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clinica adulti
Test, griglie, misurazioni: testomania, voyeurismo dell’esattezza
Leonardo Angelini
Apro il
settimanale in carta patinata: il tale esperto mi propone di vedere
quanto sono aggressivo, maturo, intraprendente. Cerco un lavoro:
l’azienda-pilota mi affida ai suoi testisti. Mi mandano a chiamare per
fare il servizio militare, ma prima devono misurare le mie capacità
attraverso delle prove-standard. Ho bisogno dello
psichiatra: può capitare che qualcuno - così, tanto per cominciare - mi
sottoponga ad una overdose di
Rorschach, T.A.T. e compagnia bella. Anche il mio
corpo, le mie capacità visive, uditive, i miei riflessi sono, di tanto
in tanto, testati, misurati, certificati. Tutta la vita di noi adulti (e
lo sa bene la pubblicità che usa ampiamente il falso test fra le sue
scenette di vita “vera”) diventa sempre di più la sommatoria di diversi
insiemi di dati, alcuni utili, univocamente interpretabili,
significativamente quantificabili in indici e tabelle, altri futili, o
di dubbia utilità, o di interpretazione difficile (o quantomeno
personale). o arbitrariamente quantificati in tabelle ed indici che non
si capisce per quale ragione vanno da 1 a 10 e non da 1 a 100, o da 1 a
1000. E noi ci
sottoponiamo a questi test, a queste griglie solitamente senza mostrare
eccessive apprensioni circa il significato che esse finiscono con
l’assumere, complessivamente, per la nostra vita e, normalmente, senza
distinguere fra quelle che ci sono realmente utili e quelle che invece
rischiano di avere come unica utilità quella di assuefarci a ridurre il
nostro corpo e, soprattutto, la nostra psiche ad un ventaglio di
variabili computerizzabili, messe a nudo, fra il serio ed il faceto,
dagli esperti, ma anche da noi stessi, con operazioni che finiscono con
lo scandagliare ogni aspetto della nostra vita, compresi quelli più
intimi e privati. La situazione
diventa ancora più pesante
quando l’oggetto di questi scandagli, di queste misurazioni è il
bambino. Assistiamo
giornalmente, come genitori e come tecnici che lavorano con i bambini ed
i ragazzi (e quante volte non li abbiamo usati noi stessi in prima
persona) a tutto un insieme di attrezzi telescopici per meglio guardare,
misurare, valutare i bambini. Per cui la
ricerca di strategie efficaci sul piano della didattica produrrà delle
griglie, le preoccupazioni che sorgono sul piano dei ritardi
dell’apprendimento indurranno l’uso di varie batterie di test, lo
svantaggio socioculturale sarà analizzato e misurato reperendo,
attraverso i test incrociati, una massa così enorme di dati da
richiedere poi sofisticate elaborazioni mediante il computer. E tutto ciò si
assommerà alle più tradizionali esigenze sul piano della selettività
sociale e scolastica per definire una tale domanda di strumenti
misurativi (e cioè di test, griglie, tabelle, curricoli-standard] che
uno, ad un certo punto comincia a chiedersi : ma fino a che punto sono
giustificate tutte queste misurazioni e, soprattutto, a che cosa servono
realmente?
1.
