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percorsi post lauream
Costruire un futuro per i giovani psicologi
(Articolo pubblicato sul numero 3/2005 di AUPI Notizie)
di Paolo Michielin
Entrare nella professione di psicologo è sempre stato lungo e difficile: la riuscita finale, in passato, era però ragionevolmente sicura.
Ora non è più così: la strada resta impervia e faticosa, ma l'esito è tutt'altro che scontato.
Per moltissimi giovani fare lo psicologo e vivere del proprio mestiere resterà un miraggio, a meno che l’intera comunità professionale non si muova subito per affrontare questa emergenza (superando l’immobilismo già denunciato da Mario Sellini nell’editoriale del primo numero di quest'anno; "Tutti sanno cosa sta accadendo. Nessuno muove un dito."). Quindici o venti anni fa un laureato, prima di arrivare a svolgere la professione in modo stabile, riconosciuto, soddisfacente e con un reddito adeguato, doveva mettere in conto 3, 4 o 5 anni di tentativi in varie direzioni, di lavoro gratuito o sottopagato, di incertezze e frustrazioni... ma alla fine ce la faceva. Quando, 12 anni fa. si è formato l'Ordine, gli psicologi professionalmente maturi (almeno 6 anni trascorsi dalla laurea) erano occupati nel 93% dei casi, in larga maggioranza svolgevano esclusivamente attività psicologiche (73%) e avevano un lavoro consolidato, sicuro e ben retribuito (75%); gli psicologi più giovani erano occupati nell'88% dei casi, svolgevano in maggioranza solo attività psicologiche (66%), ma avevano una lavoro più precario (solo nel 42% consolidato e stabile). Negli ultimi anni, però, la situazione è rapidamente peggiorata e stiamo arrivando al punto di non ritorno. Possiamo seguire questa evoluzione analizzando i risultati delle diverse indagini sulla condizione lavorativa dei laureati in psicologia e degli iscritti all'Ordine, svolte da ricercatori universitari (in particolare Favretto e Majer), dall'ISTAT, dal consorzio universitario Alma Laurea e dagli stessi Ordini regionali, a partire dal 1985 e fino at 2003. nonché i dati reddituali elaborati dall'ENPAP.Senza esporre questo insieme eterogeneo e complesso di dati, cerchiamo di delineare le tendenze principali e di concentrarci sulla situazione odierna.
I laureati nel quadriennio 1991-95, interpellati a 3-4 anni di distanza dalla laurea dal gruppo di ricerca di Majer, affermavano nel 92% dei casi di aver trovato una qualche collocazione lavorativa, ma solo il 45% lavorava come psicologo, un altro 28% svolgeva attività psicologiche insieme ad altre attività, mentre il 19% aveva un impiego senza alcuna attinenza con la professione,
L'indagine svolta qualche anno dopo dall'Ordine dei Veneto sui propri iscritti, metteva in luce un 13,4% di disoccupati, una percentuale superiore al 20 % di persone che avevano un lavoro senza attinenza con la professione (come l'insegnante) e una quota vicina al 10% di pensionati.
Le indagini più recenti (Alma Laurea e ISTAT, compreso il rapporto pubblicato il 1° giugno 2005) rivelano un tasso di occupazione tra il 75 e !'80% a tre anni dalia laurea, che arriva all’85% a cinque anni dalla laurea. Una parte consistente degli occupati, almeno un terzo, continua però il lavoro che svolgeva prima della laurea e che non ha generalmente alcuna attinenza con essa: nell’altra parte prevale il lavoro atipico a tempo determinato (con un 11% senza contratto) e comunque a orario ridotto. Relativamente alla soddisfazione per il lavoro trovato, i nostri laureati dopo il 2000 valutano in termini positivi l'acquisizione di professionalità, l'indipendenza e autonomia, li tempo libero a disposizione, mentre generalmente si dichiarano molto scontenti per le prospettive di carriera, per quelle di guadagno, per la stabilità e sicurezza, per la coerenza con gli studi fatti. Teniamo conto che, non solo i laureati tradizionalmente "forti" come quelli in ingegneria, ma anche quelli in biologia, in scienze politiche... riferiscono un'elevata o una buona soddisfazione in tutte queste aree, eccetto eventualmente in quella del tempo libero a disposizione (!).Il numero degli psicologi dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale e delle strutture ad esso collegate è rimasto attestato nell’ultimo decennio sulle 5.700-5.900 unità, con l'ingresso solo di qualche centinaio di nuovi colleghi, attribuibile principalmente la passaggio alla dipendenza dei convenzionati.Dei quasi 40.000 colleghi attualmente iscritti all'Ordine degli psicologi, meno della metà (22.120 a fine 2004) percepisce redditi da lavoro professionale, esercitato al di fuori del rapporto di dipendenza, ed è, quindi, iscritta anche alla cassa previdenziale; inoltre solo il 45% degli iscritti all'ENPAP dichiara redditi lordi superiori ai 10.000 euro all'anno e solo il 23% dichiara redditi superiori ai 20.000 euro.
