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tirocinio e tutoring

La professione e la professione di tutor
di Leonardo Angelini e Deliana Bertani


1.Tirocinio e tutoring nel corso degli studi
 
Il ritardo con cui in Italia il tirocinio va emergendo e si va intrecciando con gli altri aspetti della formazione ha impedito finora una riflessione sistematica sui significati di questo importante nodo di congiunzione fra teoria e pratica, ed anzi – come afferma la Manoukian Olivetti – rischia in molti ambiti formativi di rappresentare ancora un elemento svalutato della formazione: quello di una pratica scissa dalla teoria e ridotta a praticismo acefalo.Noi riteniamo anzi che il concreto intreccio che nei vari ambiti formativi si va determinando fra tirocinio e altri momenti formativi possa essere visto come una cartina di tornasole del concreto sforzo che la scuola italiana va facendo, o meno, su questo piano. Di modo che è possibile intravedere punti di eccellenza in cui il tirocinio è ben piantato all’interno del corso degli studi, e via via soluzioni sempre meno felici che diradano verso punti di totale discrasia fra tirocinio e resto del processo formativo, spesso indicatori del fatto che, in quei luoghi il tirocinio non solo non è stato pensato dalla scuola, ma anzi sembra essere stato espulso e messo lì come un atto dovuto.La mancata integrazione del tirocinio nel corso degli studi non significa ipso facto per il tirocinante che il tempo trascorso con i propri tutor sia una inutile perdita di tempo, poiché, come vedremo fra un po’, molto dipende da come in concreto questo tempo viene speso da entrambe le parti in causa: quella del tirocinante e quella del tutor.Certo è che il fatto che il tirocinio sia pensato e programmato dalla scuola pone le premesse affinché il tirocinio assuma un pieno di significati che è ben altra cosa rispetto alla semplice sommatoria di teoria più pratica, e sicuramente tutt’altra cosa dal metterlo lì, magari alla fine del corso di studi, dopo il diploma o la laurea (vedi psicologia), come un’aggiunta dovuta, come un fastidioso iter non governato da alcuno e sul quale l’accademia non sente il bisogno di sapere nulla, quasi fosse un fatto privato fra tirocinante e tutor e non un aspetto fondante dell’ingresso nel mondo della professione. Programmare il tirocinio da parte della scuola o dell’università vuol dire presenza, a fianco al tutor di tirocinio, di un tutor d’aula, e cioè di una istanza capace di predisporre il tirocinio pratico, di reperire il tutor di tirocinio e di mantenere con esso un rapporto che spesso va al di là dell’esperienza del singolo tirocinante, di prendersi cura sia del tirocinante che del tutor di tirocinio; significa altresì che l’apprendimento ottenuto attraverso il tirocinio sia valutato e pienamente compreso nel curricolo e, conseguentemente, che i tutor di tirocinio siano visti come parte di un più generale processo formativo e come tali formati essi stessi e curati dalla scuola come suoi propri membri.Questa pluralità di posizioni che la scuola e l’accademia italiane dimostrano di avere rispetto al tirocinio è indice, a nostro avviso, del fatto che stiamo attraversando un momento di passaggio fra quella situazione iniziale del welfare italiano cui abbiamo accennato prima nella precedente relazione e un nuovo assetto in cui, dentro le istituzioni del welfare o fuori di esse, il tirocinio tenderà sempre più ad assumere un significato centrale. Per cui, rispetto a questa linea di tendenza, ci possono essere situazioni più avanzate e conseguenti in cui il processo di integrazione fra tirocinio e resto del percorso formativo si va già cementando, ed altre situazioni più arretrate in cui, più che di una integrazione, si può parlare di una sommatoria più o meno sincrona di percorsi che ancora fanno fatica a dialogare, nelle loro singole componenti, e che tendono a scaricare sul singolo tirocinante lo sforzo necessario all’integrazione e al singolo tutor quello derivante dall’assemblare, dentro di sé e nella pratica istituzionale o aziendale, il mestiere col mestiere di tutor. 
