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tirocinio e tutoring

Il tirocinio in psicologia: sperimentare e pensare nelle relazioni. L’esperienza dell’AUSL di Parma
di Fabio Vanni    
 
Quando ho iniziato a fare il tutor, oramai otto o nove anni fa, mi aveva colpito una contraddizione:
da un lato l’esperienza di tutor e di formatore di laureati in psicologia ed anche l’esperienza di tirocinante, per come la ricordavo e per come me la descrivevano i tirocinanti stessi era, e ancor più poteva essere, un ‘esperienza di grande ricchezza;d’altro canto, come dire, non si faceva pubblicamente parola di questa potenziale ricchezza, nel senso che non vi era praticamente traccia, nella letteratura, ma anche nei dibattiti interni al mondo degli psicologi, di questo argomento.Ricordo che quando mi fu assegnata la mia prima tirocinante chiesi a colleghi più esperti qualche indicazione su come si faceva il tutor, ma le risposte furono assai evasive.
Anche negli anni successivi e, diciamolo, talvolta anche oggi, ciò che veniva fatto con i tirocinanti era traducibile sostanzialmente in un “portarseli dietro mentre si lavora”.Era un po’ come se non vi fosse un gran pensiero possibile dietro al fare il tutor, come se si trattasse di un’attività che non trovava uno spazio nel quale rappresentarsi.“Io posso anche fare il tutor ma non ci devo pensare”, si potrebbe dire, non posso definire, affermare, magari, chissà, con legittimo orgoglio, questa parte del mio ruolo professionale.Tutto ciò mi pare abbia avuto, e abbia, un ovvio correlato nella mancanza di esposizioni “pubbliche” sul tutoring in psicologia quali convegni, seminari, momenti formativi per i tutors, ma anche discussione su come si fanno le cose: zero o quasi.Non è quindi affatto retorico per me ringraziare dell’occasione di essere qui, luogo nel quale si parla e si pensa di tirocini. 
Occuparsi di questo tema infatti significa occuparsi di un’area, a mio parere, nodale della professione; proverò a mettere insieme alcuni pensieri ancora parzialmente nuovi per me ma che mi pare trovino anche alcuni punti di coagulo. 
Inizierei intanto argomentando che il tirocinio in psicologia vive su un peculiare parallelismo:
sul piano personale vi è l’opportunità di svolgere un compito evolutivo specifico che ha a che fare con l’appropriarsi di una visione più realistica di sé e dell’oggetto;sul piano professionale vi è la possibilità di ridefinire le proprie competenze in termini meno astratti e idealizzati e dunque più aderenti al reale.
 
