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Proposte per la professione

 

 

 

Psicoterapia nel “pubblico”

Psicologi e Medici: visioni dell’uomo a confronto

 

di Leonardo Angelini(*) e Luigi D’Elia (**)

 

 

«I bisogni necessari sono i bisogni sorti storicamente e non diretti alla mera sopravvivenza, nei quali l'elemento culturale, quello morale e il costume sono decisivi ed il cui soddisfaci­mento è parte costitutiva della vita «normale» degli uomini appartenenti ad una determinata classe di una data società» A partire da questo inquadramento helleriano è possibile osservare storicamente la nascita della psicoterapia e i suoi successivi adattamenti alle esigenze delle varie culture e delle varie classi sociali nel mondo occidentale.

Si tratta di una serie di percorsi in cui, a seconda delle circostanze storiche, il dispositivo psicoterapeutico si è coniugato più o meno aspramente con gli altri dispositivi secondo i quali storicamente si è espressa la cura della mente, e con quello psichiatrico in special modo. Come afferma Foucault alla base del dispositivo psichiatrico c’è una precedente e storica esigenza di igiene della città che dapprima porta alla segregazione promiscua di tutti coloro che con il proprio comportamento rompono con le esigenze “di pulizia e di polizia” presenti nella città protocapitalistica, ma che poi nell’800 ben si sposa con l’istanza scientista e medicale, catalogante e ghettizzante, che è tipica della psichiatria.

A partire da Freud, a fianco e in polemica con questo dispositivo che per tutto l’800 aveva permeato di sé ogni protocollo di cura, nasce un nuovo dispositivo, quello psicoterapeutico (Foucault lo chiamerà “dispositivo della sessualità”) che - come dice Diego Napolitani – si basa non più su un sapere diagnostico e catalogante, bensì su un sapere dialogico che spinge i nuovi operatori della psiche a porsi come operatori di frontiera che vogliono capire e dialogare con l’altro, e non più catalogarlo e ghettizzarlo. A poco a poco, il dispositivo psicoterapeutico si impone in occidente come meccanismo di stabilizzazione del mondo e gareggia con quello psichiatrico attraversando e contaminando i vecchi protocolli della psichiatria (ad esempio ridefinendo il colloquio, ponendo in crisi molti postulati scientisti della psichiatria, primo fra tutti quello della segregazione!) o inventandone di nuovi (la psicoterapia di gruppo, l’arte-terapia, le terapie centrate sul gioco, etc.)-

Tutto  ciò in Italia arriva con molto ritardo rispetto al resto dell’Occidente in base a due elementi di fondo: - l’arretratezza – almeno fino al boom degli anni ‘60 – della nostra struttura economica e la precedente influenza all’interno dell’Accademia del pensiero gentiliano e crociano che non avevano permesso lo sviluppo delle scienze umane nel nostro paese. Poi, a partire dal ’68, tutto si mette rapidamente in moto con il decollo del welfare italiano e sotto la spinta dell’antipsichiatria che qui da noi ha prodotto i primi protocolli che hanno permesso una ridefinizione delle attività di cura di quegli operatori di frontiera di cui parlava Napolitani.

Nel frattempo l’accademia italiana andava abbandonando i dettami gentiliani e crociani e istituiva dapprima il corso di studi in sociologia (1962) e poi (1970) quello in psicologia. La 180 poi ha sancito ciò che stava già avvenendo nel territorio: la presenza nel “pubblico”, a fianco del dispositivo psichiatrico, e spesso in polemica con esso, del nuovo dispositivo incentrato su un insieme di protocolli di cura, fra i quali la psicoterapia, che finalmente permettevano, anche qui da noi, l’accesso a questo tipo di cura alle classi subalterne.

La storia di questi ultimi 30 anni qui in Italia non è altro che il confonto-scontro fra questi due dispositivi di cura della psiche che hanno visto da una parte schierata la maggior parte dei medici e una sparuta minoranza di psicoterapeuti psicologi che si sono lasciati conquistare dall’approccio scientista grazie al tipo di formazione prevalente anche nelle facoltà di psicologia; dall’altra la maggior parte degli psicologi, gli psicoanalisti, medici e non medici, e una minoranza di psichiatri.

Come andrà a finire questa diatriba è difficile a dirsi poiché, di fronte alla crisi del welfare e in uno stato che richiede una contrazione di tutte le spese di cura, i vecchi meccanismi di cura psichiatrica, aggiornati soprattutto nel loro versante farmacologico, presentano un affare per gli amministratori e una comoda e rapida “soluzione” per una platea di pazienti e soprattutto di famiglie che trovano in queste risposte sintomatiche un pannicello caldo di indubbio fascino in una società che consuma il tempo e non si dà cura di fermarsi a riflettere e a parlare. Ma d’altro canto è altrettanto indubbio che nel dialogo e nello scambio che è proprio dell’approccio psicoterapeutico ci sia una forza che si impone in chi ha bisogno: mantenere oggi la psicoterapia nel “pubblico” può essere decisivo per far si che le classi subalterne che ne hanno goduto nei 30 anni scorsi possano continuare a farlo. Ed a proposito in questi giorni un’infuocata vicenda sta scuotendo le due categorie professionali – psicologi e medici - che per Legge (56/89. art. 3) possono convergere, a seguito di specializzazione, nella pratica della psicoterapia. Al centro della contesa una Proposta di Legge in discussione in Commissione Affari Sociali, quella per l’accesso alla psicoterapia convenzionata, che dopo aver visto la partecipazione delle due anime nella stesura di varie proposte di legge, inizialmente concorrenti, ma poi confluite in un unico testo, sta vedendo in sede di discussione una sistematica l’operazione di spoiling system da parte della lobby medica presente in Parlamento la quale, emendamento dopo emendamento (l’ultimo sulla diagnosi finalizzata all’indicazione di trattamento, fino ad oggi condivisa, ma ora i medici ne vogliono l’assoluto controllo), sta accaparrandosi precedenza e posizioni di potere sul ricco piatto della salute psicologica pubblica, a danno della più giovane e peggio rappresentata comunità professionale degli psicologi, la quale ha però in compenso una netta maggioranza di professionisti nel settore.