 
 
2.L’attività di tutor: qualcosa che si fa ma su cui non si riflette 
Ancora pochi cioè sono disposti a riflettere sul significato del tirocinio, e ancor meno sono coloro che riflettono sul significato del tutoring. Perché, se è vero che da una parte la scuola ancora in molti ambiti non è in grado di pensare realmente al tirocinio come una risorsa, è ancora più vero che né la scuola né le istituzioni in cui il tirocinio solitamente avviene, né noi professionisti che pure svolgiamo funzioni di tutorship siamo in grado di fare una riflessione seria e conseguente sul significato che l’attività di tutor ha per noi stessi, per il tirocinante e per le stesse istituzioni in cui insieme ad esso operiamo per un certo ambito temporale; su quali siano i presupposti pedagogico-didattici su cui si fonda l’attività di tutoring, su quali siano le disposizioni interiori che favoriscono o inibiscono l’attività di tutor; su quali basi infine sia possibile passare da una conoscenza intuitiva ad una di tipo razionale e trasformativo circa i contenuti e i metodi che il candidato - tutor deve acquisire per potersi dire realmente e professionalmente tutor.Si può anzi affermare, a nostro avviso, che - se i livelli di integrazione del tirocinio si possono disporre lungo una scala che, come dicevamo prima, va dall’eccellenza al non pensato - la tutorship, in Italia almeno, non risulta pensata, programmata, coltivata da alcuno, di modo che il tutor è un professionista che spesso presta una parte del proprio tempo al giovane tirocinante nell’assenza di consapevolezza dei particolari significati formativi che questa attività ha, delle modalità pedagogico-didattiche che pure vengono da lui usate, degli strumenti necessari ad un buon passaggio delle competenze. E tutto ciò in una situazione in cui le caratteristiche di intimità e di non formalizzazione dei rapporti, perlopiù duali, che il tutor va instaurando col suo tirocinante rendono del tutto particolare questo momento.Questa assenza di consapevolezza che sia le istituzioni invianti sia i contesti lavorativi in cui avviene il tirocinio, sia gli stessi tutor mostrano di avere nei confronti dei significati specifici dell’attività di tutoring e del fatto che l’attività di tutor è cosa diversa dall’esercizio della professione dimostra quanto siamo ancora lontani dall’attribuire a questa figura un contorno preciso e condiviso.Per fare un esempio che mostra, pensiamo a sufficienza, la distanza che ci separa dal mondo anglosassone, in cui come è noto l’attività di tutoring è ben presente da lungo tempo in ogni ordine di scuola, quando una collega ha cercato nella legislazione scolastica inglese tracce giuridiche scritte in cui fosse codificato cos’è e cosa fa un tutor ha scoperto con sorpresa che di scritto vi era ben poco, ma per motivi opposti ai nostri: il fatto è che in Inghilterra la pratica del tutoring è così chiara da non aver bisogno di particolari pietre miliari che la evidenzino.Spesso i percorsi pedagogico-didattici hanno bisogno in un primo tempo di essere eseguiti, per poi essere istituiti ed infine interiorizzati a tal punto da non richiedere più alcuna formalizzazione sul piano normativo. Un po’ come avviene quando si fa un’operazione laddove prima bisogna tagliare, poi suturare e poi, allorchè i punti si sutura non hanno più ragione di esserci, toglierli poiché i tessuti si sono ricomposti. Ebbene, mentre in Inghilterra siamo a quest’ultimo punto del processo di acquisizione del tutoring, in Italia siamo ancora nel primo. 
