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psicologia ospedaliera

LA PSICOLOGIA IN OSPEDALE: area adulti
di Carla Tromellini
Psicologa – psicoterapeuta - Ausl di Reggio Emilia


La Medicina moderna è sempre più caratterizzata da uno sviluppo tecnologico, soprattutto nel campo della diagnostica rapido e sofisticatissimo, tale da indurre l’operatore sanitario a orientarsi più verso gli aspetti strumentali e finendo con il ridurre la propria attenzione verso la persona destinataria di un proprio atto medico. Così che risulta sempre più segmentato il corpo macchina, ancorchè in prima pagina e viene occultata la dimensione vissuta del corpo, l’umanità di un corpo che, seppur ferito, rivendica sempre più una sua presenza ed un suo ascolto.Oggi si assiste ad un cambiamento sulla scena sanitaria: i pazienti, rispetto ad anni fa, sono più informati sulla Medicina, rivendicano una competenza sulla loro malattia, sono più consapevoli di quanto stanno vivendo, in caso di evidenza di malattia, cercano di mantenere un controllo sul loro corpo e sui loro progetti esistenziali, quando sembra loro di stare perdendoli; non sempre sono disposti a delegare al medico decisioni importanti che riguardano la loro salute e la loro vita.
I clinici, gli operatori sanitari in genere, sempre più sono consapevoli che malattie gravi, a rischio vita, per intenderci, richiedono spinte innovative sia sul piano della ricerca farmacologica che della messa in campo di strumentazioni tecnologiche e di pratiche mediche sempre più mirate al trattamento di patologie d’organo ad alta incidenza (tumori, area trapianti, malattie cardiologiche, ecc.).D’altra parte sono gli stessi ammalati e i loro parenti che richiedono alle aree ospedaliere cure nuove, anche sperimentali per affrontare possibilità di guarigione e di sviluppo della sopravvivenza a lungo raggio.Il mito di una medicina onnipotente che può trovare un rimedio a qualsiasi prognosi di malattia, è fortemente condiviso sia da chi è ammalato che da chi lo sostiene in ambito familiare. I trattamenti di malattie gravi (come il tumore, ad es.) introducono un elemento paradossale nella vita di un soggetto spesso un aggravamento della sua qualità di vita, già ipotecata dalla malattia, con l’attivarsi di effetti collaterali che condizionano pesantemente il sentimento di continuità e di integrità della propria esistenza. Così che vengono in essere domande esistenziali sul significato che assume la propria vita in questa alternanza di momenti critici nell’affronto della malattia ad altri in cui la sospensione del disagio fisico da effetto collaterale da farmaci, riapre alla speranza di un futuro senza le tracce dell’ansia, dell’inquietudine, dell’insicurezza introdotte dalla malattia.La medicina tecnologica può mettere al riparo il clinico dalle domande tumultuose che affastellano la mente di un soggetto sofferente, là dove gli apparati tecnologici non percepiscono la dimensione vissuta del corpo, il suo essere protagonista di desideri, di progetti, di attese incarnate, non altrettanto si può dire per l’Ammalato che non sa a chi affidare la sua angosciosa attesa.E spesso lo sguardo che attende chiede di rintracciare nello sguardo dell’altro a cui si rivolge una risposta alla sua attesa. Ma la pratica medica tende all’indagine sui sintomi, non percepisce vissuti, ma deragliamenti di comportamenti e disturbi nella funzionalità corporea.Ci dice Eugenio Borgna “quando lo sguardo si fa clinico”, perchè come ci ricorda Kafka “è più facile scrivere una ricetta che parlare con un sofferente”; la estraneità ha il sopravvento sulle richieste di comprensione e l’attesa che modulava lo sguardo del Paziente ricade su se stessa delusa e ignorata.” E così sia il soggetto malato che chi lo ha in cura pur rendendosi conto dei vincoli reciproci che rendono difficoltoso un intreccio relazionale più creativo, anelano (idealmente) a quella alleanza nella cura che può risultare una potente leva terapeutica. Ma l’interrogativo che si pone l’operatore ospedaliero è spesso senza risposta nell’organizzazione sanitaria: come far fronte all’aumento di domande, a fronte di una contrazione delle risorse professionali, con l’evidenza di incidenze sempre più alte nelle popolazioni di patologia cronica, con i relativi carichi assistenziali, come specializzare l’incontro con il malato?In questa realtà complessa, in cui sempre più vengono in essere le esigenze dell’organizzazione, gli obiettivi aziendalistici di bilancio, le esigenze di competenza e di formazione dell’operatore, i vissuti dell’utenza, le richieste di efficienza e di eccellenza di cure, non ci si può chiamare fuori, appellandosi all’impossibilità di tenere insieme le differenti esigenze degli attori in gioco. In questa direzione la Psicologia in ospedale ha contribuito, soprattutto in aree critiche (come ad es. l’area onco-ematologica, l’area infettivi, delle nascite a rischio, della sterilità) ad accrescere la consapevolezza degli operatori verso le proprie pratiche quotidiane, cercando di diffondere un approccio riflessivo sulle certezze su cui poggiano le proprie routine.Ci sono e permangono molte buone ragioni che spiegano l’ostinazione a non vedere il rifiuto protratto di riconoscere le ragioni dell’altro.“Ci sono spesso esigenze di difesa dallo stress che il confronto ampio con le situazioni di vita dei malati innesca o la protezione dal rischio che la propria identità professionale venga misconosciuta o negata. Riconoscere queste buone ragioni non significa assecondarne o legittimarne il mantenimento.” da “Scene Finali” Marco Marzano (Morire di cancro in Italia).Quindi compito precipuo degli Psicologi in ospedale, al di là di competenze psicodiagnostiche, di attivazione di percorsi di presa in carico di una casistica selezionata, spesso per cicli di trattamento, è intervenire sulla formazione professionale degli operatori, per favorire il riconoscimento dei bisogni e delle istanze dei malati e delle loro famiglie.
  
