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tirocinio e tutoring
Tutor e tirocinante: relazione significativa, relazione significante
di Fabrizio Rizzi e Serena Viola
Entriamo in questo spazio dedicato al “fare e pensare” offrendo le nostre due voci di psicologi : quelle di un tutor e di una tirocinante, che operano assieme nel servizio sanitario pubblico affrontando una casistica clinica tanto numerosa quanto varia. La nostra attuale dimora è un’unità operativa (monoprofessionale) di psicologia clinica che conta circa venti psicologi ed alcuni tirocinanti. In questo nostro discorso terremo sempre implicitamente presente questo fondamentale sfondo istituzionale, convinti del fatto che un tirocinio non possa non esistere che all’interno di un contesto di servizio, dove si osserva, si capisce e si impara come funziona (e, qualche volta, anche come disfunziona) un team professionale, a sua volta collocato all’interno di una rete più vasta composta da altri servizi.Il nostro sguardo, tuttavia, si dedicherà soprattutto alla relazione tutor / tirocinante, a questo rapporto duale che – anche se inserito in quel contesto globale appena citato – si pone comunque come un qualcosa di molto specifico e particolare, qualcosa di significativo e significante : nel senso che riceve ma anche da significati.Faremo un viaggio a due voci e sarà un sorta di vagabondaggio, quasi una esplorazione per associazioni libere, senza pretesa di teorizzare alcunché.
Troppo unico e troppo complesso ci pare infatti questo rapporto per tentare di sistematizzarne una descrizione in termini generali. Ci possono del resto essere tipi di tutorship che stanno agli antipodi, completamente diversi tra loro e ciò indipendentemente dall’effettivo apprendimento e dal soggettivo gradimento da parte del tirocinante. In questo, il rapporto tutor / tirocinante appare simile a certi legami familiari (in primis quella genitori / figli, ma non solo) di cui non ha tanto senso parlare in astratto, quanto semmai nel “qui ed ora”, nel “chi, come, dove, perché”. Simile ma non coincidente, poiché la sua complessità comprende in sé differenti angoli d’osservazione. Noi ne abbiamo visti solo alcuni, ma è di questi che comunque cercheremo di parlare.
T/T : testimonianza (più che docenza…)
La “doppia T” (Tutor – Tirocinante) è una relazione bidirezionale complessa, che ci appare diversa e ben più articolata rispetto alla relazione a “doppia D” (Docente – Discente). Questa seconda - nei suoi vari livelli - è storicamente ed istituzionalmente più codificata, con tutti gli svantaggi ed i vantaggi che ciò comporta. Alcune somiglianze formali possono però farle sembrare, se non coincidenti, comunque molto simili : pensiamo, ad esempio, alla firma delle presenze quotidiane del tirocinante sul suo libretto, un qualcosa che ricorda altri precedenti scolastici. Ma il tutor psicologo non è un insegnante, anche se certamente trasmette dei contenuti. Il tutor, a differenza del docente universitario (per lo meno nella stragrande maggioranza dei casi), opera in un campo concreto, con soggetti / utenti / interlocutori reali ed al suo allievo fa sperimentare le cose direttamente, nel “vivo”. Proprio per questo, quindi, il tutor è un “esempio vivente”, un “testimone reale”. Egli, più che “spiegare” la psicologia, mostra il suo personale modo di fare psicologia, il rapporto dialettico tra la sua formazione teorica di riferimento e la sua concreta pratica lavorativa quotidiana, nonché - nel contesto allargato - il suo modo di interagire con i colleghi e con gli altri operatori dei servizi.Un buon tutor dovrebbe cercare di tenere presente questa sua specificità ed esplicitare al tirocinante non solo la sua formazione teorica e metodologica, non solo le tappe fondanti della sua biografia professionale, ma anche storicizzare e relativizzare i propri modelli operativi (è ben diverso dire o far intendere qualcosa come “la psicoterapia breve psicoanalitica si fa così” piuttosto che “questo è il mio modo di fare la psicoterapia breve, in base al modello proposto da