 
 
3.Il mestiere del tutor
 
Molti di noi qui svolgono o hanno svolto, qualche volta nella loro vita, il mestiere di tutor. Si può dire anzi che coloro che, come noi, lavorano da molto tempo nelle istituzioni territoriali del welfare dei servizi lungo il proprio iter professionale hanno dovuto fare continuamente un’opera di tutoring, attraverso l’integrazione dei nuovi arrivati e la riqualificazione e la formazione in itinere dei colleghi provenienti dagli enti disciolti e da altri ambiti esperienziali superati.E ancor prima molti di noi più anziani, proprio per l’assenza di un iter di tirocinio pratico ufficiale, collegato con i curricoli formativi scolastici e accademici, sono stati tirocinanti, nei fatti affidati, agli albori della nostra carriere professionale a colleghi più anziani che, in maniera informale si disponevano nei nostri confronti come tutor. Ma anche i più giovani fra noi, lungo l’iter di tirocinio (nell’autoaiuto fra pari), o immediatamente dopo (ad esempio nella guida delle più giovani colleghe nei workshop) hanno potuto sperimentare cosa significa il tutoring. Ciò permette a noi tutti di potere riflettere sul tutoring a partire da un ambito di esperienza molto ampio e da una prospettiva duplice, cioè con un doppio sguardo sul problema, quello del più giovane ed inesperto, e quello del più anziano e competente.Ebbene se noi riflettiamo un attimo sul significato che l’attività di tutor ha assunto in questi anni per noi stessi, per i tirocinanti che ci sono stati affidati e per le stesse istituzioni in cui insieme ad essi abbiamo operato e continuiamo a farlo ancor oggi con sufficiente dedizione e attaccamento al lavoro, vediamo innanzitutto che essa implica il possesso da parte del tutor di ciò che potremmo chiamare un insieme di predisposizioni che un po’ si confondono con quelle del docente, un po’ se ne distinguono. Come ci ha egregiamente spiegato Paolo Mottana la volta scorsa potremmo definire la posizione del tutor a partire dalla sua propensione a svolgere un insieme di funzioni insieme al docente, in quelle situazioni in cui il docente si affianca al tutor, o da solo, allorchè il docente non è compresente e in sincronia sulla scena formativa. Così come, afferma sempre Mottana, il docente, se è solo, di fatto svolge funzioni di tutoring, pur senza avvedersene, poiché docente e tutor sono come due facce di una stessa medaglia. Se ricordate secondo Mottana sono quattro le funzioni che permettono al formatore di definire il setting formativo e di tenerlo in piedi come tale nel tempo e nello spazio sia per sé, sia per la propria udienza, che nel caso nella situazione più canonica è la classe, per noi la diade tutor - tirocinante: la funzione istituente, quella illudente, quella individualizzante, ed infine quella di separazione.La prima funzione, quella istituente, che secondo Mottana è di tipo paterno, va vista essenzialmente come istituzione di luoghi, tempi e campi del fare operativo, che nel nostro caso sono luoghi, tempi e campi del lavoro in comune con il proprio tirocinante, ma ancor prima luoghi, tempi e campi istituiti come adatti al tirocinio dalle istituzioni ufficiali che hanno convenuto nel definirli come tali.