Questo rapido peggioramento delle prospettive occupazionali è stato influenzato da molti fattori negativi, come il deludente sviluppo di alcuni settori (si pensi alla psicologia scolastica, a quella del traffico o alla sicurezza nei luoghi di lavoro), la mancata applicazione dei LEA per quanto riguarda la psicoterapia erogata dai servizio sanitario nazionale in modo diretto o attraverso professionisti accreditati, la mancata approvazione de! nomenclatore - tariffario delle prestazioni, le difficoltà a difendere l'esclusività delle nostre prestazioni e a lottare contro l'esercizio abusivo, la stessa crisi economica che vive il nostro paese... ma ha avuto ed ha un'unica vera causa: la pletora psicologica.
Circa 12 anni fa, quando fu costituito i'Albo, gli iscritti in Italia erano circa 16.000, nel 1995 si era già passati a 23.000 e oggi siamo vicini ai 48.000: in poco più di un decennio il numero di psicologi è addirittura triplicato.
E già premono, per mandare queste cifre completamente fuori controllo, gli almeno 55.000 studenti delle classi dì laurea triennale e specialistica in psicologia.
Molti di questi sono iscritti ai Corsi di laurea spuntati in Italia come funghi, da Bergamo a L'Aquila. Corsi che troppo spesso sono castelli di carte mancanti di aule, di docenti strutturati, di risorse, di spazi applicativi, di tradizione culturale e scientifica, ma che pretendono di formare un numero molto alto di studenti (l'Università di Chieti, ad esempio, ha più iscritti ai primo anno di psicologia che non quella di Padova).
E allo spuntare come funghi dei corsi corrisponde un'impennata delle immatricolazioni, dalle 8.206 dell'anno accademico 2003-04 alle 12,186 di quest'anno, e uno scadimento della formazione, complice fa riforma dell'ordinamento degli studi e l'introduzione delle lauree triennali (come lamenta Mario Sellini nell’editoriale del numero 1-2005, parlando di "laureati che sono solo nominalmente Psicologi che possono iscriversi all'Albo degli Psicologi, ma che in realtà non hanno ricevuto alcuna formazione specifica e propedeutica all'esercizio della professione").Ricordo di aver scritto più volte su questo argomento quando ero Presidente Nazionale dell'Ordine, di aver pronosticato (smentito all'epoca da tanti, ma non dalla realtà attuale) un numero di 40.000 psicologi nei primi anni del 2000 e di aver preso delle iniziative che sono state poi abbandonate e hanno, comunque, avuto un effetto minimo. La pletora psicologica è un fenomeno che non ha attualmente alcun governo e che non può trovare risposta in un allargamento della domanda sociale di interventi, di attività e di prestazioni psicologiche, nello sviluppo di nuovi settori o in qualsiasi altra utile iniziativa dell'Ordine, dei sindacato o delle associazioni scientifico-professionali: nessuna professione può reggere questi ritmi di crescita.
Uno dei problemi dei nostro paese è che mancano gli ingegneri e gli infermieri, ma se il loro numero si triplicasse in un decennio condannerebbe ugualmente moltissimi alla disoccupazione o alla sottoccupazione.
La pletora, anzi, crea effetti distorsivi e perversi sul mercato professionale: l'enorme disponibilità di tirocinanti, volontari... permette al pubblico e al privato di fornire prestazioni psicologiche, di avviare nuove attività psicologiche, di mantenere in piedi servizi... a costo zero, facendo venir meno la necessità di assumere psicologi e distruggendo spazi professionali riconosciuti e retribuiti.
La maggior parte dei laureati, per una genuina vocazione o per la necessità di acquisire le conoscenze applicative e le competenze che l'Università non ha dato o, soprattutto, per la mancanza di lavoro, intraprende la formazione privata in psicoterapia, allungando a 10 anni un percorso di studi che dà pochissime prospettive di lavoro e alimentando un mercato professionale, quello della formazione in psicoterapia, della supervisione e dell'analisi personale, ipertrofico, in larga parte artificiale e che presto potrebbe esplodere come una bolla,
Per usare le affermazioni di Franco Perazza dell'Ordine del Friuli, "forse ci siamo distratti, ma se qualcuno avesse voluto programmare i! collasso della professione psicologica, non avrebbe potuto immaginare strategia più sottile ed efficace; in confronto i tanti attacchi che fino ad ora abbiamo subito dall'esterno su aspetti specifici del nostro operare sono nulla".