Davanloo, ma in base anche alla mia esperienza coi pazienti ed alle mie capacità personali che ho compreso nel corso del tempo”). Il tutor stesso dovrebbe aver chiari – ed in parte illustrarli al suo allievo – gli assiomi su cui basa la sua filosofia professionale, il suo modus operandi.Nello scenario reale del colloquio psicologico-clinico, di fronte al paziente-in-carne-ed-ossa, compito del tirocinante è quello di ascoltare ed osservare tutto, attraverso un lungo e faticoso processo di apprendimento sia cognitivo che emotivo. Ecco quindi che, all’interno della relazione diadica psicologo/paziente si inserisce un terzo elemento: uno psicologo ancora alle prime armi, che sta scoprendo un po’ alla volta i diversi aspetti della relazione terapeutica. Dove spesso non è semplice entrare e riuscire a cogliere tutte le sfumature: da una parte i sentimenti transferali del paziente, la sua modalità di risposta, il suo modo di esprimersi e di comunicare, dall’altra i vissuti controtransferali dello psicologo tutor. E come terzo polo, i vissuti emotivi dell’allievo stesso.Anche ciò che in apparenza può sembrare semplice diventa, all’interno di questo determinato contesto, complesso e laborioso : durante il colloquio con il paziente l’attenzione del tirocinante è catturata da mille particolari e le domande si affollano numerose nella sua mente (Sarebbe giusto fare la domanda che viene in mente a me, ora ? Cosa avrei detto se fossi stato al posto del mio tutor? Perché mi sono sentito più vicino a questo paziente piuttosto che ad un altro?).Compito del tutor è quello di far capire al suo allievo che non esistono domande giuste o sbagliate in assoluto, che tutto è rilevante all’interno di una relazione terapeutica: anche un semplice sguardo, una certa inclinazione della voce, una mano che si muove nervosamente, una parola detta senza apparente importanza. Per il tirocinante l’esperienza clinica diretta è un momento non solo di grande importanza didattica, ma anche di un luogo (mentale, più che fisico) in cui le sue fantasie, il suo modo di vivere il colloquio possono assumere una valenza significativa sul piano personale.Si diceva prima che la T/T è una relazione bidirezionale: ogni relazione lo è, di fatto. Ma diciamo l’ovvio per sottolineare ancora la differenza con la relazione docente/discente, che risulta essere molto più giocata sul ruolo attivo/passivo, sul dare/ricevere, su di un passaggio di contenuti monodirezionale, a senso unico. La relazione di tutorship invece è, o può diventare, un qualcosa di molto più articolato. In un altro precedente contributo (1) per esempio, s’è cercato di illustrare come il tirocinante – sebbene inconsapevolmente ed in modo occasionale – possa rappresentare per il tutor una fonte attiva di apprendimento. Nel caso specifico, si trattava di un passaggio importante di una seduta: un sogno fatto dalla giovane paziente, il cui significato transferale – scotomizzato dallo psicologo – non sfuggiva invece all’attenzione della tirocinante. Una situazione di questo genere, non frequente ma nemmeno rarissima, dipende ovviamente dalla capacità di osservazione del tirocinante, dalla sua libertà di parlare al tutor, ma soprattutto dalla capacità di quest’ultimo di considerare come una potenziale e preziosa fonte di informazione l’osservazione del suo modo di lavorare fatta dal suo allievo. Anche sul piano istituzionale, relativamente al funzionamento complessivo di un servizio, il tirocinante può a volte dare dei feedback e degli spunti di osservazione molto utili.La bidirezionalià e la complessità di questa relazione, comunque, tocca anche aspetti più profondi che cercheremo di illustrare nei prossimi passaggi.
T/T : il primo incontro (non si scorda mai…)
Lo psicologo “in carne ed ossa”, per lo studente di psicologia, è una curiosa ma ancora evanescente rappresentazione astratta, che si fa concreta solo al momento iniziale del tirocinio.Come si incontrano questi due personaggi ? Certo non esiste un'unica modalità standard: ma potremmo rappresentare la cosa più o meno nei seguenti termini.