Due tipi di
test
Ora, premesso che
da ora in poi, per comodità, riassumeremo sotto le voci
test e
testista tutto l’insieme di
apparati misurativi di cui si parlava sopra, nonché l’insieme di
psicologi, maestri, educatori, eccetera, che tali apparati
saltuariamente o continuativamente usano (e quindi ancora una volta si
parla di me, di noi, e non di altri), premesso tutto questo, si vede
subito che, nella misura in cui si comincia a riflettere su questo
fenomeno, viene fuori una distinzione fondamentale. Da una parte,
infatti, ci sono dei test cui siamo sottoposti che sono simili a quelli
delle scienze esatte ad esempio un bambino che viene sottoposto ai
Tine-test appare agli occhi
del medico che accerta, dalla sua reazione cutanea al siero, se ha o
meno la TBC, come un oggetto di cui si analizza una data qualità, ma che
non interagisce con l’esperto in guanto soggetto. Un‘altra parte dei
test invece si riferisce ad un soggetto da osservare da misurare da
valutare che rimane sempre soggetto di fronte agli occhi dell’esperto
(Holzkamp). La persistenza
dell’oggetto testato come soggetto in psicologia è confermata in primo
luogo dai test proiettivi il cui utilizzo si pone solo all’interno di un
rapporto ben più ampio fra terapeuta e paziente, e cioè solo all’interno
di un rapporto fra due soggetti. Altrimenti i meccanismi interpretativi
della psicoanalisi (e quindi le griglie interpretative dei test
proiettivi) diventano come delle chiavi buone per aprire ma anche per
chiudere ogni porta, e cioè dei grimaldelli ideologici che si usano in
maniera non scientifica, chiesastica per spiegare ogni cosa e per
difendersi elaborando delle
ipotesi ad hoc (Antiseri, De Carlo), da ogni altro tipo di ipotesi e
di interpretazione. Ma anche nel caso
dei test intellettivi e, più in generale, dei test psicosociali, delle
griglie, dei curricoli-standard, le risposte al test restano sempre “la
sedimentazione oggettivata” di qualità, atteggiamenti, comportamenti
“dei soggetti sperimentati” (Holzkamp). Per cui, ad
esempio, una persona che venga sottoposta ad un test intellettivo che -
poniamo - comporti la composizione di un puzzle continuerà ad essere,
per tutta la durata del rapporto, non solo per se stessa, ma anche per
il testista, un soggetto che risponde in quanto tale, agli stimoli cui
il testista (maestro, educatore o psicologo che sia) lo sottopone. Anche
se la sua risposta risulta poi oggettivata in un mosaico, più o meno
esatto, di vari pezzettini di cartoncino. Nel primo tipo di
test ciò che interessa l’esperto è un oggetto “inanimato” che va visto
dall’esterno. I test del
secondo tipo invece si riferiscono ad un soggetto che interessa il
testista, proprio in quanto si dimostra in grado di mantenere i propri
connotati di soggetto anche all’interno di un rapporto che,
paradossalmente, si basa - come vedremo meglio fra poco - sulla
oggettivazione del “soggetto testato”. Ebbene ciò che
interessa in questa sede non è una discussione sul primo tipo di test e
di misurazioni, ma una discussione sui test psicologici e psicosociali
che - lo dice la parola stessa - implicano senz’altro la presenza, di
fronte all’esperto, di un soggetto che rimane tale nonostante tutti i
tentativi di
trattarlo come fosse un
oggetto riconducibile alle leggi della fisica o della chimica. Di questa seconda
schiera di test, inoltre, saranno visti solo incidentalmente i vari
problemi di metodo e di contenuto che nascono qualora si voglia
osservare il fenomeno in termini generali. Si cercherà, piuttosto, di
vedere, con l’aiuto e lo stimolo di alcuni autori, essenzialmente
due fenomeni che sembrano
connettersi sotto certi versi all’abuso
e per altri versi all’uso
stesso che oggi si fa dei test tra gli operatori sociali, soprattutto
nel campo dell’infanzia : mi riferisco da un lato a quella che Sorokin
chiamava testomania o
quantofrenia, dall’altro al
fenomeno delle illusioni prospettiche che possono nascere guardando al
bambino (ma si potrebbe dire, più in generale, al soggetto testato) da
una posizione cosi
riavvicinata e, direi, “voyeuristica”. Ci tengo a
sottolineare, inoltre, che le considerazioni che seguono non vanno
considerate come esaustive neanche rispetto a quei problemi che
delimitano l’ambito della riflessione. Il compito che mi sono proposto
con queste note, infatti, è solamente quello di mettere ordine ad una
serie di considerazioni che ho avuto modo di fare in questi anni a
partire, da una parte, dalla mia esperienza pratica di psicologo e,
dall’altra, dagli stimoli che mi sono venuti da fonti e da letture a
volte chiaramente apparentate al mestiere dello psicologo, a volte
alquanto esoteriche e, a prima vista, molto lontane dal lavoro
quotidiano con i bambini. Mi riterrò
soddisfatto se, alla fine, il lettore che avrà avuto la pazienza di
seguirmi si mostrerà un po’ più guardingo quando, d’ora in poi, si
accingerà a fare il testista.
