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tirocinio e tutoring
Dagli ideali adolescenziali a quelli adulti: metamorfosi del tirocinante
di Leonardo Angelini e Deliana Bertani
Vorremmo cominciare con due esempi:
1.È noto che il più precoce ingresso nell’età adulta degli uomini del medioevo rispetto agli individui dei giorni nostri implicasse nei primi una maggiore propensione all’impulsività ed all’agito ed una minore capacità riflessiva rispetto ai secondi. 2. Una delle frasi più tipiche nel momento del commiato dai nostri tirocinanti è questa: sei arrivata qui come laureata, ora hai acquisito le prime capacità che ti permettono di definirti una professionista.
Questi due esempi per introdurre i due paragrafi secondo i quali sarà scandita la nostra argomentazione sul passaggio dagli ideali adolescenziali a quelli adulti.
1.Dagli ideali adolescenziali a quelli adulti
Uno degli elementi che caratterizza l’adolescenza è il marcato processo confronto e di emancipazione del ragazzo, prima, e del giovane, poi, dalle vecchie imago ideali dell’infanzia. Questa metamorfosi degli ideali, tipica di tutte le adolescenze, è parte integrante della seconda individuazione (Blos) ovvero di quel processo di disidentificazione (Octave Mannoni) che è l’architrave sul quale ogni giovane potrà costruire alla fine, se le cose vanno sufficientemente bene, il proprio profilo adulto, la propria visione del mondo, il proprio progetto.La seconda individuazione consiste in un complesso confronto - scontro con le vecchie imago infantili che spinge l’adolescente a rivedere ogni aspetto del suo mondo interno, così come ogni rapporto con le figure reali importanti dell’adolescenza. E in questo processo l’abbattimento dei vecchi idoli, cioè dei vecchi modelli ideali dell’infanzia è imposto dalle spinte puberali che colorano di nuovi significati i legami endogamici, rivelandone il loro sottofondo incestuoso e spingono verso quella vera e propria virata di centottanta gradi che implica l’uscita dall’endogamia e l’accesso all’esogamia, con tutte le discontinuità e i tutti i lutti che questa virata impone non solo nel preadolescente, ma in tutti coloro che gli sono vicini, ed in special modo nei genitori, ma anche con tutti i conti in sospeso che su questo piano sono stati aperti nella prima e seconda infanzia e nella fanciullezza. Ma su quali basi si definiscono i nuovi ideali che intervengono nell’adolescente a questo punto? Ognuno di noi ha vissuto quel momento in cui nuovi modelli – diventare un calciatore famoso, o una attrice – intervengono o si accendono di contenuti molto più vividi di quelli della fanciullezza. Ognuno di noi quindi può essere testimone della presenza di personaggi ideali, di personaggi eroici, che ci hanno abitato e che per noi hanno assunto per un certo periodo una importanza particolare.In psicoanalisi esiste una diatriba, non tanto sulla natura di questi personaggi, la cui presenza è riscontrata da tutti, non tanto sulle funzioni da esse svolte che da tutti vengono ritenute importantissime, quanto sui connotati che questi personaggi eroici hanno e sulle loro ascendenze: è come se noi avessimo tracce certe dell’esistenza di una persona, delle azioni da lui svolte, ma non conoscessimo bene il suo profilo, non sapessimo come si chiama e di quale famiglia egli faccia parte. La diatriba a noi non interesserebbe in questa sede se non fosse per qualche aspetto che risulta importante ai fini della individuazione della natura delle problematiche attuali del rapporto tirocinante – tutor, e solo sotto questo punto di vista ci avvicineremo ad essa, invitando chi volesse saperne di più alla bibliografia. La divaricazione