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psicologia ospedaliera
Cristina: l'impossibilità di amare
di Carla Tromellini
tratto da: C. Tromellini e G. Occhipinti (a cura di) : Eclissi di Sole - dialoghi col paziente oncologico,
Unicopli, 2002
L’interesse per la tematica della “familiarità” nello sviluppo di un tumore alla mammella mi è noto dalla presa in carico di una ragazza, figlia di una paziente oncologica (che al momento dell’inizio del trattamento era ancora in vita) che si era ammalata di tumore alla mammella a 47 anni; la nonna materna a 67 anni si era ammalata della stessa forma tumorale ed era morta dopo tre anni dall’inizio della malattia.Questa storia mi ha suscitato interrogativi sulla qualità di vita di quei soggetti, come Cristina che si trovano inseriti in una famiglia dove c’è una ricorrenza di patologia tumorale alla mammella che sembra “legare" varie generazioni (nonna, madre…) in un destino biologico comune.Da qui sono scaturite domande che andrebbero ulteriormente approfondite e che potrei enucleare in una costellazione di quesiti: che relazione può esistere tra lo sviluppo di una patologia tumorale alla mammella le cui determinanti genetiche individuano una possibile “ereditarietà” e la rappresentazione del singolo appartenente a “quella famiglia”, ad un destino “iscritto nel corpo”, quasi un destino cristallizzato, che appartiene alla famiglia e al suo genogramma? E’ un destino di morte? E’ un processo di vita individuale che viene come a confondersi con altri destini? Cosa allora rimane di “mio”, cosa rimane della mia volontà di individuazione, se è già “inconsciamente” descritta?Nel progressivo consolidarsi di questi complessi quesiti, durante il percorso psicoterapeutico con Cristina, ho fatto riferimento alla ricerca sviluppata negli anni ’90 da Kash e Holland, e pubblicata sul “Journal of The National Cancer Institute” (1992), entrambi appartenenti al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.La ricerca parte da un campione di sessanta figlie di varie età, scelte a caso, di cultura media e di razza bianca, di pazienti che erano morte o stavano morendo dello stesso tumore.
La ricerca opera una sintesi delle “credenze” di donne ad alto rischio per il tumore al seno, circa il loro rischio di tumore e l’impatto che tali “idee” hanno sul loro comportamento e sullo strutturarsi di manifestazioni di angoscia psicologica. Riprenderò nel corso della presentazione della storia clinica di Cristina alcuni contenuti di tale ricerca che ho ritrovato anche nello sviluppo della sua vicenda personale.
CRISTINA
La biografia di Cristina è piuttosto scarna, mentre la trama della sua storia è molto più complessa. Quando arriva in consultazione ha 26 anni (marzo 1993), è figlia di una paziente operata di tumore alla mammella sette anni prima (la madre aveva 47 anni), quando Cristina ha 7 anni, la nonna materna, a 67 anni, si ammala della stessa patologia decidendo di non farsi operare al seno perché, dice Cristina, ci teneva molto al suo seno e non voleva perderlo; fa solo chemioterapia e muore tre anni dopo.
La madre di Cristina è stata operata al seno bilateralmente e nel corso dei sette anni dalla diagnosi di malattia, è stata operata più volte e ha affrontato parecchi cicli di chemioterapia.
Quando Cristina si presenta in consultazione sua madre deve riprendere un nuovo ciclo di chemio. Alla figlia i medici avevano comunicato, a più riprese, che non ce l’avrebbe fatta, che aveva non molto tempo da vivere.Cristina vive con i genitori entrambi pensionati, ed ha un fratello più giovane sposato con un figlio piccolo che vive fuori casa.
Quando Cristina arriva in consultazione, avevo scelto, nell’ambito del progetto di assistenza psicologica alle pazienti portatrici di tumore al seno, di occuparmi prevalentemente del paziente. Non avevo però in carico parenti di pazienti, se non per brevi accessi. Invece, nel caso di Cristina mi colpiscono molto i vissuti che lei porta durante il primo colloquio ed è quell’incontro che mi fa decidere di “occuparmi di lei”.Rende visibile da subito una grande insofferenza, una grande rabbia nei confronti della madre. Una rabbia potente, incarnata in un corpo nervoso, percorso da scatti e da gesti duri, taglienti e da un linguaggio imperioso, senza altre declinazioni emozionali.