2.Testomania
Mi pare che la
presenza dei test, di per sè, non determini testomanie o quantofrenie di
sorta. Infatti, come
sottolineava già Sorokin (che pure è autore di considerazioni sprezzanti
sui test), ogni società presenta l’esigenza di esprimere una selettività
che sia funzionale alla sua sopravvivenza. Questo sia che la
società sia cosciente di questa esigenza. sia che non lo sia affatto,
sia che la selettività sia programmata e cristallizzata in una sequenza
di riti e di cerimoniali (come i classici miti di passaggio da una
fascia di età ad un altra), sia che venga espressa in prove sporadiche
ed estemporanee. Il fine che ogni
società e qualsiasi
istituzione sociale, compresa la famiglia (Sorokin)
persegue sottoponendo i propri membri a queste prove è quello di
“rinnovare i processi di distribuzione delle varie posizioni sociali”. Questa
distribuzione, cioè questa selezione, afferma Sorokin, non
dovuta al caso, ma ad una varietà enorme di continui
test. Fin qui mi pare
che non si possa non condividere quello che dice Sorokin Successivamente
però Sorokin sembra vedere questi test alquanto acriticamente, e
soprattutto astoricamente, come un insieme di strutture che servono al
mantenimento, quasi omeostatico, di una qualsiasi società, senza porsi
il problema del perchè, nonostante la loro medesima funzione ogni
società poi scegliere un proprio specifico apparato di test, di prove,
attraverso le quali selezionare i propri individui. A mio avviso,
cioè, partendo con Sorokin, senza fermarsi però alla sua visione
“strutturale” del problema, è possibile inquadrare il fenomeno dei test
secondo una prospettiva critica e definire i termini storici i vari tipi
di esigenze che sul piano della selettività sociale ogni società ha.
E’ indubbio
che la nascita della società industriale e in special modo, la nascita
della società tardocapitalistica comporti, sul piano della selettività
sociale, un processo di trasformazione dei meccanismi secondo i quali
avviene il rinnovo dei processi di distribuzione delle varie posizioni
sociali. Penso si possa dire tranquillamente anche che a fianco dei
processi di trasformazione di tutti i riti ed i cerimoniali secondo i
quali in passato avveniva la selezione sociale, si assiste oggi al
rigoglio improvviso che, come dicevamo all’inizio, ad un certo punto
diventa una vera e propria esplosione, di quelli che Sorokin chiama
test artificiali (che poi
sono proprio i test cosi come li intendiamo oggi) che, dapprima
affiancano e poi oggi quasi soppiantano i
test reali. Va chiarificato a
questo punto che per test reali
Sorokin intende quell’insieme di riti e di consuetudini di cui si
parlava prima e che Sorokin stesso distingue in tre raggruppamenti che,
a suo avviso, si ritrovano in ogni società : 1)
i test istituzionali continui,
che sono quelli che sottopongono l’individuo al vaglio della comunità in
cui vive senza soluzione di continuità: 2)
i test reali cruciali, che
sono “le prove che la vita offre a chi la vive”, dice Sorokin, e cioè le
prove alle quali l’individuo è sottoposto durante le crisi di massaggio
da una fase all’altra della propria vita ; 3)
i test reali specifici, che
consistono in quelle prove che saggiano una particolare attitudine di un
individuo (ad esempio il noviziato per chi vuol diventare sacerdote).
Ora Sorokin, pur sottolineando la relativa efficacia dei test
reali ed i clamorosi infortuni cui sono incorse determinate comunità
sociali nei selezionare i propri membri sottolinea la maggiore pregnanza
dei test reali rispetto a quelli artificiali. Anche in questo
caso mi pare che Sorokin, pur evidenziando qualcosa che intuitivamente è
giusta, giunge a valutazioni alquanto moralistiche e, soprattutto, come
si diceva prima, non fondate sul piano storico. Per comprendere
meglio i limiti dell’analisi di Sorokin e, nello stesso tempo, per
vedere più da vicino le trasformazioni enunciate sul piano della
selettività in una istituzione cardine per noi che lavoriamo nel campo
dell’infanzia, cercherò di descrivere ciò che Sorokin pensa della scuola
e la critica che su questo terreno è possibile muovergli. Secondo Sorokin
la scuola è un “test istituzionale continuo” poiché basa la sua attività
selettiva su di un esame continuo, prolungato nel tempo. Mentre test
psicosociali, afferma Sorokin, si basano al sulla rilevazione di un
momento, che avviene b) in una situazione artificiale Ora è indubbio
che ancor oggi la scuola sia strutturata per funzionare come un
test istituzionale continuo
ed è ancora più certa la presenza di una tal funzione in USA nel periodo
in cui scriveva Sorokin, e cioè negli anni ‘50. Ma le cose
appaiono in maniera alquanto diversa se noi consideriamo, da una parte,
il tipo di impatto che oggi ha qui da noi la programmazione curricolare,
e dall’altra le stesse strategie che sul piano scolastico e più in
generale, sul piano della politica sociale erano state messe in piedi in
USA nel decennio precedente a quello in cui scriveva Sorokin (i cui
risultati, per altro, lui ampiamente cita e beffeggia in quel classico
della sociologia che il suo “Mode e utopie della sociologia moderna e
scienze collegate” rapporto istruzione, curricolo, produzione (A e H.