innanzitutto è fra coloro che, come Blos, pensano che esista un personaggio interno, l’Io Ideale, distinto dall’Ideale dell’Io, che è l’erede di quel primissimo personaggio interno, figlio del narcisismo primario, che ci ha abitato fin dagli esordi della nostra vita; tale personaggio ci accompagna per tutta la vita, che cresce insieme a noi e si modifica in base al rapporto con realtà: l’Io ideale secondo costoro in adolescenza assume un significato particolare poiché impone al ragazzo e alla ragazza un confronto sia con gli introietti paterni che materni in maniera sessuata, per cui le vicissitudini del personaggio maschile in adolescenza sono diverse da quello femminile, ed in maniera individualizzata, per cui ogni adolescente definisce un proprio percorso di confronto e di emancipazione da questi personaggi interni ed esterni. A fianco a queste posizioni ce ne sono altre, ad esempio quelle della Schasseguet Smirgel, che negano l’esistenza dell’Io Ideale e sostengono che è l’Ideale dell’Io, cioè l’istanza interna erede della introiezione delle imago genitoriali ideali e più o meno capace di stima e di autostima, che presiede a questa opera di confronto in adolescenza.Più interessanti, poiché più attuali ci sembrano le posizioni di Jeammet e di Pietropolli
Charmet. Il primo distingue fra Io Ideale ed Ideale dell’Io, e attribuisce all’Io Ideale le funzioni primordiali di assicurazione di un buon equilibrio narcisistico allorchè non si è ancora instaurata nel soggetto distinzione fra me e non me, allorché cioè il rapporto con l’oggetto primario è ancora basato su una situazione di fusione indistinta; mentre l’Ideale dell’Io, che rappresenta per Jeammet lo sviluppo dell’Io Ideale, diventa per Jeammet una istanza che può instaurarsi nel soggetto a fianco all’Io Ideale da un certo punto in poi, e precisamente dal momento in cui diventa possibile per il soggetto viversi come una entità ‘separata, sola e nuda’ (direbbe Winnicott): da quel momento in base al modello rappresentato dall’Ideale dell’Io si instaurano nel soggetto identificazioni secondarie che provengono dalle imago parentali ideali più mature. La riattivazione in adolescenza di queste parti più mature o dell’Io Ideale primario rappresenta le possibilità del soggetto di individualizzarsi o meno, cioè o le possibilità di accedere ad un proprio profilo adulto, nato sul modello genitoriale e contemporaneamente in polemica con esso, oppure l’arresto e lo sprofondare dell’adolescente in situazioni di confusività con l’oggetto primario che può essere vissuta come un claustrum in cui essere costretti o dal quale fuggire. Pietropolli infine sottolinea la natura nuova dei rapporti fra genitori affettivi e poco consistenti sul piano superegoico e figli adolescenti, pone in evidenza, come del resto fa Jeammet, che da questo tipo di rapporti - che ovviamente si strutturano ben prima che i figli diventino adolescenti - deriva l’emergere nei giovani di strutture di personalità di tipo anaclitico: Da ciò l’importanza, maggiore rispetto al passato, che in questo nuovo quadro assumono per i ragazzi e per i giovani le influenze che vengono dall’esterno della famiglia, e cioè dai media, dal gruppo, e dalla nuova coppia adolescenziale, nonché la necessità per questi giovani analitici di sdraiarsi, di spalmarsi quasi, su queste istanze che diventano più importanti che in passato nel definire l’ideale adolescenziale. Infine pensiamo che non vada sottovalutata l’immagine junghiana dell’Eroe e tutte le sue declinazioni che vanno dal Orfano, al Martire, al Viandante, al Guerriero, al Mago ed infine all’Innocente, unica di queste figure che non si pone obiettivi di crescita e di maturazione.