Rabbia, insofferenza per la malattia della madre “…tocca sempre a me…”. Con il padre non c’è dialogo, il fratello è occupato e sposato e non ha tempo, lei è l’unica che lavora saltuariamente, faceva la cameriera in un ristorante del paese in cui abita… e le viene richiesto (soprattutto dal padre) di accompagnare la madre nel suo peregrinare oncologico.Sente una rabbia incontenibile; la esprime verbalmente e nelle declinazioni del suo dire, manifestando un’apparente distanza dal problema della madre.Il suo problema attuale è come contenere questa rabbia, questa indisposizione verso la madre; sente l'esigenza di mettere l’accento sulla relazione con lei perché si sente in colpa di essere, di sentirsi così… La madre a sua volta l’accusa di non interessarsi abbastanza di lei (faceva affidamento su questa figlia per essere accompagnata e accudita).La nonna materna è morta di un tumore al seno quando lei aveva 10 anni e lei lo ricorda bene.
Rammenta di essere stata “piuttosto menefreghista” nei confronti della famiglia fino a 18 anni.Ora Cristina dice: “Cerco di prendere le distanze, esco spesso con le amiche, vado a volte al mare con loro, poi però non reggo la distanza, o telefono spesso oppure rientro e faccio di tutto per rientrare prima e con i pensieri sono lì con lei… Sto perdendo i capelli, e nel ’92 sono andata da uno psichiatra, pensando di farla finita, poi mi sono ripresa… Vorrei parlare della relazione con mia madre e della rabbia prepotente che ho per lei…”Questa rabbia riemerge proprio nel momento in cui la madre deve iniziare un nuovo ciclo di chemio e lei (interpretando la madre) sente che non ce la può fare, che sta esplodendo… e sente che la madre le è sempre addosso, chiedendo dove va, cosa fa, con chi esce, quando torna…Perpetuando distanze e silenzi che sembrano esserci sempre stati tra di loro.Sembra parlare della malattia della madre come di una malattia che tiene a distanza: “Ero molto attenta e disponibile i primi tempi della scoperta, adesso mi sento indifferente; lei (madre) si sente vittima, è sempre molto pessimista, racconta con tutti quello che le è successo… adesso vuole me, ma lei ha sempre avuto un particolare riguardo per mio fratello (da cui la dividono tre anni di differenza di età).Il primo anno di malattia, il fratello accompagnava la madre: Cristina era gelosa di questo attaccamento; poi lui si è sposato, allora ha iniziato lei ad accompagnarla. Cristina con le amiche non parla d’altro, se non della malattia della madre e delle terapie a cui si sottopone: “Io ero sempre con lei, oggi non sono più così disponibile”.A luglio del ’93, sopravviene una ricaduta della madre, Cristina vive una nuova delusione; all’inizio rigetta questa idea come se non fosse possibile; come se, mettendosi nei panni della "malata", non se la sentisse di riaffrontare questa fase della malattia: le sembra di non poter reggere questo peso da sola; dimagrisce, vorrebbe scappare, andarsene di casa.Le due Cristine in lei ingaggiano una estenuante battaglia: una vorrebbe scappare, andare in vacanza, l'altra vorrebbe rioccuparsi della madre creando intorno un consorzio di risorse e di attenzioni… Cerca di parlare con il padre e con il fratello facendo appello ai bisogni presenti della madre malata. Il sentirsi non all’altezza delle attese della madre e in fuga rispetto agli imperativi categorici che lei vive impellenti, poco duttili dentro di lei, esitano in un conflitto interiore tra l’esserci fino in fondo oppure crearsi modalità di “distrazione”.Decide di andare qualche giorno da una zia in Francia, in