Nicholls) e le pesanti riduzioni
che vi sono implicite del maestro ad insegnante (e cioè dell’educazione
all’istruzione), del bambino ad alunno (e cioè della relazione al
curricolo), e del fine formativo alla formazione di una futura
forza-lavoro (e cioè del soggetto alla produzione) infatti, a mio
avviso, modificano la funzione della scuola che da
test istituzionale continuo
tende sempre più a diventare qualcosa che si avvicina ai
test artificiali, in quanto
che tende sempre più ad assimilare i presupposti di artificiosità, di
freddezza, di discontinuità che giustamente Sorokin critica come
elementi che caratterizzano negativamente i test psicosociali. Quante volte ci
siamo trovati di fronte a colleghe, maestre, insegnanti di scuola
materna e di asilo nido, persino, che, invece di confidare nella
pregnanza che nasce dal loro rapporto con il bambino, si attengono alla
apparente incontrovertibilità dei dati che provengono da tabelle e da
questionari? (La stessa cosa
si può dire dall’atteggiamento che, a volte, si ha nei confronti dei
test in ambito socio-sanitario). E questo per non
parlare dei dati di discontinuità del rapporto di cui le istituzioni non
solo non mostrano alcuna preoccupazione, ma che, a volte, sembrano quasi
“programmare” (si veda, per tutte, la situazione di polverizzazione del
rapporto docente-discente in atto nella scuola media inferiore). Cioè mi pare di
poter dire che la testomania non nasce,
ipso facto, dalle
trasformazioni che sono avvenute nella società: queste modificano, è
vero, il modo con cui viene organizzata la selettività sociale delle
varie istituzioni nelle varie culture, ma non spiegano gli accessi
quantofrenici che da un po’ di tempo stanno prendendo un po’ tutti. La testomania, a
mio avviso, ha le sue radici nei presupposti metodologici che fondano i
“test artificiali” ed, in particolar modo, i test psicosociali. Il fatto che il
soggetto testato, in psicologia e
scienze collegate, non possa non rimanere soggetto, di fronte a se
stesso e, quel che più conta, di fronte al testista, contrasta in
maniera stridente con una metodologia di rilevazione (che ha, a monte,
una similare metodologia della ricerca) che è tutta tesa ad imitare il
taglio metodologico tipico delle scienze esatte. Così il soggetto
testato, che pure interessa in quanto soggetto ricco di pensiero, di
passioni e di interazioni, nonché facente parte di una società e di una
cultura, tende ad essere ridotto ad oggetto freddo ed inerte che abbia
la disposizione ad esser misurato, soppesato, parcellizzato. E ciò
nell’illusione che, nel frattempo, nonostante quest’opera di
eliminazione e di imbalsamazione del soggetto. questo abbia mantenuto la
vitalità, la freschezza. la
fragranza del soggetto vivente, di cui dovrebbe rappresentare, anzi,
la quintessenza. A partire da
questa pretesa riduzionistica si finisce col perdere di vista tutto un
insieme di condizioni in base alle quali è possibile definire la
rilevanza (Holzkamp), da un punto di vista scientifico, delle cose che
si vanno misurando e delle considerazioni che, su quelle cose. si vanno,
di conseguenza, facendo. Tutto si riduce
spesso nella definizione, fatta con precisione maniacale, dei criteri in
base ai quali, i risultati ottenuti possono esser rubricati come
casuali, oppure no. Ciò perchè a monte vi è una ricerca psicologica che,
come sottolinea Holzkamp, per stabilire la propria validità, si affida
unicamente al criterio della “conferma
delle ipotesi di partenza”, lasciando da parte
fra l’altro il
problema del “rilievo che la
teoria ha sul piano contenutistico” . Si definisce così
un ambito di ricerca e di applicazione pratica sul territorio che si
bea, direi narcisisticamente, della precisione dei propri risultati, a
volte inseguendo una improbabile esattezza in termini
matematico-statistici (incorrendo in tutti quegli inconvenienti che
Sorokin, già negli anni 50, aveva individuato e denominato
sprezzantemente col termine
quantofrenia), il più delle volte riscontrando tautologicamente ciò
che si voleva riscontrare, senza alcuna preoccupazione “sul piano
contenutistico”. E cioè lasciando
da parte i seguenti problemi: 1) il problema
della efficacia, sul piano pratico, delle cose che si vanno proponendo:
cioè in concreto quello che io sto selezionando poi produrrà un
cambiamento? Il cambiamento andrà nella direzione da me voluta e, non
meno importante, è possibile dimostrare che il cambiamento è stato
influenzato dal mio intervento? (criterio
della rilevanza tecnica) (A questo livello, che pure ancora non
mette in discussione, direi sul piano etico (Habermas), le ragioni della
committenza, utili da vedere, oltre alle considerazioni critiche di
Sorokin, sono le critiche di Holzkamp e ultimamente, di Offe alla
istruzione programmata, che viene demolita proprio sul piano della
efficacia). 2) Il problema
della esattezza relativa dei risultati dei test, e cioè la realtà in cui
è stato tarato il test è la stessa in cui viene sottoposto? Come è
possibile adattare i test alle diverse realtà sociali? (“criterio
della rilevanza antropologica”). 3)Ed infine a che
cosa servono i test? Possono diventare veicoli di un cambiamento
sociale, e in che direzione andrà tale cambiamento? (“criterio
della rilevanza emancipatoria”).
