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tirocinio e tutoring

Il punto di vista di una psicoterapeuta tirocinante / giovane psicologa
di Giuliana Nico

 Premessa

 

Trovo che iniziare le cose abbia una sua specifica difficoltà e potenzialità. Essa si ritrova anche nello svolgere il ruolo di tirocinante, nel cominciare il primo lavoro, così come in tante situazioni connotate dal cambiamento, dalla novità e dall’esigenza di imparare. In questa relazione affronto in modo informale il tema del tirocinio e utilizzo, in modo non del tutto sequenziale, la mia esperienza diretta di tirocinante in psicologia e successivamente di tirocinante in psicoterapia, posizione in cui mi trovo attualmente.

Un aspetto che ho osservato all’inizio del mio tirocinio come specializzanda in psicoterapia è stata la mia difficoltà a fronteggiare le dinamiche del gruppo di lavoro nel quale mi inserivo e capire il mio ruolo nell’istituzione. Al contempo, da borsista presso un servizio dell’Ausl, altra funzione che svolgo attualmente, mi è sorto il dubbio che, in parte, i due ruoli si assomiglino nella mente delle persone.

Questa relazione rappresenta un modo per cercare di dare un senso alla mia esperienza a partire da una lettura psicodinamica del tirocinio, secondo il vertice di osservazione gruppale/istituzionale. Mi piacerebbe verificare se le interpretazioni che abbozzo sono condivise da altri. 1

 

 

Inserirsi ed essere nuovi in una organizzazione

 

Ogni persona nuova che giunge in un gruppo comporta una destabilizzazione. Chiunque voglia fare appello alle proprie inevitabilmente molteplici esperienze di appartenenza a gruppi troverà con facilità elementi che confermano questa idea. Tuttavia, la qualità della destabilizzazione vissuta dai membri senior del gruppo necessita di analisi e approfondimento.

La destabilizzazione cambia in quantità a seconda che al momento dell’introduzione della persona nuova si verifichino alcune condizioni di base (più avanti faccio un esempio), e a seconda della modalità di funzionamento dell’équipe come gruppo di lavoro2. Mentre alcune azioni áncorano l’agire dell’équipe al funzionamento di un gruppo di lavoro, viceversa la loro mancanza facilita l’insorgere (o semplicemente l’emergere) di difficoltà che aumentano la probabilità che la persona nuova sia vista attraverso una particolare lente emotiva seguendo il meccanismo della identificazione proiettiva3.

Agli occhi dell’equipe che si accinge ad accogliere la persona nuova, la sua qualità più caratteristica è l’ambiguità: il gruppo non la conosce personalmente, non si conoscono le sue nascenti competenze psicologiche, non si sa che cosa imparerà e se sarà in grado di portare avanti i compiti di responsabilità che le vengono assegnati, perché il processo di apprendimento è per sua natura un cambiamento sconosciuto. A queste si sommano le più tipiche incertezze relative alle relazioni che il nuovo arrivato avvierà con i membri e con il tutor e al modo in cui queste si inseriranno nell’equipe. Se l’adozione nel gruppo di una persona nuova mette sempre in evidenza i sentimenti legati al rischio e alla novità (piacevoli o spiacevoli che siano), a maggior ragione ciò avverrà all’ingresso di un tirocinante, la cui professionalità in formazione accentua nelle persone intorno il sentimento di incertezza legato al suo ruolo e alla natura del coinvolgimento richiesto.Spesso il processo di inserimento avviene in un modo singolare, per esempio il nuovo (la persona, ma anche il cambiamento che questa comporta) viene in un certo senso “avvolto” di proiezioni, di pre-giudizi; in un modo assolutamente specifico, contingente, intrigante.Di seguito propongo alcuni modi di vedere i tirocinanti/giovani professionisti che a me sembrano abbastanza attuali e che ho sperimentato in prima persona oppure osservato in modo indiretto.
 