Da una parte c’è lo studente, che è come un viaggiatore ancora fermo all’agenzia viaggi, dove gli hanno dato da consultare la mappa del mondo; dove ha visto e studiato sì tanti paesi, tutti però solo sulla cartina; dove magari gli hanno fatto vedere anche qualche fotografia, qualche diapositiva, qualche filmato, e magari fatto sentire anche qualche testimonianza diretta: ma egli non ha mai davvero messo piede su un suolo reale. Così, quando arriva nel paese misterioso della Psicologia Reale dove vive lo psicologo in carne-ed-ossa, un po’ di smarrimento è inevitabile. Si scopre infatti come la realtà sia spesso ben più complessa della teoria, e che non esistono pazienti o situazioni standard a cui applicare uno stesso metodo di lavoro, quello studiato a lungo sui libri. E’ all’inizio soprattutto che questa scoperta può avere un carattere quasi brutale. Per l‘allievo tutto è ancora molto confuso e la sua mente è continuamente bombardata da feedback esterni. E’ naturale quindi che egli si interroghi su quale sarà la strada da seguire: cosa è meglio approfondire? per cosa mi sento più portato? Il tutor diventa inevitabilmente il suo punto di riferimento, l’unica certezza in mezzo a molti dubbi e difficoltà. Allo psicologo reale - persona con cui c’è un rapporto diretto a due, a cui si è (e ci si sente) più affidati - il tirocinante farà riferimento in un modo emotivamente e cognitivamente molto significativo. Uno psicologo tutor sul suo allievo tendenzialmente avrà più ascendente di qualsiasi docente dell’Università, soprattutto avrà una influenza sul piano delle identificazioni, che giocheranno un ruolo non marginale nella costruzione del suo futuro Sé professionale. E si tratta di una grande responsabilità, di cui forse non sempre i tutor si rendono del tutto conto.Dall’altra c’è lo psicologo in carne-ed-ossa, che è a casa sua, nel suo territorio, nel suo orticello dove può starci più o meno bene, dove opera da più o meno tempo, dove s’è piazzato oppure s’è rifugiato: comunque sia, è nel “suo” posto, dove ospita “l’altro” per un periodo a termine. Un allievo è sempre, poco o tanto, una potenziale occasione per attivare aspetti creativi, sublimativi e generativi; ma è anche una possibile occasione per nutrire il proprio narcisismo, o verificare il proprio potere o (peggio ancora) far esperimenti di seduzione. Per il tutor, il tirocinante può essere una possibilità che ha differenti facce: l’allevamento di un allievo-clone che magari gli rinforzi una autostima professionale un po’ traballante; oppure l’allenamento di un allievo-portaborse obbediente che gli appaghi un desiderio di potere non abbastanza sazio; ma anche il confronto con qualcuno a cui dare ma da cui anche pensare di poter ricevere qualcosa.Nello stesso tempo esiste anche il rischio che sia lo stesso tirocinante ad interiorizzare (al punto tale da farlo diventare suo) il modo d’essere del suo maestro, limitando così lo sviluppo delle sue capacità, della sua creatività e del suo personale modo di “essere psicologo”. E’ importante quindi che egli possa confrontarsi con altri tirocinanti che hanno vissuto, o stanno vivendo, la stessa esperienza e anche che possa osservare come lavorano psicologi diversi. Questo può avvenire più facilmente all’interno di un servizio in cui vi siano vari psicologi e tirocinanti. In particolar modo durante le discussioni dei casi è possibile osservare come persone che hanno scelto la stessa professione utilizzino strumenti diversi l’uno dall’altro e come di fronte alla storia di uno stesso paziente possano avere valutazioni , intuizioni e rappresentazioni mentali anche molto diverse. Tale confronto permette spesso al tirocinante di ampliare i suoi orizzonti.