Detto questo veniamo ora ai percorsi maturativi in base ai quali, così come con l’ingresso in adolescenza erano state messe in crisi le vecchie imago, i vecchi personaggi eroici dell’infanzia, anche con il progredire del giovane verso l’età adulta a poco a poco anche i personaggi eroici dell’adolescenza dovranno essere sottoposti ad un’opera di limatura e di maturazione. Come avviene dentro al giovane questo processo maturativo? Ancora una volta cerchiamo di fare un esempio: dalla nostra clinica dei postadolescenti (dei giovani adulti, direbbe Pietropolli) emergono a venti o venticinque anni un insieme di personaggi eroici, più o meno integri, più o meno ammaccati, che spesso sono in relazione gerarchica fra loro e che possono essere dialoganti o meno fra loro e con le altre parti interne del soggetto: si determinano cioè come un insieme di ipotesi (A, B, C etc.), di progetti per il futuro che già sono stati sottoposti alla prova di realtà, che si sono perciò imborghesiti, che hanno smesso i panni più evidenti dell’eroe adolescenziale, per diventare proponibile e raggiungibili nella prossima età adulta. Vogliamo dire cioè che se noi andiamo alla fine del processo troviamo una realtà che, se le cose sono andate sufficientemente bene, è mutata non nel senso dell’abbandono dei vecchi personaggi eroici, ma della loro trasformazione in imago ideali adulte con cui mantenere un rapporto di tensione e, diremmo, di emulazione. A guardar bene il processo di disidentificazione, che tanta importanza ha avuto per tutta l’adolescenza, in buona parte si è rivelato alla fine molto al di sotto delle pretese di distinzione stizzosa, angosciata, etc. di quel tempo, e fra le pieghe delle nuove imago ideali è possibile riscontrare molte più tracce di quante a prima vista se ne vedono delle influenze modulatrici delle vecchie imago adolescenziali (ed infantili).Certo è che il passaggio o meno dalla fantasia al progetto è la pietra di paragone che permette di comprendere se su quelle imago adolescenziali è stato possibile per il neoadulto fare un’opera di limatura e di innesco di filoni più o meno flessibili di dialogo interno.Ciò significa che nel processo di trasformazione degli ideali adolescenziali ci deve essere l’instaurazione dentro di sé non di una sola fantasia, ma di varie fantasie e di vari progetti in base ai quali più ipotesi (A, B, C, etc.) possono essere fatte e verificate sotto il fuoco della prova di realtà. Ciò significa conseguentemente che il ragazzo e il giovane si trovano per tutto questo periodo nella necessità di avere tempo, laddove il tempo è quello derivante dalla occorrenze che la prova di realtà impone. Si definiscono così luoghi di sperimentazione, che – come dice Pietropolli – sono spesso anche luoghi in cui il nuovo adolescente possa sdraiarsi per sperimentare insieme ed al riparo dalle imago confusive più arcaiche, ma anche dalla solitudine che per le personalità anaclitiche risulta essere ugualmente angosciante. Ed anche la creatività giovanile, con tutti i suoi contenuti generativi specifici, andrebbe rivista sotto quest’ottica. Occorre dire della necessità di rispetto da parte degli adulti per quest’area in cui sono gli ideali, le fantasie, i progetti, le creazioni adolescenziali? Pensiamo di si, se è vero che uno degli elementi presenti nei miti e nelle fiabe sull’argomento è proprio l’atteggiamento dell’adulto nei confronti di questo emergere di una nuova generazione che avanza e che con il solo suo emergere rappresenta una minaccia.Per il giovane i problemi per tutto questo periodo sono: - la necessità di affrontare la frustrazione, la depressione e il lutto derivante dalla sensazione di perdita, allorché questi progetti risultino irrealizzabili così come erano stati pensati; - la necessità di distinguersi e di non essere risucchiati in progetti altrui che riguardino la loro psiche ed il loro corpo; - ed ancor di più la necessità di non essere risucchiati, come dicevamo prima, in un claustrum senza via d’uscita che non sia la confusività dei corpi e degli spiriti.Un esempio derivante dalla nostra clinica: ci sono dei mestieri in cui non c’è il tempo necessario per la elaborazione delle possibile perdite sul piano ideale. Il calciatore, che a 16 \ 17 anni sa già se andrà in serie A, o se questo progetto, a lungo inseguito, alla fine si rivela impossibile, se non ha dentro di sè, nel suo background familiare la possibilità di elaborare la perdita, o un progetto di riserva pronto per l’uso può andare in un breakdown evolutivo