 
Il tirocinante osservatore
 
In alcuni casi mi è sembrato che il tirocinante come nuovo membro giocasse il ruolo di osservatore, come se i membri senior e il tirocinante stesso si sentissero in questo modo più sicuri e tutelati.
Nella mia esperienza, l’impatto di un osservatore su di un gruppo solitamente stimola delle reazioni paranoiche, generalmente stemperate dal tempo e dall’abitudine. Il processo è relativamente veloce e indolore quanto più l’osservatore designato si astiene dall’intervenire, nel nostro caso, cioè, quanto più il tirocinante impersona effettivamente il ruolo attribuitogli.In quelle occasioni, mi sembrava che il gruppo richiedesse al tirocinante di stipulare un patto implicito, che dal punto di vista dell’équipe sembrava un patto di non invadenza, ma che agli occhi del tirocinante poteva essere declinato nei modi più diversi. La capacità di impersonare il ruolo di osservatore richiede infatti capacità molto evolute, che si possono riassumere sotto la definizione di capacità negativa, cioè di stare in situazioni di mancanza, di frustrazione, di imperfezione, cercando di capire i propri e gli altrui sentimenti senza agirli. La persona tirocinante mi sembra costitutivamente in difficoltà su questi punti, perché il lungo percorso di studio che ha appena concluso la porta a voler sperimentare il più possibile, senza tuttavia la piena consapevolezza del fatto che ciò significa in prima istanza sentire la sofferenza che “le cose che non vanno” generano al suo interno.In effetti, lo stesso percorso di formazione per diventare psicologi ha racchiuso finora questa trappola, prima idealizzante e poi deludente: un lungo periodo di solo studio seguito da un praticantato palesemente insufficiente a produrre la professionalità richiesta. Così, diventa particolarmente difficile capire che si sta lavorando duramente quando si osserva, e che osservare non coincide con la mancanza di attività, con la mancanza di capacità e di idee. Osservare non assomiglia a morire, ma ad
acuire la capacità di sentire. Per quanto mi riguarda, per esempio, ci ho messo molto a realizzare che quando non capisco qualcosa sto lavorando lo stesso, oppure che aspettare e non soverchiare l’altro con esigenze mie è duro lavoro.Dal punto di vista interno del tirocinante, credo che l’inizio dell’esperienza di tirocinio sia uno shock, essendo lui/lei invaso di curiosità, frustrazione, delusione, paura, attesa, entusiasmo … e probabilmente una miriade di sensazioni anche opposte tra loro difficilmente comprensibili all’inizio, così tutte amalgamate.Dal punto di vista del gruppo-équipe, generalmente il tirocinante non viene ritenuto affar proprio, ma del tutor, che ha il compito di mediare tra il nuovo arrivato e ciò che gli accade all’esterno, e di trasformare la realtà in qualcosa oggetto di apprendimento, incluse le riunioni d’équipe.Così, tirocinante e gruppo a volte sembrano accordarsi implicitamente, non tanto sull’opportunità che il tirocinante impari ad osservare, bensì sulla opportunità che taccia. Per esempio che non faccia alla équipe domande su quello che avviene, in quanto rafforzerebbero l’idea di essere invasi, di essere derubati di un’esperienza o dello scarso tempo a disposizione, oppure di essere, effettivamente, sotto osservazione.Quando queste esigenze dell’équipe e del tirocinante sono così forti mi sembra molto probabile che il nuovo arrivato, principiante osservatore, sia influenzato dal gruppo verso la negazione delle proprie idee, come a fare il morto, negare la sua stessa esistenza, in un esercizio collettivo di misconoscimento del suo ruolo di persona in apprendimento, ma anche del ruolo di osservatore, che, pur essendogli stato attribuito, non viene tematizzato ed elaborato. In effetti, l’osservazione è un processo del tutto particolare in una organizzazione, ricco di risorse e difficoltà che difficilmente vengono contemplate al momento del suo inizio. Le potenzialità positive attengono al cambiamento: anche la sola presenza dell’osservatore induce gli altri ad osservarsi e, in parte, a modificare la loro condotta nella direzione da loro percepita come più soddisfacente. Benché sia noto che, anche se la realizzazione del “cambiamento” sia desiderata da tutti soprattutto nelle professioni d’aiuto, dove il lavoro per il cambiamento è stato “professionalizzato”, non è semplice tollerare anche la più infima possibilità che il cambiamento possa effettivamente avere luogo.In parte perché è difficile lasciarsi guardare. Non solo perché ciò suscita dei sentimenti collegati all’idea di valutazione, che molto spesso è vissuta in modo problematico nella nostra cultura, ma anche perché lasciarsi guardare attribuisce al tempo che passa, allo spazio, all’incontro tra le persone che li condividono, una tonalità del tutto diversa. La presenza del tirocinante vissuto come un osservatore impone al gruppo di prendere in considerazione il proprio osservatore interiore, e, a seconda di come questa figura viene percepita, impone al gruppo di prendersi in carico, di valutarsi, di cambiare, di percepire la propria inadeguatezza.Credo che i gruppi, come gli individui singoli, abbiano bisogno di scegliere di voler cambiare, di essere motivati da uno stato di bisogno o di insoddisfazione, di poter utilizzare le proprie difese verso il cambiamento sino a che sono necessarie per mettere ordine nella turbolenza della fase di transizione, in attesa di trovarne altre. In altre parole, come si diceva all’inizio, i gruppi hanno bisogno di poter riflettere e negoziare i cambiamenti a cui sono sottoposti, mentre spesso non vengono coinvolti: non si sa se vogliono i tirocinanti (quanti?) e perché.Sarebbe interessante invece redarre all’inizio del tirocinio un vero e proprio contratto di formazione o di collaborazione pubblico, che esplicitasse gli obiettivi di apprendimento, le modalità e i mezzi per il loro raggiungimento. In questo modo sarebbe chiaro ad ognuno il ruolo del tirocinante e le sue finalità, che cosa offre e che cosa chiede al gruppo. Pur nella mia limitata esperienza, questo apparentemente banale accorgimento mi sembra di portata fondamentale, in quanto espliciterebbe come gli accordi all’interno delle organizzazioni non sono solo accordi tra singoli ma accordi collettivi, che i soggetti hanno comune interesse ad esplicitare come parte di una pratica organizzativa. 
 