In risposta a questo “golpe” medico-parlamentare, il 14 scorso è stata raccolto in meno di 10 giorni, dall’Associazione AltraPsicologia insieme alla mailing-list professionale di psicologi orizzonti-psy, un elenco altissimo di adesioni online di oltre 11.500 sottoscrittori con una forte prevalenza di psicologi, ma anche studenti delle facoltà di psicologia, che chiedono al relatore Luigi Cancrini (Comunisti Italiani) di arretrare da quella che a tutti è parsa una vera e propria resa senza condizioni al potere medico in Parlamento, ed in particolare sul tema centrale della diagnosi, che in tal modo vedrebbe minare uno dei capisaldi della professione di psicologo, la diagnosi appunto, che nella sua legge istitutiva (56/89) fa parte delle sue prerogative, ma che in questo emendamento viene loro scippata.

Al di là del dato tecnico giuridico e legislativo, la posta in gioco non è riassumibile banalmente nella lotta di potere corporativistica (anche perché di corporazione vera in questo caso ce n’è una sola, quella medica), o nella spartizione più equa della ambita torta.

Ad un’analisi più attenta, infatti, la questione dell’esclusione degli psicologi dalla diagnosi, così come dalla certificazione per assicurazioni ed assenza dal lavoro, contiene in sé contenuti culturali e politici (o forse bio-politici) che non riguardano solo la gestione della sanità pubblica, ma anche la visione della salute e della cura, e dell’uomo in generale. Un’attribuzione monoculturale della salute psicologica alla medicina comporterebbe il rischio reale per il cittadino di essere costretto a passare, anche in materia di “psiche” o di disagio esistenziale, dal filtro obbligatorio ed esclusivo del medico prima e dello psichiatra dopo. Con il gaudio delle case farmaceutiche, già in espansione su questi impervi territori.

La posta in gioco, con buona pace dei cittadini che si rivolgono al servizio pubblico per la “cura dell’anima” e la presa in carico delle proprie difficoltà psicologiche, psico-sociali, familiari, riguarda allora il drammatico spostamento di asse dal vertice dialogico dello psicoterapeuta ricco di saperi trasversali ed eclettici, capace di ascolto dell’altro anche a dispetto delle logiche istituite, al vertice economicistico / programmatorio della moderna medicina che richiede stringenti valutazioni di costi/benefici in un settore - con la ricerca empirica sostanzialmente agli esordi - nel quale invece dovrebbe prevalere l’etica dell’ “irripetibile”, dell’unicità della persona e dove il “protocollismo” (malattia contagiosa in ambito sanitario) rischia di schiacciare la complessità delle domande di cura sulla riduttività delle risposte, medicalizzandole. Tutto questo, poi, in un momento storico-sociale di grandi trasformazioni, anche delle forme stesse del patire psicologico, dove è facile misconoscere fenomeni nuovi o recenti “leggendoli” con griglie osservative ed interpretative istituzionalizzate e sur-codificate. 

Lo scenario che apre questa deriva medicalistica nel territorio della psiche ci appare dunque densa di tristi presagi, e noi pensiamo che sia questo il corollario implicito che la protesta di massa di una categoria porta con sé: visioni dell’uomo a confronto sul tema del benessere/malessere. Depatologizzazione versus patologizzazione del dolore umano.

La speranza è, come psicologi, di poter incontrare prima o poi su questo terreno quella medicina che riesce ad accogliere la sfida del dialogo con l’altro da sé per arricchirsi dei valori, dei linguaggi e delle competenze scientifiche delle altre discipline (in questo caso della psicologia) con le quali si ritrova suo malgrado a condividere territori di azione, anche in ambito pubblico. E, di fatto, è quello che accade spesso nella realtà di tutti i giorni del lavoro sul campo, dove generalmente i due gruppi professionali si mischiano e si integrano quasi sempre senza alcuna difficoltà. Laddove infatti avviene l’integrazione di punti osservativi in équipe pluriprofessionali (e non solo con medici e psicologi) la ricchezza del lavoro e la qualità dei servizi aumenta, a vantaggio del cittadino. Questa PdL può allora diventare occasione, nonostante i forti interessi prima citati, per l’apertura di un confronto, politico e culturale, ad un altro livello, e forse preliminare alla stesura della legge stessa.

 

 (*) owner del sito web: www.lacosapsy.com e della ml, ad esso collegata, orizzonti-psy

(**) redattore del sito web www.altrapsicologia.it