T/T : ostetricia dell’identità professionale
Il tirocinio rappresenta una specie di area transizionale, come hanno ampiamente illustrato Angelini e Bertani (2), una fase di passaggio posta alla fine dell’adolescenza e che fa da ponte tra questa e l’età adulta. Ed è per questo forse che il tirocinante riesce spesso ad instaurare un miglior feeling con gli utenti/pazienti adolescenti piuttosto che con quelli adulti, poiché entrambi stanno attraversando una fase di transizione che li rende più propensi all’accoglienza, alla flessibilità, ai cambiamenti. Diverso è spesso l’atteggiamento dei pazienti adulti, che di solito trovandosi di fronte ad una persona molto giovane, qual è il tirocinante, lasciano trasparire una sorta di diffidenza o di noncuranza.Volendo, potremmo pensare il tirocinio anche come una tappa intermedia collocata tra quella fase gestazionale che è l’università ed i primi vagiti (e pianti) che il neo-psicologo abilitato si troverà a fare nelle iniziali esperienze di lavoro reale. Il tirocinio, dunque, è una specie di travaglio: parola che è associata a “dolore” ma che in realtà, etimologicamente, si ricollega ad un lavoro (travail in francese, trabaco in spagnolo), un impegno faticoso e non solo perché spesso ai tirocinanti toccano i lavori noiosi, tra l’altro senza ricevere il becco d’un quattrino. Il tirocinio forse assomiglia ad un travaglio nella misura in cui, come per la madre il lavoro psichico comporta un confronto tra il bambino fantasmatico della gravidanza e quello reale del dopo parto, così per l’allievo tirocinante si tratta di confrontare delle evanescenti, idealizzate o semplicemente ingenue rappresentazioni mentali dello Psicologo-che-sarò-un-giorno, con i dati di realtà appresi dall’esperienza sul campo durata un intero anno che parlano invece dello Psicologo-che-forse-potrei-un-po’-alla-volta-diventare. Questo confronto può essere talvolta sconfortante e deludente: i grandi ideali e l’iniziale spirito missionario lasciano il posto, con il passare del tempo, ad un atteggiamento più realistico e ad una maggiore consapevolezza di quelle che sono le effettive possibilità dello psicologo, senza per questo dover abbandonare i propri obiettivi e le proprie aspirazioni. Si tratta di ridefinire e ricontestualizzare il proprio ruolo futuro alla luce di questa importante esperienza.Si può considerare un buon successo se il nostro allievo, entrato con l’aspettativa di imparare subito (o quasi) a fare lo “Psicologo Perfetto”, uscirà dal tirocinio con la speranza di diventare, nel tempo, uno “Psicologo sufficientemente buono” (winnicottianamente parlando).Ma chi comincerà ad aiutarlo in questo processo, se non il suo tutor? E quindi, come può quest’ultimo non trovarsi a fare un poco, in qualche modo, anche il mestiere dell’ ostetrica?Aiutare a far nascere un collega è qualcosa di particolare, tanto affascinante quanto difficile. Potremmo dire che una buona “assistenza ostetrica” da parte del tutor è quella che permette una evoluzione trasformativa delle domande del tirocinante all’incirca in questo modo: dall’entusiasmo del “che psicologo posso diventare?” attraverso la crisi e la fatica del “perché voglio fare lo psicologo ?” per arrivare infine a “come posso e come voglio fare lo psicologo, in base alle mie caratteristiche personali, alle possibilità reali, ai miei veri desideri?” Sembra semplice descriverlo così: ma alle volte non è sufficiente nemmeno l’intero anno di apprendistato (e ci si riferisce solo allo sviluppo dinamico di queste domande, non certo alla conquista delle relative risposte).
T/T: simmetrie fantasmatiche
Poco o tanto, quella tra tutor e tirocinante è una relazione che contiene fantasmi reciproci e simmetrici. Vi sono infatti movimenti di identificazione bidirezionali, non solo da parte dell’allievo nei confronti del collega esperto, ma anche viceversa.Il tirocinante si confronta col futuro, con l’idealizzazione, con le proprie incertezze che a volte lo invadono ma anche lo stimolano. Questo passaggio evolutivo diventa per lui un momento in cui le sue fantasie relative alla futura identità professionale trovano gradualmente una migliore integrazione con la realtà. Il tirocinante guarda avanti e trova un tempo lungo, quasi dilatato. Ma si guarda anche attorno e trova uno spazio affollato. Oggi infatti “fare psicologia” sembra essere diventato una moda, alla quale aderiscono persone spinte da ideali e motivazioni completamente diversi tra loro: anche solo pensare a quella che potrebbe essere la sua futura collocazione professionale diventa per il tirocinante un impegno piuttosto complicato. Il problema principale nasce poi al termine del tirocinio, quando egli si trova a dover scegliere tra due diverse strade: da una parte continuare a studiare, investendo così ancora tempo e denaro, e dall’altra cercare di trovare un lavoro che possa soddisfare, almeno in parte, le sue aspettative. Sicuramente la fine del tirocinio non coincide con la fine del suo iter formativo: si tratta “solo” di riuscire a trovare nel tempo un giusto equilibrio tra le proprie esigenze professionali e personali.Il tutor invece si confronta col passato, con il suo percorso professionale ed umano, con le sue più o meno salde certezze che lo confermano ma spesso anche lo sclerotizzano.
