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percorsi di laurea

 

Una torre d'avorio per gli atelier dell'eccellenza

di Gigi Roggero

(da: Il Manifesto, del 24.4.08, pag. 12 – si ringrazia l’autore per avere acconsentito alla ri-pubblicazione sul nostro sito)

Non passerà alla storia la data del 15 marzo 2008. E tuttavia, lungi dall'esserne causa, la fondazione dell'«Associazione per la qualità delle università italiane statali» (Aquis) è certo un sintomo del cambiamento. Lo scorso mese all'Università di Bologna, capofila del progetto, 12 atenei autoproclamatisi d'eccellenza hanno fissato i criteri per far parte dell'elite: contenimento delle spese per la forza-lavoro, reputazione internazionale, numero di studenti immatricolati. È un'iniziativa indubbiamente infarcita di retoriche, a partire dal poco realistico richiamo al modello delle research universities americane - in cosa si distinguerebbero, infatti, dalle supposte teaching universities italiane, dedicate cioè alla formazione di massa? E tuttavia, come le prime risentite reazioni di alcuni rettori - a cominciare dalla Sapienza - dimostrano, è bastata un'abile operazione di marketing - sponsorizzata da Corriere della Sera e Confindustria - per sancire la crisi della Crui. Evento che, in sé, farebbe del 15 marzo un lieto giorno.  Attenzione, però: non si profila nessuna alternativa tra aziendalisti e difensori del pubblico. Piuttosto, lo scontro è tutto interno alle lobby accademiche, laddove i referenti della competizione sono i fondi statali più che il mercato.

L'aziendalizzazione dell'università, del resto, è una tendenza globale. Non si tratta semplicemente dell'ingresso delle imprese nello spazio accademico. È la stessa università che diventa azienda, che deve quindi misurarsi su criteri di costi e profitti, di input e output, recentemente descritti e auspicati da Enrico Periti e Gian Piero Quaglino ne La formazione del management delle università (Il Mulino, pp. 296, euro 23). L'impianto metodologico - concettuale scelto è la teoria del New Public Management, che a partire dagli anni Ottanta è al contempo «movimento di pensiero e filosofia di riforma del settore pubblico», per gestire l'introduzione in esso di strumenti e logiche delle organizzazioni private. Più precisamente, la classica dicotomia tra pubblico e privato salta definitivamente.

 


Il feudalesimo dei baroni


In questo processo, buona parte delle retoriche sulla necessaria aziendalizzazione dell'università italiana mostrano la loro immotivata venatura nostalgica, tesa a difendere la (purtroppo superstite) communitas accademica medievale dall'intrusività di un capitale disincarnato dai rapporti sociali. Oppure ignorano un indiscutibile dato di realtà: in Italia le imprese non hanno alcun interesse a investire su formazione e ricerca, preferendo svolgere un ruolo parassitario rispetto al (modestissimo e sempre più ristretto) investimento statale. In sintesi, il governo feudale è la forma specifica di adattamento dell'università italiana al processo di aziendalizzazione. Per questo, l'invito a aprire una discussione dei curatori Roberto Moscati e Massimiliano Vaira del volume L'università di fronte al cambiamento (Il Mulino, pp. 352, euro 26.50) è senza dubbio da accogliere.

Un merito del libro è quando inquadra la riforma all'interno dei trend transnazionali e del Bologna Process teso a costruire uno spazio europeo dell'istruzione superiore. Da qui la sferzante critica al provincialismo dell'accademia italiana e dei policy makers, a partire da quella sinistra che ha fatto dell'università americana un modello mitologico, alternativamente da demonizzare o venerare, mai da conoscere. I diversi saggi si confrontano con il processo di riforma: i suoi evidenti problemi, o ciò che altrove si definirebbe un fallimento, non starebbero però nel suo disegno, ma nell'applicazione. Guido Martinotti, che ha presieduto la commissione voluta da Luigi Berlinguer proprio per istruire la riforma, individua ad esempio nel conservatorismo dei «baroni» il principale avversario della riforma. Si tratta di un'«economia politica della cattedra» fondata su nepotismo, familismo e sull'asservimento della forza-lavoro.

