione...soprattutto quando il mandato è di decidere per conto di chi è ritenuto non in grado di farlo, e non è nemmeno facile accettare il fatto che l’utente abbia l’umano diritto di rifiutare una proposta così com’è.

Il “non–consenso” di fatto esiste ovunque, un salto di qualità consiste nel permetterne l’esplicitazione: solo così  si possono trovare soluzioni possibili  attraverso la contrattazione, dove la persona interessata, può discutere e decidere.

E’ fondamentale mettere l’utente in grado di sapere e comprendere a quali cosse va incontro; se non siamo con lui non esiste UTILITA’  di progetto o intervento e si perde il senso di ciò che si fa.

Bisogna allora avere la possibilità di restringere al minimo l’intervento prettamente psichiatrico (farmaci,  ricoveri ecc) ed ampliare la disponibilità di LUOGHI di VITA, la possibilità di scambi con tutti i servizi e le agenzie sul territorio, L’INTEGRAZIONE reale delle PROFESSIONALITA’ non-mediche o sanitarie, che possono integrare l’approccio al disagio.

 

4)      

                               Quale atteggiamento tenere di fronte a persone di cui si ha in carico la vita totale?

 

Non riteniamo sia vero che (in qualità di operatori) se ne abbia la totale responsabilità, si ha sempre la responsabilità dei propri atti verso l’altro, a maggior ragione di quelli compiuti nell’esercizio della nostra professione, ma la responsabilità degli atti e delle scelte compiute dalle altre persone va restituita, così come va restituito tutto ciò che viene espropriato dalla condizione di SOFFERENTE mentale (prima) e di PAZIENTE PSICHIATRICO (poi).

Queste due categorie non sono sovrapponibili e si riferiscono a due posizioni relative: la prima del soggetto rispetto alla sua capacità di vivere e di organizzarsi nel mondo; la seconda a quella della persona che fruisce di un servizio senza avere la possibilità, spesso di sostentere la contrattualità.

Questa considerazione dovrebbe per così dire, renderci “modesti” ed in grado di ammettere che spesso, per non dire sempre, abbiamo a che fare con persone che non vorrebbero essere lì o che non vorrebbero fare ciò che gli viene proposto di fare…allora si dice che  si lavora sulla “motivazione” oppure si usano “strumenti  educativi”…ecc che fanno parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La questione della manipolazione, comunque la si chiami, è una questione aperta che mette in gioco parecchie dimensioni.

C’è un modo però per interrogarsi su quanto si sta’ facendo: basta mettersi al posto dell’altro e vedere cosa si proverebbe ad essere nella stessa condizione o a ricevere la stessa azione. Sarebbe un’esperienza interessante!

 

5)     

                          Concludendo, una comunità come Fondo Ostie con il nostro tipo di utenza, stanca di lunghi anni di vicissitudini pesanti, cosa può fare?

 

Ragionando sui tre anni in riferimento all’utenza ex OP esiste la necessità di smantellare al proprio interno tutta quella fitta rete di norme e gestioni non indispensabili, arretrando il più possibile nei confronti degli ospiti, accorciando le distanze tra ciò che vogliono e quanto è realmente possibile ottenere da parte loro , provandoci davvero; aumentare gli scambi con il territorio, offrendo una migliore qualità delle relazioni umane e del tempo vissuto.

Una riflessione relativa al lavoro con l’utenza proveniente dai servizi SPDC non è ancora possibile in quanto l’esperienza è ancora troppo limitata, ma ha ampiamente contribuito a farci incontrare le difficoltà e le situazioni oggetto di quanto qui esposto.