La seconda funzione è costituita dalla definizione di una membrana (nel nostro caso duale) illudente in base alla quale non solo deve convenire, col suo tirocinante, all'inizio di ogni singolo momento di tirocinio, sul fatto che quel luogo e quel tempo siano effettivamente per il tirocinio, ma i due devono anche condividere la stessa passione per l’argomento trattato, che nel nostro caso è in quell’insieme di pratiche professionali che il primo ha deciso di condividere con l’altro: momento materno poiché è in questo momento che emergono le ansie e le angosce del tirocinante, il che spinge il tutor ad disporsi di fronte ad esso in modo tale che quest’ultimo intuisca di trovarsi in un ambito protetto, in cui il tutor si disponga all’aiuto di fronte alle esigenze di elaborazione e di contenimento dell’ansia che il più giovane prova di fronte alla novità, agli enigmi della professione, nonché rispetto al futuro.La terza funzione, quella individualizzante, Ma una volta che il tutor abbia espletato questa seconda funzione, non può non cominciare a nutrire ora nei confronti del suo tirocinante un secondo tipo di preoccupazione di tipo materno, quella che gli psicoanalisti francesi chiamano funzione di révérie (cioè di immaginazione, di sogno su ciò che domani quel tirocinante potrà diventare). E se in un primo tempo il tutor, come una madre sufficientemente buona, ha cercato di dare senso e spessore al lavoro del tirocinante invogliandolo sul piano dell'operatività e ad accogliere il sapere pratico che da lui proviene come un cibo buono da introiettare, in un secondo tempo, in base alle modalità con cui il tirocinante ha introiettato il sapere che da lui proveniva e ha cominciato a farlo proprio, non può non cominciare a cogliere questa specificità acquisitiva. E’ questa attività che Mottana vede come l’erede della funzione materna di révérie in base alla quale la madre, attraverso la propria attività interpretante dei segnali che derivano dal bambino, comincia a vederlo, ad individuarlo, a delinearlo in maniera univoca e specifica.Infine la quarta funzione, quella di separazione, che Mottana definisce di tipo paterno, ci ricorda che, come accade in ogni storia che si rispetti, anche quelle che si raccontano sulla scena scolastica, e nel nostro caso sulla scena del tirocinio finiscono e che occorre sapersi separare, alla fine di ogni giornata, così come di ogni tirocinio affinché ognuno possa riprendere la propria membrana individuale e non sentirsi oppresso dal tirocinio.
Qualora a fianco del tutor vi sia il docente, o una comunità di docenti, solitamente, afferma sempre Mottana, le funzioni paterne sono quelle assunte dal tutor, e quelle materne dai docenti. In assenza del docente è il tutor che fa da docente, così come, in assenza del tutor, è il docente che fa l’altro mestiere.E’ chiaro che le funzioni paterne e quelle materne assumono un significato molto circoscritto allorché lo scambio diseguale fra docente e discente avviene non di fronte ad una classe o a una comunità di discenti, ma in un luogo più intimo fra due persone. Ma su questo punto ritorneremo alla fine di questa nostra esplorazione. 
 
4.I suoi strumenti formativi
 
Sulla falsa riga del rapporto fra genitori e figli, ma anche con tutte le distinzioni derivanti dal fatto che il rapporto tirocinante – tutor si pone in un luogo e in un’atmosfera operativa, pena lo sconfinamento in un ambito affettivo dal quale possono derivare solo guai, il tutor per il tirocinante è modello che, a seconda delle caratteristiche personali di ciascuno, può essere un padre che definisce confini, introduce in ambienti, dà un nome e una valenza al suo pupillo, una madre che contiene e che fa sentire il tirocinante in una membrana duale avvolgente e proteggente, una madre in grado di far emergere e lievitare le vocazioni individuali del proprio tirocinante, di immaginarselo già grande e realizzato, e perciò definito, circoscritto, ma non per questo sminuito, bensì scolpito nelle sue fattezze, o infine un padre capace di separarsi e di dare una piccola spinta affinché il tirocinante faccia da solo durante il tirocinio a alla fine di esso.Tutto ciò favorisce il flusso identificatorio che si instaura fra i due, fa si che la visione delle cose dell’uno passi all’altro, con modalità diverse a seconda delle caratteristiche personali del tutor. Attraverso questa strada è possibile per il tirocinante passare lentamente, se le cose vanno sufficientemente bene, dalla dipendenza all’autonomia.Si tratta di un lavoro maieutico che implica da parte del tutor la propensione e gli strumenti per tirare fuori quello che il tirocinante ha dentro, per scoprire le vere vocazioni, quelle utili alla professione, ma anche quelle più in generale utili nella vita, di tirare fuori le conoscenze che ciascun tirocinante ha dentro, ordinate o meno, messe in fila nei precedenti percorsi della formazione, o in quelli che il tirocinante sta facendo a lato e in concomitanza col tirocinio.
