|
|
tirocinio e tutoring
Il tirocinante psicologo : involontario stimolo, inconsapevole supervisore
di Fabrizio Rizzi e Valentina Stenico
Accogliere qualcuno che viene da fuori – anche se si tratta di un’accoglienza voluta e temporanea – non è mai facile. Lo è tanto di meno quanto più questo ospite si mette molto vicino a noi : non solo nella nostra nazione o nella nostra città o nel nostro quartiere, ma proprio in casa nostra o nel nostro luogo abituale di lavoro, accanto a noi.I tirocinanti psicologi sono ospiti regolari e previsti ormai da anni nella nostra Unità Operativa di Psicologia dell’Azienda Provinciale Sanitaria di Trento, un servizio composto soltanto da psicologi ed il cui spettro di azione spazia praticamente a 360° : dall’età evolutiva a quella adulta, dall'ambito del consultorio familiare a quello dei reparti ospedalieri, dal lavoro con le scuole per la Legge 104 alla collaborazione con i servizi sociali, senza tralasciare i progetti specifici come quello più recente rivolto agli adolescenti.Una vera manna per chi vuole (e deve) offrire opportunità di apprendimento e formazione ai giovani colleghi : non c’è che l’imbarazzo della scelta.Eppure non è facile accogliere questi ospiti particolari che sono i tirocinanti psicologi, perché – anche se la deontologia professionale e la solidarietà ci spingono a farlo volentieri – l’essere tutori di questi giovani colleghi in formazione ci mette poco o tanto di fronte all’inevitabile confronto con l’esterno, con colui che viene da fuori per capire il cosa, il come ed il perché di quello che è il nostro modo quotidiano di lavorare e di essere servizio di psicologia .Quando iniziano, i nostri tirocinanti psicologi sono per lo più piuttosto timidi e silenziosi, spesso esitanti nel farci le domande. E tante di queste si fermano sulla punta della loro lingua.
In realtà non solo in questo caso non esistono domande stupide, ma anche quelle che sembrerebbero tali sono per noi occasione per fermarci a riflettere.
Lavorando da molto tempo (nel distretto dove opero io siamo tre psicologi, tutti con anzianità di servizio superiore ai 20 anni), capita inevitabilmente di sclerotizzarsi un pò. E quindi il tirocinante, con i suoi interrogativi, spesso ci porta a riflettere su quello che a noi pare scontato ed ovvio, ma che non sempre è davvero tale.
“Perché per questo paziente è più indicata una psicoterapia di gruppo?”“Il sostegno psicologico può essere fatto anche dall’assistente sociale?”“Ma quando uno psicologo parla con gli insegnanti di un ragazzo che non conosce direttamente, come può dare dei suggerimenti?”“Con che criteri decidete di discutere un caso nella riunione d’équipe?” Ecco dei buoni esempi di buone domande.
Come genitori di bambini nell’età dei “perché?”, noi tutor siamo portati non solo a presentare ai tirocinanti un sapere teorico-tecnico, ma anche a confrontarci con noi stessi e con la nostra modalità quotidiana di operare sia come singoli professionisti sia come équipe di lavoro sia infine come servizio nel suo complesso.E questa è una grande opportunità per confrontarsi anche con i nostri inevitabili accomodamenti, razionalizzazioni, compromessi metodologici e scorciatoie operative. Tutte cose spesso storicamente giustificate, operativamente inevitabili e tecnicamente comprensibili.
Spesso, ma non sempre e non totalmente.
1
Gli eventuali tirocinanti lettori di questo nostro articolo non si offendano : se li accostiamo ai bambini nell'età dei perché non è certo per una considerazione a bassa definizione .
Tutt'altro.
Il tirocinante "ingenuo" che fa tante domande può sembrare un involontario intralcio ai lavori in corso. Ma in realtà può dare molto, proprio come stimolo involontario ed inconsapevole alla capacità metacognitiva ed autoriflessiva del singolo psicologo come dell'intero team professionale.
Ma c'è un altro aspetto su cui vorremmo soffermarci. Il tirocinante può essere qualcosa di più ancora che un utile stimolo, può essere una risorsa preziosa che non solo riceve (se ha la fortuna di fare un buon tirocinio) ma anche dà.