I
testisti, però, e, prima di loro, i ricercatori che
inventano i test, lasciano da
parte queste problematiche preoccupandosi di rimanere coerenti solo
rispetto al “criterio della
conferma delle ipotesi”. Perciò alla fine ad entrambi non rimane che
la via di una ricerca sempre più perfezionistica, e perciò stesso sempre
più riduttiva, di quell’insieme di dati che dovrebbero rispecchiare la
complessa realtà sociale. Ricerca sempre
più vana poiché ridurre la complessità del mondo esperienziale ad un
insieme di variabili implica una riduzione della realtà (Holzkamp), una
sua parcellizzazione che, di fronte alla ricchezza della vita reale, si
dimostra sempre inadeguata (proprio come il voyeur, lo vedremo meglio
dopo, qualsiasi prospettiva di osservazione, anche la più ravvicinata, è
sempre deludente). E’ da questo
circolo vizioso, in base al quale: la complessità della realtà sociale
implica una ricerca, il riduzionismo della ricerca delude e rimanda ad
una ricerca più approfondita
questa svela una nuova complessità ... e così via, che nasce la
testomania. Infatti l’unica
maniera per eludere l’amaro calice della delusione è quella di inventare
un apparato di tabelle, griglie, sempre più “mirate” e “precise”, anche
se sempre più sterili e lontane dalla realtà che vorrebbero indagare. Cosicchè, come
dice Sorokin, non solo si sostituiscono i criteri selettivi. continui e
prolungati nel tempo. con criteri discontinui e momentanei (e quindi più
arbitrari), ma ci si intestardisce a non vedere che, dietro la
testomania, spesso c’è invece proprio il soggettivismo, il riduzionismo,
l’etnocentrismo, nonché la presenza di criteri di quantificazione che,
lungi dal rispecchiare le certezze delle scienze esatte, denotano invece
l’arbitrarietà degli psicometristi. Per giungere
infine a porre il soggetto da testare in una situazione di instabilità e
di artificiosità (Holzkamp), e cioè fuori dal contesto usuale in cui
solitamente tale soggetto vive. Ciò, afferma
Holzkamp, inficia pesantemente il tipo di risposte che in quella
situazione sono date poiché il soggetto reagisce alla situazione di
instabilità aggrappandosi, come ad un ancora di salvezza, all’unico
elemento che, in quella situazione, gli fornisce informazioni stabili e
sicure, e cioè al test. Così, ad esempio,
il bambino di asilo nido o di scuola materna che, distolto dalle proprie
attività usuali, viene sottoposto ad un test di intelligenza, in una
stanza in cui per eliminare
ogni occasione di disturbo
non ci sono altre attività ludiche se non quelle proposte dal test,
risponderà al test, ma nessuno potrà dire se i risultati ottenuti in
quel momento ed in quelle realtà così artificiosa, siano trasferibili
alla realtà pratica di tutti i giorni, costituita, “da
un’area cognitiva stabile e
retta dai molteplici sistemi di riferimento della percezione quotidiana”
(Holzkamp, sottolineatura nostra).