FORMAZIONE DEGLI OPERATORI E SALUTE DELLE ORGANIZZAZIONI
Il mondo della Sanità in questi ultimi anni è attraversato dall’introduzione di nuovi riferimenti concettuali come: qualità, governo clinico, appropriatezza, promozione della salute, ecc.Inoltre i nuovi piani sanitari parlano sempre più di stili di vita tesi a responsabilizzare gli individui sia per prevenire che per gestire la malattia e a tutelare la salute. Questo approccio non vale solo per le persone, vale anche per le organizzazioni. Si può continuare ad ignorare il malessere degli operatori, le difficoltà dei gruppi di creare climi di buona convivenza, l’assenza di strategie adeguate di leadership e di gestione dei conflitti come se fossero ininfluenti rispetto alla qualità di ciò che viene fatto (che l’utente percepisce), alla performance professionale ed organizzativa, alla capacità di motivarsi ed innovare?Da più parti si afferma che il benessere dei lavoratori non va solo a vantaggio dei diretti interessati; anche le organizzazioni ricevono dei benefici. In Sanità è stato osservato un rapporto chiaro tra stress degli operatori e soddisfazione degli utenti. Occorre coniugare e modulare tre parole chiave: salute, qualità, organizzazione.
“La salute vuol dire (Lazzari, Sommella 2003) anche benessere, motivazione, impegno, migliori relazioni e gestione dei conflitti, meno stress: così un lavoro “salutare” è anche un lavoro “produttivo” ed un ambiente lavorativo più salutare si traduce in “salute dell’organizzazione”.La complessità delle moderne organizzazioni e delle attività lavorative, le velocità ed i ritmi, richiedono che tale problema non vada semplicemente “inseguito”, ma affrontato in una logica integrata, sistemica, come fattore, prima di tutto, di organizzazione del lavoro”