Consapevolmente od inconsapevolmente, di fronte al suo tirocinante il tutor non può non ritrovarsi e rivedersi, in qualche misura, nel giovane ai primi passi che lui stesso, a suo tempo, è stato. E ciò anche se i dati storici ed i contesti sono stati ben diversi.
I più anziani tra i tutor (in servizio ben prima della legge 56/89 di ordinamento: categoria a cui appartiene il tutor coautore di questo scritto) hanno fatto tirocini - allora facoltativi - molto diversi dagli attuali: quasi sempre più brevi e, soprattutto, quasi sempre accanto a psichiatri, neurologi, neuropsichiatri infantili, visto che a quei preistorici tempi gli psicologi erano pochi e prenotatissimi. Ciò tuttavia non impedisce che anche loro si rivivano e proiettino parti del Sé nei loro allievi.
E che i più vecchi si siano più o meno “allevati da soli”, mentre quelli più giovani siano stati “allevati” a loro volta da antichi tutor, poco cambia: in qualche modo, come avviene per la genitorialità, lo stile di “allevamento” sperimentato su di sè tende a caratterizzare lo stile di allevamento praticato su terzi. In particolare, ci sembra di poter dire che appare centrale l’elaborazione del lutto per la definitiva scomparsa dello Psicologo Ideale (oggetto, appunto, idealizzato ed investito narcisisticamente) che a suo tempo è stata fatta dal tutor nella sua fase lavorativa iniziale, ma anche in eventuali successive tappe critiche del suo curriculum professionale.Ovviamente, la presenza nel tutor di problemi irrisolti a questo livello (frustrazioni mai archiviate, sogni di gloria professionale infranti, spostamento di aggressività originariamente destinata ad altri colleghi e mai scaricata) può facilmente dirigersi su quella ”ultima ruota del carro” che è il tirocinante. Il fatto che gli psicologi conoscano e studino certi meccanismi – come la legge del “vecchio” che imperava nelle caserme per giustificare i soprusi sulle reclute appena arrivate – non li esenta automaticamente dal rischio di utilizzare, anche solo in parte, queste stesse modalità relazionali.Se da parte dei tutors le vessazioni crediamo siano molto rare, più frequente sembra l’uso – sempre per restare nella metafora militare – che un tempo facevano gli ufficiali del cosiddetto “attendente” a loro assegnato: il volonteroso soldato semplice che, fungeva da segretario tuttofare ma che, all’occorrenza, diventava anche autista, giardiniere, baby-sitter, falegname, muratore, elettricista, non solo per il suo superiore ma anche per la sua famiglia. (non giustifica tutto ciò, ma in parte lo favorisce, l’assoluta mancanza di un compenso per il tutor: che, più che monetizzato, potrebbe essere restituito dall’Università sotto forma di agevolazioni economiche per la partecipazione dei tutors alle iniziative formative universitarie).Alcuni tirocinanti, d’altra parte, anche al di là della loro struttura di personalità, possono “identificarsi con l’aggressore” qualora questo sfruttamento non sia troppo bieco e se, soprattutto, sazi qualcosa della loro fame di esperienza e di identità professionale (ad uno di noi è capitato di sentire dire questa frase da un giovane collega “quando ero tirocinante mi capitavano soprattutto i lavori sporchi, come sbobinare colloqui o somministrare e valutare vari MMPI in un sol giorno : però imparavo moltissimo sentendo i colloqui al rallentatore ed ero diventato un superesperto del Minnesota”).Dall’altra possiamo però anche avere un tutor/genitore troppo poco esigente, che non maltratta per nulla l’allievo ma che lo mantiene in uno stadio di semiozio noioso ma dorato, che rovescia l’affermazione “la frustrazione matura” nel suo simmetrico opposto “la frustrazione, qualsiasi frustrazione, è psico-tossica”. A volte può essere una reazione difensiva (il rivolgimento nel contrario) al ricordo di antiche frustrazioni didattiche e lavorative ancora ricordate come troppo dure e mai elaborate, secondo il paradigma “Io non farò a te il male che è stato fatto a me, io sarò buono e quindi tu amerai questo tutor/genitore buono che non ti frustra”. E che può trovare, da parte dell’allievo, una risposta complementare, di adorazione compiacente per il suo tutor. Situazione che, in qualche misura, richiama quella relazione paziente/terapeuta che Kohut (3) chiama “tranfert idealizzato speculare”. Questo si verifica quando il bisogno dell’allievo di amare un genitore buono collude con quello del tutor di sentirsi confermato in questo tipo di ruolo.