Costa Azzurra, dopo un lungo travaglio di idee contrapposte. Comunica alla madre che telefonerà per sapere come sta, ma lo farà cercando di parlare con l’uno e/o con l’altro, perché la madre la fa stare troppo male…, le butta addosso tutto quello che ha e le crea ansia nel vederla e il sentimento di colpa di non potersi occupare appieno di lei.Nel momento in cui la malattia della madre si fa più insistente, cominciano ad emergere inquietanti e sedimentati fantasmi, rispetto alla “malattia di famiglia”. E nel corso di una seduta mette a fuoco un pensiero sull’ipotesi di un determinismo genetico che potrebbe assimilare dentro l’asse femminile Nonna-Madre, forse anche lei. “Mia nonna ha avuto il cancro a 67 anni ed è morta, mia madre a 47, io forse l’avrò a 29 anni?Mia nonna non ha voluto togliersi il seno, ci teneva così tanto al suo seno, ha fatto solo la chemio; a mia madre hanno asportato entrambe le mammelle e non ha voluto farsi la ricostruzione perché temeva una recidiva dopo la ricostruzione”.Inizia a parlare della sua vita al di là della famiglia; racconta di avere avuto una sbandata sentimentale a diciassette anni e poi successivamente un’altra piuttosto breve; dichiara di sentirsi delusa dagli uomini; sottolinea a più riprese di voler evitare di “lasciarsi andare ai sentimenti, di vivere come una persona congelata, che si mette più a trastullarsi con le situazioni affettive che altro”. Non si preoccupava di sapere se un ragazzo era già occupato affettivamente o no: lei iniziava una storia, come poteva indossare un nuovo vestito.Da un po’ di tempo ha conosciuto Morgan, è già fidanzato ma esce anche con lei; quando ne parla sottolinea con foga la caratteristica di un rapporto non esclusivo tra lei e l’altro, come se facesse parte di un dato ormai acquisito. Tutti i suoi rapporti sono stati con persone che sentimentalmente la cercavano a singhiozzo, a cui lei fa credere di non essere interessata più di tanto, con le quali c’è tutta una schermaglia sul fronte del prendere le distanze da … ("Io sono interessata a Morgan", ma si racconta di non volersi coinvolgere più di tanto; tutto è simile alla schermaglia con la madre; nella ricerca di equilibrio tra esserci e non esserci: “Non so come sistemare le tendenze che si agitano dentro di me; da una parte sono insofferente per quello che sta succedendo a mia madre; dall’altra mi sento insolvente, una cattiva figlia che non dà abbastanza, che non accudisce, che non si preoccupa, quindi faccio, mi do da fare perché così si fa, forse così si deve fare… ma per carità lasciamo fuori dalla porta gli affetti, l’attaccamento per mia madre, la sofferenza che mi suscita il sapere che oggi c’è e che domani potrei perderla, non ci devo credere troppo…”E poi ancora: “Mia madre oggi dice pubblicamente a tutti, mia figlia è con me, non pensa a fidanzarsi, meglio così; mentre quando aveva 16 anni, lei, mi spingeva a cercarmi un ragazzo”.E’ come se la madre ostacolasse lo sviluppo affettivo della figlia; è come se nella madre prevalesse in questa fase della propria vita, una disposizione ad accerchiare la figlia con la propria malattia; si compiace sottilmente delle sue difficoltà relazionali, quando ne parla con le amiche.Cristina parlando di un episodio successo durante una visita del nipotino Robert in casa sua, ripercorre le tappe evolutive della sua potente gelosia nei confronti del fratello e del suo sentire il rapporto tra la madre e lui come un rapporto privilegiato, da cui si sentiva esclusa, non essendo riuscita a costruire un rapporto di fiducia con il padre.