Qui sarebbe necessario approfondire e precisare: la questione di classe nell'università, sollevata nel volume, non è riferibile solo al nesso tra inclusione e status sociale di provenienza; bensì riguarda anche le trasformazioni del sapere e degli studenti nel sistema produttivo, la crescente precarietà nei rapporti di lavoro, le linee di composizione del lavoro cognitivo nella - per citare i saggi di Stefano Boffo e Francesco Gagliardi - nuova centralità dei cluster nella produzione della conoscenza, tra cui appunto l'università messa in rete con gli stakeholders della governance territoriale. Bisognerebbe inoltre leggere le statistiche sui redditi dei laureati, non solo sulla percentuale degli occupati: si scoprirebbe che sono tra i più bassi d'Europa. Stage e tirocini, che nelle retoriche della riforma dovrebbero essere un canale di ingresso nel mercato del lavoro, di fatto sono vero e proprio lavoro non pagato, così come non pagato o ridicolmente retribuito è molto del lavoro che sostiene una parte sempre più consistente della didattica e del quotidiano funzionamento delle università.


L'autonomia perduta


Proprio perché è piena la condivisione di uno degli assunti di fondo del testo, cioè l'invito a liberarsi della nostalgia per l'università del passato combattuta innanzitutto dai movimenti studenteschi dal Sessantotto in poi, la critica al lungo ciclo della riforma - permanente, incompiuta e «a costo zero» - si fa radicale, perché non ha affatto indebolito il governo feudale degli atenei. La confindustriale Letizia Moratti perché non ne aveva la forza e il coraggio, la sinistra perché ne rappresenta in buona parte gli interessi. Entrambi, perché sono privi di qualsiasi disegno strategico sui mutamenti dell'università. La riforma ha fallito esattamente sul nodo centrale dell'autonomia. O meglio, l'autonomia - catturata ai lessici e alle pratiche dei movimenti - è stata declinata come valore e difesa dei privilegi degli abitanti della torre d'avorio. Se dei riformatori non pavidi esistono, si misurino almeno su questo terreno. Il resto è cronaca quotidiana: una sobria lettura delle indagini annuali di AlmaLaurea o un po' di inchiesta dimostrano l'insuccesso rispetto al valore della laurea breve, l'accesso al mercato del lavoro, il rovello del fuoricorsismo, la costruzione di griglie formative rigide laddove si predica flessibilità.

Così, se le critiche mosse dagli autori all'arroccamento conservatore della sinistra sono affatto condivisibili, tutto sommato il furore centralista di Luigi Berlinguer e i balbettii di Fabio Mussi sembrano tutti interni a quell'obiettivo polemico. In altri termini, il cambiamento non si identifica con la riforma, così come resistenza non significa conservazione. Piuttosto, esistono due linee di tensione, tra loro radicalmente contrapposte, quindi non confondibili se non a fini ideologici: una resistenza trasformatrice e una resistenza conservatrice. Quest'ultima ci è restituita dal fiorire della pubblicistica sulla catastrofe di scuola e università - contro cui con buone ragioni si scagliano sferzanti gli autori del libro - alimentata dalla malinconia per la sacralità della conoscenza e per i privilegi dei suoi sedicenti custodi.


Sistema non emendabile


L'altra linea di tensione assume la crisi dell'università come elemento produttivo, nella cui genealogia si situano le pratiche di resistenza degli studenti, che hanno messo in discussione l'applicazione della riforma, le sue unità di misura e i dispositivi disciplinanti, che hanno abbattuto le mura che separavano la «Repubblica delle Scienze» dalle forme di produzione e circolazione dei saperi nello spazio metropolitano. Da questa angolazione, Martinotti ha ragione: questo sistema non è emendabile. Allora, gli argomenti tradizionali dei movimenti studenteschi e dei ricercatori precari - no alla divisione tra università di serie A e serie B, diritto allo studio, valore legale del titolo di studio, garanzia dei concorsi - appaiono oggi armi critiche spuntate. Peggio, sono usate da una parte dei rettori per attaccare quelli che hanno fondato l'Aquis.

Nel mercato della formazione, infatti, il problema non è solo l'esclusione, ma anche l'inclusione che segmenta e gerarchizza. Serve insomma una mossa radicale, situando la linea della trasformazione dentro lo sviluppo dell'università in Italia. Diradare la coltre di nebbia dalle resistenze conservatrici, permette di individuare il campo della battaglia strategica. Del resto, il movimento di studenti e precari del 2005 condensò nell'«autoriforma dell'università» le pratiche di autoformazione e mobilità, fisica e del sapere vivo, che lo innervano. Da allora, appaiono pratiche che l'autonomia dell'università la stanno costruendo, tentando di sciogliere l'apparente «antinomia tra eccellenza ed eguaglianza». Dunque, riforma e autoriforma: questa sembra essere la reale linea di tensione su cui si gioca il cambiamento dell'università e che forse già dai prossimi mesi - c'è quasi da scommetterci - tornerà a rendersi visibile.