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etnopsicologia

 

Pregiudizi secolari

di Annamaria Rivera

da: “Carta”, a. X, n.19 (23-29 maggio 2008), pp. 18-20.

 

Da Verona 1977 a Ponticelli 2008

“I criminali che hanno inaugurato a Bologna l’ondata di violenze e di aggressioni armate contro gli zingari probabilmente ignorano (…) che Bologna è la città in cui il popolo ‘nomade’ apparve per la prima volta in Italia, nel 1422, giungendovi attraverso peregrinazioni che dall’India lo portarono a disperdersi per le terre del Vicino Oriente, dell’Europa, del Nordafrica, delle Americhe”.  E’ l’esordio di un mio vecchio articolo (“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 11 gennaio 1991), che prendeva le mosse dai crimini della banda della Uno bianca, squadrone di poliziotti killer, con protezioni in alto loco, che stava seminando il terrore in Emilia-Romagna. Il 10 dicembre 1990, lo squadrone della morte era comparso ai margini di un campo rom e aveva sparato contro alcune roulotte, ferendo sette rom e due volontari. Tredici  giorni dopo, dalla Uno bianca partirono, contro un altro insediamento, le raffiche che uccisero due rom, Rodolfo Bellinati e Patrizia della Santina, e ne ferirono altri due, fra i quali una bambina di sei anni. E contro i rom era rivolta anche l’imboscata del Pilastro, dove tre carabinieri in servizio di vigilanza furono fucilati a sangue freddo. L’articolo citato si chiudeva così: “Quasi nessuno (…) è insorto a denunciare la pericolosità di questi segnali, ad eccezione di certi settori cattolici (…) la grande e civile Bologna, che richiama in piazza centomila persone (…) contro l’eccidio dei carabinieri, avrebbe mostrato maggiore civiltà e lungimiranza se avesse compreso che la vita di due zingari vale lo stesso sdegno e la stessa protesta”.

Conviene ricordare che tredici anni prima, nel 1977 a Verona, fu un rom, bruciato vivo nell’auto in cui dormiva, la prima vittima di “Ludwig”, un’altra famigerata banda neonazista. D’altronde, il pogrom di Ponticelli è la “fotocopia” di quello di Scampia, sempre nel napoletano, nel 1999. Ed entrambi hanno radici storiche remote e vicine: queste ultime stanno nel razzismo fascista e leghista, nel pregiudizio popolare, ma anche nell’indifferenza o nell’ostilità “democratiche” verso il popolo rom.   

 

Il pregiudizio, le persecuzioni, lo sterminio

Ancor prima che i rom arrivassero in Europa, nel 1417, si era già strutturato il pregiudizio religioso, grazie agli scritti di frati e predicatori, basato su passi biblici che maledicono alcune stirpi. Precocemente si crea così la figura dello Zingaro maledetto da Dio,  associata a quella dell’Ebreo errante e del Nero. Già nel Medioevo si era delineato il cliché della “stirpe maledetta”, senza dimora né patria, dedita al furto e all’inganno, e ad un mestiere, quello di fabbro, che in molte culture è considerato potente e perciò ambivalente. La letteratura devozionale antizigana produrrà nel corso dei secoli una stratificazione di leggende che influenzerà la stessa cultura laica: gli zingari sono responsabili della Strage degli Innocenti, hanno rubato le fasce di Gesù Bambino, hanno indotto Giuda al tradimento, hanno forgiato la lancia che colpì il costato di Cristo, fino al più terribile dei pregiudizi, che accomuna zingari ed ebrei nell’accusa di deicidio.

