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Per una rettifica del “Parere sulla Diagnosi Psicologica e Psicopatologica” dell’Ordine Nazionale degli Psicologi: alcune osservazioni di Eugenio Calvi


a cura di Piera Serra


Sul sito del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, cliccando su Linee Guida compare il “Parere sulla Diagnosi Psicologica e Psicopatologica” redatto dalla commissione Atti tipici  dell’Ordine stesso e reso pubblico recentemente.
Si tratta di una descrizione molto bella dell’aspetto visivo, percettivo, della nostra operatività. Un’ampia rassegna degli strumenti psicologici di valutazione e un’ottima sintesi degli approcci di indagine, con il focus su quella dimensione complessa e dinamica che sta tra l’ambito clinico e quello epistemologico. Una panoramica che non può che essere l’esito di elevata cultura scientifica e umanistica.
Questa è stata la mia impressione alla prima lettura. D’altronde, dato il calibro degli Autori, non mi attendevo di meno.
Tuttavia, poiché non è una rivista specialistica a pubblicare questo Parere, bensì il nostro organo rappresentativo più elevato a offrirlo al pubblico come linea guida dell’operatività degli psicologi, l’ho riletto ponendomi nei panni di un lettore profano quale potrebbe essere il cittadino curioso o il direttore di asl o il parlamentare per esempio impegnato nella riforma della 180.  Ebbene, in questa luce ho scoperto che il documento ci autoesclude dalla diagnosi delle psicopatologie; infatti, a p. 6 viene stabilito che la diagnosi nell’"accezione ristretta come identificazione di una patologia" riguarda "soltanto l'ambito biomedico".
In aggiunta a ciò, nelle parti del testo dedicate alla classificazione nosografica non viene mai esplicitamente affermato che la diagnosi dello psicologo o dello psicologo psicoterapeuta comprenda anche la classificazione delle psicopatologie in base a DSM e ICD, unici sistemi nosografici ufficiali delle patologie psichiatriche universalmente riconosciuti dalle comunità scientifiche. Anzi, se anche a p. 5 viene citato un documento dell’APA in cui si afferma che la diagnosi consiste anche nella valutazione "di manifestazioni psicopatologiche e di sintomi… attraverso la loro classificazione in un sistema diagnostico riconosciuto", poi il paragrafo dedicato ai sistemi nosografici (pp. 9-10) si presta a essere anche interpretato come un’indicazione a basare la diagnosi sul sistema PDM in alternativa a DSM e ICD. Oltretutto si precisa (p. 10, nota) che il PDM è complementare, non alternativo a DSM e ICD (qualcuno potrebbe dedurne che la diagnosi degli psicologi sia complementare a quella psichiatrica ufficiale, anziché comprenderla!).
Sulle implicazioni giuridiche del documento ho raccolto alcune osservazioni di Eugenio Calvi.
Eugenio Calvi, psicologo, avvocato, professore a contratto di Deontologia professionale presso la facoltà di psicologia dell’Università di Torino, fu consulente di parlamentari di differenti aree politiche per la stesura dei diversi progetti di legge che nel 1989 confluirono nella legge 56. Dal 1988 al 1990 fu presidente nazionale della Società italiana di psicologia. In seguito, come membro del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, presiedette la Commissione per la formazione del codice deontologico che si trasformò poi in Commissione permanente per la deontologia professionale. Dal 1993 al 1999 fu Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte.  
Serra: A p.6 si sostiene che il concetto di diagnosi nell’"accezione ristretta come identificazione di una patologia" riguarda "soltanto l'ambito biomedico". Ciò, in piena contraddizione con l’art. 1 L. 56/89: credo che nessuno possa dubitare che il legislatore riservando a noi la diagnosi intenda la diagnosi in senso stretto, come d’altronde gli stessi Autori del Parere sottolineano in premessa (p. 4: "Il legislatore ha inteso..accomunare gli psicologi a medici e odontoiatri come uniche figure professionali con facoltà di diagnosi...").