T/T: confronto tra identità, incontro di biografie
Di solito i figli (soprattutto in età infantile, fase in cui il fenomeno è più evidente) sono molto incuriositi ed interessati a conoscere la storia della vita dei loro genitori. E non soltanto i fatti, gli avvenimenti specifici: ma, soprattutto, come è stato il loro vissuto di bambini, figli, alunni, compagni di giochi. Le domande, a volte esplicite ma più spesso implicite, sono di questo tipo : “Mamma … papà … tu sei così adesso. Ma com’eri prima? Com’eri alla mia età ? Avevi anche tu paura del buio? Anche tu odiavi la matematica? E all’inizio delle superiori avevi tanti amici oppure eri solo? Come ti sentivi quando ti sei innamorato?”Certo, un tirocinante non si pone le stesse identiche domande, con quella tonalità affettiva e valenza identificatoria che contraddistinguono quelle di un figlio. Tuttavia, quello che più spesso resta misterioso all’allievo – ma che anche desta in lui più curiosità – è proprio questo aspetto: la storia di una identità professionale (e, sullo sfondo, la storia dell’identità di un servizio) attraverso le tappe di una biografia che – giocoforza – è anche umana oltre che lavorativa. (Il tutor che qui scrive è convinto che questi due aspetti siano di fatto inscindibili. Ed è pure convinto che non è solo casuale il fatto che uno psicologo scelga un indirizzo teorico piuttosto che un altro, che finisca a lavorare in un certo servizio e non in altri, che preferisca seguire sopratutto certi utenti; ciò che non appartiene al destino del caso appartiene alla propensione emotiva interna che porta da una parte piuttosto che dall’altra.)Ora, è evidente che l’allievo tirocinante non deve sapere tutta la biografia personale del suo tutor (né del resto gli interesserebbe). Detto questo, è però importante considerare l’importanza che il tutor spieghi certe sue scelte operative del presente anche in rapporto alla sua biografia formativa, professionale ma anche umana. Proviamo a fare un esempio, ed immaginiamo un tutor che dica qualcosa del genere al suo allievo :“Di solito le psicoterapie di coppia sono interventi più complessi rispetto a quelle individuali ; spesso è preferibile essere in due terapeuti , ci sono alcuni autori come (…..) che spiegano questo, e le scuole teoriche che più hanno approfondito l’argomento sono (…..) Nel mio caso specifico, trovo difficoltà a fare questo tipo di interventi perché la mia formazione teorica è relativa più all’intervento individuale, ma anche perché alcune mie vicende biografiche personali mi rendono poco recettivo nel lavoro con le coppie.”Non è necessario, e nemmeno opportuno, che un tutor si dilunghi a spiegare quali circostanze della sua biografia relazionale (ammesso poi che li abbia chiari lui stesso) spieghino le sue preferenze e le sue idiosincrasie rispetto ad alcuni tipi di casistiche psicopatologiche, o di intervento clinico o di situazioni lavorative in senso lato. E’ più che sufficiente che egli possa testimoniare quella particolarità che – ben più in altri casi – caratterizza la nostra professione : la stretta correlazione tra capacità professionali e capacità umane. Fare tirocinio da un commercialista, da un ingegnere, da un qualsiasi artigiano è infatti diverso che farlo accanto ad uno psicologo perché è inevitabile che le qualità specificamente umane - rispetto a quelle squisitamente tecniche - di questo particolare tipo di professionista siano molto più in gioco e molto più in luce.Dall’altra parte, anche il tirocinante ha sicuramente qualche suo elemento biografico che gli ha fatto scegliere, tra tutte le opzioni universitarie possibili, proprio psicologia. Non gli va fatto un