severo.Così come, al contrario, la possibilità di giostrare flessibilmente su una serie di ipotesi può far si che esse alla fine risultino non alternative, ma complementari e capaci di rafforzarsi l’una dall’altra. C’è poi la possibilità di un mancato passaggio dalla fantasia al progetto, o addirittura l’assenza di tensione fantastica (l’immagine junghiana dell’Innocente, che non ha obiettivi, né timori di sconfitta, poiché è rimasto nello stadio in cui non c’è mancanza e tutto gli è dovuto). In questi casi non c’è prova di realtà che faccia da contraltare alla fantasia, di modo che quest’ultima immobilizza il soggetto, lo porta ad eludere l’esperienza della perdita, o nella impossibilità di ogni tentativo di elusione in una situazione di lutto che in questi casi appare come difficilmente elaborabile. Gli attacchi da parte degli adulti agli ideali adolescenziali – attacchi quali derisione, sminuizione, castrazione, circoscrizione fobica dell’ambiente (come accade per quel personaggio di Ricomincio da tre che è rimasto a casa bambino a fianco ad una madre – drago vorace e confusiva) - si risolvono spesso con la costruzione di percorsi di falso sé, che hanno il significato di un ultimo tentativo di elusione del dolore della perdita. Quello che abbiamo definito come imborghesimento degli ideali, in ultima istanza potrebbe essere definito come possibilità di un raggiungimento della riparazione, cioè costruzioni di ipotesi altre che possono essere o del tipo a1, a2, a3, oppure del passaggio a quelle che in un primo tempo apparivano come ipotesi b, o anche ad un mix dinamico fra ipotesi primarie, secondarie, etc.-
2.Metamorfosi del tirocinante
Il tirocinante è spesso un postadolescente o, come alcuni dicono, un giovane adulto cioè un giovane che è vicino all’ultima fase dell’adolescenza odierna, se si vogliono sottolineare le parentele fra la postadolescenza e l’adolescenza propriamente detta, o – se invece si vuole sottolineare l’allontanamento del giovane dalla fase precedente - di quella specie di preludio all’età adulta che è ormai la vita fra i 20 e i 30 anni di molti giovani di oggi.Fra i nostri intendimenti, nel proporre a colleghi della sanità, della scuola e del sociale una riflessione sul significato del tirocinio c’erano: quello di cercare di comprendere quali funzioni il tirocinio assuma oggi nel mercato del lavoro delle professioni del welfare, e nei territori limitrofi in cui i processi di aziendalizzazione sono più avanzati; quello di analizzare cosa accade fra tirocinante e tutor durante il tirocinio, in questo luogo più intimo dell’aula e meno connotato come scuola; come avviene in questo luogo il passaggio di saperi e di competenze; come il giovane viene introdotto in esso e accompagnato per tutto il percorso, da un particolare sacerdote officiante la cerimonia di aggregazione, il tutor, in quella che sarà la sua ultima tappa prima dell’ingresso nell’età adulta; come infine il rapporto fra tutor e tirocinante si dipana lungo questo percorso, sia per ciò che attiene gli aspetti più propriamente professionali, sia sul piano dei rapporti e dei sentimenti ambivalenti che intercorrono fra queste due entità.Ciò che ci proponiamo oggi è di elaborare una riflessione sulla forma che assumono gli ideali giovanili in questo momento che abbiamo visto essere contemporaneamente finale ed iniziale: - fase finale dell’adolescenza in cui il lavoro di levigamento degli ideali è già iniziato da tempo, ma ora si approssima il momento delicato del redde rationem che sancirà la distanza fra ciò che si può effettivamente diventare e ciò cui, nonostante tutti i levigamenti, ancora si aspira; - fase iniziale dell’età adulta in cui però, come ci ha ricordato Laffi, la farraginosa immagine di sé che in questo momento il giovane ha rispetto al lavoro, il fatto che egli non possa mai dire se veramente è entrato nel mercato del lavoro o meno, gli impediscono in effetti di fare i conti fino in fondo con le sue aspirazioni e rimandano sine die questo importante momento di verifica, che è l’ultima tappa verso una effettiva dimensione adulta.E’ indubbio che lungo il percorso del tirocinio il profilo del tirocinante muta, che l’immagine che egli ha di sé si trasforma. Questa metamorfosi del tirocinante, come ci hanno ricordato Mottana e Guerra, in Italia si ingigantisce poiché l’ordinamento dei nostri studi separa la teoria dalla pratica e tende a svilire quest’ultima ed a volte ad espellerla da ogni considerazione che l’accademia fa circa la reale crescita che il