3)Voyeurismo
dell’esattezza
Una strana coppia
(Holzkamp e Sorokin), ci ha aiutato a comprendere il fenomeno della
testomania. Ed un terzetto, a
dir la verità molto più eccentrico ( e composto da Baudrillard, Masud
Khan, nonché da un critico letterario che, a prima vista non c’entra per
niente, Steven Marcus), ci condurrà lungo questo secondo itinerario, a
mio avviso, altrettanto stimolante quanto il primo al fine di giungere
ad una visione più critica nei confronti dei test. Ho già accennato
in precedenza ad una analogia fra la posizione del testista e quella del
voyeur. Specificato che.
per voyeur intendo, in questo contesto, il consumatore di materiale
pornografico. e cioè che mi riferisco ad una specie di voyeurismo e di
scoptofilia che potremmo chiamare voyeurismo di massa, tenteremo di
vedere ora se vi sono altre analogie fra queste due figure e se un
confronto fra di esse può esserci d’aiuto per saperne di più sui test. Ora, in primo
luogo, seguendo un ragionamento di Baudrillard sulla pornografia (e la
stereofonia), mi è parso di cogliere una prima analogia nel fatto che
entrambi (voyeurs e testisti) si pongono nei confronti dell’oggetto
osservato da una prospettiva del tutto particolare e, potremmo dire,
tipica. Si tratta di una
prospettiva impossibile
(Baudrillard) in cui, parlando in termini cinematografici, sul tutto
prevale il primissimo piano ed il dettaglio. Nel caso
dell’oggetto osservato dal voyeur (di massa), e cioè nel caso del
materiale fotografico o cinematografico, questa forzatura prospettica è
evidente (Baudrillard dice che con la pornografia siamo alla “fine dello
spazio prospettico”). Ma anche test,
griglie e schede, mi pare, spesso ci sollecitano a rinunciare ad usare
uno sguardo che ci permetta di avere una visione d’insieme del soggetto
osservato, ed a indagare su di un dettaglio, su di un particolare (una
qualità, una prestazione, una potenzialità) del soggetto. Basta scorgere
l’elenco dei materiali della editrice “OS” per rendersene conto. ”E’ la scienza
che ci ha abituato a queste
microscopie, a questo eccesso di reale nel suo dettaglio
microscopico, a questo
voyeurismo dell’esattezza,
del primo piano sulle strutture invisibili della cellula, a questa
nozione di una verità inesorabile, che non si misura più col gioco delle
apparenze e che può essere rivelata soltanto con la sofisticazione di un
apparato tecnico “ (Baudrillard). Ed è
l’atteggiamento di imitazione nei confronti dei meccanismi di indagine
delle scienze esatte, potremmo aggiungere noi in base alle cose dette
nel paragrafo precedente, che ha prodotto la diffusione nell’ambito
delle scienze umane di apparati tecnici, come i test, molto sofisticati
ed esatti. Apparati che
possono mettere in piena luce, ed in primissimo piano dettagli, anche
microscopici, della “scena umana”, ma che lo fanno in modo tale che
quello che viene fuori finisce spesso con l’apparire come una “verità
inesorabile”, e cioè alienata e reificata nella solarità fredda della
risposta. Voglio dire cioè
che le risposte al test, a mio avviso, rappresentano, giganteggiando
“inesorabilmente” i particolari, il soggetto in un suo dettaglio, a
partire da una prospettiva impossibile in modo tale che ciò che si vede
può essere rivelato “soltanto con la sofisticazione di un apparato
tecnico”.
Ma la
“prospettiva impossibile” non è la sola analogia fra voyeurismo e
testomania. Una seconda
analogia infatti mi pare si possa cogliere in quello che Baudrillard
chiama “eccesso di reale”, oppure “iperrealismo”. Una seconda analogia
che, fra l’altro, si rivela più proficua per comprendere l’atteggiamento
di delusione che prende sempre sia il voyeur sia il testista di fronte
ai loro fin troppo chiari oggetti di desiderio. E così, come il voyeur
insegue il delirio tecnico di una sessualità rappresentata con una resa
perfetta che nella vita reale semplicemente non esiste, con altrettanta
tensione, con altrettante voglie
di iperrealismo il testista si intestardisce a fissare con i suoi
strumenti una realtà (quella psichica e sociale) la cui dinamica mal si
presta ad essere così maniacalmente riprodotta. Per cui entrambi.