Calvi: E’ del tutto insensato affermare che la diagnosi come "identificazione di patologia" riguardi solo l'ambito "biomedico".  E lo psicologo, quando fa una diagnosi psicologica  (almeno questo gli é concesso: art 1 L. 56/89) deve ignorare la patologia?  E se la riscontra  (e 99 volte su 100 non può non riscontrarla)  che cosa fa? Caccia il paziente e lo manda dal medico? Poi, con una notevole incoerenza, si cita l'A.P.A. (p. 5), che dice come la diagnosi consista nella valutazione di comportamenti anormali, e cioè di manifestazioni "psicopatologiche".
Serra: Dopo aver affermato che la diagnosi nell’accezione ristretta di "identificazione di patologia" riguarda "soltanto l'ambito biomedico", tutto il resto del documento è dedicato alla diagnosi nell’"accezione ampia di identificazione di un fenomeno sulla base dell’individuazione dei fattori che la caratterizzano" (p. 6). In tal modo la diagnosi psicologica e psicopatologica dello psicologo viene accomunata alle diagnosi di tutti gli altri professionisti della salute mentale: nelle asl si parla abitualmente di “diagnosi sociale” dell’assistente sociale o di “diagnosi infermieristica” riservata all’infermiere: si pensi al triage delle richieste di prima visita svolto in alcuni centri di salute mentale dall’infermiere. E sono tutte diagnosi subordinate logicamente e giuridicamente alla diagnosi (in senso stretto) medica.
Calvi: Mi pare in effetti un commento alquanto grossolano.  Da un lato si afferma che il concetto di "diagnosi" è  un "atto conoscitivo di raccolta e categorizzazione delle informazioni" e anche un "atto pragmatico di comunicazione" (p. 6); e sono d'accordo.  Anche il mio elettrauto fa una diagnosi, come l'idraulico: raccolgono delle informazioni e poi ne danno comunicazione.  Quindi, con un notevole salto logico, si passa ad affermare che l'art. 1 (che parla di diagnosi in ambito psicologico) accomuna psicologi, medici, odontoiatri (p. 4): che cosa vuol dire?  In che senso li accomuna?  Nel senso che tutti costoro "fanno diagnosi"?  Ma se si parla di diagnosi in senso lato, allora devo metterci dentro anche l'elettrauto e l'idraulico  (per non parlare dell'architetto e dell'ingegnere quando fanno una perizia, e infiniti altri); se si parla di diagnosi in senso stretto, [una volta riservata all’"ambito biomedico" l’"identificazione di patologia" come gli Autori sostengono,] non vedo quale sia il denominatore comune.  Forse l'occuparsi dell'individuo umano? No, allora anche l'osteopata e il fisioterapista, dal loro specifico punto di vista, prima di mettere le mani sul paziente fanno una loro diagnosi. E così l’infermiere o l’operatore sociale. Anche la loro diagnosi riguarda sia le funzioni normali sia quelle patologiche e “si realizza attraverso una metodologia di competenza specifica della  professione…” (p. 15).  
Serra: A p. 8, in nota: "Qualora lo psicologo...rilevi segni di disturbo ...cognitivo od emozionale tali da suggerire la possibilità di una disfunzione cerebrale responsabile, sarà tenuto a richiedere le opportune indagini diagnostiche...”. Ma la disfunzione cerebrale è il correlato presumibile di ogni psicopatologia: a chi sta ritenerla responsabile o meno?
Calvi: se con "disfunzione cerebrale" si vuol intendere un cattivo funzionamento riferibile a lesioni anatomiche, é un conto; altrimenti  si rientra pienamente nell'ambito della psicopatologia, che è di nostra competenza.
Serra: Dunque io che, come gli altri colleghi della Asl, tutti i giorni produco certificazioni di ogni tipo di patologia e non-patologia basate su DSM IV e ICD10 devo andarmi a costituire?
Calvi: La prassi degli psicologi non è fuori legge: è questo Parere in contraddizione con la legge e la giurisprudenza. Si veda la recente sentenza Abela del Tribunale di Ravenna e anche a quella della Cassazione, che gli stessi autori citano (sentenza 767/2006, p. 4).
Serra: Probabilmente gli Autori non hanno davvero inteso stabilire che la diagnosi è riservata ai soli medici: forse si tratta solo di disguidi occorsi nella fase di stesura. Cose che capitano, quando si lavora in diversi su una materia complessa. Se così fosse, che procedura sarebbe necessaria per modificare il testo?
Calvi: Il CNOP potrebbe rettificare il testo. Potrebbe farlo anche subito il Presidente.   

Bologna, 24 febbraio 2010                                       Piera Serra