Consentitemi una citazione, a mio parere assai efficace:
“la separazione accademica tra psicologia e psicologia applicata esprime ancora oggi l’assunto secondo cui la psicologia dovrebbe avere i connotati una volta auspicati per la sposa veneta: ‘che piasa, che tasa, che staga in casa’. Così la psicologia pura consiste in ricerche molto belle, fatte bene (che piasa), non prende posizione né mette in discussione problemi socialmente rilevanti (che tasa), non si allontana dai laboratori né instaura significative relazioni extrauniversitarie (che staga in casa). E, per differenza, la psicologia applicata, impura, sembra una meretrice più che una sposa, una psicologia serva, più che una psicologia che serve.” (M. Bellotto, 2000) 
Vi è quindi un problema di tipo epistemico, ovvero legato ai fondamenti conoscitivi della disciplina: il sapere che viene trasmesso all’università è, in qualche modo, un sapere che si chiede di assumere senza esperienza; ciò che viene proposto è un insieme di conoscenze che erano, e mi pare siano spesso ancora oggi, ben lontane dal costituire un corpus omogeneo ancorché articolato di teorie e di tecniche; ciò che veniva e viene proposto è un panorama che è poco l’esito di una sintesi di saperi, ma sembra piuttosto più vicino ad un catalogo di saperi, talvolta neanche tanto completo ed aggiornato.Uscire da un corso di laurea in psicologia quindi, significa ancora oggi, mi pare, trovarsi per la prima volta davanti ad una realtà studiata ‘in vitro’ senza poter avere però idee molto chiare, ancorché previe, su com’è questa realtà.Nel tirocinio il neolaureato ha possibilità di cominciare a confrontare questo sfaccettato e contraddittorio sapere con le persone, i gruppi, i contesti organizzativi, le relazioni: ho studiato dei nomi, posso vedere delle cose e posso provare a mettere insieme le due parti.
Questa congiunzione però è tutt’altro che automatica a ‘applicativa’, per così dire, anzi, sarebbe un’impresa, se condotta da soli, di quelle da far tremare le vene ai polsi. 
C’è da dire che l’attuale collocazione dei tirocini in psicologia, post-lauream, collocazione, come noto, in via di parziale superamento, rende questa cesura fra sapere teorico e sapere pratico particolarmente netta e drammatica.Prima della laurea vi sono pochissime possibilità di verificare, di confrontare con la realtà, di comprendere la reale portata in definitiva, di ciò che viene proposto; d’un tratto è, non solo possibile, ma diviene ‘doveroso’ farlo, un imperativo generazionale, ed inizia quindi un processo di ri-costruzione del sapere che inevitabilmente ha due direzioni: una di ‘appropriazione’, concretizzazione del sapere stesso, ed una di verifica. 
Ma ciò che mi sembra importante sottolineare è che questa operazione avviene in una sorta di vuoto di status: non sono più uno studente, non sono più all’interno dell’università, sono solo, fra poco sarò un professionista ma prima devo imparare come sono fatte e come si affrontano le cose in concreto. 
Io non credo che questa modalità di formarsi sia la più indicata (sarebbe probabilmente preferibile, almeno da un certo punto in avanti, un confronto continuo e mirato con l’esperienza), credo invece che produca diversi possibili esiti perversi: è evidente intanto il suo intento protettivo del sapere accademico ma è anche palese l’enormità della richiesta che viene fatta al giovane laureato.Abbiamo infatti ascoltato molte cose importanti in questi seminari sullo stato di margine, sulle cose che accadono quando vi è un cambiamento, un passaggio di status, ebbene la laurea può essere considerata un passaggio di questo tipo, forse l’ultima prova di accesso all’età adulta: fino adesso mi sono ‘preparato per’, potevo quindi sempre vedere un po’ lontano l’orizzonte della concretezza operativa, adesso non più, è lì che mi aspetta, ci sono, posso/devo fare. 
Per la professione di psicologo il legislatore, forse preoccupato, chissà, ha previsto che però prima di ‘fare’ bisognava attraversare questo guado costituito dal tirocinio, ed ha ritenuto che non lo si potesse fare da soli, ma che si dovesse essere accompagnati da un tutor, un professionista esperto, che inoltre non fosse un professionista ‘single’, ma fosse collocato in un contesto organizzato.Chissà, forse il legislatore stesso avvertiva la pregnanza relazionale della nostra professione e riteneva di doverla ‘contenere’ all’interno di un’istituzione.Fatto sta che il tirocinio giunge a questo punto, che è quindi un punto di crisi, una crisi che è costituita dall’intrecciarsi di diverse dimensioni:· Una è la dimensione della relazione con l’oggetto reale esterno del tirocinio, ovvero quella del rapporto con il paziente, il contesto organizzativo, il contesto professionale: qui si tratta di mettere in contatto il mio sfaccettato sapere previo con il dato fattuale e produrne una revisione che lo faccia diventare più concreto, meno pregiudiziale, che tenga conto di più e meglio della realtà;· Ma, intrecciata con questa, vi è un’altra dimensione che è quella che riguarda la relazione con quel particolare oggetto interno che è costituito dal ‘diventare psicologo’, ovvero l’obiettivo reale interno del tirocinio, obiettivo che viene sancito socialmente con il superamento dell’esame di stato e l’iscrizione all’albo.Il tirocinio costituisce d’altra parte, in questo modo, un vero laboratorio di apprendistato professionale mettendo appunto insieme la dimensione della competenza sull’oggetto ed il suo funzionamento, sulla relazione diretta con esso con le implicazioni su di sé del proprio esperire la relazione stessa.Come dire forse il nocciolo, o uno dei principali noccioli, del nostro lavoro.
D’altra parte e da un altro punto di vista, questa relazione fra ciò che sono e ciò che voglio diventare, ‘l’idea di futuro’, direbbe Charmet, costituisce l’ambito, la scena del manifestarsi dei fantasmi in ordine all’adultità e dunque all’abbandono, l’ennesimo, dell’adolescenza. 
Il peculiare compito di sviluppo del tirocinante consiste dunque nel passare da un ‘andamento verso’ ad un ‘essere concretamente’. 
Nel nostro modo d’intendere il tirocinio riteniamo che il tutor possa avere un’importante funzione nell’accompagnare e punteggiare con pensieri e azioni questo delicato passaggio, ma un’altra istanza, un altro livello di relazione, quella con il gruppo dei colleghi di tirocinio, può arricchire utilmente l’esperienza.In questi anni la nostra riflessione (dico nostra perché condivisa con Antonella Mussi, la collega che guida i gruppi, ma anche perché frutto del confronto con altri colleghi tutors e con i tirocinanti ed ex tirocinanti stessi) ci ha portato a progettare e poi a costruire un momento d’incontro periodico del gruppo dei tirocinanti.Ogni due settimane Antonella conduce il gruppo attraverso questo sentiero che prova a mettere a fuoco quello che, per ognuno, è il divenire psicologo.
Attraverso un metodo che adatta in modo originale tecniche psicodrammatiche, si aiuta ogni tirocinante a trovare uno spazio di pensiero sulla propria nascente identità professionale: la possibilità di condividere alla pari le esperienze provenienti dal proprio tirocinio, ma anche le letture che di esse vengono date dal gruppo e dalla conduttrice consentono un arricchimento considerevole del vissuto.
Il gruppo facilita poi la costruzione di una rappresentazione dell’esperienza di sé nel tempo della formazione che ha interessanti assonanze con la funzione del gruppo adolescenziale, come una palestra di identificazioni incrociate che consentono d’individuare possibili modi d’interpretare il nascente ruolo professionale. 
Consentitemi infine di fare alcune considerazioni sul tutoring dal punto di vista del tutor.
Talvolta accade, di rado per fortuna, d’incontrare colleghi che si rappresentano il tutoring, ma io direi la formazione in generale, come un’operazione sostanzialmente unidirezionale di trasmissione di sapere da A a B, e dunque si sentono spesso oppressi, derubati, prosciugati dai tirocinanti, dagli specializzandi, dagli studenti, etc.Queste persone possono essere forse ottimi psicologi ma saranno probabilmente pessimi tutor.
 