Inizia ad esplorare i territori, gli scenari di questa relazione (madre-figlia), in cui fa emergere la grande voracità affettiva della madre che lei teme e da cui si tutela non lasciandosi andare ai sentimenti, non facendosi scalfire dalle situazioni, cercando di rimanere “indifferente” … Cristina descrive la relazione con la madre con queste parole: “Mi tutelo dalla possessività di mia madre, dalla sua voracità, temo di essere divorata… ma c’è già questa malattia che mi incorpora, mi prende dentro, come posso rimanerne fuori senza essere schiacciata?”La madre intanto le manda messaggi espliciti sul percorso psicologico che sta realizzando; le dice: “Intuivo che avevi bisogno di andare da uno psicologo”, dall’altro le invia messaggi del tipo: “Andrei anch’io, di che cosa parlate?” Cristina si indispone di fronte all’atteggiamento curioso della madre; così al rientro a casa dopo ogni seduta, la madre, sembra avanzare pretesti per discutere animosamente con lei, e Cristina sente che questo suo litigare con la figlia, le dà la forza di andare avanti, la fa sentire ancora viva; ma lei si sente “inghiottita” da questa forza, da questa linfa che la madre acquisisce dall’incontro-scontro con lei.Si sente sola in questa lotta titanica con la malattia della madre, cerca alleanze, ha l’impressione che tutti fuggano (fratello, padre, cognata).E’ proprio a partire da una disamina più attenta degli atteggiamenti del fratello, forse un po’ meno rivendicativa di una ricerca di presenza-aiuto che lui non sembra accordarle, che sviluppa un dialogo sulla sua relazione con lui, su come si era sentita esclusa dallo stretto intreccio tra lui e la madre e come aveva cercato di “prendere il suo posto” nel cuore della madre.Si chiede allora che tipo di madre avrebbe voluto avere: una madre più accogliente, confidente e più partecipe dei suoi problemi; evoca ricordi infantili e adolescenziali, comincia a fare i conti con la realtà materna… e con le sue aspettative; comincia ad uscire dal circolo chiuso rappresentato dalla malattia della madre e dal suo cupo determinismo. Inizia a fare i conti con un suo passato infantile, costruisce una nuova immagine di storia familiare, di cui lei è uno dei protagonisti; diventa più consapevole dei suoi bisogni affettivi e della loro radicalità e della paura di viverli, inizia a descriverseli; li comincia a “vedere” come isolati da un corpo che non è più solo attanagliato da un destino già detto, già descritto…Questo corpo comincia a vivere, così come i suoi pensieri diventano più agili, più sciolti, più leggeri come se la possibilità di aprirsi al “sentire” l’avesse fecondata.Si occupa più di sé, non in senso egoistico, di investire esclusivamente su di sé; ma nel senso di un riconoscimento di proprie capacità e possibilità progettuali che, nella sua vita, erano rimaste solo abbozzate. Inizia a definire meglio un’area di lavoro a cui fare riferimento e contemporaneamente cercare di entrare il più possibile nella disamina del conflitto “antico” con la madre; si appassiona a questa realtà della sua vita e non la fugge.Man mano che procede si arricchisce di nuove tonalità affettive.
Dopo la morte della madre (febbraio ‘94), rivedo Cristina: è rimasta sola con il padre; è lei che governa la casa. Ha iniziato a dialogare con il padre; ha trovato un lavoro continuativo come cassiera in un supermercato; nel tempo libero dal lavoro, aiuta nella sua attività il fratello.Nel frattempo ha iniziato a frequentare Corrado, un ragazzo libero da impegni sentimentali, all’inizio con molte incertezze, poi legandosi sempre di più; cercando di superare questa storica diffidenza nei confronti degli uomini e lasciando vivere i propri sentimenti, cominciando a credere, ad avere fiducia in ciò che sente, nella vita e nel suo progredire e non arginandola.Parla in modo amoroso, tenero della madre, comincia a viverla come una presenza “amica” tutelante: “Quando sono venuta da lei ero fuori, non pensavo di poter sopravvivere a mia madre, mi spaventavo di certi miei pensieri, di volerla far finita, poi mi dicevo che non potevo, che mia madre aveva bisogno di me… A volte oggi mi sento sola, quando rientro a casa e penso di trovare i suoi bigliettini. So però che lei mi ascolta e mi vede e allora me la immagino in certe situazioni”.Parla di Corrado in modo ammiccante, alludendo che lui è in ferie e anche lei vorrebbe esserci, però sente il bisogno di stare un po’ sola con se stessa a pensare. Sente di avere attivato un processo che, per quello che la riguarda, le consente di iniziare ad aver fiducia nella possibilità di “camminare nel mondo da sola”.Agosto ’94 interrompiamo, concordandolo, il nostro rapporto.