Stiamo parlando di qualcosa di più complesso che forse non accade spesso ma che non è nemmeno così raro. E' qualcosa che può verificarsi più facilmente quando il tirocinio si snoda sull'intero anno e prevede una partecipazione diretta e continuativa dell'allievo al colloquio clinico.
Ci riferiamo alla possibilità che il tirocinante - senza saperlo e senza volerlo - possa svolgere una funzione di supervisore del suo tutor o del gruppo di lavoro.
Si tratta ovviamente di una funzione e non di un ruolo (altrimenti sarebbe un caso estremo di "role reversal" come ne vediamo nella genitorialità patologica) e di una funzione che comunque, quando esiste, è assolutamente momentanea oltre che inconsapevole.
Come Patrick Casement nel suo bel libro "Apprendere dal paziente" ci ha spiegato l'involontaria funzione didattica che può avere a volte chi si rivolge a noi, così potremmo titolare questa particolare condizione "Apprendere dal tirocinante".
Vorrei presentarvi, come esempio, un breve racconto clinico.
Si tratta di una consultazione con Clara, una studentessa universitaria di 21 anni la cui sorella minore Enrica è stata a suo tempo gravemente anoressica. Per la sua strenua opposizione, Enrica non fu mai vista né dal nostro servizio né da altri psicologi; tuttavia la madre ebbe all'epoca - sei anni fa - alcuni colloqui con questo stesso psicologo che ora la ragazza si trova davanti. Questa di Clara è una prima consultazione psicologica e viene per una sintomatologia ansiosa con somatizzazioni plurime, in particolare delle parestesie ed un quadro di fibromialgia. Notiamo subito che Clara, nel suo discorso spontaneo, va ben oltre la mera elencazione dei sintomi e del disagio che questi le provocano. Ci parla della sua storia familiare, dei genitori separati da anni, della tirannia imposta a tutta la famiglia da una sorella gravemente disturbata e disturbante, della madre troppo succube di questa tirannia, del padre evanescente e sul quale nutre il dubbio di un orientamento omosessuale. Racconta di una coppia genitoriale in contrasto perenne e della sua attuale relazione di coppia, apparentemente soddisfacente ma che le lasca delle incertezze che non sa ancora ben spiegare. Oltre alle coppie di cui parla - la sua e quella dei suoi genitori - Clara ha di fronte un'altra coppia ancora : una giovane psicologa tirocinante ed un più anziano collega che conduce il colloquio. Lo sguardo della ragazza si distribuisce su entrambi, ma - in certi momenti e passaggi probabilmente non casuali - questo sguardo si sofferma di più sulla giovane collega, quasi a cercare un contatto sentito più facile o più riconoscibile.
Alla fine del primo colloquio, lo psicologo fa solo un breve commento che riprende il ricordo della consultazione di sei anni prima con la madre di Clara, di una situazione estremamente difficile : "Dev'essere stato difficile per lei. Sua sorella era al centro di tutte le attenzioni. Mi ricordo di essermi posto il problema di come poteva stare lei, la sorella di Enrica; ma non avevo trovato modo e spazio per parlarne con sua madre."
Al secondo successivo colloquio, Clara dice di essersi sentita insoddisfatta per il suo contributo dato la volta precedente : "Ho dipinto troppo di scuro la figura di mio padre:" Tuttavia poco dopo ripete che suo padre sente lei parlare, ma in realtà non la ascolta davvero, proprio come - spiega - a volte fa anche il suo ragazzo.
2
Subito a ruota aggiunge che, durante il colloquio precedente, ha notato lo psicologo stropicciarsi ripetutamente gli occhi e s'era chiesta se lui fosse annoiato e stanco. Non c'è tempo per particolari commenti perché Clara dice ancora di aver fatto un sogno, che ci racconta.
"Mi trovo qui, in questo ambulatorio, ma voi non ci siete. Al vostro posto c'è un piccolo gruppo, sei persone, coordinate da un chirurgo il cui progetto è di abolire la pena di morte. C'è una ragazza che sta male e nessuno presta attenzione alla mia presenza. Nessuno sembra volermi ascoltare, io sono molto angosciata, risentita e delusa. Cerco di farmi ascoltare e di protestare, ma il chirurgo mi liquida dicendo vieni, vieni che devo operare". Mi fanno stendere su di un lettino bianco ed accanto a me, immerso in una vasca, si trova un uomo malato di tumore. Il medico mi infila un ago nel braccio per prendermi il sangue e darlo all'altro."