La mia esperienza di tutor è stata, devo dire, assai diversificata: in alcuni casi era chiaro che il tirocinio veniva vissuto come un pedaggio da pagare prima di diventare psicologi, ma nella maggior parte dei casi ciò che mi sembra caratterizzi il tirocinante in psicologia è la sua esperienza d’incompiutezza. , e dunque il porsi in termini dubbiosi e interrogativi sul suo/nostro sapere.Quando questo avviene, cioè in varia misura quasi sempre, il tutor è a sua volta costretto ad interrogarsi sui fondamenti delle sue conoscenze e mi pare che, riprendendo ciò che diceva Marianna Pattini, se c’è consapevolezza dell’intrinseca debolezza epistemica del nostro sapere ed operare (debolezza che non è fragilità) ciò costituisce uno stimolo vivificante e proficuo.Quando ambedue, tirocinante e tutor, si sollecitano reciprocamente al pensiero sul proprio, più o meno evoluto e maturo, agire professionale, credo che l’esperienza della relazione possa diventare tras-formativa per entrambi. 
Va anche detto che c’è un altro livello di possibile sollecitazione reciproca fra le due ‘generazioni professionali’ ed è quello appunto intergruppale, ovvero vi è una relazione che il gruppo dei tirocinanti (da noi, di solito, costituito da 10-12 persone) intrattiene con il gruppo degli psicologi dell’azienda (poco più di una trentina).Il momento formale d’incontro fra i due gruppi è costituito dal Seminario Clinico, che si svolge a mercoledì alterni con il Gruppo eterocentrato, e che si caratterizza per un tema d’interesse trasversale ai vari servizi nonché per una partecipazione altrettanto trasversale degli psicologi come relatori.Negli ultimi anni gli argomenti trattati sono stati:
“Dalla domanda alla progettazione dell’intervento clinico in psicologia”“La dimensione evolutiva in psicologia”“La tutela dei minori fra psicologia clinica e sociale”, che è l’argomento di questo semestre.Devo dire che, mentre individualmente ho potuto constatare una certa disponibilità dei relatori, vi è stata una considerevole difficoltà a connettere i vari contributi fra loro e dunque, si potrebbe dire, a costituirsi, da parte del gruppo degli psicologi, come un’entità che assume su di sé funzioni ed obiettivi formativi.Vi abbiamo portato alcune copie degli atti dell’incontro che si è svolto a marzo scorso a conclusione del seminario “Dalla domanda alla progettazione….”, incontro nel quale il gruppo dei tirocinanti ha restituito alla comunità degli psicologi dell’Azienda, e non solo, quanto avevano ricevuto: una mattinata seminariale nella quale i tirocinanti erano i relatori e ‘gli adulti’ ascoltavano ed integravano.E’ stata un’esperienza per tutti, credo, significativa che ha avuto, tra l’altro, per i tirocinanti una valenza di rito d’ingresso in una comunità professionale.Non mi dilungo, anche perché eventualmente ci torneremo sopra nel dibattito, essendo oltretutto questo del seminario clinico un argomento del quale si è ultimamente discusso con i colleghi e con i tirocinanti apportando anche, proprio da questo semestre, alcuni significativi correttivi.
 