Senza considerare, poi, le frustrazioni e le sofferenze quotidiane, lo scoramento e la delusione dei tanti colleghi giovani, che hanno investito nello loro preparazione, che si sono impegnati per aprirsi degli spazi professionali e che non riescono più a vedere, nemmeno nel futuro, un lavoro dignitoso e una remunerazione che consenta loro di mantenersi.
Proprio il termine usato per definire l'unica causa delle attuali pessime prospettive occupazionali ci può aiutare a trovare le soluzioni.
Poco più di 10 anni fa i medici si trovarono nella stessa situazione, la pletora medica appunto, causata da un incremento incontrollato del numero dei laureati e degli iscritti all'Ordine, in un paese che aveva già un numero altissimo di medici rispetto alla media europea, e che generava disoccupazione, frustrazione e sconforto dei giovani e causava perdita di prestigio e di peso sociale della professione.
E alla pletora reagirono con un ampio ventaglio di iniziative, coerenti, forti e insistite.
Si iniziò con un'opera di informazione, capillare, veritiera e cruda, ai maturati che intendevano iscriversi a Medicina (dal volantinaggio alle inserzioni sui quotidiani nazionali), si continuò con una fortissima pressione dell'Ordine e dei sindacati nei confronti delle università e delle forze politiche per ottenere il numero chiuso, si arrivò alle manifestazioni di piazza dì tutta la classe medica con in testa i disoccupati... Iniziative coronate da un pieno successo e di cui ora si vedono i risultati: medicina è tornata ad essere una delle lauree più "forti", che garantisce, dopo una specializzazione retribuita, un'occupazione praticamente sicura, i livelli più alti di soddisfazione e di reddito e gode di un prestigio che forse mai in passato aveva avuto.
Di questo miglioramento hanno beneficiato i giovani entrati all'Università con il numero chiuso, ma ancora di più gli attuali 35-40enni, che all'epoca erano in prima fila nei cortei. Senza arrivare al numero chiuso, si può intraprendere lo stesso percorso per ottenere una drastica riduzione e una rigorosa programmazione numerica dell'accesso ai corsi di laurea in psicologia, misure che abbiano anche lo scopo di elevare lo standard medio della formazione universitaria. in questo percorso i'AUPI. l'Ordine e fa comunità professionale possono trovare ottimi alleati e beneficiare di alcune circostante favorevoli.
Accanto a corsi di laurea che sembrano castelli di carta, esistono realtà universitarie che hanno tradizione, strutture, risorse, che offrono una formazione di buona qualità e che possono essere interessate ad (e trarre beneficio nel medio e lungo periodo da) una drastica riduzione dell'offerta formativa in Italia basata, appunto, sulla qualità e sull'efficacia, e alla chiusura o al ridimensionamento dei corsi nati dall'improvvisazione.
Dal prossimo anno la stessa normativa ministeriale privilegerà nella valutazione e nell'assegnazione dei fondi non i corsi di laurea che hanno più studenti, ma quelli che formano meglio, nei tempi giusti e che danno più prospettive occupazionali.
Una parte delle scuole private di psicoterapia ha avviato un percorso di accreditamento all'eccellenza, che potrebbe portare ad una analoga riduzione dell'offerta formativa e al miglioramento della qualità e dell'efficacia, attraverso una selezione virtuosa all'interno di questo variegato campo.
Lo stesso movimento degli studenti, che si sta riorganizzando, può richiedere in modo puntuale il rispetto delle condizioni necessarie per una didattica efficace, cominciando dalle esercitazioni, previste per un terzo delle ore di corso e quasi mai effettivamente svolte.
Per ridare un futuro ai giovani colleghi e all'intera professione, dobbiamo, dunque, intraprendere un percorso complesso, irto di difficoltà e che potrà causare divisioni e conflitti nella nostra comunità (forti interessi costituiti si oppongono alla restrizione degli accessi), ma fare davvero politica professionale e sindacale significa avere lungimiranza e coraggio di scegliere.
Diversamente non avranno futuro ne i giovani ne la professione: l'Albo sarà costituito da un nucleo proporzionalmente sempre più ristretto di veri professionisti, mescolati con una pletora di cultori della psicologia che solo saltuariamente o marginalmente esercitano, e la pletora, a sua volta, sì confonderà nell'ampio gruppo di italiani che si interessano e sanno di psicologia e ogni tanto pensano di "fare lo psicologo".
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