tirocinante fa, o meno, nei luoghi del tirocinio.Si determina così una divaricazione fra diploma e laurea da una parte e percorso di tirocinio dall’altra. Ed il passaggio dall’aula al luogo del tirocinio, da un sapere teorico a un sapere pratico, dalla laurea alla professione, da una parte rappresentano un bagno di realtà, se le cose vanno sufficientemente bene (ma Guerra ci ha fatto vedere quali siano i rischi di vanificiazione o di sminuizione di quest’esperienza, ancora molto presenti in Italia). Dall’altra sono relegate nella periferia della formazione, non ancora integrate nel curricolo di studi, anzi vissute spesso come un inutile fardello. Inoltre, come afferma la Manoukian Olivetti, in Italia l’immagine grandiosa di sé che l’università ha e per la scarsa capacità contrattuale delle istituzioni in cui solitamente si fa tirocinio non aiutano certo a colmare questi squilibri, ed anzi solitamente li accentuano: basti pensare che in molte situazioni non c’è una reale valutazione finale del tirocinio (non parliamo di quella in itinere!), che non esistono corsi di formazione di tutor, per cui – come ci ricordava anche Guerra – questo mestiere viene fatto basandosi spesso a partire da esigenze e dell’istituzione e del tutor che risultano altre rispetto alla formazione del tirocinante. Nonostante questi vincoli, queste sminuizioni e questi impedimenti il tirocinio spesso è un momento importante per il giovane sotto molti punti di vista e soprattutto ai fini di una ridefinizione dei propri ideali professionali ed umani. Il tirocinio, allorchè il fare quotidiano abbia un senso, è anzi un momento delicato di passaggio dalla fantasia al progetto. Tale passaggio - che già nella scelta della facoltà, del corso di studi e nella inevitabile riduzione di più opzioni, fra più possibilità di professionalizzazione ad una sola, aveva visto un momento di importante di ri\dimensionamento di se stessi – ora trova nel fare e nel riflettere sul fare fatto insieme al tutor un ulteriore momento che aiuta il giovane a toccare con mano i limiti e le possibilità (a volte impreviste) insite in se stesso: poiché è vero che con il tirocinio si ripropone il tema dello scarto fra chi si è chi si vorrebbe essere, ma è vero anche che la vicinanza che in questo momento è possibile sperimentare con i problemi, con la conoscenza e la padronanza delle strategie personali, prima che professionali, con cui tali problemi possono essere affrontati e risolti, la coniugazione fra la nuova generazione e la vecchia che in questo momento si verifica, sono tutte esperienze che solo nel tirocinio possono essere organicamente e, diremmo, statutariamente pianificate. Come dicevamo allorchè abbiamo tentato di fare una storia del tirocinio in Italia, anche senza tirocinio tutta la fase iniziale del lavoro per molti di noi anziani è stata professionalizzante, per gli stessi motivi cui alludevamo sopra, ma la differenza è che nel tirocinio, e solo nel tirocinio ciò che in altri luoghi dell’apprendimento alla professione è lasciato al caso, può essere pianificato e valutato appieno. Entrando poi nel merito dei problemi delle modalità concrete secondo le quali viene scandito il tempo del tirocinio e vengono utilizzate in quel tempo le energie che in questo luogo sono spese non possiamo non evidenziare una particolarità: la vicinanza al tirocinante di un adulto che lo accompagna, il tutor, circoscrive una modalità di rapporto del tutto specifica che abbiamo definito accompagnamento.
Accompagnare significa letteralmente ‘mangiare lo stesso pane’ ed allude, come abbiamo già visto ad un’area di intimità fra pochi attori, spesso solo due, che per un tempo spesso piuttosto lungo sono molto vicine ed in comunicazione fra loro. Ciò implica una serie di difficoltà sia per il tutor legate alla sua ambivalenza nei confronti del giovane, ambivalenza che si manifesta fenomenologicamente in una serie di manifestazioni che oscillano, a volte paurosamente, fra pulsioni di impossessamento e di soffocamento del giovane a pulsioni espulsive che possono rappresentare per il giovane una pericolosa somiglianza con fantasmi genitoriali e istanze più precoci attinenti l’area degli oggetti - Sè, con tutta una gamma intermedia di sentimenti e di emozioni più mature ed emancipatorie.Ma anche per il tirocinante il discorso dell’ambivalenza si impone, se non altro come reazione alle oscillazioni del tutor, reazione che si esprime nelle pulsioni a conformarsi e a perdersi quasi nell’area indistinta degli oggetti - Sè, nelle