La stratificazione dei pregiudizi si accompagna con le persecuzioni, che segnano l’intera storia dei rom in Europa, alternate da leggi e misure di assimilazione forzata. Così i pogrom popolari si alternano alle condanne a morte dei poteri: zingare mandate al rogo come streghe, zingari massacrati in quanto accusati di rapire o  addirittura mangiare i bambini. Esattamente come gli ebrei (e più tardi i comunisti). Il pensiero laico e “progressista” contribuisce al pregiudizio: ne L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso li classifica come delinquenti nati, oziosi per natura, soggetti all’ira e alla libidine. Come gli ebrei, essi saranno vittime dello sterminio nazista: un genocidio attuato mediante sterilizzazioni forzate, deportazione nei lager, morte nelle camere a gas. Dalle duecentomila alle cinquecentomila vittime, che solo da qualche anno sono ricordate nel Giorno della Memoria.

 

Pregiudizio 1: “Sono una razza”

Come gli ebrei, i rom sono una diaspora o una minoranza transnazionale, non una razza. Nessun gruppo umano è razza: le razze sono un’invenzione, una credenza, una superstizione. Ma numerosi gruppi umani vengono razzizzati, cioè rappresentati e trattati da razze, anche quando nessuna differenza somatica li distingue dal gruppo dominante: è il caso degli ebrei, degli slavi, degli albanesi, dei rumeni, degli stessi rom, di volta in volta in Italia considerati razze nel momento massimo  della loro stigmatizzazione, discriminazione o persecuzione.

Di comune origine indo-europea (anche noi siamo indo-europei), gli “zingari” sono un insieme eterogeneo di popolazioni. Secondo le denominazioni che si sono dati, si dividono in due grandi gruppi, i rom e i sinti, a loro volta divisi in sottogruppi: in base al mestiere tradizionalmente svolto (calderai, allevatori di cavalli…) o in base a distinzioni territoriali (sinti marchigiani, sinti piemontesi, sinti lombardi…). Variegati anche dal punto di vista religioso, poiché hanno abbracciato le confessioni dei paesi in cui sono arrivati e/o si sono sedentarizzati, pur “contaminate” –come è per tutti noi- dal patrimonio di credenze e pratiche religiose tradizionali. Fra loro vi sono dunque gruppi di musulmani, di cattolici, di cristiano-ortodossi, di cristiano-pentecostali…     

 

Pregiudizio 2: “Sono nomadi”

La condizione di sedentarietà o semi-sedentarietà è propria, fin da epoche remote, di molti gruppi rom: il nomadismo è solo uno dei modi di essere delle comunità zingare. Per parlare dell’oggi, va detto che i rom provenienti dalla ex Jugoslavia e in generale dai paesi dell’Europa dell’Est erano stanziali e per lo più integrati, avevano casa e lavoro. Il crollo dell’impero sovietico, la disgregazione sociale dei paesi dell’Est, le vicende tragiche della ex Jugoslavia, le violenze delle bande armate kosovare hanno costretto i rom alla fuga. Arrivati in Italia, non sono stati riconosciuti come profughi o rifugiati; l’assenza di un sistema di accoglienza per i profughi li ha costretti a rifugiarsi in campi già esistenti. In realtà, i più vivono nel territorio italiano da generazioni, da più generazioni di tanti gagé (non-rom) che si reputano italiani al cento per cento. Anche le autorità politiche condividono il pregiudizio che i rom siano nomadi per sempre, per natura o vocazione: gli uffici che si occupano di loro, anche dei rom e sinti di nazionalità italiana, sono detti uffici-nomadi; le leggi adottate da alcune regioni tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90 miravano alla “protezione delle culture nomadi”,  perpetuando il sistema dei campi-ghetto. Con l’eccezione di qualche comune, nessun piano di politica abitativa è mai stato progettato e attuato per risolvere il problema dei rom.