Il tirocinante inviato speciale

Per quanto mi stato dato di osservare, la decisione di coinvolgere uno o più tirocinanti nel servizio è invece solitamente una decisione presa dal tutor sulla base di convinzioni tra le più diverse, raramente comunicate agli altri membri dell’equipe. Il tutor può pensare che sia giusto, che desidera contribuire alla formazione di una persona alla professione di psicologo/psicoterapeuta, che il tirocinante offra un servizio utile, che desidera comunicare strettamente con una persona più disponibile di altri colleghi dell’equipe, che il tirocinante offra la possibilità di intrattenere contatti con una istituzione con cui non ci sono sufficienti legami al momento, che il tirocinante sia occasione di stimolo alla riflessione, ecc. Sono tutte motivazioni legittime, tuttavia si agisce come se gli altri membri del servizio in effetti “non c’entrassero”. Forse per il tutor è scontato che si debba/possa appartare con il suo tirocinante, forse vuole offrirgli un riparo dalle dinamiche d’equipe faticose anche per lui, valorizzando le sue domande ingenue all’interno di un contesto più protetto, raccogliendo i suoi sorrisi di gratitudine, cogliere meglio gli eventuali spunti di riflessione.Tuttavia, credo che a volte questa alleanza affettuosa tra tutor e tirocinante possa ricadere negativamente sul tirocinio, nella misura in cui questa può assumere il significato di una reazione del tutor a dinamiche tra colleghi, o il tirocinante venga visto dall’equipe come un inviato speciale che sostiene il tutor che cerca di somministrare il famigerato “cambiamento” di soppiatto. Addirittura il tirocinante può essere visto come un emissario della Direzione, che mira a influenzare il gruppo in una certa direzione.Da parte sua, il tirocinante a volte adotta volentieri le vesti di inviato speciale a cui è tristemente condannato, anche se fortunatamente è innocuo per tutti tranne che per se stesso. Personalmente mi sono esercitata spesso in discutibili esercizi di valutazione tentando di essere imparziale, ma mettendo in atto in realtà la più violenta negazione delle mie emozioni, salvo indirizzarle poi verso le persone che osservavo con atroce sadismo. Accarezzavo interiormente il dubbio di avere idee migliori, se solo avessi potuto dimostrarlo, come se la concretizzazione di un intervento non contemplasse anche il fatto di decidere e di scartare una alternativa, e quindi andare verso l’imperfezione, la precarietà, la mancanza, e quindi la perfettibilità.