voglie di ribellarsi e di disidentificarsi, nei travagli di gestazione del vero sé professionale cui per fortuna spesso il tirocinio allude.Il modello dell’accompagnamento, con le sue pressanti e ravvicinate sollecitazioni, impone spesso al neoadulto di rivedere le posizioni ribellistiche nei confronti dei vecchi idoli e di accettare, a volte ob torto collo, le mediazioni che il modello di integrazione nella professione proposta dal tutor, le sue ascendenze scientifiche, i suoi stili di approccio e di risoluzione dei problemi impongono. Su questo piano, come abbiamo già visto, un grande spazio è occupato dai fantasmi formativi del tutor che marcano l’accompagnamento, lo riempiono, diremmo, degli odori del tutor. E il tirocinante deve fare ancora una volta un percorso di aggregazione e di identificazione, di adeguamento e di smarcamento che già aveva dovuto fare in adolescenza e che, come in adolescenza, sono destinate a lasciare segni profondi, anche se a prima vista non evidenti, nell’identità professionale di ciascun giovane.Sul piano temporale, come ci diceva anche Guerra, il collocamento del tirocinio in un percorso pre-diploma o pre-laurea, che la scuola può controllare ed integrare, o post lauream in cui la scuola scompare è importante sia per le ragioni cui abbiamo accennato sopra, ma anche per attivare quell’opera di rifinitura delle imago ideali professionali che, come ci diceva sempre Guerra, dovrebbero anche potere orientare il giovane all’inizio del percorso formativo professionalizzante.Altro rischio sul piano della temporalità è quello che il tempo del tirocinio diventi un tempo che invece di avvicinare alla professione, allontana il giovane, lo tiene fuori artificiosamente da essa, dal mercato del lavoro, di essere stato pensato unicamente per allungare i tempi di stazionamento del giovane in un luogo formativo inautentico, un luogo che in altri tempi, nel ’68, avevamo definito: silos, cioè parcheggio del giovane, in base ad una concorrenza sleale del vecchio, armato dei suoi poteri e dei suoi privilegi (fra i quali vanno senz’altro collocati gli ordini professionali) nei confronti del giovane indifeso e vessato spesso di inutili, costosi e fuorvianti percorsi di ulteriore professionalizzazione (molti master spesso lo sono). Il tirocinio, infine, allorchè è fatto in maniera decente è un luogo di deidealizzazione, in cui di fronte alle innumerevoli prove di realtà cui il giovane è sottoposto, avvengono tanti microlutti quotidiani, nella cui elaborazione l’aiuto del tutor è decisivo. E, da questo punto di vista, la natura discreta dell’accompagnamento che il tutor esercita nei confronti del tirocinante, la sua dimensione particolare che esula sia dall’ammaestramento che dall’anarchia, fanno si che il tirocinio diventi un’area transizionale in cui si passa dalla dipendenza alla individuazione, in cui teoria e pratica si coniugano, in cui ci può essere uno scambio fra generazioni di professionisti, di modo che il nuovo nasca dal vecchio, se non altro in polemica con esso e non come un fungo strano che non si capisce dove trovi la propria linfa vitale.Ed in questo percorso arrivare a definire progressivamente un’immagine di sé realistica in cui la tensione fra ciò che sono e ciò che vorrei essere rimanga sempre in piedi, in cui ciò che passi sia in fondo un’immagine di perfettibilità, e cioè il socratico ‘io so di non sapere’, diventa il vero messaggio che il tutor può dare al tirocinante, ed il tirocinante può raccogliere per continuare con convinzione lungo un percorso di crescita che nelle professioni di cura no finisce mai.
Bibliografia
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Blos P., L’adolescenza, F. Angeli, Milano, 1980Jeammet Ph., Psicopatologia dell’adolescenza, Roma, Borla, 1992Laufer M. e M.E., Adolescenza e breakdown evolutivo, Boringhieri, Torino, 1986
Laffi S., Il furto: mercificazione dell’età giovanile, L’ancora del mediterraneo Ed., Napoli, 1999Manoukian Olivetti , Per finire: a chi viaggia, in: AA.VV. Viaggi guidati – Il tirocinio ed il processo tutoriale nelle professioni sociali e sanitarie, F. Angeli, Milano, 1997, pp.290-312Mannoni O., La disidentificazione, Pratiche Ed., Parma
Pearson C., L’eroe dentro di noi, L’astrolabio, Roma, 1990Pietropolli Charmet G., I nuovi adolescenti, R. Cortina, Milano, 2000
Winnicott D.W., Adolescenza: il dibattersi nella bonaccia, in: La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando, Roma, 1968 (cap.10°)
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