alla fine, sono profondamente delusi poiché c’è sempre qualcos’altro che
non è stato messo bene a fuoco e in primo piano, e questo
qualcos’altro con la sua
presenza sfumata mette a nudo proprio ciò che si voleva occultare, e
cioè i limiti dello strumento tecnico. Si crea così una
spirale perversa, in base
alla quale, proprio la estrema precisione degli strumenti di
rilevazione, evidenziando sempre nuove zone d’ombra, rimanda alla
esigenza di strumenti più raffinati, che evidenziano però nuove zone
d’ombra ... e così via, in una atmosfera che
è perennemente intrisa di rabbia e delusione. Quante volte noi
stessi, in ambito educativo o sociosanitario, ci siamo trovati in una
situazione simile, in base alla quale il soggetto osservato attraverso
le lenti dei test, delle varie griglie e tabelle, diventava un insieme
di dati, precisi, solari, che però rimandavano all’esigenza di una
analisi più approfondita con nuovi test, nuove tabelle. Quante volte,
presa questa strada, abbiamo sentito il bisogno di diventare noi stessi
così freddi e precisi nel valutare, selezionare, diagnosticare ; di
diventare noi stessi degli strumenti di misurazione ; e quante volte
infine, presi in un gioco che rimandava a “verità inesorabili”, e cioè
disumane, abbiamo poi sentito dapprima la rabbia per la nostra
incapacità di essere così neutrali, per la monotona ripetitività di
questi primi piani tutti uguali, e poi la delusione quando, alla fine,
tutta questa operazione, oltre che farci ritrovare
in loggione, invece che in
prima fila rispetto al soggetto testato, si rivelava anche solo una
esigenza nostra, un fatto nostro puramente mentale e non il prodotto di
uno scambio e quindi la fonte di un possibile arricchimento. Quante volte cioè
ci è capitato di perdere per strada il soggetto vero con cui entrare in
rapporto, nell’illusione di vederlo riflesso, in maniera più precisa.
più ravvicinata, più raggiungibile forse, in quel sedimento oggettivato
di atteggiamenti e di comportamenti che sono i test. Ebbene, una volta
superata la depressione in cui una attività così deludente ci porta e
non appena ci si pone in una posizione
prospettica anche leggermente
eccentrica rispetto a quella del testista (così come per altri versi a
quella del voyeur), ad esempio, nel nostro caso, ritornando a
rapportarsi col bambino, si sente che il bambino “di prima”, e cioè il
sedimento oggettivato del bambino (l’insieme, insomma, di tutti i
frammenti e primi piani), non solo è profondamente diverso del bambino
di adesso, ma è anche un bambino ritagliato su misura ed. al limite, un
bambino che esiste solo come produzione del test e del suo insoddisfatto
interprete, il testista. Ora Masud Khan,
parlando del voyeur, descrive il suo vissuto come un insieme di “trame
ipermentali”, come un “delirio dell’Io”, in cui di fronte al voyeur “non
ci sono più persone, non vi è più corpo, non vi
è più Es, ma tutto Io, e solo Io”. Ecco : a partire
da questa comune tendenza all’isolamento, in base alla quale la realtà
tende a perdere per entrambi la sua pregnanza per trasformarsi in
qualcosa che attiene all’intelletto e solo all’intelletto, è possibile,
a mio avviso, cogliere tutto un insieme di analogie fra pornotopìa (S.
Marcus) (e cioè tra universo delle fantasie pornografiche del voyeur) e
situazione in cui viene somministrato il test. Cercherò ora di
illustrarle nella convinzione che ancora una volta esse possano
dimostrarsi utili a riconoscere come funzionano i test. l) In primo luogo
lo spazio in cui si situa la
“scena” del voyeur è indifferenziato, per cui ogni determinazione di
luogo, che nella letteratura, così come nella cinematografia d’arte è
essenziale per lo svolgimento del racconto, sul piano della pornografia
rappresenta una distrazione, un impedimento (Marcus). Si può dire anzi
che i luoghi della pornografia non hanno nulla a che fare con il mondo,
“essi esistono solo dentro i nostri occhi, nella nostra testa”. Ma anche coloro
che sono sottoposti ai test, come abbiamo visto poco fa, nonché nel
paragrafo precedente, tendono ad esser posti fuori dallo spazio, inteso
come quell’insieme di coordinate storiche e geografiche che rendono
pregnante il “qui” di significati specifici, per entrare in uno spazio
che tende pericolosamente a diventare un luogo puramente mentale, in cui
le coordinate reali sono viste come variabili che è necessario eliminare
perchè, con la loro particolarità, complicherebbero la rilevazione. 2) Lo stesso
meccanismo di elisione e di semplificazione si nota sia
nella concezione del tempo della pornografia (afferma Steven
Marcus: “alla domanda che
ora è nella pornografia? si
è tentati di rispondere : è
sempre l’ora di andare a letto “) sia nella realtà
temporale dei test: non per niente Sorokin contrapponeva la