interrogatorio al proposito, ma andrebbe aiutato pian piano a raccontare, quanto più possibile, quei perché che stanno dietro alla sua scelta. O a rifletterci sopra. E questo pare più importante quanto più questa scelta sembra radicale, estremamente entusiastica, al limite del missionario. Il tirocinante va incoraggiato di fronte a dubbi eccessivi, ma ancor più va problematizzato di fronte ad entusiasmi troppo fideistici. Questo, se da una parte rallenta la sua crescita e la sua formazione professionale, dall’altra lo prepara ad affrontare alcuni dei numerosi ostacoli che incontrerà nel suo cammino.Ci rendiamo conto che questo è un campo assai delicato ed altrettanto “delicato” deve essere l’approccio del tutor verso il suo allievo. Egli ha, nei suoi confronti, delle responsabilità deontologiche che non coincidono con quelle verso un paziente, ma che per certi versi sono sovrapponibili. Il tutor deve avere come riferimento il concetto freudiano di astinenza, che non si riferisce solo alla necessaria assenza di qualsiasi rapporto agìto di natura erotica e sessuale. Astinenza in senso lato significa mancanza totale di qualsiasi forma di plagio, di sfruttamento della propria autorità ed ascendente, di utilizzo del proprio potere.Il tutor non deve “marchiare” il suo allievo, perchè il tirocinante non è un capo da allevamento. Egli può certo ricevere un “segno” dal tutor, ma anche lasciarlo a lui.
Dare e ricevere un segno
Significare è “signum facere”. Il “segno” è (4) “relazione tra un significante ed un significato, dove per significante si intende il piano dell’espressione e per significato il piano del contenuto.”Sul piano dell’espressione, il tutor può dare segno di sé, del suo modo professionale ed umano di essere in moltissimi modi. Con quello che dice ma anche con quello che fa. Con quello che non dice e non fa. Con il modo di porsi coi diversi pazienti, con i loro familiari, con i colleghi, con le figure istituzionali, e – ancora di più – col suo tirocinante.Quest’ultimo, a sua volta, può dare al tutor più segni di sé di quanto forse non immagini. Spesso, soprattutto all’inizio, l’allievo teme soprattutto di fare la classica brutta figura. In realtà, è a volte proprio la sua inevitabile ignoranza e la sua naturale ingenuità a fargli porre – per esempio – domande apparentemente banali che però possono rivelarsi fonte di riflessione sia al tutor che, a volte, all’intera equipe professionale.Particolarmente importante è il fatto che il tutor riesca in qualche modo a trasmettere al suo allievo che non esiste un apprendimento, ma molti tipi di apprendimento; che esiste, nell’allievo, un suo specifico e personale tipo di apprendimento, e relative modalità facilitanti ed ostacolanti; ma che comunque ogni apprendimento è sempre un processo di scoperta per prove ed errori, come del resto avviene in generale nella ricerca scientifica.Le tracce (a volte belle, a volte molto meno belle) che lascia una esperienza tirocinio sono spesso profonde. Da una parte e dall’altra, anche se viene più facile pensare soprattutto ad una sola delle due direzioni.
Bibliografia
Angelini D., Bertani D. (2002): Dagli ideali adolescenziali a quelli adulti: metamorfosi del tirocinante in AA.VV. “Tirocinanti e tutor” – Quaderni di Gancio Originale - Coop ed. Reggio Emilia.Galimberti U. (1999): Enciclopedia di Psicologia Garzanti, Torino
Kohut H. (1976): Narcisismo e analisi del sé Boringhieri, Torino
Rizzi F., Stenico V. (2002): Il tirocinante psicologo: involontario stimolo, inconsapevole supervisore in AA.VV. “Tirocinanti e tutor” – Quaderni di Gancio Originale - Coop ed. Reggio Emilia.
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