Pregiudizio 3: “Sono tutti clandestini”

Anzitutto: dei rom e sinti presenti in Italia (fra i 160.000 e i 200.000), si calcola che il 60 per cento sia  costituito da cittadini italiani. Quanto agli altri, in maggioranza sono comunque cittadini europei in quanto provenienti da paesi dell’Unione europea;  una parte minoritaria non lo è ed è priva di permesso di soggiorno. Le persone che appartengono a quest’ultima tipologia quando sono migranti economici non riescono a usufruire di sanatorie e regolarizzazioni: data la loro precarietà lavorativa e alloggiativa, non hanno i requisiti, rigidi e vessatori, richiesti dalla legge. Quando sono profughi e rifugiati di fatto, non riescono a farsi riconoscere il loro status. Alcuni sono apolidi: i loro documenti d’identità sono andati distrutti nel corso di guerre e conflitti. Numerosi rom –anziani e adulti, adolescenti e bambini- in Italia da generazioni o comunque nati e vissuti sempre qui, non possono ottenere la nazionalità italiana. La legge italiana, fondata in sostanza sullo jus sanguinis, concede la nazionalità agli stranieri e ai figli di stranieri solo in casi molto limitati e con criteri assai discrezionali.  

Pregiudizio 4: “Non si integrano, non lavorano, sono devianti…”

Non tutti i rom sono marginali e devianti, ma marginalità e devianza sono presenti fra le popolazioni rom. Sono conseguenza della dispersione, della disgregazione dei grandi gruppi familiari, dell’obsolescenza dei mestieri tradizionali, ma anche delle condizioni di vita umilianti, dei meccanismi di stigmatizzazione ed esclusione, che spingono alcuni gruppi -di giovani soprattutto- nell’area del sottoproletariato urbano e dell’illegalità.

Il trattamento che l’Italia, le sue istituzioni, i mezzi d’informazione riservano ai rom è dei peggiori: diffamati costantemente, esclusi dalla legge nazionale del 1999 sulla protezione delle minoranze etno-linguistiche, costretti a vivere per lo più in baraccopoli, in periferie urbane degradate, in luoghi mal collegati alle città, con servizi precari, insufficienti o assenti. L’Italia ha un bel primato: come ha denunciato l’European Roma Rights Center, è il solo paese in Europa ad aver favorito un sistema di campi-ghetto, “organizzato e sostenuto pubblicamente, con lo scopo di privare i rom di una piena partecipazione alla vita italiana, o addirittura di avere un contatto e dei rapporti con essa”.

Come scrive EveryOne, il freddo, l'emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano ai rom il diritto d’invecchiare: il 70 per cento di loro non supera i 30 anni, solo il 2 per cento raggiunge l'età di 60 anni. Eventi abituali nella loro vita sono le irruzioni delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti. Compiute in piena notte o all’alba, sono spesso corredate da ingiurie e violenze, anche contro i bambini, e dalla distruzione degli alloggi, dei loro oggetti, dei giocattoli, delle cartelle scolastiche.  Più della metà dei rom sono minori di 16 anni e non sono pochi quelli scolarizzati. Ma il processo di scolarizzazione viene spesso interrotto bruscamente dagli sgomberi, dai trasferimenti, dalla dispersione, dalle deportazioni.

 

Pregiudizio 5: “Sono odiati da tutti, quindi vulnerabili…”

E’ vero, in Italia i rom occupano il primo posto nella scala della xenofobia, della discriminazione istituzionale, del mal-trattamento dei media. Ma, per fortuna, non sono detestati e abbandonati da tutti. Molte associazioni di volontariato si occupano di loro, ma sarebbe meglio se essi avessero luoghi e strumenti di rappresentanza propri. A livello europeo e internazionale vi è un certo numero di istituzioni che hanno il compito di difenderne i diritti e di promuoverne le culture e l’integrazione. Qualche volta lo fanno seriamente.

Nel 2000, nel corso di  un’operazione di sgombero di due insediamenti, Casilino 700 e Tor de’ Cenci, ordinata dalla Questura e dal Comune di Roma, le forze dell’ordine ne prelevarono con violenza gli abitanti: 58 rom bosniaci-musulmani, fra i quali dei minori non accompagnati, furono deportati in Bosnia, in una zona di conflitto. Per questo episodio, il governo italiano e la giunta capitolina dell’epoca sono stati condannati dalla Corte europea dei diritti umani. E oggi l’European Roma Rights Center, altri organismi internazionali e perfino l’Osce condannano la politica xenofobica annunciata dal governo italiano verso rom e migranti.