Commento
La storia di Cristina offre alcune tracce di riflessione e di approfondimento sulla qualità della relazione tra una madre portatrice di cancro alla mammella e la figlia. Ci mostra che l’identificazione con la malattia della madre e con l’antecedente della nonna materna, l’ha come chiusa dentro un “cappio emozionale soffocante”, nel senso che ciò che riesce a vivere è la malattia associata a tutto ciò che comporta, come esiti, una malattia “inguaribile” come quella diagnosticata alla madre. Tutto ciò che la paziente non riesce a tollerare e a contenere, fino al punto di cercare emotivamente di tirarsene fuori; non però senza sentimenti di colpa e di vergogna, è il precipitare nella malattia, il deterioramento della malattia, la recidività della stessa, questo attacco devastante, progressivo al corpo della madre e ai suoi pensieri. Questo corpo che è invaso dalla malattia e che invade la relazione con lei. Sottolinea a più riprese la tendenza della madre a “possedere il rapporto con lei, e a controllarne i movimenti, i gesti e le intenzioni. Si sente la paziente vincolata alla malattia della madre e a quella della nonna; sente che questa zona d’ombra non dà scampo, le impedisce il proprio progetto di vita.All’inizio, emergeva solo la rabbia, l’intolleranza, l’insofferenza nei confronti della malattia della madre, come un modo per cercare una via d’uscita, di scampo ad un destino già descritto. Ma questa rabbia così incarnata, così potente la acceca, le impedisce di sentire e di vedere quanto il precipitare nella malattia, il chiudersi in questa prospettiva le impedisca di riprendere un contatto emozionale con la magmatica relazione con la madre e con un'immagine di lei meno terribile e castrante.La paura di essere chiusa in una strada senza via di uscita ha paralizzato la sua possibilità di differenziarsi emotivamente, affettivamente come persona, le ha impedito di accedere ad una fiducia verso se stessa e verso il suo progredire incessante e le ha congelato la capacità di esplorare il suo mondo interno e di aprirsi ad altri mondi fuori di lei.
Secondo Kash: “L’impatto con la malattia della madre sui progetti a lungo termine della figlia si sviluppa su due livelli: uno interattivo-relazionale: la morte della madre può riflettersi molto sulla vita della figlia. L’altro, sul livello delle rappresentazioni; in questo caso l’immagine della madre ammalata vissuta come potenzialmente inguaribile, deve essere integrata dalla figlia, in un proprio sentimento di sé, insieme alla pre-esistente immagine di una madre “intatta” e in buona salute”.E’ con la madre terribile, castrante, onnivora che Cristina per molto tempo ha fatto i conti, con una madre che non ha più latte da dare, con delle mammelle svuotate e sterili. Da queste mammelle non più feconde si genera solo morte, paura e angoscia di morte. Il seno, nell’immaginario collettivo viene collegato simbolicamente non solo all’idea di seduzione, ma anche di accudimento, di prosecuzione della specie, di nutrimento. Pensiamo agli orientamenti in ambito pediatrico così diffusi oggi, per esempio: “Bisogna tornare all’allattamento al seno, crea anticorpi”, in questo caso la pratica dell’allattamento, alimenta l’immagine di un legame forte, continuativo del neonato con la madre, un legame che ricompone la diade madre figlio, dopo che, con la nascita, è avvenuta una prima separazione. Da queste mammelle “vuote”, invece, si cerca di allontanarsi, ma la distanza viene vissuta come colpa.“Tu sei per me”, “tu sola sei con me”, sembra proporle questa immagine di madre, che Cristina si porta dentro; “Tu vieni via con me”, “Tu non potrai vivere oltre me”. Questa immagine disperante e catastrofica è quella che Cristina riesce ad alimentare, cercando nel contempo di disintegrarla, di annientarla con la sua rabbia potente. Che cosa cerca Cristina? Ricerca un’immagine femminile di madre che non sia quella che vive nell’attualità, per potersi rispecchiare in un’altra madre, in un corpo bello e femminile.Da L. Ravasi Bellocchio: “La madre nutrice e la madre terribile contrapposte, stanno in ognuna di noi. Accanto alla dolcezza il furore, nell’urlo il sorriso o altri contrasti a mezzo tono. La madre come il mistero della sfinge, il riassunto