Il tutor poi è, come dicevamo nella precedente relazione, un sacerdote dell’iniziazione, una guida di fronte alla quale, come nel rapporto fra Dante e Virgilio, l’uno è debitore nei confronti dell’altro per aver appreso dall’altro “lo bello stilo che m’ha fatto onore” che nel nostro caso è l’insieme delle modalità professionali, delle pratiche, dell’etica, della filosofia che informano la professione. Ed in questo rapporto poi il tutor, come ogni maestro deve sopportare che gli allevi non solo vanno via, ma che possono superare il maestro, e non per questo egli deve sentirsi invidioso di essi, poiché è proprio il sale che lui è riuscito a dare loro che ha permesso poi agli ex allievi di affermarsi nella vita.E, come è possibile dedurre in base alla nostra esperienza due sono gli strumenti didattici, in assenza della lezione formale, che il tutor usa per passare le proprie competenze: il precettorato in base al quale poiché il tutor – grazie alla propria esperienza - coglie le cose prima del tirocinante, mette a disposizione questo acume e allena il più giovane e meno esperto a coglierle sempre più acutamente; e l’esempio in base al quale il tutor rallenta a bella posta il proprio operare e fa vedere al tirocinante come si fa.A fianco di queste due modalità canoniche, riscontrabili in ogni mestiere, e che sono alla base anche del rapporto maestro – apprendista, vi è nei mestieri della cura la supervisione che consiste in un patto in base al quale il tirocinante porta i suoi problemi sulle cose che gli sono state in precedenza affidate e il tutor vede insieme al più giovane il problema, lavora sulle sue difficoltà, pone delle coordinate nella lettura delle cose.Da ciò che abbiamo fin qui detto deriva che le competenze e i saperi del tutor e del professionista non sono assolutamente sovrapponibili e si dislocano lungo l’ambito esperienziale del tutor in maniera diversa a seconda dell’anzianità, delle circostanze istituzionali in cui esso si trova ad operare, dalle sue disposizioni a formare, cioè da come funzionano attualmente in lui i propri fantasmi formativi.In generale si può paragonare il rapporto fra competenze professionali e competenze nell’attività di tutoring a quelle che devono avere un oratore e un retore.Il professionista infatti può (oggi, magari ieri non era così) essere un buon professionista, come un oratore può essere un buon oratore, e l’uno e l’altro essere incapaci o non disponibili a passare le competenze, cioè a essere un buon tutor o un buon retore.Il professionista può anche (oggi, magari ieri non era così) essere un cattivo professionista, ma capace e disponibile a passare le limitate competenze che lui ha.
Nei casi più fortunati ci potrà essere una buona accoppiata fra competenze professionali e competenze nell’attività di tutoring. 
 
5. Fantasmi formativi nel tutor
 
Ma quali sono le disposizioni interiori che possono favorire o inibire l’attività di tutor? Abbiamo visto in precedenza che una cosa sono le competenze utili allo svolgimento della professione (di qualsiasi professione), un’altra la disposizione a svolgere le funzioni di tutoring e che non è detto che il possesso di uno dei due requisiti implichi il possesso anche dell’altro. Or cercheremo di approfondire cosa significhi propensione a formare e quali sono i fantasmi formativi nel tutor.Käes afferma che dentro ciascuno di noi esiste un particolare personaggio interno, più o meno integrato la cui origine va ricercata nella nostra infanzia: per un verso ai giochi infantili del tipo "maestro-allievo", ai giochi di modellaggio, al gioco con la bambola, etc.; per un altro verso all'area dei sogni; per un altro verso ancora a tutto lo sforzo di ricerca delle proprie origini, e quindi all'area in cui si definiscono dapprima le cosiddette teorie sessuali infantili, ed in un secondo tempo le pulsioni epistemofiliche sublimate.