Giovani, tirocinanti, inesperti
 
Il ruolo attribuito al tirocinante è generalmente anche molto influenzato dalle rappresentazioni dell’equipe e del soggetto relative alle differenze d’età, perché la persona di cui stiamo parlando è generalmente più giovane dei membri già appartenenti al gruppo ed è spesso considerata più inesperta non solo della professione, ma della vita.Sotto certi aspetti, questa associazione tra l’essere giovani, tirocinanti, all’inizio della professione, è una consuetudine che scomparirà presto, in quanto la crescente mobilità impone frequenti cambi di lavoro, reinserimenti, formazione continua, a cui i gruppi di lavoro italiani non sono abituati, specialmente quelli all’interno delle aziende che offrono servizi di pubblica utilità. Mentre in altri paesi europei è frequente trovare che il manager di una azienda anche grande ha meno di trent’anni, questa mi sembra un’evenienza più rara in Italia, dove la durata della carriera formativa così come era organizzata fino a poco tempo fa lo rendeva praticamente impossibile, facilitando all’interno dei gruppi di lavoro il consolidarsi di ruoli correlati al fattore “età” e “anzianità di permanenza nell’organizzazione” in modo molto scontato: i più vecchi sono in posizioni dirigenziali più dei giovani (anche se non sempre “hanno studiato” specificatamente per questo) e sono considerati in generale più esperti dei giovani (che tendono gradualmente a riscattarsi per la loro maggiore conoscenza delle tecnologie informatiche). Chiunque sia tirocinante, giovane, appena entrato nella professione, quest’ultimo quindi retribuito, con maggiore forza contrattuale e portatore di un approccio più consolidato e più personalizzato, è soggetto a rientrare nella categoria “giovane e inesperto”, a volte designato con l’epiteto di “ragazza” o “ragazzo”.Dalla consapevolezza precisa delle differenze di carriera professionale e delle competenze acquisite discende invece una vita organizzativa diversa. E’ evidente infatti che se i ruoli professionali sono distinti in base alle diverse competenze le persone partecipano al lavoro apportando ognuno un contributo differente e complementare a quello degli altri, in vista di un obiettivo comune, il cui raggiungimento incide sul riconoscimento delle proprie capacità e sul sentimento di efficacia. Inoltre, contribuisce a diminuire il timore di depersonalizzazione che la partecipazione ad un gruppo sempre comporta, ancorando il soggetto all’obiettivo del gruppo di lavoro piuttosto che ad altri scopi non dichiarati. 
 