di questo femminile fonte di vita e a volte causa di morte. […] La madre sa fabbricare corpi, la figlia si chiede io posso davvero? Chi detiene nelle mani l’interdetto e il permesso di generare?La madre, dice l’inconscio, ma anche chi la sostituisce come oggetto d’amore, il padre prima, il partner poi. Solo la madre possiede la capacità di trasmettere vita; solo lei possiede la potenza creativa e non ha saputo e/o potuto trasmetterla alla figlia, che ora non sa come ricevere ciò che già possiede dal di dentro…”. Ma il padre silenzioso e marginale e un po’ assente, quello che Cristina si rappresenta, è un padre che non riesce a vivere la malattia, la sfida con l’impossibile della madre, a navigare con lei dentro la malattia. E’ un padre senza parole e apparentemente senza affetti, che non l’aiuta a tracciare, mentre la madre è ancora presente alla vita, un modo per trasformare una dura realtà, in un’esperienza vissuta, verbalizzabile.Alimenta in Cristina l’idea dell’ “indifferenza”, del distacco emozionale, ritenendo per indifferenza, non l’indifferenza colpevole di chi si sente distratto e lontano, ma la disposizione a non differenziare i sentimenti e la percezione degli stessi.Succede qualcosa di “straordinario” quando da un episodio apparentemente banale come quello avvenuto in un incontro con il nipote Robert, Cristina riprende contatto (nella descrizione di molti episodi della sua infanzia e della sua adolescenza, non c’era stata nessuna amnesia in precedenza, ma poco contatto emotivo con gli stessi accadimenti) con le tematiche che erano rimaste sospese prima dello svilupparsi della malattia della madre. Da qui una particolare attenzione alla “gelosia tra fratelli” nel processo di appartenenza e di presa di distanza dalla madre.Un riannodare le fila di un discorso adolescenziale sul suo sentirsi ribelle alla madre e allo stesso tempo così bisognosa di un suo riconoscimento affettivo: tutte tracce di un dialogo con sé e con l’altro che erano rimaste incompiute, sospese, rimandate e nel momento in cui venivano recuperate, favorivano l’emergere di una tale ricchezza di immagini che il portarle a qualcuno, il sentirsi non giudicata, provocò una “valanga associativa”. Tutto questo processo alimentò una presa di contatto con l’immagine della malattia della madre come un’esperienza sofferta da entrambe. Iniziando nel contempo a fare i conti con la possibilità di perdita fisica della madre, con la paura del suo compimento, con le immagini della morte fisica e della casa vuota.Da L. Ravasi Bellocchio: “La qualità del femminile è una ricettività che rinnova e riapre alla storia: accoglie il bene e il male e poi separa con amore, come nelle fiabe, in cui spesso all’eroina è dato come compito, come prova iniziatica, di separare in una notte il grano dal miglio e così sciogliere dall’incantesimo. E la strada del femminile, come per l’eroina della fiaba è nell’oscurità, nella capacità di accogliere e di separare con amore, di andare nel buio senza certezze né canti di vittoria, sommessamente affidandosi alla vita, in modo forte, vero, dolorosamente irrinunciabile. Ci vuole un gran coraggio: il coraggio di vivere, morire e rinascere dentro un senso ed un compimento” (op. cit.).Questa capacità di assemblare, di coniugare frammenti della memoria lasciandoli vivere dentro di lei, intrecciandoli alle vicende presenti, provoca un vero e proprio terremoto emozionale.
La vita di Cristina inizia un corso imprevisto, si carica di pathos, vive il turbamento e se ne lascia contaminare, scopre l’innamoramento e per la prima volta non lo controlla e indirizza, incomincia ad occuparsi di sé anche nella dimensione professionale, senza perdersi in ricerche di occupazione tese solo a riempire “un’assenza”.E’ come se avesse assunto quella qualità del materno che tende a convertirsi in uno sguardo sul mondo, in uno stile comunicativo, in una qualità della vita, in un modo di porsi in relazione con sé e con gli altri. Questa qualità “concepitiva” non solo di corpi, ma anche di idee, la porta a recuperare la capacità tutta femminile di procreare nel corpo e nell’anima. L. Ravasi Bellocchio. “Di madre in figlia”. Ed. Raffaello Cortina, 1988.
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