Rispetto a quanto afferma Käes si potrebbe affermare (Angelini, 1998) che l'ontogenesi del desiderio di formare, oltre alle componenti fin qui elencate, vada ricercata all'interno dei processi di introiezione delle imago genitoriali allorché, sul modello dei nostri primi educatori, che sono per l’appunto, i nostri genitori reali e fantasmatici, si è andato definendo dentro ciascuno di noi un ideale di formatore che poi per tutta la vita, a seconda del grado di confidenza che ciascuno di noi ha con esso, o ha reclamato la propria presenza apparendo sotto forma di vocazione, o ha continuato a sonnecchiare fino al momento in cui l'accesso alla genitorialità o l'occasione di poter svolgere, in qualsiasi contesto, funzioni educanti non lo hanno risvegliato.Ma le cose non sono così idilliache, come fin qui sono state esposte. A ben vedere infatti l'attivazione dentro al soggetto (così come nell'immaginario collettivo) del desiderio di formare implica anche la possibilità che si attivizzi il negativo della formazione, e cioè la de\formazione. Alla costruzione corrisponde la distruzione. Le ragioni che portano a formare sono le stesse che portano a de\formare, a distruggere.
Cerchiamo di vedere ora come funzionano questi personaggi della formazione (Käes), come sono fatti questi introietti, di che natura è il loro desiderio. Nel fare ciò vedremo innanzitutto ciò che avviene nella classe, ed in secondo luogo in quel luogo più intimo che è il rapporto tutor tirocinante:
a - Il primo tipo di personaggio interno della formazione è quello che Käes definisce come fantasma narcisista. In questo caso la spinta alla formazione è data da un desiderio che, più che di tipo formativo, potremmo definire di tipo con-formativo. Un desiderio cioè di modulare l'oggetto libidicamente investito secondo una immagine di sé che il formatore ha e che gli impone di conformare, appunto, l'altro, l’allievo, a sé.In questo moto ambivalente, qualora l'oggetto investito (il discente) si sottragga alla spinta con-formativa, le angosce che emergono nel formatore sono quelle tipiche che si riscontrano in tutti gli scenari narcisistici: la paura della differenza, dell'alterità, la paura della storia, cioè del fatto che le cose abbiano uno sviluppo temporale che evidenzia la marginalità del formatore, la paura della relatività della sua potenza, etc.
b - Vi può essere però un formatore che prende un rapporto con i discenti simile a quello di una madre con il proprio bambino. Il formatore in questo caso diventa, come dice Käes, o seno che contiene e che nutre, o bocca che bacia, o mano che carezza, o sguardo in cui riflettersi, o voce che ammalia, o luce che rischiara, oppure (invece di questi oggetti parziali di tipo materno) madre, con tutte le accezioni che, su base culturale e personale, è possibile fare convergere su questo termine.
Le angosce sottostanti quando prevale in noi questo secondo tipo di fantasma sono: il fatto che l'altro (il discente) cresce e se ne va, che abbandona la grande formatrice, la quale perciò mette in atto tutta una serie di "trucchi" per negare questa separazione.
c - Può accadere che nel formatore prevalga un desiderio di formare tutto incentrato sull'istanza che controlla, che in lui, cioè, alberghi un vero e proprio personaggio che controlla: il discente in questo caso deve crescere così come il docente lo ha predisposto. Cosicché mentre nel caso in cui nel formatore prevalga un personaggio narcisista il fatto più importante è che il "prodotto finito" sia conforme al desiderio del formatore, nel caso in cui al suo interno prevalga il personaggio che controlla, ciò che al formatore interessa è il conformarsi del discente alle procedure formative, ai protocolli e alle modalità da lui predisposte, e secondo le quali, a suo avviso, si deve imparare.