Il ragazzo interno del tirocinante, del tutor, dell’équipe 
Da quanto detto, un aspetto fondamentale dei tirocini e dell’inserimento di giovani professionisti nelle organizzazioni sembra legato a come si vivono le differenze generazionali. Qual è l’idea che il tutor ha dell’essere “giovani e inesperti” e della relazione tra questo e l’essere un “professionista esperto”? Cosa pensa il tirocinante sullo stesso argomento? L’incontro tra i due è forse avvenuto sulla base di messaggi in codice sui modi di trattare le differenze generazionali, che tutor e tirocinante si sono trasmessi e sui quali sono entrati in risonanza? E cosa pensa l’equipe?Per esempio, riprendendo quanto detto più sopra, mi sono a lungo chiesta con estremo fastidio perché in un servizio dove ero tirocinante e dove lavoravo non mi chiamassero per nome ma “ragazza”. Mi accorgo ora che in questo desiderio legittimo di essere chiamata per nome sono insite in realtà ancora più trappole di quelle che avrei voluto evitare rivendicando questo diritto. Spesso i miei colleghi mi chiedevano che cosa c’era di male ad essere una “ragazza”, come se io mi vergognassi di uno stato che loro ritenevano positivo o invidiavano. Più tardi ho realizzato che la chiave di lettura della situazione in cui mi trovavo poteva essere il fatto che entrambi stavamo colludendo, cioè stavamo usando la parte di me che è una ragazza per motivi a lei estranei, senza in realtà voler condividere con lei o starci insieme.C’era insomma il bisogno di un addomesticamento reciproco, di infantilizzazione, una difficoltà a gestire un ruolo intermedio: come verso un adolescente, con il corpo di un grande e la mente di un piccolo, non si sa se bisogna trattarlo da adulto o da bambino, se si può entrare in conflitto, se si può entrare in intimità, se si deve insegnargli tutto, proteggerlo.Spesso anche il tirocinante collude, usa il ragazzo: invece di godere dell’ingenuità, della leggerezza, dell’entusiasmo, della voglia di scherzare, della seduttività del ragazzo, egli fa il ragazzo quando non ha il coraggio di fare l’adulto, quello più assertivo, che affronta il conflitto, che mette in gioco le sue idee, anticipa gli eventi e non si stupisce di tutto. E così anche per i membri dell’equipe: si può gioire del vedere un ragazzo, farsi un po’ contagiare e forse identificarsi con i suoi innamoramenti e delusioni (della teoria? di un paziente? del servizio? del tutor? dell’idea di Sé futura?), cioè ritrovarli un po’ anche dentro di sé; oppure si può richiamare “il ragazzo” quando c’è una difficoltà nella relazione, che si cerca di appianare proponendo un livello di rapporto meno responsabilizzato. Un po’ come se tirocinante ed equipe avessero bisogno di distanziarsi dalla posizione di chi apprende, e cercassero a volte di attribuivi una posizione infantile, a volte di evitare l’intimità, l’imbarazzo, la problematicità di relazione che il lavoro tra adulti può comportare.Parlando di intimità, tutti coloro che hanno vissuto l’esperienza del tirocinio ricorderanno i tanti momenti teneri, di soddisfazione, di affetto, di euforia, di confronto. All’opposto di quanto esposto sopra, a volte si sviluppa tra tirocinante e tutor all’interno dell’equipe un rapporto effettivamente molto stretto. Di più, in certe fasi il rapporto può essere connotato da corteggiamento, seduzione e desiderio sessuale, non infrequente tra persone di età diversa in rapporto di apprendimento.A volte questi sentimenti insorgono improvvisamente e diventano inabilitanti al lavoro, tali da far pensare di essere anch’essi collusivi. Ho osservato infatti che in alcune situazioni queste emozioni sembravano legate ad un momento di difficoltà del percorso formativo che non si riusciva ad affrontare se non cercando di accorciare le distanze tra le persone e sviluppando una relazione più “calda”, in grado di sostituire in questo modo la mancata soddisfazione derivante dalla eventualità di un fallimento dell’insegnamento/apprendimento. In altre situazioni, il tentativo di seduzione era legato invece alla difficoltà di rielaborare i vissuti aggressivi emersi all’interno della relazione, allorquando il sentimento di frustrazione e inadeguatezza a soddisfare l’ideale professionale di tutor e tirocinante era a un tratto diventato bruciante. 
 
L’adulto interno del tirocinante, del tutor, dell’équipe 
Così come quella del “ragazzo” è una posizione facilmente strumentalizzata, anche quella dell’adulto può subire lo stesso trattamento. Alcuni servizi sono adultocentrici, ma non sempre sostengono la positività dell’essere adulti. Per quanto mi riguarda, mi rendo conto che ho spesso assecondato la cultura diffusa che vede l’essere adulti come una fase in cui si è “arrivati”, sicuri, la si sa più lunga, si è al sicuro da idealizzazioni e se ne prova nostalgia, si è “neutrali” e più distaccati, non si hanno colpi di testa, si è pacati.Credo che alcuni tirocinanti condividessero la mia idea e avessero trovato temporaneo riposo dalle intemperie dell’inizio delle relazioni con i pazienti impersonando il ruolo dell’adulto neutrale e distaccato.Altri tirocinanti sono particolarmente vigili, si tutelano, pensano al loro futuro come non eccessivamente condizionato dall’esperienza in corso, aderiscono a mille diversi progetti come a nessuno in particolare, per vedere quale ha più probabilità di realizzarsi e di conseguenza dosare le energie sulla base di un calcolo costi-benefici. Come se avessero imparato a non essere dei “ragazzi”, nel senso scanzonato, gratuito, graffiante, scherzoso, ingenuo del termine.  

 


1 Sono debitrice di molte riflessioni verso il mio tutor e la mia supervisora.

2 Alludo al concetto di Bion citato in “Esperienze nei gruppi”, Astrolabio.

3 Cioè le si attribuiscono particolari caratteristiche, intenzioni, sentimenti in modo da indurla a comportarsi come se fossero suoi, mentre invece convergono su di lui da parte del gruppo.