Accenno solamente ad un ultimo aspetto del seminario che ha a che fare sempre con la tipologia dei saperi:
il seminario clinico è un luogo nel quale è possibile, per il tirocinante, prendere contatto con un tipo di conoscenza molto diffuso nei nostri servizi ma poco presente nel percorso di studio universitario, una conoscenza che è molto radicata nella pratica e nel contesto e dunque molto ‘vissuta’ ed ‘operativa’.Il mandato per i relatori, viceversa, è quello di cogliere l’occasione per una migliore coniugazione di questo livello conoscitivo con la teoria e quindi di utilizzare questa occasione per approfondire ed elevare la formalizzazione e la trasmissibilità del proprio sapere. 
Mi rendo conto di aver toccato molti temi, alcuni in modo appena accennato, realizzando un discorso forse un po’ disomogeneo ma che spero ricco di sollecitazioni e possibili approfondimenti. 
In sintesi, ed in conclusione, se pensiamo al tirocinio in psicologia come ad una fase di transizione fra un prima fortemente astratto ed idealizzato ed un dopo maggiormente concreto, definito, orientato, ne consegue certamente l’esigenza di offrire ai nostri giovani l’opportunità di cominciare a mettere ‘le mani in pasta’ nel fare, ma, parallelamente, riteniamo di dover consentire ed accogliere uno spazio di ‘pensiero su’ ciò che si sta facendo, proprio quello che, mi sembra, avete consentito a noi qui stamani. 
 
 
Bibliografia:
 
ARDSU di Ferrara, ARESTUD di Modena e Reggio Emilia (2000), Tirocini per laureandi e laureati
Bellotto M (2000), Sulla formazione universitaria degli psicologi, in SIFORP (a cura di) “La Formazione psicologica”, Franco Angeli, Milano,Castellucci A.,Saiani L., Sarchielli G., Marletta L. (1997),Viaggi guidati: il tirocinio ed il processo tutoriale nelle professioni sociali e sanitarie, Franco Angeli, Milano
Charmet G.P. (2000), I nuovi adolescenti: padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina Editore, Milano
Collautti C. (2000), La tutorship nei percorsi di apprendimento, in SIFORP (a cura di) “La Formazione psicologica”, Franco Angeli, MilanoLaffi S. (2001), Funzione del tirocinio nel mercato del lavoro oggi, relazione al seminario “Il tirocinio come cerimonia di aggregazione”, Reggio Emilia, 7.5.01Mottana P. (1991), La funzione della tutorship nel processo affettivo di apprendimento, in Skill, n°4/91
Sarchielli G. (1997), L’incontro con il lavoro, in Polmonari A. “Psicologia dell’adolescenza”, Il Mulino, Bologna.