Le angosce sottostanti quando prevale questo tipo di desiderio di formare sono: che l'altro (il discente) non sia conforme al modo con cui viene predisposto, che emerga come qualcosa di mostruoso, di non riconducibile all’universo cerimonializzato del docente.d - Il formatore può essere abitato poi da un personaggio di tipo paterno che dispensa il proprio sapere come questo fosse un seme capace di fecondare i suoi discenti; ed allora le angosce sottostanti saranno quelle che il seme vada disperso, che il "pene" ingravidante non sia sufficientemente in grado di fecondare, etc.
Anche nel caso in cui di fronte non ci siano tanto un docente e la sua classe, ma un tutor e il suo tirocinante questi quattro fantasmi formativi, questi quattro personaggi della formazione, da cui siamo abitati, sono presenti con tutte le mille e mille coniugazioni che ciascuno fa fra queste parti interne e le altre parti presenti nel nostro mondo interno (parti giudicanti con più meno severità, parti più o meno esigenti, etc.). Però la situazione di maggiore intimità prodotta dal rapporto duale, specie se non temperata dalla contemporanea presenza di un tutor d’aula e di una comunità di docenti, crea una serie di problemi aggiuntivi, di ansie e di angosce nel tutor che rendono, se non più difficile, sicuramente più specifica e intricata il suo vissuto di fronte al tirocinante. Cerchiamo ora di vedere gli elementi diversità rispetto alla docenza, per poi rivedere come possono funzionare i quattro fantasmi formativi nel caso del tutoring.La situazione duale pone ben presto (sotto certi punti di vista ben prima che il nuovo tirocinante arrivi, e cioè nelle fantasie che il tutor fa su di lui) il tirocinante in una posizione che potremmo definire di ombra, di doppio, di prolungamento del tutor, con tutte le fantasie e le angosce di tipo confusivo che in questa situazione claustrale ben presto emergono. Il tutor sa, o meglio intuisce che il percorso che il tirocinante deve compiere è quello che va dalla simbiosi all’individuazione, ma ciò innanzitutto procede piano, necessita di cautela, ed in quel mentre le angosce di tipo persecutorio che la presenza dell’ombra comporta avanzano e rendono molto penoso spesso l’esordio e tutta la prima fase del tirocinio, con oscillazioni rispetto al tirocinante che sono più o meno ampie a seconda di come il tutor ha elaborato dentro di sé queste angosce.La situazione di minore formalità, di maggiore intimità originata dal rapporto diadico, la minore asimmetria rispetto alla classe (in fondo si tratta di accreditare un giovane adulto e un giovane professionista come tali), ed infine l’assenza – almeno in termini formali - della valutazione, o meglio spostamento della valutazione in un altro luogo, danno origine a maggiori tentazioni sublimate sul piano e dell’espressione dell’amore e di quello dell’aggressività. Ciò è più evidente in quei momenti in cui le varie angosce, corrispondenti a vari fantasmi formativi, sono impellenti: è in questi momenti che la perdita della giusta distanza con tirocinante (identificazione operativa, cfr.: Bertani) spinge verso situazioni di manipolazione o di identificazione totale.Il rapporto con l’istituzione o l’azienda in cui il tutor opera così come con quella formativa dalla quale il tirocinante proviene, che – come ci ha ricordato Mottana – dovrebbero essere mediati per il meglio dal tutor, in una atmosfera di intimità rischiano in ogni momento di andare in frantumi poiché ciò che realmente il tutor pensa dell’istituzione appare da mille indizi.E la separazione, infine, diventa spesso dolorosa o oscenamente liberatoria e tende ad essere esorcizzata attraverso mille manovre elusive, fra le quali è possibile forse mettere anche questi seminari.
 
Come vedete un approfondimento di questi temi permette di passare da una conoscenza intuitiva dei problemi ad una di tipo razionale e trasformativo circa i contenuti e i metodi che il professionista candidato - tutor deve acquisire per potersi dire realmente e professionalmente tutor: noi pensiamo sia urgente istituire presso tutte le istanze che utilizzano il tirocinio come momento importante del processo formativo dei percorsi professionalizzanti per candidati tutor.

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