continuità dei test reali alla discontinuità, alla “rilevazione di un
momento” dei test artificiali. 3) In terzo luogo
il mondo esterno che nel “topos” pornografico è ricondotto ad una
corporeità eccessivamente ravvicinata (Marcus), anche nel caso dei test
appare, come abbiamo già visto, come un frammento, enormemente
ingrandito, di una realtà di cui possiamo vedere, proprio per il tipo di
messa a fuoco che abbiamo scelto, solo una visione frammentata. Per cui non si
vede il bambino, ma le singole sue parti ingrandite: la sovrabbondanza
di realtà (Baudrillard) finisce con il coprire, con i suoi imperiosi
primi piani, la realtà stessa. 4) La
pornotopìa , inoltre, afferma Marcus, è
pornocòpia, cioè un mondo di
abbondanza strabocchevole, in cui “è sempre estate”, nel senso che
“nessuno è mai geloso, possessivo, veramente arrabbiato”. Questa
rappresentazione in cui, come dice anche Masud Khan, aggressività e
sessualità sono fuse e trasfigurate in operazioni mentali, cela una
grossa rabbia e una grossa sofferenza, quella di chi ad un certo punto
della propria vita, “ha sofferto la fame” (Marcus). Ma se questa
sembra l’origine della coazione a guardare, ci si può chiedere, a mio
avviso, qual è l’origine della “coazione
a testare”? Abbiamo visto come i “test artificiali” possono essere
considerati, in prima approssimazione. come un prodotto della
trasformazione dei metodi di selezione sociale avvenuta nella società
con l’avvento del capitalismo maturo. Ora penso ci si
possa chiedere, cercando di andare più in profondità, quale molla spinge
i testisti, e prima ancora i ricercatori che in ambito psicosociale
elaborano i test, e prima ancora i loro committenti, a produrre test,
griglie, tabelle, eccetera? Non sono in grado
di dire molto sulle origini di questa “coazione a testare”, ma penso
sarebbe interessante svolgere una indagine di tipo psicosociale
sull’origine di questo “modello coatto di espressione” (Weinstein e
Platt) in base al quale elementi della sessualità pregenitale infantile
(in questo caso la scoptofilia) non solo “riappaiono nelle perversioni
degli adulti” (in questo caso nel voyeurismo), ma possono influenzare
anche il carattere di quegli individui che pure mantengono il loro
comportamento nei quadri di quello che la società considera come
normalità (Freud - Reich). Nel nostro caso in quell’insieme di
atteggiamenti e comportamenti basati sull’isolamento degli affetti,
sulla maniacalità dell’osservare e sulla particolarità della posizione
“impossibile” dell’osservatore. che ho detto scherzosamente “coazione a
testare”). 5) Nella
pornotopìa, infine, le relazioni fra gli esseri umani sono ridotte a
relazioni fra organi, a diagrammi, a schizzi, abbozzi, “in altre parole,
ad una serie di astrazioni” (Marcus). In questo caso mi pare che la
relazione fra test sia evidentissima. Così come mi pare evidente che,
come la pornografia è, come dice Marcus, “allontanamento dal linguaggio
e dalla comunicazione, nel senso della non referenzialità della sua
scrittura”, allo stesso modo
i test allontanano il paziente dal terapeuta, il bambino dalla maestra
etc., in quanto che, soprattutto se presi da soli, servono a definire un
setting terapeutico o educativo basato, appunto, su diagrammi, schizzi,
abbozzi e non sull’incontro fra due soggetti.
Non sono
contrario, a priori, ai test. Anzi devo confessare di usarli con una
certa frequenza nella mia pratica quotidiana. Ritengo però
urgente discuterne in quanto che usare un test non comporta solo, come
spesso giustamente ci dicono i nostri didatti, la possibilità di
illudersi di usare una scorciatoia per arrivare al bambino quando siamo
in un vicolo cieco con lui. Questa è solo una
delle possibili trappole in cui è possibile cadere usando i test.
In questo
scritto ho cercato di dimostrare che esiste anche il problema, una volta
imboccata la via dei test, di vedere che tipo di cambiamento da essi
viene indotto nel setting, ed in particolare ho cercato di mettere in
evidenza due di questi possibili cambiamenti: -il riduzionismo in base
al quale si pretende di ridurre i criteri di analisi della realtà
sociale a quelli delle scienze esatte ; -le strane parentele fra
voyeurismo e voyeurismo dell’esattezza, in base alle quali alcuni tratti
del carattere del testista non solo lo spingono ad assumere
una prospettiva impossibile nei confronti del suo oggetto di
osservazione (e tanto più ravvicinata quanto più deludente), ma anche,
nei fatti, ad isolarsi dall’oggetto, a tentare una vana difesa
oggettivante, prima o poi destinata
o al fallimento, o a solidificarsi in una corazza caratteriale
più o meno rigida, impenetrabile e, perciò, patologica.
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