Il sogno viene letto e restituito dallo psicologo in questa chiave : per lunghi anni tutte le energie, l'attenzione e le preoccupazioni della famiglia sono state convogliate sulla malattia della sorella e su altri problemi (recentemente la madre di Clara è stata operata di iseterctomia per rimuovere dei fibromi uterini), mettendo sistematicamente in secondo piano le esigenze affettive della paziente. E' come se le avessero "tolto il sangue" rilegandola al ruolo della "figlia che sta bene" e che quindi deve sopportare il peso di grandi responsabilità.
Si tratta, come ben si può notare, di un commento interpretativo molto parziale, che coglie solo un aspetto della rappresentazione onirica, escludendo completamente il versante transferale nonostante la sua particolare evidenza. Lo psicologo, infatti, nulla commenta e nulla dice a proposito di quel chirurgo che - come il padre reale - non ascolta e non si interessa veramente a Clara. E non si tratta di una omissione consapevole, collegata una scelta voluta di non interpretare un transfert in un momento così iniziale del rapporto terapeutico. Si tratta di una momentanea ma significativa rimozione dello psicologo che, disturbato da questa immagine di un chirurgo vampiro, sorvola allegramente qualcosa di assai vistoso.
Ma l'aspetto transferale non sfugge invece all'attenzione della giovane collega tirocinante. Il sogno ha su di lei un grande impatto, le assorbe i pensieri per tutta la durata del colloquio e, nella sua posizione di ascolto silenzioso, affiorano le altre possibili interpretazioni che il tutor non nomina nemmeno vagamente. Sì : il chirurgo potrebbe essere lo psicologo, verso il quale sono già in atto movimenti transferali ambivalenti di abbandono e reticenza all'abbandono, di fiducia e di resistenza. Nel primo incontro è stato offerto alla paziente di rientrare nella ricerca chiamata "Progetto adolescenti" che comporta la possibilità di quattro colloqui gratuiti e, alla giovane psicologa, sembra di scorgere nel sogno un derivato simbolico di questa proposta nell'intento del chirurgo di abolire la pena di morte. Il "progetto adolescenti" diventa "il progetto di abolire la pena di morte" : entrambi sono per lei qualcosa di buono ma anche di astratto, di impalpabile, che ancora non si capisce se la riguarda direttamente. C'è forse il timore di essere, anche in questo caso, una lente trasparente che viene usata per osservare qualcos'altro, come accadeva nei colloqui dello psicologo con la madre, sei anni prima. Colloqui in cui lei, Clara, perdeva la sua identità piena per essere solo "la sorella in salute di Enrica malata d'anoressia". Il fatto poi che sua madre a suo tempo abbia fatto tali colloqui con lo stesso suo attuale psicologo, le fa temere di non potersi conquistare il suo spazio nel setting terapeutico. Tale paura, indicibile a livello consapevole, si manifesta con il linguaggio del sogno.
Nella discussione con il tutor dopo il colloquio, la tirocinante ha modo di verbalizzare questa sua interpretazione ben più completa ed articolata rispetto a quella del collega. Quest'ultimo, ascoltandola, si rende conto della massiccia rimozione che è avvenuta in lui e così si spiega il vissuto di inadeguatezza con cui aveva appena concluso la seduta : una specie di sensazione di distrazione macroscopica di cui però non sapeva dare compiuta ragione.
3
Le osservazioni che emergono da questo confronto, proprio grazie all'aiuto dato dalla lettura della tirocinante quale spettatrice presente ma meno coinvolta direttamente nel transfert, si riveleranno molto utili anche nelle sedute successive favorendo una buona evoluzione del percorso terapeutico.
Questo resoconto clinico, seppur breve e parziale, dimostra non solo come sia possibile che anche uno psicoterapeuta esperto possa a volte distrarsi ed inciampare su qualcosa di molto evidente, ma anche che la presenza apparentemente solo “passiva e discente” quale quella della psicologa tirocinante possa invece diventare, seppur momentaneamente, molto “attiva e docente”
|